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Full text of "Raccolta di dialetti italiani con illustrazioni etnologiche"

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^8S3. 



C^ 



RACCOLTA 



DI 



DIALETTI ITALIANI 



ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE 



DI 

ATTILIO ZUCCA6NI-0RLAND1NI. 



FIRENZE 

TIPOGRAFIA TOB'ANI 

1864. 



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DIALETTI ITALIANI 



CON 



ILLUSTRAZIONI .ETNOLOGICHE. 



PROEMIO. 



Nello addossarmi T incarico di fare una raccolta 
di italiani dialetti o vernacoli, non avevo dimenticato 
la giusta avvertenza del celebre nostro Niccolini, che 
gli studii cioè intorno la lingua furono ormai abba- 
stanza esaltati dall'arrogante inopia dei grammatici, 
e vilipesi dair orgoglio degli scienziati : lasciando li- 
bero il campo ai filologi di sostenere discussioni 
suU' italiano idioma, mi dichiaro pienamente disposto 
ad adottare le loro conclusioni, ogniqualvolta le trovi 
sostenute da giusti argomenti. Per parte mia intesi 
di limitarmi a raccogliere eflfettivi esempi, così del 
fraseggiare come delle pronunzie ora usate nelle di- 
verge italiane contrade, collo scopo di portare mate- 
riali da impiegarsi nella costruzione di un solido 
monumento, il quale attesti senza vane dispute, qual 
sia l'italico dialetto che meriti la preferenza sopra 



4 

gli altri, e contento dell' evidenza, mi dichiaro alieno 
dal prender parte a letterarii conflitti. 

Protesto altresì che nel maggiore bisogno di unio- 
ne per consolidare il ricupero della indipendenza na- 
zionale, mi guarderei bene dal sottopormi air accusa 
di voler ridestare le sopite gare municipali, funesto 
fomite di cittadine discordie. I fautori passionati, non 
dirò del Perticari e del Monti, ma dello stesso mor- 
dace Baretti sappiano, che di buon grado acconsento, 
che il sonante e gentile idioma si chiami italiano, 
troppo splendido essendo un così bel distintivo. Io 
pongo a confronto i diversi dialetti, perchè spontanea 
ne emerga la preferenza da darsi al migliore : col 
quale bensì vorrei, che la gioventù di tutta Italia si 
mostrasse sollecita di familiarizzarsi. 

Alle tavole comparative che mi propongo di pub- 
blicare, premetterò intanto la seguente avvertenza sul- 
le cause che mi suggerirono di formar Y annunziata 
raccolta. Pochi chilometri, come è noto, segnano la di- 
stanza di Bologna dal confine toscano: ora siccome 
nei primi viaggi intrapresi neir età mia giovanile, ne 
colpì oltremodo la differenza enorme che passa tra 
il volgare fiorentino e il popolare linguaggio bolognese, 
concepii fin d' allora vivissima brama di conoscere i 
principali almeno tra i tanti dialetti italiani ; ma non 
mi fu dato di conseguire quelF intento, se non quando 
mi nacque in mente V ardito concetto di compilare la 
Corografia dell' Italia. Compresi allora esser venuto 



5 

il momento di ottenere la bramata raccolta compa- 
rativa, e difatti potei metterne insieme oltre ai qua- 
ranta. Prima però di pubblicarli, farò necessarie 
avvertenze sul modo che prescelsi, per meglio addi- 
tarne le diversità specifiche ; indicherò poi la norma 
adottata per la divisione dei medesimi, conforman- 
dola cioè sulla topografica ; dimostrerò infine qual 
sia l'importanza delle illustrazioni etnologiche, colle 
quali corredar volli V annunziata raccolta. 



TRADUZIONE 

BEPARTIZIONE E ILLUSTRAZIONI 

DEI 

PRINCIPALI DIALETTI ITALIANI. 



I. 

TRADUZIONE DI UN DIALOGO. 

Premettasi prima di tutto colle parole stesse dì G. B. 
Niccolini, che dialetto, considerato genericamente, è lingua 
e maniera di parlare, colla quale una nazione dall'altra 
disti nguesi; considerato specialmente, come nel caso nostro, 
è particolar maniera di favellare, mercè la quale si distìn- 
guono popoli che usano la stessa lìngua. 

Neir accingermi alla ricerca di quelle distinzioni non 
ignoravo, che il Salviati aveva prescelto la traduzione di 
alcune novelle del Boccaccio; che ai tempi nostri il primo 
Napoleone, giunto all' apice della sua potenza e conoscer vo- 
lendo i principali dialetti dei 130 Dipartimenti costituenti 
il suo vasto Impero, adottò il suggerimento datogli di do- 
mandare ai Prefetti la traduzione della parabola del Figlio 
prodigo; e che modernissimamente il Principe Luigi Luciano 
Bonaparte, propostosi di porre a confronto i principali dialetti 
di Europa, si è prevalso della traduzione di alcuni libri della 
Bibbia: salvo però il debito rispetto ad autorità così solenni, 
confesserò francamente di non aver potuto imitarne l' esem- 
pio, non sembrandomi atte quelle traduzioni a far conoscere 



8 
le qualità distintive, ossia lo spirito, dei ^diversi popolari 
linguaggi. 

Meditando sul mezzo più acconcio a comprendere il 
diverso modo di esprimersi dei connazionali, mi era sem- 
brata opportuna la traduzione di un qualche brano di storia, 
da cui emanassero generosi sensi di amore di patria ; 
senonchè nel 1836, quando nella mia Corografia pubblicai 
i primi dialetti, l'Italia gemeva tuttora sotto il giogo di 
usurpatori stranieri, e pensai che quel nobilissimo sentimento, 
animatore di pochi patriotti, non poteva essere compreso e 
degnamente espresso da popoli avviliti sotto una schiavitù 
vetutistissìma. 

Un tale riflesso ne suggeriva di preferire la traduzione 
di qualche lettera, slantechè lo stile familiare sarebbe stato 
molto più conforme al modo di esprimersi degli abitanti di 
ogni classe nei diversi paesi. Ciò mi conduceva, non alla 
preferenza assoluta di questo secondo progetto, ma bensì 
al divisamente seguente che mi sembrò di ogni altro il 
migliore. 

Considerando che un giovine padrone debba supporsi 
abbastanza colto, per usare espressioni desunte da un vol- 
gare corretto, e ripensando che un suo servitore esser possa 
la persona più adattata a farci conoscere il vernacoh del 
suo paese, mi appresi al partito di scrivere un Dialogo tra 
un Padrone ed un suo Servitore. Subietto del Dialogo sono 
Te moltiplici commissioni date dal padrone al servo; il quale 
dopo essersi recato dalla casa di campagna in città per 
eseguirle, al suo ritorno rende conto di ciò che ha fatto a 
discarico degli ordini ricevuti: ed in quelle commissioni 
studiai il modo di comprendere le varie occupazioni e le 
diverse provviste, che sogliono farsi nelF andamento della 
domestica amministrazione: ma ciò meglio potrà compren- 
dersi, esaminando l'adottato dialogo. 



II. 

REPARTIZIONE DEGLI ITALIANI DIALETTI 
MODELLATA SULLA DIVISIONE TOPOGRAFICA DELLE^ PROVINCIE. 

Piacque a taluno istituir confronto tra le origini della 
lingua italiana e della greca, ma qui sorge di nuovo la voce 
autorevole dell'eruditissimo Niccolini, per dimostrare, che 
se la lingua ellenica primitiva non produsse che i due 
dialetti attico e dorico, dal primo dei quali derivò più tardi 
Y ionico, e dal secondo Y eolio , restando bensì la lingua 
comune dei greci madre di tutte, altrettanto non avvenne 
in Italia. Vero è che signoreggiò in essa la lingua dei ro- 
mani, ma il latino parlato dai popoli delle diverse provincie 
non fu mai lo stesso, e ciò in forza delle grandi varietà delle 
primitive usate favelle. E quando poi la sciagurata penisola 
venne inondata da barbare orde, differenti tra loro di ori- 
gine e di linguaggio; cotanta promiscuanza di imperi e di 
fortune, di vincitori e di vinti, rese quasi prodigiosa quella 
certa rassomiglianza che restò nella lingua italica. 

Dopo sì chiara dimostrazione, qual meraviglia se in 
ogni angolo d' Italia il popolo fa uso di vernacoli notabil- 
mente diversi? Ne reca più presto imbarazzo e non lieve, il 
dividere quei dialetti in gruppi o classi alle quali non manchi 
una certa conformità, e questa non potrà rinvenirsi che 
in un'esatta repartizione topografica per contrade: solo ne 
spiace il rischio che corro, di trovarmi implicato nelle an- 
tiche astruse dispute sulla primitiva origine dei popoli ita- 
liani, ma studierò il modo di schivare gli scabrosi ostacoli 
disseminati dall'incertezza in quest'arduo sentiero filologico, 
attenendomi alle circoscrizioni naturali anziché alle politiche. 



10 

I. Italia superiore o settentrionale. — Tra le due mon- 
tuose catene delle Alpi e dell'Appennino stendesi una va- 
stissima valle, che il Po irriga e traversa da ponente a 
levante. La benignità del clima e la feracità del suolo at- 
tirarono in ogni tempo barbare orde di predoni stranieri 
ad invadere e signoreggiare sì bel paese ; tanto più che sulle 
cime alpine si contano non meno di venti varchi, più o meno 
praticabili, quindi non inaccessibili alle torme di rozze gentil 
animate da feroce spirito di invasione e di usurpazione. 

È questa la parte d' Italia, che in forza dei suoi na- 
turali confini viene distinta giustamente col nome di Alta 
Italia o Setttntrionale ; nella quale, per la ragione delle tante 
razze di invasori che Y oppressero, mi fu dato di raccogliere 
notabile numero di dialetti, provenienti appunto da quelle 
popolazioni di origine diversa. 

II. Italia Media o Centrale. — Per bene determinare 
i confini di questa secónda sezione territoriale, è necessa- 
rio premettere alcune importanti topografiche avvertenze. 
La catena montuosa che può dirsi veramente italica, è quella 
àeW Appennino; ma il suo distacco dalle Alpi è articolo di 
storia fisica molto controverso. Rispettando le opinioni dei 
geologi e degli storici che mi precederono, a me sembrò giu- 
sta 1 opinione, di riconoscere sul Monte Lineo e sulle alture 
di Roccabarbena l'origine dell'Appennino. Conseguentemente 
la sua prima sezione distendesi dal Monte Lineo fino alle 
cime del Monte Getterò in Lunigiana, ed è questo appunto 
l'Appennino ligurCy che per le addotte ragioni ritenni come 
compreso nel!' Alta Italia. 

Ma dal Monte Getterò, o dalle sorgenti della Vara tri- 
butario il più occidentale della Magra, con una spina più o 
meno tortuosa, si estende da maestro a levante fino all' Alpe 
della Luna nell' alta valle del Tevere l' Appennino detto to- 
scano; la di cui giogaja serve di confine naturale tra quella 



contrada e l'Emilia. Ciò premesso si porti il confine lungo 
le rive della Mareccbia fino air Adriatico, e neKlato oppo- 
sto presso quelle del Tirreno ; indi si segua la linea politica 
di separazione Ira gli antichi Stati pontificii e i napoletani; 
così verrà a stabilirsi V estensione dell' Italia Media o Centrale. 
In questa era compresa TEtruria, il Lazio, l'antica Roma, 
avvertenze non inutili per rapporto ai dialetti che ivi raccolsi. 

III. Bassa Italia o Meridionale. — Dall'Alpe della Luna 
distendesi una sezione di Appennino fino al Gran Sasso di 
Italia negli Abruzzi, dopo aver diviso una parte dell' Umbria 
dair antica Etruria ; traversa poi il già Stato papale fino 
air eccelsa cima del Velino, ed in quel tratto apre il pas- 
saggio alle malagevoli vie del Furio e di Colfiorito, poi della 
Forca e di Antrodoco. 

Ma il Moate Corno, la di cui sommità chiamasi appunto 
il Gran Sasso d* Italia superiore a tutte le alture dell' Ap- 
pennino, è princìpio all' ultima sezione della gran catena, la 
quale divide gli antichi dominii siciliani di qua dal Faro in 
due parti, orientale cioè ed occidentale ; quindi tutto il ter- 
ritorio adiacente alle sue pendici, che resta chiuso tra le 
rive dell' Adriatico in un lato e quelle del Tirreno e del- 
l' Ionio nell'altro, forma quella sezione fisica della Penisola, 
che viene distinta col nome di Bassa Italia o Meridionale ; 
nella quale non ne fu dato che di raccogliere pochi Dialetti. 

IV. Isole appartenenti all' Italia. — Quel cataclisma, 
o a dir meglio, quei rinnuovati sollevamenti di suolo che spin- 
gevano da un lato la gran catena alpina a tenere separata 
l'Italia dalla Francia e dalla Germania, e la giogaja dell' Ap- 
pennino a divider la penisola quasi in mezzo, produssero a un 
tempo profondi avvallamenti, poscia ripieni dalle acque del 
Tirreno e dell'Adriatico, dando origine in tal guisa ad un con- 
siderevole numero di Isole, per la loro posizione all'Italia con- 
giunte, e che restarono poi anco politicamente ad essa ag- 



12 

gregale. Dividendole in grandi e piccole si trovano tra le 
prime la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, e tra le minori quelle 
che formano Y Arcipelago del mare toscane, i gruppi delle 
altre più o meno vicine alle grandi, e quello pure di Malta 
e delle Tremiti nell'Adriatico. 



III. 

ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

Ottimo e laudevole divisamente dei moderni economisti 
fu quello, di arricchire le scienze morali di un nuovo impor- 
tantissimo ramo, costituito dall'erudite ricerche sulle origini 
delle nazioni, per cui si rese sempre più vivo il sentimento di 
attrazione verso le genti di una stessa agnazione. Sono abba- 
stanza noti gli sforzi politici di alcuni popoli, i quali manife- 
starono ai nostri giorni le tendenze delle nazioni di una stessa 
stirpe a riunirsi, minacciando di frangere i legami coi quali 
vennero avvinti dalla prepotenza di violenti usurpatori. Nacque 
da ciò modernamente, sì nei geografi come negli storici, il 
provvido pensiero di un' accurata descrizione e classifica- 
zione delle nazioni, e dar si volle a sifiatte ricerche il di- 
stintivo di Etnografia ;àoitrìndi eruditamente svolta dal dot- 
tore tedesco G. L. Krieg. 

Ma questo nuovo genere di investigazioni, più special- 
mente rivolte sul carattere fisico, morale e intellettuale delle 
nazioni, colla guida dell'archeologia, della storia, dell'an- 
tropologia e dello studR) delle lingue, si volle distinguere 
con altro greco vocabolo Etnologia, destinata a ricercare le 
remote origini, le migrazioni, le unioni ed i caratteri spe- 
ciali dei popoli. 

Da ciò deducasi di quanta importanza esser debbano 
le illustrazioni che precedono e corredano gli italici dia- 



43 
letti. Certo è che nel decennio impiegato, dal 1835 al 1845, 
nella compilazione della Corografia, alle gravi fatiche so- 
stenute in queir ardua intrapresa servirono di grato conforto 
le investigazioni etnologiche, che di provincia in provincia 
andai raccogliendo, avendo esse prodotto ovunque tali risul- 
tati, da farmi insuperbire di aver sortiti i natali in Italia. E 
poiché nel far conoscere i diversi dialetti recheranno spesso 
ingrata sorpresa le gravi alterazioni prodotte dai vernacoli 
nel gentile idioma y nutro la lusinga che verranno addolcite 
quelle disgustose impressioni dai miei preludii appunto sul 
carattere delle popolazioni diverse. 



I. 
DIALETTI DELL'ALTA ITALIA 

PRECEDUTI 

DA ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 



Abitanti del Piemonte. — Subilochè nella Cor/ografia 
dell' Italia ne incominciai la descrizione dall'alta Valle del 
Po, volli calcare Je stesse orme, nel raccogliere i principali 
dialetti delle piemontesi provincie e le correlative illustra- 
zioni etnologiche. 

Tra i più antichi invasori di quella vasta estensione di 
ricco suolo circompadano, che resta chiusa tra le Alpi, 
r Appennino e il Ticino, le tradizioni storiche additano i 
Liguri, approdati da tempi remotissimi alle coste poi dette 
ligustiche. Quelle tribù discese sul Po, per lungo tempo 
rozze ed incolte , subirono modificazioni notabilissime , in 
forza di moltiplici comunanze contratte prima con i Celti 
precursori dei Galli, indi colle romane colonie, e più tardi 
colle babare razze dei Goti e dei Longobardi. 

Ma le uniformi qualità del clima e del suolo influirono 
a poco a poco sul fisico temperamentq di quella numerosa 
popolazione, e più tardi la dipendenza comune da un solo e 
medesimo regime governativo contribuì ad amalgamarne le 



16 

qualità morali; sicché venne a formarsi un tal carattere 
nazionale, che con molta esattezza può distinguersi col nome 
àìpiemmtese. Sopra di esso ebbero dunque molta influenza 
gli effetti fisici delle condizioni atmosferiche e della uniforme 
giacitura del suolo; se nonché debbesi aggiungere che Y esser 
questo quasi da per tutto molto ferace, risparmiò agli abitanti 
di qiielle ubertose campagne le dure fatiche dei Liguri marit- 
timi, e perciò vennero giudicati, sebbene a torto, meno di 
questi industriosi. 

Se si eccettuino intanto le località poste presso la linea 
dei confini, ove gli abitanti sempre partecipano più o meno 
agli usi ed ai costumi dei limitrofi, si troverà in tutte le 
Provincie centrali del Piemonte una popolazione vegeta e 
robusta ; di svelte forme muscolari ; di forte espressione nei 
lineamenti della faccia ; di colorito tendente al bruno; di ener- 
gica attitudine nei più laboriosi esercizii, ma principalmente 
in quello delle armi in cui si mostrò sempre assai prode. 
Sono queste le principali qualità fisiche dei Piemontesi : ma 
del loro carattere morale dovrei per giustizia far tale enco- 
mio, da rendermi forse sospetto di parzialità nazionale pres- 
so gli stranieri, se non potessi ripetere ciò che già ne scris- 
sero tra i loro stessi storiografi i meno favorevoli ai decoro 
del nome italiano ! 

Lady Morgan, che lagnavasi di aver passato con tanto 
disagio il Moncenisio, nel porre il piede sulle prime soglie 
d' Italia ricevè così grate impressioni, da formarsi il più 
fausto augurio per tutto il resto del viaggio. Essa trovò in- 
.fatti i Torinesi spiritosi ed attivi^ cardiali ed amabili nell ospi- 
talità, forniti di anim^ benevolo, ed ornati di solidissime co- 
gnizioni; in generale poi tutto il popolo piemontese le comparve 
dotato di egregie qualità e di un meiito eminente. A così no- 
bile e non sospetto elogio nulla restami da aggiungere, se 
non la semplice avvertenza, che chi volle motteggiare sui 



17 
pregiudizi i popolari, forse esistenti tra i Piemontesi sul finire 
del passato secolo, confuse erroneamente gli effetti di una 
inceppata legislazione e del privilegio aristocratico, colla 
pretesa e non vera tendenza di tutta la nazione al torpore 
ed all'incuranza dei sociali miglioramenti; mentre è certo, 
che se la classe dei dotti piemontesi non è tanto numerosa 
come in altre italiane contrade, salì però in gran rinomanza, 
e non tanto per l' ardore con cui vengono da essa coltivati 
i buoni studi, come per le classiche opere scientifiche e 
letterarie, prodotte dai valentissimi ingegni, dei quali può 
giustamente gloriarsi. 



DIALETTI PIEMONTESI. 

La lingua volgare usata in Piemonte accostasi spesso 
ai modi dell'idioma francese, ma la sua sintassi è italiana. 
Essa non manca di una certa grazia e sveltezza, e sebbene 
gli storici e i poeti non ne abbiano fatto grand' uso, pure è 
adoperata sulle scene da un attore di classe plebea, detto 
il Gianduja, che sotto la maschera di uomo stordito nascon- 
dendo fina accortezza per ottenere il suo intento, eccita nel 
popolo moltissima ilarità. 

Gli abitanti del Piemonte parlano abitualmente il loro 
dialetto, e quantunque abbiano molta facilità nello esprimersi 
in lingua italiana, pure è manifesta una certa loro prefe- 
renza per la francese : alla quale poco lodevole propensione 
fu sollecito di opporsi l'egregio Cav. Galeani-Napione col 
suo aureo Trattato dell* uso e dei pregi della lingua italiana, 
dimostrando con energica eloquenza ai suoi compatriotti, 
quanto sarà sempre glorioso per essi il difendere coli' opere 
dell'ingegno l'italiana letteratura, come le loro armi furono 
in ogni tempo l'antemurale dell'italica libertà. E per con- 



18 
forto di cosi provvido consiglio rammentò loro Vimraortal Duca 
Emanuele Filiberto, il quale sebbene educato da oltramon- 
tani istitutori ed unito in matrimonio con principessa fran- 
cese, pure decretò che ogni atto pubblico dettato fosse in 
lingua italiana, e volle tutta italiana V educazione e l' istru- 
zione di suo figlio: sicché dal suo esempio eccitati i suc- 
cessori, ed alcuni, dei più assennati tra i loro ministri, 
promossero il coltivamento del gentile idioma, conoscendo 
quanto avrebbe influito un tale studio a rendere più italiana 
la popolazione piemontese. 

Ma la galanteria cortigianesca, ed il traslocamento allora 
frequente dei RR. impiegati dal reggimento di provincie 
cisalpine alla residenza in distretti della Savoia, avevano 
mantenuta sempre viva la predilezione al linguaggio francese, 
onde il Napione invitò saggiamente i Piemontesi a Vendersi 
familiare l'italica lingua, e la sua voce venne finalmente 
ascoltata. Cessato infatti il dominio napoleonico, ogni legge 
ed ogni atto pubblico e privato, tutte le sentenze forensi e 
qualunque giuridico procedimento venne dettato in lingua 
italiana. Di questa incominciarono poi quasi esclusivamente 
a fare uso i dottissimi Socii della R. Accademia delle 
Scienze di Torino, che dal 1760 al 1814 avevano spesso 
data la preferenza nei loro atti all'idioma francese. Varii 
libri elementari vennero pubblicati per iniziare la gioventù 
nello studio dell'italiano, e per mantenerne animato il col- 
tivamento vi fu perfino chi si die cura di registrare utili 
precetti di pura favella in un Giornale letterario, che 
periodicamente in quest'ultimi decorsi "anni veniva pub- 
blicato. 

Era difatti autore il S.' Ponza di un foglio periodico 
col titolo di Annotatore Piemontese, che conteneva principal- 
mente utilissime e dotte osservazioni sull'uso della lingua 
italiana. Il cel. Grassi acquistò doppio titolo alla gratitudine e 



19 
alla lode dei colti italiani col suo Saggio dei Sinonimi e col 
Dizionario Militare; opere sommamente utili pel bene che 
hanno fatto e per quello altresì che hanno agevolato e pro- 
mòsso. E il eh. Cav. Giacinto Carena, onorevole amico di 
sempre cara memoria, pubblicò lavori filologici molto applau- 
diti, additando con sana critica molte voci mancanti nei vo- 
cabolarii italiani, ed altre meritevoli di emenda. 

Ma i moderni avvenimenti, che produssero il risorgi- 
mento della nazionale indipendenza, saranno molto più elo- 
quenti di qualunque opera letteraria, nel far comprendere 
ai Piemontesi T imperioso bisogno di rendere familiare alla 
loro gioventù l'uso del puro e sonante idioma; deducendo in 
parte questa verità anco dall' esame del seguente Dialogo, 
col porre cioè a confronto il volgare corretto con quello da 
essi usato. 



20 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SUO SERVITORE. 



Padrone. Ebbene, Batista, 
hai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città; ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta- 
to a fare il poltrone in un'oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; epoi jeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
TORINESE. 

Padroun. Siche , Batista , 
astu fait tute le coumissioun 
eh' it eu date? 

DouMÉSTi. / peus assicu- 
réie eh' i eu proucurà d'féie 7 
mèi eh' i eu poudit. Sta matin 
a sès ore e un quart % era già 
pr' strà, a set e mesa % era a 
metà strà, a eut e tre quart 
lintrava ani Turiti : ma a Va 
piouvù tant ! 

Pad. Ch, sécond 7 solit, it 
sés stait ant n oustaria à fé 7 
plandroun pr' aspetè eh' a cés- 
séisa, E prché astu nèn pia 7 
parapieuva ? 

Dou. Pr nèn cariarne d'coul 
ambi^eui : e peui jér séira, 
quand' i soun andàit a durmi 
a piuvia pi nen, osa piuvia, 
a piuvia bin poch : sta matin 
quand im son Ivàme, a V èra 
tutt serén, e a Ì e mach al he 
d 7 soul, cK a ré vnù nivou, 
e peui un pò pi tard a s' é 
Ivasse un ventàss, ma al post 
dmandé via le nivoule a V à 



21 



ha durato mezz'ora, e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero ? 

Serv. Anzi spero che Ella, 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. . 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto con 
questi miei occhi raccomodato 
il suo soprabito con bavero e 
fodere nuove; i pantaloni colle 
stafie erano finiti, e la sotto- 
veste stava tagliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli ^mancava 
che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 



pourtane na tempèsta eh' ala 
dura mes' oura, e peni dóp a 
Va ancoura piouvù a sie. 

Pad. LouH a ré peuipr vni 
a di dì it as fait quasi nen 
d loch it avia dite^ né? 

Dou. Anssi i sperou eh' a 
sarà countènt, quand'a savrà 7 
gir ch'il eu fait anf doui aure. 

Pad. Sentiouma stè toue 
vagliantise, 

Dou. Mentre eh' a piuvia 
ira soun fermarne ant la .6ow- 
tega di' sartour e i eu visi eh 
so surlou d Ve già arangiày 
e eh' a V à'i eoulét, e le feudre 
neuve : so vesti neuv, e i pan- 
taloun eon ii tirant a soun già 
fini, e 7 eourpét a V era an 
camin a tajélou. 

Pad. Tant mèi. Ma da già 
ch'il ère vsin al eaplé, e al 
calie, % astu gnanca faie un 
pass? 

Dou. Sì sgnour : 7 caplé 
a nettava so capei frust, e'I 
neuv a V avia mac^pi da our- 
lélou. 'L calie peni a Va già 
fini i so stivai, le scarpe da 
cassa, e i so scarpin da bai 



Padr. Ma in casa dì mio 
padre quando sei andato, che 
questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
ché jeri r altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa ? 

Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
ili campagna col suo signor Pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso la Certosa. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed a 
lui ho consegnato tutte le let- 
tere, perchè le portasse a chi 
doveva averle. 



Pad. e a cà d papà cK a 
V era V essensial, quand sestu 
andàie? 

Dou. Subii eh' a Va finì 
d' pieuve : ma % eu nen trouvà 
né so papàf né sona mamanj 
né so barbay prchè V autr jèr 
a soun andait an canpagna, e 
a l àn dumà là. 

Pad. Pr autr a % sarà bin 
siate me fratél, o sou^i foumna? 

Dou. No sgnour, prché a 
l an fati na spassgiada fina 
vers Mouncalé, e a soun mnas- 
se 7 pcit, è la pciia. 

Pad. Ma i doumésii % érne 
iuiti fora d' cà? 

Dou. 'L cùsmé a V era an- 
dàii an canpagna coun so pa- 
pà : la creada e doui doumésii 
a % erou coun soua cugnà, e 7 
caroussé, eh' ala avù ourdin 
d' iaché souta pr mné a spass i 
cavai, a Véra andàit con la caro- 
sa vers la Cerlousa d'Cmlégn. 

Pad . Dunque a f ' èra nssun ? 

Dou. f éu mach trouvà 7 
palafrnéy e i' eu daie a chiel 
tute le litre pr ch'ai pour- 
téissa a sou^a adrésa. 



23 



Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 

Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
maggio e, del burro. Per ac- 
crescere il lesso di vitella, ho 
preso un pezzo di castrato. Il 
fritto lo farò di cervello, di 
fegato e di carciofi. Per uroido 
ho comprato del majale, ed 
un' anatra da farsi col cavolo. 
E siccome non ho trovato né 
tordi, né starne, né. beccacce, 
rimedierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr. E del pesce non ne 
hai comprato? 

^ Serv. Anzi ne ho preso iii 
quantità, perché costava po- 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole e triglie. 

Padr. Cosi va benissimo: 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, garo- 
fani, cannella e cioccolata, così 
ho parlato anche a lui. 



Pad. a la buon oura. 
E k prouvisioun pr dou- 
man? 

Dou. L'eu [àie, Pr la 
mnéstra i' eu pia d! paste, e 
póstou ch'itera, leupià d'four- 
mag e d' butir. Pr eh' 7 bui 
d' vitél a fousoùna n pò d' pi, 
% eu pia un toch d* moutoun. 
La fritura i la fareu d' 57'- 
véle, d' fide, e d' articióch. Pr 7 
stoufà i* eu coumprà d' ani- 
mai, e un ania^ eh' i la guar- 
nireu d' coi. E peui scoum 
i' eu nèn trouvà né d* grive, 
né d'prnis, né d' beasse, i ri- 
mediireu coun un pitou, eh* i 
fareu cheuse ant 7 fourn. 

Pad. e V asiu nen coum- 
pì^a d'péss? 

Dou. Anssi i n eu piane 
moutoubin prchè eh' a V erau 
a strassapatt. J' eu pia, d'péss 
sóla, e d' triglie. 

Pad. Va benissim. E 7 
pruché l'astu nen poudulou 
vede ? 

Dou. Ans^ scoum a là la 
boutéga vsin a coul foundiché, 
andava i % éu pia 7 sùcher, 7 
peiver, % garofou, e la dcou- 
lata, t eu dcó parlaie. 



u 



Padb. e che nuove ti ha 
date ? 

Serv. Mi ha detto che 
r Opera in musica ha fatto 
furore , ma che il ballo è 
stato fischiato; che quel gio" 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha eletto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

PiDR. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Ser-v. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbianao fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli mi- 
gliori; tra i piatti scegli quelli 



Pad. e cosa /' alou dite 
d' neuv ? 

Deu, a m'à dime eh' l'ope- 
ra a r a fait furour, ma eh' 7 
bài a V àn fischialou ; cK coul 
giouvnèt so amis a l' a perdù 
gross r autra séird al gieugh, 
e cK adéss a spiava nén autr 
oh' la diligenssa a partiéisa 
piando a Genoua. A m-à peni 
dea dime, ch'Iota Lusiin àVà 
manda a fé scrive so spons, e 
eh' a l à giura eh' a vouria pi 
nén spousélou. 

Pad. Vuai ! gelousie.... a 
r é própi dìtola slassi... ma 
pensouma n poch a noni. 

Dou. S' ass countenta i 
vad a mangé un boucoun 
d' pan e béive na coupà d[ vin, 
e peui i soun sùbit a pie i 
so óurdin. 

Padr. Ma i % eu prèssa, e 
i % eu da sùrtì : sconta bin 
prima beh i veui, é peui it 
mangeras, e it arpousràs fin- 
ch'il veule. 

Dou. Ch'ani coumandapura. 
Pad. Pr 7 disné eh' i % ou- 
ma da de', prounta tùtt aìU' la 
saletta mei. Pia 7 mantil mèi, 
e le mèi serviete : bùia le 
siete d pourslana , e proiicu- 



25 



di porcellana, e procura che 
non manchino né scodelle, né 
vassoj. Accomoda la credenza 
con frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Srrv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d' argento, le forchette e i 
coltelli col mànico d' avorio, 
e ricordati ohe le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Pàdr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia Nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vecchia! Metti in ordine la ca- 
mera buona, fa'riempire il sac- 
cone e jMbattere le materasse. 
Accomoaa il letto con lenzuola 
e federe lepiùfìni,ecuoprilocol 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e siillia catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa'tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà 

Srrv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



ra eh' ai manca nén, né le 
scudéle né % cabaret. Prounta 
la fruta, e guarda cK ai sia 
d' uva, d* myus, d' màndoule, 
d' counfiiure e d' boute. 

Dou. E che pousàde % en- 
ne da buie. 

Padr Pia i cuciàr d' ar- 
: gent, e le fourceline e i coutéi 
coun 7 mani d'avoriou, e 
arcórdte d' buté le carafine, i 
bicér, e i sanin d'cristàl moulà. 
Bùta peui le cadréghe le mèi 
ch'ai sia. 

Dou. A sarà servi an ré- 
goula. 

Padr Arcórdte cKsta séira 
a % ariva mia maman granda : 
ii sàs coula véia coum' a ré 
nouiousd. Aràngia la stanssa 
de parada, fa empi la paiassa, 
e arfè i maiaràss. Arcórdte 
d' fé 7 létt, butéje i linseui e 
le foudrétte pi fine, e curvilo 
coun la sinsaléra. Émp d'aqua 
righierd, e bùia ant 7 catin im 
suaman e na touaia. Arangia 
bin tutt,eitsaràs countent d'mi. 

Dou. Ama dimne die 
còse : ma eli as dubita d' nèn, 
i fareu tiitt. 



86 

/ 

AVVERTENZE SPECIALI 

SUL DIALETTO PIEMONTESE. 

Il signor Valéry suppose di poter pronunziar giudizio sul 
Dialetto piemontese, ed ecco le espressioni delle quali volle 
servirsi : 

« Le dialect piémontais, si rauque, si criard, si gros- 
» sier, qui séparé et isole ceux qui le parlent des autres 
» Italiens, est une sorte de raonunaent hiatorique, puis- 
» quii a conserve des raots des plus anciennes langues, tel- 
» les que Je celte, letrusque, le gaulois, le provengal, 
» Tespagnol, l'allenaand, et de tous ces barbares guerriers 
» qui ont successivement passe les Alpes. Il ne manque 
» pas, dit-on, d'originalité, de naturel, de vivacité, si l'on 
» en juge par les poesias du P. Isler et du Doct. Calvo. » 
[Voyage en Italie, Tom. V, pag. 107). Se le poesie del 
P. Isler e del D. Calvo provano che il dialetto piemon- 
tese non manca di naturalezza e di vivacità, indicherò colla 
seguente nota di voci popolari la sua più probabile prinai- 
tiva provenienza, lasciando al signor Valéry la cura di far 
conoscere V etimologie gallo-celtiche, e V etruschéJI 



VOCI POBOLABI PIEMOMTESl DI PROVENIENZA LATINA. 



Abbà 

Boulè 

Cìser 

Douja 

Erca 

Magister 

Oula 



Capo del balio 


D di altro. 


Requie 


Fungo. 




Seme 


Cece. 




Stabt 


Boccale. 




Sterni 


Madia. 






Maestro. 




Tossi 


Pentola. 







Riposare. 

Separare alcune cose. 
Stalla. 

Acciottolare e ammat- 
tonare. 
Veleno. 



27 



DI PROVENIENZA FRANCESE. 



Ahimè 

Adressa 

A fasson de 

Agreman 

Amusè 

Anfonsè 

Anvia 

Anvirone 

Ar angle 

Articioch 

Badinage 

Bendagc 

Bergè 

Bionda 

Bouchèt 

Boulversè 

Bordura 

Borgnon 

Bornese 

Bourù 

Brancard 

Brave 

Broda 

Brode 

Brossa 

Bufét 

Cabaret 

Ciadeuvra 

Cofou . 

Coulissa 

Conserge 

Colise 

Crachè 

Cracia 

Crajon 

Crasè 

Creus 

Crossa 

Custn 

Deghisè 



Mandarp in precipizio. 

Soprascritta. 

À guisa di. 

Grazia. 

Divertire. 

Aifrondare. 

Voglia. 

Circondare. 

Acconciare. 

Carciofo. 

Scherzo. 

Fasciatura. 

Pecorajo. 

Merletto di seta. 

Mazzetto di fiori. 

Metter sossopra. 

Orlatura. 

Cieco. 

Limitarsi. 

Burbero. 

Barella grossa con 



Affrontare. 

Schidione. 

Ricamare. 

Spazzola. 

Credenza. 

Vassojo e Bettola. 

Capo d'opera. 

Cassone. 

Scanalatura. 

Custode di Castello, 

di Carceri ec. 
Tassare. 
Spacciar favole. 
Feccia, Lordura. 
Matita. 
Sfacelare. 
Profondo. 
Gruccia. 
Zanzara. 
Travestire. 



Delabre Rovinare. 
Desgagesse Affrettarsi. 



Dsabilxè 

Dupè 

Esausa 

Famma 

Famina 

Fanean 

Fatras 

Flambò 

Fiate 

Fonate 

Forgia 

Fronsè 

Gage 

Garotè 

Glissò 

Grave 

Lapin 

Lingot 

Lorgnè 

Menage 



Abito da camera. 
Ingannare. 
Facilità. 
Camerista. 
Carestia. 
Infingardo. 

Mucchiodi cosediverse. 
Candelotto di' céra. 



Lusingare. 

Sferzare. 

Fucina. 

Increspare. 

Salario, pegno. 

Arrestare. 

Insinuare destramente. 

Intagliare. 

Coniglio. 

Verga di metallo fine. 

Sbirciare. 

Famiglia e cura della 
casa. 

Arrestare. 
Mouchesse Burlarsi. 
Nuansa Mezza tinta. 

Locanda. 

Carta. 

Perno. 

Stojato, soffitta. 

Ordinare. 

Guasto. 

Rammarico. 

Tenda. 



Moulè 



Oberge 

Pape 

Piva 

Plafon 

Bangè 

Ravàge 

Hegret 

Rido 



Sagradonè Bestemmiare. 

Sagrin Afflizione. 

Sansosi Spensierato. 

Scamotè Carpire destramente. 

Sesi Sequestrare. 

Sol Sciocco. 

Tapage Fracasso. 

Tota Latta. 



9» 



DERIVATE DA ALTRE LINGUE VIVE 

MA n'iKCERTA PROVENIENZA. 



Aghi 

Arbi 

Arprim 

Baricce 

Baudevria 

Bedra 

Boughè 

Bren 

Brich 

Cabassa 

Cavioùn 

Ciorgu 

Cotta 

Crin 

Crota 

Couirou 

Faitaria 

Faudal 

Fea 

Fioca 

Flina 

Front 

Garbili 

Gariè 

Langassa 

Loira 



Scojattolo 
Specie di Tinozza, 
Tritello. 
Guercio. 
Gozzoviglia. 
Grossa pancia. 
Biroccio. 
Crusca. 

Piccolo poggio. 
Gerla. 
Bandolo. 
Sordo. 

Sottanino dei fanciulli. 
. Porco. 
Cantina. 
Panziera. 
Concia. 
Grembiale. 
Pecora. 

Neve e panna montata. 
Stizza. 
Chiavistello. 
Trogoletto. 
Stuzzicare. 
Cappio. 

Svogliatezza per trop- 
po calore estivo. 



Lourd 


Stordito. 


Madona 


Suocera. 


Magna 


Zia. 


Maraman 


Quand' ecco. 


Mar gilè 


Pastore proprietario 




di vacche. 


Masnà 


Fanciullo 


Nech 


Malinconico. 


Pantalèra 


. Tenda e Tettoja. 


Pcè 


Nònno. 


Pceron 


Bisnonno. 


Sana 


Bicchiere col piede. 


Sbamè 


Spaventare,sbaragliare. 


Spina 


Favilla. 


Sciurgui 


Assordare. 


Scourata 


Calesse scoperto. 


Scoussal 


Parafango. 


Seber 


Bigoncio. 


Sgairè 


Scialacquare, sciupare 




una cosa. 


Sbrgiairè. 


Incalzare, far fuggire. 


Smouni 


Esibire. 


Sia 


Secchia. 


Tabalouc 


Minchione. 


Txletto 


Notificazione pubblica. 


Tup%n 


Pentola. 



29 

DIALETTI D'AOSTA, DI CASALE-MONFERRATO 
E DI NOVARA. 

li Dialetto piemontese va soggetto a molte varietà, spe- 
cialmente in tutti quei distretti che stanno a confine della Fran- 
cia, della Savoia e della Svizzera. Che se dei diversi vernacoli 
dovei considerare come primario quello di Torino, volli però 
porre a confronto la traduzione del Dialogo torinese con (Quella 
in Casalasco, perchè il Monferrato non fu che tardi ceduto alle 
R. Casa di Savoja; e con un'altra in Novarese, perchè serva 
come di passaggio dal dialetto piemontese al lombardo. 

Giovi anzi il rammentare, che il Novarese, occupato nei 
primitivi tempi dai Levi o Lebui-Liguri, fece parte della 
Signoria di Milano fino al trattato di Vienna del 1735, quando 
cioè fu ceduto colla Lomellina al Re di Sardegna; e ciò 
indusse il primo Napoleone a formarne ,un Dipartimento del 
suo arbitrario Regno Italico, dichiarandone capoluogo Novara. 
Il Monferrato poi, staccato al tutto dal Piemonte finché formò 
stato indipendente, ebbe Aleramo per primo Marchese nel 
secolo X; indi dominarono i suoi successori fino a Giovanni I 
morto nel 1 305 senza figli : poi passò questo Marchesato nei 
principi della casa imperiale dei Paleologhi da Teodoro fino a 
Bonifazio V morto senza prole nel 1530 : finalmente Maria sua 
sorella ne rese eredi i Gonzaga Duchi di Mantova, che regna- 
rono anche nel Monferrato fino al 1708, anno in cui lo sventu- 
rato Ferdinando-Carlo fu dispogliato per fellonia dei suoi stati. 

Sono queste le riflessioni storiche che mi indussero a 
pubblicare un saggio dei due Dialetti Casalasco e Novarese ; 
ma non era da dimenticarsi la popolazione alpina della Pro- 
vincia e Ducato di Aosta, Nell'alta valle della Dora Baltea, 
coronata dalle più elevate cime della gran catena alpina, 
furono i primi a fermare il domicilio i Salassi, provenienti 
dall' Elvezia e dalle Gallie. Quel rozzi ma intrepidi monta- 



30 
nari dopo aver sostenute bravamente frequenti zuffe coi li- 
mitrofi Levi-Liguri, avevano ardito di far fronte anco agli 
invasori romani, ma per diritto di maggior forza Terenzio 
Varrone vendè al pubblico incanto 36,000 di quegli alpigiani 
da essi chiamati rivoltosi, ed ivi dedusse una romana colo- 
nia da cui discesero le antiche famiglie della nuova popolazio- 
ne. Decadde poi il romano Impero, e la provincia passò sotto 
il dominio dei potentissimi signori della Borgogna, ciò de- 
ducendosi dal ricordo storico, che i Longobardi, attentatisi ad 
invadere la valle dopo la metà del VI secolo, furono forzati 
dal Re di Borgogna a riconoscerlo come assoluto signore; e 
solamente due secoli dopo venne restituito da Carlo Magno 
il Val d'Aosta ai suoi naturali confini. Nei bassi tempi si 
trovano infeudati del territorio i suoi Vescovi, poi i Conti di 
Savoia: ai successori dei quali ne venne assicurato il dominio 
da Emanuele-Filiberto; e nel 1770 Re Carlo-Emanuele III 
estinse ogni germe di indipendenza fomentata da quella po- 
polozione, sottoponendo anche quel paese alpino al catasto. 
Restarono intanto promiscuati nel territorio Aostano Salassi, 
Galli, Romani, Borgognoni e varie tribù germaniche; per cui 
nella mia perlustrazione di quella valle alpina restai spesso 
colpito dalla tanta varietà dei volgari vernacoli : bastino a 
provarlo gli esempi seguenti. 

In un rialto assai elevato, che domina la sinistra riva 
della Dora, sorge 5. Nicolas capoluogo di Comune, i di cui 
abitanti usano un linguaggio di purgata origine francese, 
perchè la gioventù recasi annualmente in quelle oltramon- 
tane contrade, per esercitarvi diversi mestieri. Non può dirsi 
altrettanto del vernacolo adoperato da quei di Morgex, es- 
sendo un misto di latino, di francese e di alemanno, introdottovi 
dai Borgognoni dopo il V secolo: e di questo stesso gergo fanno 
uso gli abitanti dei Comuni di Avise, di Arvier e di Valgri- 
sanche, mentre a Prè-S. Didier, alla Thuille ed a La-Salle 



31 
moltissimi vocaboli ivi usati hanno l'etimologia nel vecchio 
gdìlese; Si Cormayeur poi si parla una lingua, che partecipa 
del francese, dell' italiano e del piemontese; originata manife- 
stamente dalla promiscuanza dei forestieri che vi dimorano 
nei mesi estivi, e provenienti dalle precitate contrade. 

Nei Comuni ancora del Mandamento di Gignod possono 
farsi speciali avvertenze; stantechè gli abitanti di Alleiti 
hanno un vernacolo misto di borgognone antico e di latino; 
quelli di Gignod, Oyace e Bionas usano il francese moderno 
più meno corrotto; in Douves si adoprano frasi di origine e di 
sintassi germanica: in tutti gli altri Comuni vien parlato un lin- 
guaggio, che sembra derivato da quello degli antichi golesi. 

In alcuni Comuni del Mandamento di Qiutrt parlasi un 
francese corrotto ; altrove è più conservato Y antico gallese. 
E continuando la perlustrazione dei Mandamenti, notai che 
in quel di Chatillon parlasi facilmente il corretto francese nelle 
località poste sulla via provinciale: ma nel montuoso Comune 
di Emarese e nei paesi circonvicini il vernacolo è misto di 
latino italiano e francese, ed in Antey si conservano molte frasi 
del borgognone antico. Nel Mandamento di Verres odesi il 
consueto amalgama di latino borgognone e piemontese ; in 
Ayas /però si fa uso di un tedesco, sebbene assai alterato. 

Fermiamoci finalmente nel centro del Circondario, ove 
appunto siede Aosta suo capoluogo, e così in quella città 
come nei circonvicini paesi il popolo risponderà alle nostre 
domande o con gergo impastato di voci galliche latine e 
piemontesi, o con impuro francese. Debbo anzi notare che 
in Aosta la lingua impiegata così nella istruzione, come negli 
atti legali e nei pubblici affari, in questi ultimi tempi almeno, 
fu la francese, cui ora solamente venne sostituita l'italiana: 
e non è questo né T ultimo né il men prezioso frutto della 
ricuperata nazionale indipendenza, la propagazione cioè del 
nostro idioma nella sua purezza in ogni angolo della Penisola. 



3« 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SCO SERVITORE. 



Padrone. Ebbene, Bati- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città, ma 
poi è piovuto tanto ! 

Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un' osteria, per aspettare che 
spiovesse I E perchè non hai 
preso r ombrello? 

Serv. Per non portarquel- 
r impicciò; e poi jeri sera 
quando andai a letto non pio- 
veva più, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stamani 
quando mi sono alzato era 
lutto sereno, e solamente a 
levata di sole si è rannuvo- 
lato. Più lardi si è alzato un 
gran vento, ma invece di 
spazzare le nuvole, ha porta- 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
D'AOSTA. 



Métre. J? bin Battista as-te 
fèt tutte le commessions què ze 
tèté baillia? 

Domesteco. Mmseur, ze 
pui vo ascherà d' avei ito pon- 
teal lo me què tz èpossu. Si 
matin a dwué aourè et eun 
quar z èro za en zemin; a sat 
aourè et demié z èro à la 
mézia dou zemin ^ et a ouet 
aourè et Irei quar z entravo en 
velia ; mai iapouè tan phvu! 

Mét. T a ita com^n a 
r ordenéro a fare lo pouiron 
ou cabaret, pè attendrè qui 
UiSsè cessa de pbuvrè, Perquè 
n a te pas prei lo paraploze ? 

DoM. Pè pas porte set em- 
baras, et pouè ier net quan 
ze si ala ou liet, i no pioves- 
setpas, ou sipiovesset i pioves- 
set tan pok rsi matin quan ze 
m' e si leva i ère tot serèin, 
et maquè quan h sola eh' è 
leva lo ten che t'anebla, Pe tard 
i che leva eun gran ven, ma 
oulùma d' écové le niolè i a 
porta èuna grella què Ha derà 



33 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
DI CASALE. 



Padron. Eben, Batista, 
t'a fai tut al commission, eh' a 
t'o dat? 

Servitou. Sgnor poss os-, 
skuralo, dm i o fai lui col 
ca 'i podu: sta mattina, com 
cai sa, a ses ori e un quart j 
.eragià par strà; a seti' ori me- 
za j era già a mità camin, e 
a ott e irei quart mirava en 
sita: ma pò Va piouvu tant. 

Padr. Già al solit f avrà 
fai al poltron ani un oslana 
par aspetà calfinissa de pieuvi! 
Parche t* a nen pia Vombrela ? 

Serv. Par nen porta col 
ambreuj ; e pòjar seira quand 
a son andai ani al lei al piouvi^ 
va pu nent, o $ al piouviva, 
al piousinava: sta mattina 
quand Mm son diva, V era lui 
seren, e solam^nl quand a s è 
leva le sou V è deventa nivou: 
pu tardi s'è miss un gran 
vent, ma en leu de spassa li 
nuvoli, r a porta una tempesta 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
NOVARESE. 



Padron. Ehhen, Batistay 
ti fai tutti i commission eh' i 
f ho dai? 

Sarvitor. Crédi d' avess 
stai sgaggià pu che ho poduu. 
Sta mattina ai ses e n quurt 
sèri già in viace ; ai seti e 
mezza, sèri a mezza strà, e 
ai voti e tri quart, gnévi dent 
in città ; ma poeu è piovuu 
tant ! 

Padr. Che, sicond al solit, 
ti H sarè cascia in d' ona osta- 
rla a fa r lampioon, spicciand 
cha cessasè l'acquea! E parche 
te mia pia su V ombrella ! 

Sarv. Par no ave cml 
cruzzi ; e poeu jar sira, quand 
son andai in leti, pioviva già 
pu, sa pioviva, pioviva ap- 
pena oun stizzin ; stamattina 
quand % son leva su, V era tùli 
serén, e appena nassù 7 sol, 
è gnu luti nivol. Da li oun 
pò è gnu su oun gran ven- 
toon, ma inscàmbi da mena 
via i nivli, V ha manda tam- 

3 



ni 



to una grandine che ha durato 
mezz' ora, e poi acqua a ciel 
rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere^ di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che Ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. . 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; i pan- 
taloni colle staffe erano finiti, e 
la sottoveste stava tagliandola. 

Padr, Tanto naeglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellaio, e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellaio ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il cal- 
zolaio poi aveva terminati gli 
stivali, le scarpe grosse da 
caccia, e gli scarpini da ballo. . 

Padr. Ma in casa di mio 



eun ora, et pouè ? plovechet a 
toren. 

Mét. Pare te vout me fare 
entendrè què te n ' a fèt quase 
ren de sen què f avevo co- 
manda, n esté pas vére ? 

DoM. Ou centrerò z espéro 
què vo sarei conten, quan vo 
sarei lo ior gnè z é fét pella 
velia en dovè zaourè. 

Mét. Senten vei tè vail- 
lienzè. 

DoM. Don ien què pioves- 
set z è attendu a la boteca 
dou tailleur et z ai vu de me 
zieu racomoda vetro seurtot 
avouè lo collet et le foi^erè 
nuove, votra zeppa ' nouva, . i 
pantalon avene le zétcffè iéran 
azeva, et i copava la souvestè. 

Mét. Tan miou. Ma t'avévè 
a dò ou trei pass lo zapellé 
et lo cordonié, et te né pas 
ala le trové? 

DoM Oa, monseur, lo za- 
pellé polechet vetro zapé usa, 
i n avet pas mès què a orlé 
lo nou. Lo cordmié aveà fini 
votrè bettèy et le grou soler de la- 
zasse, et le soler fin dou bai. 

Mét. Ma a la meison de 



35 



caladurà mezzora, e poVacqua 
a seggi: 

Padr..ì4csì tam vuoli fa 
creddi d' avei fat nent, de tutt 
coul ca fo cmanda, l'è vejra? 

Serv. Anzi a sper cai sarà 
conterit, quand cai savrà al gir 
ca i fat ent dou ouri par la 
siià. 

• Padr. Sentoumma is tò 
proludessi. 

Serv. Eni' al iemp calpiou- 
viva am son fei^mà an te la 
botega dal sartou e i o vist 
con j me eucc a comoda al so 
frac con bavar e feudra neuva; 
al sol visti neuv e ì so pan- 
talon con al stafi a i ero fournt, 
e al tajava al 'coipet. 

Padr. Tant mei : ma t' eri 
anca apress al capelà et al 
calia, e de costi te n a nent 
dama cunt? 

Serv. Si signor : al capelà 
al spassava al so capè veu, e 
j mancava nen che fa l'orlo 
al neuv ; al calia pò V ava firn 
i stiva, al scarpi grossi da cas- 
sa, e i scarpin da bai. 

Padr. Ma a cà de me pari 



pèsti, eh' in dura mczz ora ; 
e poeu giò acqua a séggii. 

Padr. Intani con sii robi, 
ti fai squasi gnent da coul 
che ti dovevi fa ; V è vera ? 

< Sarv. Anzi, quand al sa- 
vara al gir eh' ho fai per la 
città in do ouri, % speri eh' al 
sarà content. 

Padr. Séntouma i io bra- 
vuri. 

Sarv. Intani cha pioviva, 
im son ferrnaa in dia bottega 
dal sari, e i'hoprbpi vist con i . 
me oeucclrigiustaa alsosourtout 
coni al bavar e fodri noeuvi; la 
so marsina noeuva e ipantaloon 
coni i tirant eran finì, e 7 gilè 
l'era adrè a tajall fora. 

Padr. Tanto mei. Ma pe- 
rò gh' era lì poc lontaen ai 
capplé e 7 calzolar, e t'è mia 
cerca cunt da lòr? 

Sarv. Si, si signor: igh 
dirò fin, che 7 capplé al sop- 
prassava al so cappel vece, e 
mancava doma da orla coul 
noeuv. Al calzolar poeu teva 
fini i strivai , i scarpi grossi 
da caccia, e i scarpi par balla, 

Padr. Ma, in ca dal me 



36 



padre quando sei andato, che 
questo era 1' essenziale ? 

Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, né sua madre, né suo 
zio, perchéjeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno perriottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno, sarà stata 
in casa? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. 11 cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
Padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata» 
e il cocchiere avendo avuto 
r ordine di attaccare i cavalli 
per muoverli, se ne era anda- 
to colla carrozza fuori di città. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perchè le portasse a 
chi doveva averle. "^ 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani ? 



Tììon pèi'è quan séte ala, sen 
i era l' essensiel ? 

DoM. Se io qui % a fini de 
plouvrèf mai ze n é trova né 
votro pérè,nè votra mère, né vo- 
tronclié, perqué i son ala ter ne 
campagna et i ian passa la net. 

Mét. Por ian mon frérè ou 
ma seraou dou moen sarà re- 
sta a meizon ? 

DoM. Na, tnonseur, perqué 
i son ala fere euna promenada 
et i an amena avoué leur lo 
pitziot et la jntzioda. 

Mét. / domesteco i eran 
zieut foura de meizon? 

DoM. Lo quezeniè i èra 
ala en canpagne avoué shon 
pére, la serventa et i do 
domesteco i éran avoùe sha 
bella seraou, et lo carossé 
aven regu l' ordré d' atéler le 
zeva per le féè sorti, ,i era ala 
avoué la carossa shépromené. 

Mét. Don, la meizon èra 
vouida ? 

DoM. ' Lic ren trova qué 
lo garson di baou, et lié con- 
ségna tote le lettere afin qui 
le portasse a cét qué- dovea 
avelie. 

Mét. Pachence. Et la pro- 
vegion pè dèfnan ? 



a7 



qwmd aie andai, sovchi al 
era esensiul? 

Serv. Appetm & al a finì de 
pieuvi : ma i nen trouvà né 
so parine so marine so barba, 
parche l'air er j son andai* an 
campagna^ e'i an dourmi là. 

Padr. Me [radè o <ilmen so 
mouiè à la sarà stata a cà? 

Serv. No signor perchè j 
ero andai a Varcej, e i avo 
amnacon lor alpcit e lapcitta. 

Padr. Ma i servitou i ero 
tutti feura de cà ? 

Serv. Al cusinè al era an- 
dai an campagna con so pari ; 
la creada e doi servitou con so 
cugnaja, e al carossè avendu 
avu brdin de tacà j cava par 
amnaj a spass, al' era andai 
con la carossa vers Mortara. 

Padr. Dunque la cà al era 
veujda ? 

Serv. Aio trouva nent 
atar, che al garsson de stala, 
caio conssegnà à lù tut al 
litri par eh' à i pourteissa a 
chi as deviva, 

Padr. Mane mal. E la pro- 
vision par deman ! 



pa, quand ti sé stai, eh' l'era 7 
pu bon? 

' Sarv. Appena cessa da 
piovv ; ma i' ho trova, né 7 so 
pa, né la so mamma, né 7 so 
zio, parche l'alir érhin andai 
in vigilaiura, e han dormì là. 

Padr. Me fradell però, o 
la so dmna almen , la sarà 
stai in ca ! 

Sarv. Gnanca lar, parche 
i évan fai ouna scorsa vers 
Varzei, e % évan mena adré 7 
fi^Un, e la fix)lina. 

Padr. Ma, e la sarvitù 
l'era tutta fora da ca? 

Sarv. Al cusinee l'era an- 
dai fora coni al so scior pa, la 
dmsela e du sarvitour coni la 
so cugnada , e al carrocciee^ 
avéndagh ordina da tacca soutt 
par fa movv i cavai,, l'era 
andai coni la carroccia t^ers 
Mortara. 

Padr. Dmca la ca l'era 
vàia ? 

. Sarv. / ho trova altr che 7 
siallee, e gh ho consignà tutti 
i lettri parche ai portass d chi 
gh' andàvan. 

Padr. Manco mal, E la 
provvisioon par domaen? 



38 



Serv. L' ho fatta : per 
minestra ho preso della pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un anatra 
da farsi col cavolo. E sicco-. 
me non ho trovato he tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
raedierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo.Hocomprato sogliole, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 

Pàdr. Cos\ va benissimo. 
Ma il parrucchiere non lavrai 
potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista d\ zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
cosi ho piarlato anche a lui. 

Padr. E che nuove ti ha 
date ? 

Serv. Mi ha detto che 



DoM. Ze V ey fète. Pè la 
seupa z ey prei de paté, et 
hen attenden zay azèta de 
fromazo et de beuro : pè axm- 
menta lo bouilli di ve, z ey 
prèi eun bacon de mouton ; ze 
faè pouè la frecacha avoiiè dò 
servellèy de fèzo et de zot- 
flaou : pè la sossa z ey azèta 
de gadin et eun canar pè beta 
avouè lo zot : et come ze n ey 
pas trova né grivè, né pèrni, 
né bècassè, ze remédio pone 
avouè cuna polla d'inde pè 
la faè collere mi for. 

Mét . Te n a pas azeta de 
peisson ? 

DoM. / contréro, zen ey 
prei euna quantità perqué co- 
tavon bien pok, lo sóle, lo ro- 
zet, lo merleuz, et V ornar. 

Mét. / est tré bien : mài 
n a te pas possu vére lo per- 
requè ? 

DoM. / contréro ; comen i 
a la boteca a coté de cella dou 
drogué, iaou z ei fét provegion 
de secro, de peivro, de garof, 
de canella, de checolat, et pare 
z ey encora parla a gliu. 

Mét. Qvè novelle (a té 
baglia ? 

DoM / ni a det qm /" opè- 



39 



Serv. a / fata: par amne- 
stra aio pia de la pasta, e 
antant a 'i o erompa dal fm- 
mag e dal butir : per cressr al 
boui a j pia un\ toc de mou- 
ton: lafritvtra à la farò de 
s'arveli, de fidic, e d'articioch:. 
par stufa aio erompa dal 
pourssè e un ània eon al ver- 
si; e^sicom aio nen tronvà 
né grivi, ne pive, né becasi 
a rimedirò con un pichin al 
fourn. 



Padr. j? dalpessa tuxi nen 
erompa ? 

Serv. Anzi ano pia una 
quantità, parche al votiva po- 
chissim; aio erompa soglio- 
le, triglie e razza. 

Padr. Achsi al va ben. Ma 
a 'l pruehè a te la poudu 
veddi? 

Serv. Anzi sieom' aV a la 
botega da cani a conila dal 
foundighè, douva a io provisi 
dal zuccar, peivar, garofou, 
cicolata, acìm aio parla 
anca a lù. 

Padr. E che neuvj a t' a 
dai? 

Serv. A ma dit che /' ope- 



Sarv. L'è fai; ho piaa dia 
pasta par minestra , e intant 
ho erompa dal formagg, e di 
buttar. Par eraess al boit 'd vi- 
dell, ho piaa n tochda birin. 
La frattura la farò da scir- 
velia, da moli, d'jarticioch. Par 
maett in bagna i ho- erompa 
dia carna adporscèy e orni ània 
da giusta eount i verzi. E 
parche ho mai trova né doùrd, 
né starni, ' né galinazzi, igh 
rimidiaró eount oun pollin, ch'il 
farò coss al forn. 

Padr. E paess ti ne erom- 
pa mia? 

Sarv. Anzi tanto parche 
ildavan via a strasoia-m^rcà. 
E % ho erompa tratti, tenchi 
e inguini. 

Padr. Così va d'incanto. 
May e 'l prueehee ( il avrissi 
mia visi? 

Sarv. Altr che; parche 
avèndxigh la bouttega ariva a 
conia dal Fondighee, dova ho 
fai provvista 'd zuccar, pévar, 
garofol, cannella, e eiccolatt; 
insì ghò parla anca a lu. 

Padr. E che noeuvi t'ha 
dai? 

Sarv. M' ha di che l'opera 



40 



r Opera in musica , ha fatto 
furore, ma ehe il ballo è stato 
fischiato ; che quei giovine 
signore suo amico perde l'al- 
tra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non; volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangiò un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Pàdr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara lutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 



ra en meseca glia fèt feraou, 
mai qui an sebia lo bai; qm 
ce zoveno monseur son ami a 
perdu V atra net i già tottè le 
gagiurèy et què ara i atten 
euna occagion pè parti. J m' a 
encora dei què madaafivm Lu- 
cietta a coììgièda ckon épajou, 
et a dgerà de pas mès lo 
vére, 

Mét. Zelozia..: ouasen què 
me fèt rirè ; ma pensen ara 
a no. 

DoM. Sé V été conten ze 
mingio tzieca de pan et .ze' 
beivo eun véro de vin, et ze 
torno todinco a prendré votré 
zordré. 

Mét. Comen z ey prèssa 
et ze deivo sorti de maizon, 
ècouta devàn sen què ze tè 
comando, et pouè te mezéra et 
te reposerà tot sen qué te vout. 

DoM. Comanda, pera. 

Mét. Pé lo denéqusno de- 
ven fere, prepara tot deden la 
mèiliaou zambra, Pren lo manti 
et lé.servietté fine: permi le 
plat ser cis de porcellana et fé 
ensorta qui no manquet né tmi- 
din de la sepa né i plat long. 
Arenze lo beufet avouè lo frui, 



4« 



ra an musica a V a fai furour 
ina che V bai a f è stai fisca : 
che col giovati signor so amie 
r atra sejrd a Va perss al 
gievjo tut al scomissi, e che 
adess al aspetaya per partì 
con la diligenza de Genova. 
El rfh a anca dit che là siora 
Lusietta à la manda a spass 
al^ spouss, e a r a giura an 
r ou veu pu. 

Padr. Gilosii: costa si cam 
fa ridi; mapenssonma a noi. 

Serv. 5' al e' content a 
mang un pò de pan, e a beiv 
un hicer de vin, e tourn subii 
ai so or din. 

Padr. Sicqm aio premu- 
ra, e am besogna ca vada 
feura de cà, sent prima che 
e at oì^din, e pò te mangerà 
e t' arposerà. 

Serv. Cai cmanda pura. 

Padr. Par al disnà ca 
jomma da fa, prepara fUt en 
te la saletta benna. Pia al 
manti e i mantilot pù bon, 
sern j piai mei de porslanna, 
e procura chi manca né scu- 
deli, ne vas. Arangia le bufet 
con de la fruta, uga, nous, 



le fiera, ma che 7 ball' l'era 
tant dent, eh' han fina subbia: 
che coulgiovnott sdor, so amis, 
l'altra sira V ha perdù luce i 
scommaessi al gioeuch , e che 
adess 'l speccia d' andà via 
coni la diligenza a Genova. 
M'ha dì anca sé, che la sciou- 
ra Lussietta gh'a dai al sach 
al spos .cha V gha promittuu, 
e rjia giuraa da vorrei pu. 

Padr. Hin gilosii: cousta 
puro m' fa rid ; ma adess pen- 
souma a nu. 

Sarv. S' l' è content, rn^m- 
gi 'n boccoon ad paen, e bevi 
oun biccier ad vin , e poeu 
torni subit ai so conrnnd. 

Padr. Spaccia, parche a- 
vend pressa, e dov^nd andà 
fora dea, senta prima coss i 
voeui, e poeu^ ti mangiare , ti 
riposare fin ch'at par e piass 

Sarv. Ch'ai comanda pura. 

Padr. Par al disnà, ch'% 
ouma da fa, prepara tutt' in 
dal saloli fior. Pia la tovaia 
e i mantin pussé boon ; dai 
tound scéma fora coui da por- 
cellana, e guarda ben che no 
manca né scudelli né ministri- 
ni ; ràngia la cardenza con 



frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. e quali pogate naet- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di vetro arrotato. Ac- 
<jomoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. - 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia Nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, eia 
mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose; ma 
farò tutto. 



42 
resin, niou, mandole, roba dmis- 
sa, confitée, et vin eunboteillia. 
DoM. Et quinte posate fa 
té bete su la tabla ? 

Mét. Pren le queillieì' 
d'arzen, le forqmllinè et i caou- 
té (Ivouè lo manzo d' avorio, 
et rapella-tè què le caraffe, 
le vétro et i bitzerin sien dà 
cristal poli : appresta pouè % 
tor de la tabla le pi bone 
careyè. 

. DoM. Vo sarei servi pon- 
tealmen. 

Mét. Rapèla tè qué seta 
net vindra ma granda : te sa 
comen è liet nojaousa sala 
viélié : apresta He la mèliaou 
zambra ; fei He empii lo ques- 
sin et battrè i matèlass. Apre- 
sta la couze averne le Hncheul 
et le quevertè le pi fine, et 
quevra la avouè lo ridau. Em- 
pley r éguiére d' égue, éten su 
lo catin dò suaman, eun or- 
denéro et Vatro fin. Fé tot en 

^ réli(9, et la bona man no man- 
guera pas, 

DoM. Vo m' ey comanda 
biendè baguè, ma ze farei tot. 



43 



mandouli,. bounbon e boutegl'i, 

Serv. Qual pcmsddi a bu- 
irò à tavmila? 

Padr. Pia i cugiar e le 
forslinni d' argènt, e i couriè 
con. al manni d' avoglio, e ar- 
cordti che le boutegl'i, i Ucer e 
i bicerin i s'io coi de cristàl 
moulà : arangia pò atom a la 
taula al mei cadreghi. 

Serv. Al sarà scrivi a 
pountin. 

Padr. Aìxordti che sta sej- 
ra ai ven la me dado : ti at 
sa cum- eu V è nojosa colla 
vega. Butta a l' ordin la stan- 
za bonna, fa ampi la pajassa 
e bali i matarass. Arangia al 
lei con i lansseu e al foudrétti 
pù finni e creublo C(fti la zen- 
saliera. Ampiss la broca de 
r acqua e anf al bassii\distend 
un sugaman ordinar] e ^n fin. 
Fa tut en regola, e la bonna 
man la mancherà nen. 

Serv. A' la verità lum'a 
ordina moutouben de cosi, ma 
a farò tut. 



su la frutta, u>ga, brigni, nouss, 
màndoli, confiture e botteglii. 

Sarv. e chepossàdi mei- 
tarò giò in tavla I 

Padr. Pia i cuggiar d ar- 
gènt, e i forzimi e i ayrtei cmint 
al munigh d' avòri, e rigórdat 
che i dmoli, i biccier e i bic- 
cirin sian coui da cristal m/o- 
là. Ràngia poeu attoma la 
tavla i cadreghi pussè belli. 

Sarv. Al sarà sarvt pu 
prest eh' al pensa. 

Padr. Rigórdat che sta sira 
vegna chi la me nonna. Ti 
sé ben- coumm V è nojosa coula 
veggia. Dada òrdan la stanza 
bouna ; fa impim al pajase, e 
ribatt i mattar azz, fa al leti 
con i lanzoeu e fodretti di pu 
fini, e quércial coni la mon- 
tadùra. Impinksa al sidlin 
d- a^qua, e distenda sul cadin 
oun sugaman fin» e vun ór- 
dinari. Insomma fa tuli po- 
liti, e bornia maen f han man- 
carà mia. 

Sarv. Anima pugnatta 
quanti robi gho da fa, ma 
farò tutt ; pagura gnent. 



44 



DIALETTI DELL^ ANTICO KEGJVO LOAlBAllDO-YENKTO. 

Subitechè le due possanze riunite della forza e della 
diplomazia tengono tuttora sotto il giogo straniero quella 
bella parte dell'alta Italia orientale che resta chiusa tra il 
Mincio e l'Adriatico, vollesi conservare l'odioso nome di 
Regno Lombardo-Veneto, col meschino conforto. di designarlo 
col distintivo di antico. Bene è vero, che se in forza di 
decreti di arbitrari Congressi venne a formarsi un' solo 
Regno- de' due territorii Lombardo e Veneto, quella riunione 
è di troppo recente data, per promiscuare le condizioni po- 
litiche di due paesi da tanti secoli disgiunti; per Qui adottai 
il consiglio di raccogliere prima le illustrazioni etnologiche e 
i dialetti principali delle provincie lombarde e poi delle 
venete: non è forse lontano il tempo che queste suddivisioni 
politiche subir debbano un sostanziale cambiamento; ora 
siamo forzati a rispettarle. Si facciano intanto Ae consuete 
investigazioni sul carattere fisico-morale dei Lombardi, per 
far poi conoscere i principali loro dialetti. 

Quella popolazione dell'antica Italia the tiene il domici- 
lio fra Je due sinistre rive del Ticino e del Po e la destra 
dell'Adige, ha la massima parte delle famiglie provenienti 
dai vetusti invasori Galli e dai più moderni Goti e Lon- 
gobardi; sarebbe vano il negarlo e T occultarlo. Frammi- 
schiandosi i primi a quei popoli che ci trovarono stanziati, 
è molto probabile che come conquistatori introducessero tra 
gli indigeni ìe loro leggi e costumanze; quindi le tribù che 
avanti Belloveso erano passate dalla vita pastorale all'agri- 
cola, nella loro convivenza con gli invasori contrassero forse 
attitudine industriale, carne pure inclinazione passionata ai 
bagni freddi, alle caccie, alle guerre, insofferenza di lunghe 



45 
fatiche e mutabilità di pensiero: nel tempo stesso però ad- 
divennero più aperti di animo, sentirono vivo impulso alle 
opere d' ingegno, ed impararono a mostrarsi intrepidi nel 
campo di battaglia al canto dei Bardi. Certo è insomma, 
per testimonianza di Cicerone e di Tacito, òhe venne a 
formarsi una gran famiglia italica prode neW armi e di se- 
vere costumanze. 

L' invasione dei Goti non peggierò le qualità morali di 
quella popolazione; la di cui civiltà erasi ormai rovinosa- 
mente corrotta sotto il dominio imperiale romano degradato 
dai vizii e dall' avvilimento: pur nondimeno sdegnarono que- 
gli italiani amalgamarsi coi conquistatori chiamandoli barbari, 
mentre forse questi si facevano beffe di quel disprezzo di- 
venuto impotente. Ma i Longobardi comparsi dipoi, e per 
lungo tempo dominatori assoluti, influirono non poco sull'in- 
dole nazionale, modificandola con usi e costumi manifesta- 
mente germanici. 

. Nel successivo dominio degli Inaperatori e Re franchi e. 
alemanni, la corruttela, dei costumi, la cupa ignoranza e le 
violenze della usurpazione giunsero al colmo anche nella 
contrada ormai detta Lombardia: i ministri dell'altare, resi 
strabocchevolmente opulenti, impugnarono colla stessa mano 
la croce e la spada : i grandi tranquillizzati nelle loro 
depredazioni o ruberie col fondare sacri edifizii e dotarli, 
si collegarono con chi tenne il supremo dominio, per dispo- 
gliare il popolo e schiacciarlo: cadde questo nel massimo 
avvilimento, trovandosi posto a bersaglio di tutti gli' orrori 
del feudalismo. 

Ma il genio italiano, rimasto assopito, non era spento! 
La Lega Lombarda e la successiva conquista della libertà 
municipale provarono di qual tempra fossero le fisiche e 
morali caratteristiche del popolo lombardo. Aflfrancatosi ap- 
pena dalla sofferta schiavitù e imbaldanzito nella speranza 



46 
di un avvenire anche più felice, addivenne intrepido, pru- 
dente, frugale, e solamente proclive alle gare cittadinesche, 
in forza dei funestissimi germi di divisione fra esso gettati 
dallo spirito di parte. 

Quei perpetui dissidii misero in cuore dei Lombardi 
rabbiosi sdegni e sì forti, che gli avvezzarono a riguardare 
come nemici anco i vicini, e tutto empirono di stragi, di 
desolazione, di perfìdie e di rapine, mentre la pace e la 
libertà avrebbero dovuto raddolcirne i costumi. Ben è vero 
che col ricupero della indipendenza municipale si sviluppa- 
rono i germi dell industria ; aumentò la popolazione, per la 
facilità degli operai di trovare impiego nelle arti ; si accrebbe 
r opulenza dei ricchi ; partecipò ad una qualche agiatezza 
anche la plebe. I torbidi interni impedivano il progresso 
dell'incivilimento, ma la gioventù pertinente a comode fa- 
miglie passava perfino le Alpi, per applicare agli studii in 
Francia, ove in allora godevasi molta tranquillità. Nei tempi 
poi successivi, fino al termine del dominio dei Visconti, inco- 
minciò il clero stesso a sfarzare negli abiti e nei bancheèti, 
mentre le dispute per punti d'onore venivano decise nella 
classe nobile con duelli regolati da prescrizioni governative, 
e intantochè adoperavasi il giudizio di Dia nell* indagine dei 
reati e per la scoperta dei rei. Ai tempi finalmente del 
Duca Filippo Maria, ultimo dei Visconti, salì in floridezza 
r industria e il commercio, ma con poco guadagno neir in- 
civilimento dei costumi. [ 

Nel dominio degli Sforza la popolazione lombarda, imi- 
tando la milanese che aveva dato segni non equivoci di spi- 
rito oligarchico, si mostrò anch'essa turbolenta, proclive ai 
tumulti, superstiziosa, incostante,; se nonché nella capitale 
salirono in grande estimazione le arti cavalleresche : anzi è 
da notarsi, che il ballo singolarmente imparavasi dai* Francesi 
e dagli Spagnoli nella scuola di Milano, ed il ballo compren- 



47 
deva allora altri esercizii ginnastici, come quello di volteg- 
giare il cavalletto e la scherma. 

Nel successivo governo dei Re spagnoli, di tutti gli 
altri assai peggiore, il cavalleresco modo di vivere della 
classe agiata subì notabili raffinamenti, ma crebbero in pro- 
porzione il fasto, l'alterigia e là superba ignavia dei grandi, 
con proporzionata depressione della classe industriosa ed 
ancor più del basso popolo. Era necessario infatti, che dallo 
stato miserando in cui era caduta la popolazione di Lombar- 
dia Sotto il regime spagnolo, venisse liberata da più saggia 
Signoria, quale si mostrò per verità l'austriaca sotto 'Maria 
Teresa ed i primi suoi successori, i quali alla fatua. magni- 
ficenza spagnola sostituendo un lusso da privati piuttostochè 
cortigianesco, dispiegarono provvida sollecitudine nello atti- 
vare i diversi rami dell' industria, per migliorare la sorte 
del popolo ed aumentare la pubblica ricchezza.. 

VoUesi dare un rapido cenno sopra i costumi degli an- 
tichi Lombardi, per farne accurato confronto coi moderni e ca- 
ratterizzarli disappassionatamente. La società milanese, ossia 
della città primaria, subiva utili e progressive riforme, quando 
scoppiò la rivoluzione in Francia. I nuovi principii politici 
divulgatisi cagionarono una grande alterazione di interessi, 
di abitudini e di opinioni, producendo scissure nelle stesse 
famiglie. L' aristocrazia più non primeggiò: il movimento 
dato al commercio, ed alle manifatture procacciò alla classe 
media una maggiore agiatezza. Il nuovo sistema di educa- 
zione dei due sessi, la riforma degli studii universatarii, l'aper- 
tura di scuole per le fanciulle, l'esercizio dell'arte militare 
in forza di coscrizione, e le frequenti concitazioni politiche nei 
primi anni del corrente secolo, contribuirono a dare alla 
generazione moderna un caràttere quasi nuovo. E questo 
dovrà subire necessariamente altre modificazioni in forza 
dei prodigiosi moderni avvenimenti, ma il tipo caratteristi e 



48 
della popolazione lombarda non resterà così per fretta alte- 
rato. Alta statura e belle forme della persona ; bianca car- 
nagione e nobile fisionomia ; apparente freddezza» derivante 
da dignitoso contegno ; circospetta riservatezza coli' estraneo 
non bene conosciuto, ma duore aperto e nobilmente generoso 
verso r ospite trovato realmente degno di amichevoli dimo- 
strazioni ; somma attitudine intellettuale agli studii severi, e 
ben poca proclività agli inetti giuochi di ingegno ed ai forzati 
tratti di spirito. Sono queste le caratteristiche principali della 
classe agiata lombarda così nobile come cittadinesca : il po- 
polo è operoso, industrioso e assai tranquillo; altrettanto 
dicasi dei campagnoli, i quali perciò appunto meriterebbero 
sorte migliore. 

Dialetti. — I Lombardi hanno un dialetto reso nota- 
bilissimo da certi particolari modi di dire e dalle preferenze. 
La lingua italiana, scriveva il Verri, vien pronunziata sulle 
rive del Po con vocali ed accenti afifatto stranieri alla pe- 
nisola; per modochè chiunque sia avvezzo al parlare di Roma 
e della Toscana, giudicherà piuttosto francesi che italiani i 
Lombardi parlanti il loro dialetto. Aggiunge poi il- precitato 
storico di Milano, non esser forse inverosimile l'opinione, 
che fino dal secolo X si parlasse in Lombardia un dialetto 
poco dissimile da quello- oggidì usato, e che nello scrivere 
si adoperasse una lingua diversa dalla volgare. Infatti anche 
attualmente i Lombardi, non esclusi i men colti, usano nello 
scrivere Y italiano idioma, mentre parlando tra di loro ado- 
perano un vernacolo talmente deformato, da non essere in- 
telligibile ai toscani. E queste pure sono sentenze ed espressioni 
del Verri; il quale investigar volendo Tepoca in cui i Milanesi 
incominciarono a far uso del loro dialetto, manifestò l'opinione 
che la lingua da essi impiegata nei bassi tempi per la scrit- 
tura, non fosse quella del dialogo domestico; indotto a ciò 
credere dal non trovare analogia veruna tra una carta e 



49 
r altra di quel!' epoca. I barbarismi e le sconcordanze sareb- 
bero stale costanti, se fossero state in uso nel parlare ; quindi 
non può intendersi quella varietà di errori, se non suppo- 
nendo che ciascuno si ingegnasse di dare una desinenza latina, 
come meglio sapeva, alle cose che cercava di esprimere. 
Un' altra ragione che persuase il Verri dell' essere parlato 
anche nei secoli bassi in Milano e in Lombardia quasi lo 
stesso dialetto che il popolo tuttavia conserva, si fu questa, 
che la vocale ^^ e il dittongo eu pronunziato alla francese 
ed altre desinenze di gallica impronta, non gli sembrarono 
innesti fatti durante la dominazione dei franchi, ma. emana- 
zione di antica lingua celtica originale. I Longobardi regnarono 
più lungamente dei Franchi, e poche voci hanno i Lombardi 
di germanica origine : gli Spagnoli poi che nei due ultimi 
secoli tiranneggiarono il Milanese, lasciarono le sole voci 
infado, amparo, giunta, desdita e poche altre.. Conseguente- 
mente la preferenza lombarda, francese più che italiana, è 
tradizionale da padre in figlio; essa risale, per quanto sembra, 
alle primitive invasioni. In queste materie la dimostrazione 
non può sperarsi, è sempre il Verri che parla; la sola pro- 
babilità lo determinò ad adottare T indicata opinione. Un 
contadino del Milanese può intendersela in breve tempo con 
un campagnolo provenzale, mentre assai difficilmente si in- 
tenderanno tra loro un villico lombardo e uno calabrese ; 
tanto il dialetto lombardo più si accosta all' idioma francese 
che all' italiano. 

Alle preindicate opinioni del Verri non si mostrò sorda 
Lady Morgan : facendo encomio ai Milanesi del purissimo 
francese da essi usato aggiunse,- che la u in singoiar modo 
è la pietra di paragone tra gì' italiani del mezzogiorno e i 
Lombardi : asserì poi che il linguaggio familiare di tutte le 
classi èssendo in Milano il dialetto nazionale, sarebbe ivi af- 
fettazione volgare V uso dell' accento toscano, per cui è riguar- 



50 
dato infatti come supremo cattivo tono. Al quale asserto della 
viaggiatrice inglese ignoro se piacer possa ai Milanesi di 
soscriversi : astenendonai da qualunque confronto e osser- 
vazione, lascio aperto il campo a chi vorrà sottoporre ad 
esame il consueto Dialogo italiano, tradotto nei tre vernacoli 
di Milaìw, di Mantova e di Sondrio, scelti tra tanti altri, 
perchè' usati da popolazioni del teirritorio centrale e di due 
suoi estremi confini. 

Ma in proposito di opinioni e sentenze di stranieri sul 
conto nostro, dopo aver riferito quelle di Lady Morgan, di- 
menticavo una notizia di curioso e bizzarro carattere ! È 
abbastanza nota la mania di certi viaggiatori di pubblicare 
le loro relazioni itinerarie di Italia, lardellandole di stranezze 
talvolta ardite tal altra futilissime. Ora sappiasi che il gi- 
nevrino Galiffe che perlustrò l'Italia verso il 1817, dopo 
avere avvertito il pubblico con solenne bonarietà di aver 
vedute le italiche contrade dall' alto dei campanili (Tomo I, 
pag. 124), avverte altresì, di aver presa cognizione dei varii 
dialetti colla viva voce dei servitori di piazza, che egli chiama 
maestri, per averli sempre eletti in modo che non sapessero 
affatto r italiano ma la sola lingua provinciale, pagandoli tre 
lire al giorno I (Tomo I, pag. i 59-1 60) ; e conseguenza 
dell'adottato sistema fu quello, che lo indusse ad. anteporre 
a tutti i volgari di Italia, il vernacolo adoperato da un fab- 
bro ch'ei trovò in S. Donnino, e non già nel casale omo- 
nimo di Toscana, ma in S. Donnino presso Parma ! Dopo 
ciò si ascolti cosa egli scrisse del dialetto lombardo. 

Il dialetto dei Milanesi (Tom. I, pag 77) è tanto si- 
mile alla lingua italiana quanto ad ogni altra d'Europa. 
Esso è una strana commistione di diversi linguaggi, sopra i 
quali domina è vero V italico ; ma la pronunzia è cosi par- 
ticolare, che lo fa in tutto differire dall'idioma di Italia. 
La vocale u è proferita a modo dei francesi : anzi alcune 



51 
parole sono pronunciate e scritte nella medesima maniera, 
siccome coeur in vece di cuore. Ed hanno gli abitanti di 
Milano i suoni nasali, come i francesi : hanno altresì alcune 
desinenze spagnuole, talché il loro favellare è sì aspro, che 
io non ho udito il stimile, fuorché in Germania. Andando il 
signor Galitfe a Pavia, gli fu recitato da un ragazzo un lungo, 
dialogo, nel quale si figurava che un milanese è un vene- 
ziano, vantassero nel proprio dialetto i pregii delle patrie 
loro. Ma né il. ginevrino, né alcuno di quelli che si trovarono 
presenti non dubitjirono, che non fosse il secondo più ele- 
gante e grazioso, benché il primo abbia una certa espressione 
franca e senza artifizio, la quale mirabilmente si adatta al- 
l' indole del popolo milanese. Così gli stranieri, parlando di 
noi, usano di passare di sentenza in sentenza con una di- 
sinvoltura, da imporre talvolta a quelli ancora che sdegnano 
d'ordinario. di rendersi ligii air altrui autorità. 



52 



DIALOGO ITALIANO 

TKA UN PADRONE 

ED lìN SUO SERVITORE. 



PADRONE. Ebbene, Batista, 
hai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città ; ma 
poi è piovuto^ tanto! 

Padr. Che al solito sei sta- 
to a fare il poltrone in un'oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; e poi jeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e sala mente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



TRADUZIONE 

NEL. DIALETTO 
MILANESE. 



Padron. Sicché Battista, 
et faa tutt i commission che 
t\hò daa? 

Servitor. El pò sta sicur 
che son staa pontual pu che ho 
poduu. Stamattinna ai ses e on 
quart, seva già in viace, ai seti 
e mezza seva a mitaa strada^ 
e ai voti e trii quart vegneva 
deni del dazi ; ma poeu el s'è 
miss tant a pioeuv! 

Padr. Che ti, segond al so- 
let, te saret staa a mena la gamba 
irìd'on guai boeme, per speccià 
che l'acqua la balcass. E per- 
ché no et tolt su l' ombrella? 

Serv. Per no tocummadree 
queW infesc, è poeù jer sira 
quand sont andaa in lece el pio- 
veva pu, e se' l pioveva no scap- 
pava che quai goti: stamattinna 
quand sont levaa su V era tutt 
beli seren, e l' è staa doma al 
leva del so che T è tornaa ni- 
voi. Pussee in sul tard è ve- 
gnuu su un gran veni, ma in- 
scambi de boffà via i nivol, l'ha 



53 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
MANTOVANO. 

Padron. e ben Battistay 
gK è (fan, cai' t' ho diti? 

Servitor. Sior si: al siaga 
sicur che mi gK ho fati cai e ho 
podù per moslramegh pontual. 
Stamattina alle ses e un quart 
mi a s era za in viaz : alle 
seti* e mezza mi a s'era a 
mila strada; alle ott e tri 
qyart andava dentar in città, 
ma pò al gh'ha tant pioeuvut ! 

Padr. Eh al solit, ti t'sarè 
sta a far al poltron in t' na 
qual . ostaria a sptarcK an 
pioeuvess. Par cosa n è ( 
toeult con ti /' ombrella ? 

Serv. Oh bella, par an 
portar con nti ci' imbroi, e pò 
a jer sera, quand' a san andà 
a lett an piceuveva miga, e se 
piceuveva^pioeuveva pochissim; 
sta mattina in ti' alba quanda 
mi U m'son leva su, V era seren, 
e in d' alvaras al sol al sé m- 
volà; a mezza mattina al s è 
alvà un gran vent, ma in 
cambi da serenarasal è gnu 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
DI SONDICI O. 



Padroct. e bee Battista, 
eet face tut quet che to dice 
de fa? 

Servitor. Scior, mi poss 
assicurai de es sta/)c pontual 
più eh'. ho podùt. Stamattina 
ai ses e un quart s eri già in 
viagg e ai sett e mezza s' eri 
a mezza strada, e ai ot e 
trii quart entravi in città; 
ma se l' è peu pioùt ! 

Padr. Sicché, segond el so- 
let, te sèa stùlcc in t' una osta- 
rla a fa el poltron per spec-- 
eia el tzessas de pieuv ! perchè 
eet minga tolt drét l'ombrella? 

Serv. Per nmi porta quel 
impicc; e peujer sira quand 
sont andacc a lece, el pioveva 
più, sei pioveva, al pioveva 
pochissim; stamattina, quand 
son levai su l' era tut seree, e 
noma dopo la levada del soù, 
le tomài a vegnì nigol. Più 
tardi l'è dacc su un gran vent, 
ma in scambi da cascia via 
i nigoli, P ha portai una lem- 



54 



ha durato mezz'ora; e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due .ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto con 
questi miei occhi raccomodato 
il suo soprabito con bavero e 
fodere nuove; r pantaloni colle 
staffe erano finiti, e la sotto- 
veste stava tagliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolaio, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripliliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo II calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 



menaa una tempesta che ha 
duraa mezzora; e poeu giò 
acqua a secc! 

Padr. E insci te voeu famm 
capi, che f ae faa squasi na- 
goti de quell che t' aveva ditt, 
vera ? 

Serv. O giust ! el sentirà 
el gir che Ito faa in dò or. 



Padr. Sentimm i to prò- 
dezz. 

• Serv. Intrattant chel pio- 
veva me son fermaa in del sart, 
e ho veduu mi coni i mee oeucc 
a giustagh su el sorto, e met- 
tegh la foeudra e 7 baver noeuv : 
la marzinna bleu, e i panta- 
lon coi staff eren a V ordin, 
e l' era adree a tajagh foeura 
el gilè. 

Padr. Benissim; ma ghera 
pur li atacch el càpellee, e 7 
calzolar, e perchè non andagh 
anca de lor^? 

Serv. Sissignor : el capei- 
ke el ghe tirava su el capell 
frust, e ghe calava doma de 
orla quell noeuv ; el calzolar 
poeti V aveva finii i stivai ^ i 
scarpon de caccia e i scarpin 
de ball. 



55 



zò una tempesta che V ha dvr 
rat mezzora e pò se miss a 
pioRuvar a secc arvers. 

Padr. a sia manerati a t'è 
m'voressidardmtendarch'ant'è 
fait quasi gnent dquel che-mi a 
t-gh'avtva comanda. An leverà? 

Skrv. Anzi mi vuoei spigar 
cK al sarà content, quand el 
savrà quant pedgar mi ho fati 
per città in do ore. 

Padr. Sentem pur le (ò 
bravure. 

' Serv. In quel temp che 
piàeuveva mi a m' soni fer-- 
ma in bottega dal sartor, e ho 
visir con sti me occ giunta al 
sorabil col bavar e foeudra noe- 
va : al so zippan turchin e le 
braghe colte staffe i era finii, 
e al giustacor l' era adrè che 
al le tajava. 

Padr. Tant mei; ma a 
gK è pur poch hntan. al ca- 
pler, e al scarper, e d' questi 
anjnè miga cerca cont. 

Serv. Sior sì, al capler al 
lutava al so capell vece e an 
g mancava che d' orlaral 
d'noeuv. ALscaiper al hg ave- 
va fra i scarpon da cazza, e 
i scarpin da baiar. 



pesta che l'è duradq mezz'ora, 
e peu dopo acqua a triUruc, 

Padr. Inci te veu come 
famm capi d' ave face quasi 
nient de quel che t' avi dice ; 
el vera ? 

Serv. Anzi speri eh* el 
sarà content, quand el savarà 
el gir eh' ho faùc per la zitta 
in don our. 

Padr. Sentim i teu prò* 
dezzi. 

Serv. Intani cK el pioveva 
em soni fermai in bottega del 
sartoù, e ho vedùt coi mee 
eugg a conscià el so souriù 
con baver e feudri neuvi ; la 
sua gippa turchina e panta- 
loun coi staffi, jera finii, e el 
gilè ] era dreet a tajal seù. 

Padr. Tant mei. Ma póch 
pas lontàn te ghevet pur el 
capelée e el scarpolin, e di 
quitsch et minga cercàat? 

Serv. .Sdoi* si : el cape- 
lée el nettava el so capei vece 
e noul ghe mancava che de 
orlai de neuf El scarpolin 
peu leva finii i stivaj e i 
scarpi grossi da cascia e i 
scaipin de bai. 



56 



Padr. Ma in casa di mio 
padre quando sei andato, che 
questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
ché jeri r altro andarono in 
villa,. e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso la Certosa. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed a 
lui ho consegnato tutte le let- 
tere, perchè le portasse a chi 
doveva averle. 



Padr. Ma e de me pader 
quand ghe seti andaa, che V è 
che premeva! 

Serv. Appenna balcau lac- 
qua, ma no gho trovaa, né so 
pader né soa mader, né so zio, 
perché hin andaa in campa- 
gna V altrer, e s hin fermaa 
là a dormi. 

Padr. Me fradell però, o 
soa miee ghe saràn staa in ca? 

Serv. Sur no, perchè cren 
andaa a far una trottada vers 
Cassenzagh, e aveven toh su 
el bagat, e i tosanett. 

PadR. Ma, e la servitù Vera 
tutta foeura de cà? 

Serv. Elcoeugh Vera foeura 
col so sur papà, la donzella 
e dna servito^* ei^encon soa co- 
gnada ; e 7 carezze, che gha- 
veven diti de tacca sott per fa 
moeuv i cavai V era andaa a 
la cassina de Comm. . 

Padr. Donca in cà ghera 
nissun ? 

Serv. No gho trovaa che 7 
ruée, e gho lassaa a lu tutt 
i lettér de portai a che ghe an- 
daven. 



5t 



PApK.Main casa ad'me pa- 
der quanìl a gsè t'andà? guest 
lera quel ch'am premeva d'pù. 

Serv. Appena la tralassat 
d'pioeuvar : Vw' an gK ho tro- 
va . né sa padar, né so madar, 
né so zio, perché V alta di i é 
andà in campagna, éi se gK é 
fermai anca la noti. 

Padr. Ma me fradell, o so 
Tmjer almen la sarà stada in 
casa ? 

Serv. Sior nò, perché i è 
andà a far na irottada vers 
Pietol, e j ha condott secc al 
putin e la putine. 

Padr. Ma la servitù erla 
tutta foeura d* casa? 

Serv. Alcoeugh Fera andà 
in campagna col so siur pa- 
dar, la camerera e dà servi- 
tor % era andà con so cogna- 
da; e al carros^er eV aveva 
avut r ordin da taccar i cavai 
per momvrai, al era andà colla 
carrozza vers Marmirol. 

Padr. Donca la casa al era 
voduda ? 

Serv: An gK ho trova ch'ai 
mozz da stalla, e a lù a gK ho 
consegna tutt le letre, perchè 
al i ha daga a cKle va. 



Padr. Ma in cà del me 
pà quand seet andacc, che 
quest r era il più nezzessati ? 

Serv. Appena la tzessat 
de pieuv ; ma go trovai gné 
el so pà, gné la soua mama, 
gné él so zio, perchè V altrér 
jé andacc in campagna, es je 
stacc là feu de noce. 

Padr. Ma però el me fra- 
dei almanc la soua fenma 
la sarà stada in cà? 

Serv. Sior no, perché feva 
face una trottada vers Beu- 
benn, e f èva tolt drét el re- 
des e i redesi. 

Padr. Ma la servitù erela 
tutta feu de cà? 

Serv. El coeug l'era in- 
daco in campagna col scior pà : 
la camerera e i dù servitoti, 
f era colla soua cugnada, e el 
carozzée, che V evà aut orden 
de tacca i cavai per meuvei, 
r era indacc colla ca/rroz^a 
vers S. Pedro. 

Padr. Donca la cà Vera 
veujda? 

Serv. Non gho trovai che 
el stalée, al quàl ho conse- 
gnai tutt i letteri, perchè el 
ju portass a chi f andava. 



58 



Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 

Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
maggio e del burro. Per ac- 
cf escere il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. 11 fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedierò con un 
tacchino dà cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole e triglie, razza, nasello 
e aliuste. 

Padr. Così va benissimo: 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Sérv. Anzi siccome ha 
la bottega accanto a quella 
del droghiere, dove ho fatto 
provvista di zucchero, pepe, 
garofani, cannella e ciocco- 
lata, cosi ho parlato anche 
a lui. 



Padr. Sì m; e la provista 
per doman? 

Serv. L' ho fada : per mi- 
nestra ho toU pasta, ho toit 
del formai e del butter : el 
vedell de fa a less l'era pocch 
e ghe mettaoo insemma on poo 
de castraa, per frittura ghe 
darov scinivella, fidegh e arti- 
ciocch ; per piati de mezz ho 
toh dell'animai, e on aneda 
de fa coi verz. Né dord, né 
pernis, né galinazz n ho irò- 
vaa minga : faremm scusa on 
pollin coti in del forna. 

Padr. E del pess te nel 
minga Ioli? 

Serv. Anzi, n ho toh on 
bordell <? mezz perchè 7 co- 
stava ona ciocca; ho tolt di 
sfogli, di trigli, de la trutta, 
del branzin e di aragost. 

Padr. Benissim, ma elpe- 
rucchee f è minga capittaa de 
vedell? 

Serv. Gho parlaa anca a 
lu, chel istà giust de bottega 
atacch al fondeghee dove son 
staa a proved el zuccher, el 
pever, i stecchet de garoffol, 
la cannella e 'l ciccolatt. 



59 



Padr. MenmaL E la spesa 
par doman al è f fatta? 

Serv. a la gKho (aita: 
per mnestra a gK ho toh d' la 
pasta, e intan ho compra dal 
fai^maj,e dal boter.Par cressere 
al less d* avdell a gK ho tolt 
un tocc d' castra. La frittura 
la farò d' zervelle, d' figa e 
d' artioiocch. Per umid a gK 
ho compra dal porc e una 
nadra da far coi cavai, e com 
an gK ho trova dal salvadagh, 
a gK rimedierem certi un ne- 
droi cott a rosi. 

Padr. E dal pess an tn è 
miga compra? 

Serv. Oh sior sì, arisi a gn 
ho tolt tant, parche al gKera a 
strazza marca. A gKho compra 
dal sturimi, di bulbar,na trutta y 
di bosghè, di sevvi, e d'ie sfqje. 

Padr. A est al va benon. 
Ma al bar Ber ant ti' avrò miga 
podù védar ? 

Serv. Anca guest, com al 
gK ha al negozi avsin a quel 
del drogher, dova a gK ho fatt 
spesa a f zuccar, t' pevar, a 
( brocche d' garofol e t'canella, 
e t\la cicolata, e a sta rnanera 
a gK ho parlai anca con lu. 



Padr. Tu sciavo: e la 
provision per dommin ? 

Serv. L ho faccia: per 
menestra ho tolt pasta, e in- 
tani ho crompàt formaj e bu- 
tér. Per cres el les de vedel, 
ho tolt uù toch de castraa. La 
freitura la faroo de scei^ella, 
de fideg e de artidoch. Per 
umed ho crompàt cioun e un 
anedra de fa giou coi verzi. 
E perchè ho minga trouvàt 
gnè dord, gnè starni, gnè 
beccazzi, remediaroo coni un 
pcmlin^de fa coeus in tei fouren. 

Padr. E pes n et minga 
crompàt ? 

Serv. Anzi n ho tolt tancc, 
perchè % costava pochissim. 



' Padr. Insci la va benissim. 
Ma elperucchèe, et minga podut 
vedel ? 

Serv. Anzi, siccome el gha 
la bottega atag a quella del 
droghee in douva ho provedut 
zucoher, pever, garofovj cor- 

I nella e cioccoiat, insci ho par- 
lai anca a luu. 



60 



Padr. e che QUO ve ti ha 
date? 

Serv. Mi ha detto che 
r Opera ,in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è 
stato fischiato; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo piij. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito ia ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli mi- 
gliori; tra i piatti scegli quelli 



Padr. Cossa ghavevel de 
noeuv? 

Serv. El m ha ditt che 
r opera l' ha faa furor, e che 7 
ball /' ha faa fiasch, ohe quel 
giovinoti, quell scior^ quell so 
amiss r ha perdua V olirà sira 
tuli i scomess al gioeugh, e 
che adess el specciava de gira 
con la diligenza de Bressa: 
el m' ha cuntaa anca che la 
sura LusieUa l'ha daa el 
luigh al so spos, e no la voenr 
saveghen d* olter. 

Padr. Gelosii ! oh che 
scenna ! ma vegnemm a nun. 

Serv. Se l me permett 
mangi un crostin de pan con 
on biccea de vin, e son chi 
subit a ricev i ordin. 

Padr. Primma d atra coss 
a te vui dì che ghoo pressa 
de andà fimra de ca, e puè 
dopo mangia e dorma finché 
te voeu. 

Serv. Chel comanda. 
, Padr. Per el disnà che sha 
de fa meit gvò in la sala pu bel- 
la ; tira a voltra la tovaja e i 
mantinpussee fin, teù foeura i 
tmd deprocelamm eguarda che 



61 



Padr. e che hceuve f al 
dati ? 

Skrv. Al m ha ditt, che 
l opra al è andada ai sett cei; 
e al bai i la fisscià: che quel già- 
ven sior so amich V ha pers al 
zoeugh tuli lepirie, e che adess 
al spetta d' andar con la dili- 
genza a Milan. Al m ha ditt, 
che la siora Luzieita V ha dal 
licenza a lo mar%, e la fat 
giur ameni d' an vedaral pù. 



Padr. Gelosie da malt : a 
cs% m farà lidar, ma pensem 
a ìvu. 

Serv. Se lù al è content, 
mi a mangi un tocc d' pan, a 
bev un bicer d' vin, e veng 
subit a vedar cosa al emenda. 

PADR.Fecfa^ ojdess a gh'ho 
premurcd^bisogna cVvagafoeu- 
ra d' casa: dofica ascoltam co- 
sa ( ordan, e poi magnare e 
( arposarè fin eh' tn' è voja. 

Serv. Al cmanda pur. 

Padr. Per al disnar eh' 
em' da far, pi apara tuli in fla 
camrapù bella; a (mettere su 
la tvaja e i tvajceui pù fin; mei 
su i piati d'porzlana e guarda 



PÀDR E che nemvi tal 
dacc? 

Serv. El m' ha dice che 
V opera in musica l'ha fa^ìc 
furour, mu che el bai V è siau 
fissciàt ; che quel sciour gioven 
so amts, Votra sira Ihaperdùt 
al gieug tutti i scommessi, e 
che el specciava de andò via 
colla diligenza per Milan. El 
m*a dice anca che la doura 
Luzietta V ha lizenziai el mo- 
rós cìie r èva de teu e Vha 
giurai de più voulel vede. 

Padr. Gelosii . . . questa 
si che la me fa vegni da rxd, 
ma adess pensem a nun, 

Serv. Se l'è contenta,mangi 
un pò de pan e bevi un bic- 
cier de vin e tomi subet a 
rezef i seu comand, 

Padr. Siccome ho pressa 
e ho de andà feu de ca, seni 
prima quel che te comandi e 
peu te mangerie e te possarée 
fin che te ne avrée veuja. 

Serv. El comandi pur. 

Padr. Per el disnà che 
ma de fa, prepara tuti in 
del salott mioù. Teu feu la 
tovaja e i nmniin più fin ^ di 
piati teù feu qu% de porscellana 



62 



di porcellana, e procura che 
non manchino né scodelle, né 
vassoj. Accomoda la credenza 
con frutta.uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. e quali posate met- 
terò, in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vecchia! Metti in orcjine la ca- 
mera buona, faViempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
e federe le più fini , e cuopr ilo col 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa'tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto 



no manca né minestrinnnè tond 
de portada. Per el desèr poeù 
gxmrda ben che ghe sia fruta os- 
see, tiga,nos, armandola e regoì^- 
det di bombon e del vin forestee. 

Serv. Che possad fio de 
mett giò. 

Padr. Teù foeura i cugiaa 
d' argent e i folzellin, i cortei 
col mancgh d' avori e regordet 
che % bottelli, i biccer, e i bic- 
ceritt han de vess quij de cri- 
stali mollaa ; mett peù intorna 
a la tavola i scagn pmsee bei. 

Serv. El sarà servii a 
puntin. 

Padr. Regor^det chestassira 
ven la mia nonna : tei set che 
secoada d' una veggia che V è ; 
mett a V ordin la mei stanza, 
fa impienì el pajase e batt i 
materazz, fa el kit, e mett 
dent leozoeu e fodref^ de tela 
finna. Empis la brocca, e de- 
stend sul cadin on sugaman 
ordinari e ona servietta finna; 
fa n coss polid e ghe sarà 
de bev. 

Sery. El me n aà daa 
del defàf ma lassaroo indree 
nagott. 



63 



can manca le scodelle né le fia- 
menghe. Giusta la cardenzacon 
di frutty mettagh d' V ùa, d' le 
nos, d' le mandole, di confet e 
d' lebozze d'vm foraster. 

Serv. e d'ie possade quai 
mettaroi in tavola? 

Padr. a t' gh' è da tor i 
cucciar d' argenl, le forzine e 
i coìrei col menagli d' avori, e 
ricirrdat che le bozze, i biccier 
e i bicerinr i sia qui d' cristal 
mola; mett pò intoran la ta- 
,vola le scragne più bone. 

Serv. Lu al sarà servii a 
puntin. 

Padr. Ricordai che sta se- 
ra vegn me nona; ti (sequant 
al è fastidiosa eia veda : mett 
in ordan la camra bona, fa 
impir al pajon d' scartozz, fa 
battar i stram^zz. Fa su al 
lett coi lenzoeui e le fodrettepiù 
fine, e converzal colla senzale- 
ra. Impinissi la brocca d'acqua, 
e sul bazzin distendagh un su- 
gaman ordinari e un aitar fin. 
Fa tutt cofn va, che la bona 
man an f la mancarà miga. 

Serv. In vrità al m'ha 
comandai tante cose, ma le 
farò tutte. 



e procura ch'ai manchi gnè 
scudelli, gne .... : Met in 
orden la~ credenza con frutt, 
uga,^ noùs, mandoli, bombon e 
boutegli. 

Serv Che possadi ho de 
mett in tavla? 

Padr. Teu % cugjaa d* ar- 
gent, i forzellini, i cortej col 
manegh d'avori, e regorded 
che i bozzi, i biccier e biccierin 
i sia quij de cristal molàt. Mett 
peu intom alla tavola iscagn 
mioù. 

Serv. La sarà servida 
pontualment. 

Padr. Regordet die stas- 
sira el vee la mia ava. Te sé 
quant l'è seccanta quella ve- 
gia. Metti in orden la camera 
bouna, fa impienì el paiaz e 
battei mataraz. Fa sii V legg 
con lenzeu e fodretii i più fini 
e quattel con tendi. ìmpieniss 
el sedelin de acqua e sul batzìl 
destend un sugamàn ordinari 
e un de fin. Fa tutt in regola 
e el mancarà minga la bouna 
man. 

Serv. A dì la vei^tà el 
ma comandai tanti robi, ma 
mi farò tutt. 



64 



ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE 

E DIALETTI DELLE PROVINCIE ITALIANE 

TUTTORA 8060BTTB A DOMIMI STBAKIBRI. 

11 bellissimo e ricco territorio italiano che dal Mincio 
air Adriatico, tra le Alpi e gli Appennini distendesi, è tut- 
tora distaccato dal Regno d'Italia, ed è soggetto a signorie 
straniere; funesta fatalità! Ma la forza usurpò sempre^ le 
ragioni della giustizia, e i fugaci cenni storici che ora darò, 
lo attesteranno. 

ABITANTI DELLA SVIZZZERA ITALIANA 
E LORO DIALETTI. 

Il nome di Svizzera Italiana suole risvegliare nella mente 
dei meno versati nella storia il pensiero, che un' italica 
popolazione all' Elvezia limitrofa, svegliatasi al grido di 
libertà in quelle alpine valli echeggiante, ed infiammata di 
naturale desio di goderne anche essa i preziosi frutti, deli- 
berasse in quei tempi nefasti il distacco dall'antica patria, 
per associare le sue sorti a quelle dei prodi compatrioti i 
di Guglielmo Teli, del Ftlrst e del Malchtal: solenne errore: 
l'Italia fu sempre condannata ad esser preda di stranieri 
oltramontani ! 

I montanari dei tre Cantoni, incoraggiati del trionfo 
riportato a Morgarten, valicarono verso la metà del sec. XIV 
il Gottardo, intimando minacciosi a quei di Leventina di 
non molestare i commercianti che di là passavano per re- 
carsi in Valle Orsera. Fu quello un atto di giustizia; ma 
non molti anni dopo quei di Uri e Unterwalden, resi più 
baldanzosi dalle vittorie di Laupen e di Sempach,' calarono 



65 
di nuovo giù dalle Alpi a rinnuovare le loro lagnanze, e 
trovando che il pestifero germe delle fazioni erasi propagato 
fino alle sorgenti del Ticino, colsero il destro per istrappare 
dai travagliati abitanti della Leventina un giuraniento di 
vassallaggio. Per tale violenza V alta Valle del Ticino fino 
al confluente col Breono restò dall'Italia smembrata: né di 
ciò pago il governo di Uri portò indi a non molto il suo 
confine sulle cime del Monte Ceneri, togliendo il feudo di 
Bellinzona ai Sacco, che turpemente avevano richiesto il 
protettorato elvetico contro i connazionali. L' imperatore 
Sigismondo, usurpatore anch* esso, non aveva esitato ad ap- 
porre un suggello di legittimità a quella invasione, e ciò 
avrebbe prodotto tristissimi effetti, se non avesse saputo 
eluderli Filippo Visconti, perchè in allora regnava nelle sue 
schiere ordine e disciplina sotto i prodi capitani Della Per- 
gola e Carmagnola. Ma la tirannide degli Sforza che usurpò 
la sovranità a quella Casa Ducale, riaperse il varco del 
Gottardo agli alpigiani di Uri; i quali per capitolato torna- 
rono a impadronirsi della Leventina; poi Luigi XII di 
Francia, invasore della Lombardia, fece ignominioso mercato 
di Blenio, della Riviera e del Contado di Bellinzona col 
governo dei tre Cautoni, e la sorte arrideva di quel tempo 
così propizia ai Montanari dell' Elvezia, che la Lega Santa 
bandita da Tapa Giulio II contro quel Re francese, li rese 
padroni di Valmaggia e del Locarnese, indi aperse loro il 
passaggio del Monte Ceneri, sottoponendo alle loro armi le 
Valli di Lugano e il distretto di Mendrisio fino alla Pieve 
di Balerna. 

Nel '151 6 erano ormai sotto la dominazione svizzera le 
alpine valli italiche del Ticino e della Maggia, colle adia- 
cenze del Lago Ceresio; né a quei meschini abitanti si volle 
concedere un giusto pattO' di federale alleanza. La fierezza 
dei conquistatori li volle soggetti a durissimo giogo, repar- 



66 
tendo il territorio in otto Baliaggi presieduti da altrettanti 
Commìssarii col titolo di Landwogt, che i XII Cantoni ogni 
anno vi spedivano, investendoli di alto e basso donainio, 
onde esercitare potessero mero e misto imperio. Pel corso 
di quasi tre secoli durò l'abietto servaggio dei Ticinesi, 
sotto l'oppressione di quei rapaci ministri; per opra dei 
quali una s\ bella parte d' Italia era caduta nella miseria 
e nello spopolamento, e rimasa avvolta nella caligine della 
pid superstiziosa ignoranza. 

Le concitazioni politiche, dalla rivoluzione di Francia 
alimentate, forzarono anco i governi della Svizzera a di- 
mettere r usata fierezza. Basilea, poi Lucerna, indi ^ad uno 
ad uno gli altri Cantoni, a un comando napoleonico, rinun- 
ziarono al dominio sopra \ Balùtggi Italiani. Quella popolazione 
emancipata costituì due nuovi Cantoni della Repubblica 
Elvetica, designando a capiluoghi Bellinzona e Lugano; poi 
l'Atto di Mediazione del 1803 li fuse in un solo, Fattuale 
Cantone Ticino. Ai tempi del napoleonico Regno d'Italia, 
non vollero gli abitanti a questo riunirsi, per cui dopo gli 
avvenimenti del 1814 corse il rischio di ricadere nella ser- 
vitù dei vecchi Cantoni; ma fortunatamente fu proclamata 
la sua indipendenza, subordinata al patto federale. 

Ne resta a dare un cenno storico delle Frazioni territo- 
riali italiane incorpoi^ate nel Cantone elvetico dei Grigioni. Gli 
abitanti della celebre repubblica delle Tre Leghe Grigiey 
adescati da un invito di Papa Giulio II, irruppero nel 1512 
da tre punti in Valtellina, e in men di tre giorni se ne re- 
sero padroni. Il solo forte di Chiavenna resistè per nàesi sei: 
frattanto i Valtellinesi ebri di stolta gioja convennero a Teglie 
in assemblea popolare, ed illusi dal prestigio di ridentissime 
speranze giurarono, e crederono lealmente giurata, un'alleanza 
confederativa colle Tre Leghe, ma presto si accorsero di es- 
ser sempre vassalli, e di aver solamente cambiato padrone. 



67 
Gravi furono le sciagure che travagliarono quelle misere italia- 
he contrade, addivenute Retiche in forza di atti arbitrarii e di 
inganni. Che se per comando del primo Napoleone la Valtel- 
lina tornò a far parte dell'Italia, restarono però ai Grigioni 
le altre cinque alpine Valli di 

Val Calanca e Val Me socco o Mèsolcina, 

Val Bregagliay 

Poschiavo, e 

Val di Monastero o di Ram. 



ABITANTI E DIALETTI DELLA SVIZZERA ITALIANA. 

Nell'isolamento dei Ticinesi dai connazionali, e nel lungo 
loro servaggio sotto i Landwogti, quelV italiana fartìiglia non 
perde nelle forme naturali il tipo italico alpino. In tutta la 
contrada V età fanciullesca è animata da una vivacità che la 
rende briosa, ed annunzia precoce svegliatezza ; ma lo svi- 
luppo della macchina è spesso accompagnato da tanti stenti 
e disagii e dure fatiche, che se gli adulti sono ben presto 
capaci di sopportarle ad onta delle lunghe astinenze, il loro 
abito di corpo però non acquista membra nerborute né per- 
viene ad elevata statura. A ciò si aggiunga che l'estrema 
variabilità dell'atmosfera nei siti più alpestri; l'uliginoso 
clima dei bassi piani e di alcune rive lacustri; l'insalubre 
angustia degli abituri alpini, e in qualche valle di suolo più 
sterile la scarsità dei buoni cibi; altrove V immondezza del 
corpo e la luridezza degli abiti, sono altrettante cagioni di 
malattie, alle quali i Ticinesi vanno soggetti. E tra le tante 
miserie che affliggono l' umana specie, anche in questo Can- 
tone è assai comune quella dei gozzuti e di non pochi eretini: 
nella bassa Leventina e nel distretto di Riviera sono le lo- 
calità, ove più che altrove restano deformati gli abitanti dal 



68 
broncocele : e tra essi non mancano alcuni idioti dall' enorme 
gozzo, che in altri tempi hanno servito di barbaro spettacolo 
alle popolazioni italiane e straniere, alle quali una tal mo- 
struosità era sconosciuta. Fortunatamente diminuisce da varj 
anni il numero di quegli infelici, e ciò è dovuto manifesta- 
mente ai progressi che la civiltà va facendo nel Cantone, 
dopo la emancipazione dall' antico servaggio. Certo è bensì 
che non potrà sparire al tutto l'endemia del broncocele nei 
luoghi di cattiva aria e soverchiamente caldi ; ma se gli abitanti 
di Biasca e di altre località cessassero di far uso di torbide 
acque per bevanda, se provvedessero alla mondezza dei lóro 
tuguri, se non condannassero le loro donne alle più dure 
fatiche, non si perpetuerebbe nelle loro famiglie lo spettacolo 
dei cretini, che con nome umiliante, dal tedesco desunto, 
essi chiamano Nar che suona stolido, o amente ! 

Il Bonstetten e l'Ebel, dimenticandosi a bello studio che 
i Ticinesi hrmdino politicamente una tribù elvetica, adottarono 
i modi insultanti degli antichi Landwogii, sentenziando esser 
quella popolazione italica neghittosa, intemperante, amica della 
luridezza e miserabile. L' egregio Consigliere ticinese Fran- 
scini si die sollecita cura di confutare le ingiurie di quegli 
oltramantani, dimostrando esser falso, che il Ticinese ami 
l'ozio: egli è invece operoso e paziente nella fatica, né tra- 
scura i mezzi che gli si offrono di migliorare la sua con- 
dizione. Per tre secoli il popolo di questo Cantone restò nel 
più umiliante servaggio ; ciò nondimeno i suoi progressi nella 
moderna civiltà furono di gran lunga maggiori che nel Vallese, 
nella Rezia e negli stessi Waldstetten dai quali uscivano i 
rozzi ed altieri suoi governatori. A ciò si aggiunga, che mentre 
negli altri Cantoni della Confederazione addivenne passionata 
abitudine lo aggregarsi in corpi di mercenaria soldatesca, 
pochissimi sono i Ticinesi inclinati a così umiliante mercato 
delle loro persone. Mostrano in ciò generosità di animo ita- 



C9 
Uano;chè se a taluni è di adescamento ad arrularsi tra Uf- 
ficiali stranieri, l'offerta di lucrose condizioni, dispiegano 
allora tutto il valore proprio della nazione cui per natura 
appartengono. Un solo voto è comune a tutti i buoni citta- 
dini del Cantone, che il popolo cioè si mostrasse meno pro- 
penso ai-litigj, e che cambiasse le superstizioni religiose in 
una solida devozione. 

Dialetti. — Nella parte centrale di Val-Cavergno. sulle 
rive della Bavona, abita un piccolo popolo, da cui parlasi il 
corrotto vernacolo tedesco, usato dai montanari dell' alto Val- 
lese. Quelle famiglie provengono, per. quanto sembra, da 
un'antica emigrazione di Vallesani, e non ebbero campo di 
cambiare l' idioma, per essersi insieme riuniti nell' isolato 
comune di Bosco. In ogni altro paese del Cantone si adopra 
la lingua italiana più o meno alterata ; tutti poi comprendono 
benissimo chi la parla correttamente. Volendo tener dietro 
ai diversi vernacoli, se ne troverebbero molti, ed assai 
ben distinti da notabile diversità. Alcuni di essi si rassomi- 
migliano al hmhardo^milanese, specialmente al mezzo giorno 
del Monte Ceneri ; mentre neir alta Leventina fanno risentire 
quegli alpigiani \ influenza del continuo loro traffico colla 
Svizzera tedesca. Dalle traduzioni del consueto Dialogo, che 
ottener potei dalla somma cortesia del Consigliere Franscini, 
potrà dedursi la notabile differenza che passa tra il linguag- 
gio usato dal popolo Luganese, e quello degli abitanti nelle 
valli più settentrionali. In una separata colonna pensai di 
notare diverse necessarie avvertenze ed alcune importanti 
osservazioni filologiche. 



70 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

KD UN SUO SERVITORE. 



Padrone. Ebbene, Bali- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere statò 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città, ma 
poi è piovuto tanto ! 

Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un' osteria, per aspettare che 
spiovesse ! E perchè non hai 
preso r ombrello ? 

Serv. Per non portarquel- 
r impiccio; e poi jeri sera 
quando andai a letto non pio- 
veva più, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stamani 
quando mi sono alzato era 
lutto sereno, e solamente a 
levata di sole si è rannuvo- 
lato. Più lardi si è alzato un 
gran vento, ma invece di 
spazzare le nuvole, ha porta- 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
TICINESE. 



Patrogn. e begn, Batista, 
t'è eseguici tucc iordan cà t'hoo 
dace ? 

Famej. Scior, mi poss si- 
gurau da vess stace pionda 
puntual ca jo poduu. Sta ma- 
tign ai seis e um quart mi sera 
jà in strada ; ai seti e mezza 
mi sera a mità strada, e ai 
voti e tri quart mi entrava in 
zita ; ma pee lora V è piovuu 
tant ! 

Patr. Ca sigond al solit 
tu sé stacc a faà 'l poltrogn 
int um n ostaria, a speccià ca 
balcass. Ma parche t' a tecc su 
mia l' ombrella ? 

Fam. Parnu porta cheli' im- 
picc ; a pee jer d' sira quand a 
sem nacca durmi piuveva più, 
sa piuveva, piuveva sqtms 
nota ; stamatign quand a sem 
stacc suj Vera tutt saregn, e 
dumè a la ruvada du, sou l'è 
nicc nugru. Pi tard Ve dacc 
su um grand air, ma iscambi 
da scova via i nugri, a por- 
toti' tampesta e ha durou mcjs- 



71 



TRADUZIONE 

-NEL DIALETTO 
DI LUGANO, 



Padron. Insù, Battista, ètt 
fai tutt quèll che t'hoo dii? 

Servitoo. Poss sicurall, 
scior, ehm fai quéll choo pò- 
duu. Stamattina ai sès e on 
quart i era già in strada, ai 
sett' e mezza era a mila stra- 
da, e ai vott e trii quart nava 
dent in città; mu lepoeu vegnu- 
da tanta slénza! 

Padr. Che segond ol solit 
tao saree stai all' osiaria a liz- 
zonnà, specdand eh* al cessas 
da pieuf! Parche ett minga 
tòlt su Vombrèlla? 

Serv. Par noo seccam a 
portàlla : epoeujer sira quand 
nava al cobbi al pioveva più, 
sai pioveva al pioveva nient; 
stamattina quand sont levaà su 
l* èva tutt saren, e V é tomaa 
nivol damma alla levada dal 
soo. Pussee tard l'è vignuu su 
on ariascia, cha l'ha minga ca- 
sciaa via i nivol, ma l'ha por- 
taa ona tampèsta, cha l'è dw- 



OSSERVAZIONI. 



OSSBRVAZIOKB I. 

Gli articoli ii /o subiscono alterazioni 
diverse nei vari Distretti cantonali: in 
alcuni luoghi si trasformano in ^IjOt^or; 
altrove in n, /«, «r ; talvolta in ro e ru: 
anclie il femminile la in qualche paese è 
cambiato in ra. 



OSSERYAZIOKB II. 

Saggio di nomi in diversi modi cUterati. 

Carne : carnj chiarn^ chern, chiern^ e' ern. 

Capra : cavra, chiavra, chevra, chiò (plur. 

chior.) 
Calzoni: calzogn, cauz,' chiauz, cheuz, 

Ischiauz, 
Brache: bragh, braiy brei. 
Calza, calzetta : calzela^ cauzeta, chiauze- 

ta, tschiauzeta. 
Chiesa : cesa^ gesa^ geita, gise^ gisi. 
Mano : magn, magàn^ megn. 
Fuoco : fcBugh, feugh, fegh^ feui, fin. 
Focolare: fogorky fuguràj fugare, fujaré. 



72 



to una grandine che ha durato 
mezz'ora, e' poi acqua a eie! 
rotto. 

P ADR. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò ohe ti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che Ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
niodato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; i pan- 
taloni colle staffe erano finiti, e 
la sottoveste stava tagliandola. 

Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo, e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il cal- 
zolajo poi aveva terminati gli 
stivali, le scarpe grosse da 
caccia, e gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 



z Ola, e pee lora ju aqm a 
squass. 

Patr. Isci ti tu vei fam 
savei, ca tu e face sqvxiss nota 
(li chel ca mi f eoa comandou : 
rè vera? 

Fam. [scambi mi eradica 
sarii conteni, quanta ca sava- 
7ii 7 gircajo face par la zita 
in dò or. 

Patr. Senttm i to bramr. 



Fam. Quantacapiuveva,am 
sem farmou in la butia du sni- 
dru, efho vist coi me eco omna- 
dou su 7 vespachesCf con bavar 
e fedra new di trinca : la vossa 
zacca bleu e i pantaloi coi staff 
eran finid, e 7 corpet V era drè 
a tàjalo. 

Patr. Tantu mèj. Ma tu 
ghivat a poch pass 7 capelèi 
e 7 sciavattign, e tu ne mia 
cattou cunt? 

Fam. Sdor sì: 7 capelei u 
neteva 7 ves capei vece, e nugh 
mancheva più che da orla chel 
neu. X calzular pei l'èva finid 
i strivai, i cauzei da cascia, e 
i scarpign da ball.- 

Patr. Ma tu se pè nacc a 



73 



rada fì\e%si'ora\ e doppo acqua 
a segg. 

Padr . Insci la voeurat famm 
cred d'ave fai quasi nagotta da 
quèll che t'hoo comandaa;neel 
véra? 

Serv. Speri ansi ch'ai sarà 
cmienty quand gha diroo ol gir 
chòo fai par la città in dò oor. 

Padr. Sentimm on poo i 
tò bullad, 

Serv. Quand al pioveva 
ma sont fermaa in la bottega 
dal sart, e hoo veduu coni sii 
mee oeucc tuttrimettuudanoeuv 
ol bavar e i foeudar al so sor- 
to : la so marsina turchina e i 
calzon coi staff j era finii e 7 
taiava foeura ol gilè, 

Padr. Tantmei. Ma par- 
che seti minga andai dal cap- 
pelle e dalsdavattm chajevan 
lì press? 

Serv. Sctor si cha sont an- 
dai: ol cappellee al spazzettava 
ol so cappèl, e noo gha manca- 
va che orlali da nóeuv. 01 scia- 
vattin r èva finii i strivai , i 
scarpon da cascia, e i scarpètt 
da ball. 

Padr, In cà da me padar, 



QSBEIIVAZIOFIB 111. 

Saggi di verbi in diveni modi tuali. 

Leggere : leg, leisg, leng, 
Scrivere: scrir, scrtu. 
Fendere : fend. 
Pendere : pend. 

Cuocere : coeuss, cheusi, chiuts. 
Piovere : pioeuv^ piou. 
Muovere : moeuv, mou. 
Mugnere: mongj molg, moug. 



iV. B. I polisillabi sdruccioli diven- 
gono spesso monosillabi. 



' OSSBRVAZIONB IV. 

Vocaboli Ticinesi 
comuni col Tedttco Svizzero. 

Tic. Alp. Ted. Alpe. Ital. Pastura di 
monte. 

I' Fogn. » Fohn. » Garbino; 
venta, di 
ponente. 

» Chugr- » Gugsete » Pioggia 

con neve. 

» Chilbi. » Kilbe. » Festa tito- 
lare. 

» Luina f » Lauine. » Lavina; 

slavina. Avalan- 

' che dei 

Francesi. 



74 



padre quando sei andatOi che 
questo era V essenziale ? 

Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, né sua madre, né suo 
zio, perché jeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno, sarà stata 
in casa? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata, 
e il cocchiere avendo avuto 
r ordine di attaccare i cavalli 
per muoverli, se ne era anda- 
to colla carrozza fuori di città. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perché le portasse a 
chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani ? 



cà de /ne padri, ca l'era 7 
prenzipal! 

Fam. a pena balcou: ma 
j ho trovau ni vess padri, ni 
mam vossa, ni vess barba, par^ 
che inanz erfen noce in cam- 
pagna, e gKan passou la noce. 

Patr. Ma almanch a gK sa- 
rà stacc in cà 7 me fardél, o 
la so femma ? 

Fam. Scior nò,parchèfevan 
face na irottada vers 7 Poìit de 
Biasca (il Ponte di Biasca), c/'é- 
van menou isema il tous e 7 tosai. 

Patr. Ma la servitù Vera 
tuta fora d! cà? 

Fam. X cheuch V era nacc 
in campagna col vess pà ; la 
dunzella, e dui famsi eran con 
la vossa chignada, e 7 carocej 
ca l'èva ro/ceoii Vordan da tacca 
sott i cavaj per movai, /' era 
nacc cola carocia verz Gior- 
nich (Giornico). 

Patr: Donca la cà Vera 
veida ? 

Fam. Gh'ho truvou dumé 7 
stallei, e a lui gh' ho consignou 
tucc i lettri da poiHai in de 
eh' jeoan. 

Patr. Manch mal E la 
provisiogn par domàgn ? 



75 



cha /' èva ol pussee necessari, 
quand sétf stai? 

Serv. Appena cessao da 
pioeuv; ma noo gheva né so 
padar, né soa madar né 7 zio, 
parche V alirer j è nai in vi- 
gilatiiray e j està là a dormì, 

Padr. Donca tao avree tro- 
vaci in ca me fradèll, o la soa 
doìina? 

Sérv. No signor , parche 
jevan fai ona trottada finna a 
Milt, (Melide) e menaa insèma 
ol tós e le tóse. 

Padr. Ma la servitù leva 
tutta foeura da cà? 

Serv. 01 coeugh l^eva an- 
dai in vigilatura col so scim- 
padri ; la donzella e duu sei*- 
vitoo jevan con soa cugnada , 
e 1 carocciee avend vuu ordin 
da tacca i cavai por fa moeuv, 
leva nai colla caroccia verso 
Agra {nel piano di Scairolo). 

Padr. Donca gh* èva nessun 
in cà? 

Serv. Gh' èva dommà ol 
garzon da stalla, e g hoo dai 
iutf % lettri dà portass a chi j 
andava, 

Padr. Mèi che nagotta. Ei 
provvision par doman? 



Tic. 



(Seguono i 


Vocaboli Ticinesi 


comuni 


col 


Tedesco 


Svizzero.) 


Pizooan, 


TnD.BizokeL 


iTAL.Gnocchi. 


Colma. 


it 


Gulm , 
kulm- 
cuolm. 


» 


Cima, 
vetta. 


Sniz. 


M 


Schnitz 




Pere. 


Scoccia. 


» 


Schot- 
ten» 




Siero con 
ricotta. 


Zuffa. 


» 


zaffi. 




Siero con 
ricotta 
molle. 


Trolar, 


» 


Trohler, 




Accatta- 
brighe. 


Tracia. 


B 


Trikkli. 




Cassa da 
vetrajo. 


Vehaì, 


>. 


Weibel. 




Usciere. 


Zigra. 


.' 


Zieger. 




Ricotta. 


Snidar. 


» 


Schnei- 
der. 




Sarto. 


Scribar. 


» 


Skrei- 
ber. 




Scrivano. 


Snéllar, 


» 


Schnel- 
ler. 




Facchino. 


Loiiig. 


» 


Luslig. 




Allegro. 


Tunar. 


» 


Thuner. 


i> 


Garzone o 
fattorino. 



I 



76 



Serv. L' ho fatta : per 
minestra ho preso della pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed ufi* anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo.Hocompra tesogliele, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non lavrai 
potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr. E che nuove ti ha 
date? 

Serv. Mi ha detto che 



Pam. L ho faccia : par ma- 

nestraj'ho tecc pasta, e intani 

j fho crompou formagg e bidu. 

Par'cì'ess 7 less dei videi, fho 

tecc um tocch det crastrogn. La 

I fritura la farò det sciurvel, det 

I fidi. . . . Par stuvàfho crom- 

I pou carn basdeu, e um nana- 

< da da cumadà là coi verz. 

I E dajà ca no f ho trovou ni 

dord, ni parnis, ni galinasc, 

àgh ramediarò cor um polign 

da cheuss in du forn. 



Patr. e det pès tu n e 
j crompou mia ? 
j Pam. Al contrari n ho tecc 
1 in buììdanza, parche 7 costava 
; squass nota. l'ho crompou tiuit, 
I tentar, inguili 

Patr. Iscì la va benissim, 
' Ma 7 barbei tu 7 nurè vidii? 

j Pam. Anzi sicoma 7 g' ha 
i la bottia d' apreu a chella du 
droghej, in de cafho face prò- 
visiogn det zucro, pevar, gaio- 
fri, canela, e cicolatt, parcìwll 
f ho parhu anch' a lui. 

Patr. E chi notiziu t'ha 
I dacc? 

Pam. X m' ha dice ca la 



77 



Serv. /' hoo fai : par la 
menèstra ho tòlt pasta col so 
formagg 'i e butter. Parche ol 
lèss da vedèll l'èva un popooch, 
ho compraoo on toce da castraa. 
La frittura la faroo da scervèll, 
da fidigh e d'artidocch. Par ol 
piatt in umid hoo compraa dal 
porcèl, e on annnadadacusinass 
coi cavolfior. Dord, pernis, ga- 
linasch, n'hoo minga trovaa , 
ma gha rimediaroo coni on poi- 
Un còti in dal forno. 

Padr. e péss neit minga 
compraa? 

Serv. iV hoo compraa anzi 
tanti, parche i custavan pooch. 
Eoo tòlt truut {troie), pèspèsper- 
sipg (pescie persico), teng (tin- 
che), inguill (anguille) e lam- 
préd (lamprede). 

Padr. Va benissm. E'iper- 
rucchee /' ett minga veduu? 

Serv. Scior sì ; e parche al 
gha là bottegha press a^ quella 
dal droghee, dova hoo tòlt me- 
car, pevar, garofoll, cannella 
e doccolat, g hoo parlaa anca 
a luu. 

Padr. E cosa ( hai dii su 
da noeuv? 

Serv. Almaadiiche l'Ope- 



OssBRyAZIo^£ V. 

Vocaboli Ttcinen comuìii col vertiacolo 
del Vallexe, o Romanzo- francese. 

Tic. Butà. VkLL.Bouià. Ital. Abortire. 

» Malt. » Mattogn. « Fanciullo , 
ragazzo. 

Maia. » Matta. » Fanciulla , 
ragazza. 

• Pasiét. t Patseù » Palo da vi- 
te. 



Osservazione VI. 





Di alcuni Vocaboli proprii 




dei vernacoli Ticinesi, 


ne 


, Ini, 


Ital 


. Dentro. 


» 


D' jsorint. 


» 


Palco interno 
superiore. 


" 


D' zottint. 


» 


Palco interno 
a terreno. 


» 


Sàrodan. 


» 


Serotino. 


» 


Incora? 


» 


Quando ? 


» 


Gramarzé, 


» 


Per sua grazia. 


« 


Vita vita. 


» 


Vedi, vedi. 


» 


Trova requie. 


» 


Trovare riposo. 


a 


Compie. 


» 


Basta. 


» 


Froda, 


» 


Cascatadi fiume 


» 


Sajotru ; salta- 
martign. 


» 


Cavalletta. 


» 


Cogia, soogia, 
slavina. 


j) 


Frana. 



78 



r Opera in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è stato 
fischiato ; che quel giovine 
signore suo amico perde V al- 
tra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa si 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 

mangio un poco di pane e 

bevo un bicchier di vino, e 

' torno subito a ricevere i suoi 

comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
Ira i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 



Cumedia l'era bellissima. . . ., 
e ca cheli jovan scim^ vés amis 
rautra sira Ihaperdù algetzgh 
tvcc i scommess, e eh' adess 7 
specdava da nà via in diligen- 
za por Milagn. X m ha anch 
dicCy ca la sdora Luzia l'ha 
dacc schumiou al sé spous, e 
l' ha giourou dà vorè videi 
mai più. 

Patr. Gialousia... o chesta 
sì ca là 'm fa ghigna ; ma 
adess vtgnim nui. 

Fam. Sa vui sii content, 
mangi um boccon d pagn, e 
bevi um bider d' vign e vegni 
d'subat à razeu i vess cumand. 

Patr. Sicoma gh'ho pressa, 
ej'ho da nà fora del cà, sconta 
prima chel cK at cumandi e pè 
lora tu mangiarci, e tu ripo- 
sar et fina ca 7 piaserà. 

Fam. Cumandeicuma vudi. 

Patr. Para al disnà ch'am 
da fa, prapara tut cos in la 
sarà la pli bella. Tè scià la tu- 
vaja e V mantign pi fign ; di 
piati (o t&nd) tè fora cui del 
porscialana. Prapara frutta, 
uga, mms, armandol, bomboi, 
e botili. 



79 



ra in musigaVha fai furor, ma 
cKel ball V è sta fisciaà : che 
quél scior giovan, so amis, l'ha 
perduu r altra sira a giughà 
tutt' i scommèss, e cKal spèttaa 
adess d' andà. col vebcifar a 
Milan. Al maa dii anca che la 
sdora Ziètt V ha gha daa ol 
rugo al spoos ch'ai gheva im- 
ptomettuu da taulla, e l'ha giù- 
raa da vedéll mai piti. 

Padr. Gelosia . . . questa 
mò la ma fa propri rxd : ma 
le ì)óra da pensa a numm. 

Serv. S' alji0rmet, boccmii 
e bevi on zigh, e vegni in on 
stralìisch a ciappà i so ordin. 



Padr. Porche ghoo pressa, 
e voeui nà foeura da cà, scolta 
adess quèll cha tee da fd , e 
doppo mangia e settat già fin 
cha too voeurat. 

Serv, Sont chi, 

Padr. Pai distia cK emm 
da dà, prepara tutt in la sarà 
bella. Tira foeura la tovaja, i 
mantin pussèe fin, e i tond da 
porcellana, e guarda ben cha 
gha manca minga ne scudèll, 
né basai. Métt in ordin la cre- 
denza : fa cha gha sia frutta, 



Tic. Afida, 


ITAL 


. Zlj. 


t» Schérz, 


» 


Arnia d'api. 


» Sch'mersc.pri- 


» 


Precipitarsi da 


gurà. 




un'altezza. 


» Sceng. 


n. 


Piccola pastura. 


» Inscengià, 




Chiudere una 
bestia in qual- 
che luogo. 


V Sarudfi, 


» 


Siero del cacio. 


» Sarogn, 


» 


Siero. 


Lac, léc^ casou. 


» 


Siero bollito. 


» LaCj pen. 


» ■ 


Latte avanzato 
al burro . 


» Lac scramon. 


>' 


Latte senza 
panna» 


» Lac gras. 




Latte puro. 


« Penagia. 


» 


Vaso per ia cre- 
ma. 


» Panày pena. 


» 


Fattura del 
burro. 


» Grama (lev,) i 
» Fiora {bellinz.) > 
« Terhm (lug.) ) 


» 


Crema o fior di 
latte. 


» Slarlusc,8tràlu8C. 


» 


Lampo bale- 
no. 


» Starluscià. 


» 


Lampeggiare. 



so 



frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. e quali posate naet- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di vetro arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa* riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia nop maccherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



Fam. Chi posai j arò da 
met in tavoa? 

Patr. Ciapa i cugei d'ar- 
gent e i forscelL e % ctyrtei col 
mane d'avori, e ragordat ca 
i buleli, i biàer, e i. bicierit 
Sion cui del crustal. Cumeda 
pei intorn alla laura % cadì'ii 
pi beli. 

Fam. Sarii sarvid a dovei. 

Patr. Rafjf/rdat ca sta sira 
vegn la me ava. Ti tu set 
cuma tè mal contenteura chela 
vegia! Met in ordan la cambi^a 
bona, fa impienì la Insacca, e 
fa ball i m^ataras. Fa su, 7 
léce con lanzei e fodret ipì fign, 
equereialsu con una bella quer- 
ta. Impieniss la broca d'aqua, 
e sul cadign da stmid vm su- 
gamagn ordinari e un fign. Fa 
tutt co^ in regola; la bonamagn 
la mancarà mia. 

Fam. In verità vui m* hii 
commdou tanti coss, ma farò 7 
tutt. 



N, ìi. Qaesto Vernacolo è particolar- 
mente usato nella Leventina inferiore. 



81 



nòosy armandol, bims e bottegli. 

Serv. Che possad hoo da 
inelt già? 

Padr. / Cìigiaa d'argent, i 
foìxellinn e i corfeii col manigh 
d'avori ; e régordat che i boi- 
ìègìiy % Inccier e i ìnccierìn sian 
quii da cristall moraa. Mètt 
poeu intorno alla tavola % scqghn 
pussee bon. 

Serv. Cha la lassa fa da mi. 

Padr. Régordat che sta sira 
vègn là mia nona. To see che 
quella véggia l'è mai contenta! 
Dà vèrs alla stanza, fa impinì 
la pajazzd e batt i matarazz. 
Métt in dal legg i lenzoeu e i 
fodrètt pussee finn , e quatlal 
su cont ona bella coverta. Im- 
piniss d'acqua ol sedellin, e sul 
cadinmettigh dò serviétt, vuna 
fina e l'altra ordinaria. Fa tutt 
c6$ in regola, cha ta dappa- 
ree la bonaman. 

Serv. A digala, al ma co- 
mandaa tanti robh, ma faróo 
tutt. 



Osservazione VII. 



Confronto di alcuni vocaboli Leventinesi 


col vernacolo Romansch. 


RoM. IContns Lev. Qaauc Ital. Quante 


uraa? or? 


ore? 


» Séniestes. » Sunestra. » 


Sinistra. 


Cuoìm. » Co'mt. » 


Montagna. 


» Ual. » Ria. V 


Rio. 


» Maladur- » Sfigura. .» 


Sicura. 


da. 




» Las. b Lue. * 


Latte. 


» Om, f Eu. » 


Ova. 


» KaijeL *> Caseu. » 


Cacio. 


» Komba. » Comba. » 


Camera. 


» Aurizi. » Aurizi. >' 


Turbine. 


» Slrempre- » Tamporal. » 


Temporale. 


di. 


- 


» Fein. » Fegn. » 


Fieno. 


» SejniU' y> Sosnù. » 


Governare 


nar. 


il bestiame 




nelle stal- 




le. 



82 
DIALETTO ROMENGIO 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

La celebre repubblica svizzera delle Tre Leghe Grigie 
rinunziar dovette, per comando napolenico, all'antica con- 
quista della Valtellina, naa re3tò padrona di quattro frazioni 
territoriali che all' Italia fisicamente appartengono. Sono 
vallicene di piccola estensione, distinte col nome di 

1. Val Calanca e Val Mesocco o Mesolcina; 

2. Val Bregaglia; 

3. Poschiavo ; e 

4. Val di Miinster o del Monastero. 

Ma questo cenno storico richiama alla mente notizie 
etnologiche, forse a molti ignote, e che non possono tra- 
scurarsi da uno scrittore toscano : dovendo deviare dal su- 
bietto per illustrare una contrada transalpina, cercherò un 
compenso nella brevità. 

Quelle montagne alpine ove scaturiscono l' Inn ed il 
Reno, sono coronate da superbe cime, sulle quali biancheg- 
gia eterna la neve. Asserisce T. Livio nella prima delle sue 
decadir che in quei recessi alpestri penetrarono alcuni po- 
poli di losca origine, i quali fermato avevano da qualche 
tempo il domicilio nei feracissimi piani confinanti col Po e 
bagnati dalFAdda. L'orrida asprezza della nuova dimora 
spense a poco a poco ogni germe. di civiltà negli emigrati, 
i quali corruppero perfino il primigenio idioma nativo ; e 
questo ancora si asserisce dallo storico padovano. Ora sic- 
come non è presumibile che per solo capriccio, o per vana 
brama di acquistar terreno, una colta popolazione preferir 
volesse deserte ed orride contrade al beato soggiorno del- 
l' alta Italia, ammetterò di buon grado la tradizione istorica 
che quella loro ritirata avvenisse nel primo secolo di Roma, 
620 anni prima dell' era volgare, per lo spavento suscitato 



83 
dalla repentina connparsa delle formidabili orde galliche 
guidate da Belloveso; ma che un duce loro di nome Reto 
gli spronasse a quella fuga e fosse loro di guida sui varchi 
alpini di Val Mesocco, sicché per eternare la di lui memoria, 
chiamassero poi Rezia il paese di loro rifugio, ed essi stessi 
bramassero cambiare il nome loro di Thusci in quello di 
Rezii, è opinione arbitraria, o priva gimeno di documenti 
auteutici. Vera è che nel vetustissimo osco idioma, la voce 
Rhea esprimeva forse il nome di una qualche divinità, ve- 
nerata da quei fuggiaschi nella loro terra di asilo; tanto più 
che gli Àtlantidi dell' Affrica veneravano in Rhea la figlia 
di Urano, simboleggiando in essa la terra coltivata: vero è 
altresì che gli Egizii chiamavano Rhe il sole, e che i Cretesi, 
nella loro Teogonia avevano fatto di Rh^a una moglie di 
Saturno : ma queste indagini di mitica origine ne condur- 
rebbero in controversie intricate, che bramo evitare. Certo è 
che nel paese ora fletto dei Grigioni molte località ebbero 
il nome desunto dal radicale Rhea, ed alcune lo conservano 
tuttora; basti il ricordare Rhaetzun primario castello della 
contrada, Rhaeom altra rocca della valle di Ober Halbstein, 
Bhaealt casale della valle di Domleschg, Rhaettigau ora 
PrettigaUi vasto paese irrigato dal Lanquart. 

La rigidezza del clima die gran vigoria al temperamento 
dei Rezii; l'asprezza del suolo gli rese indomiti nell'eser- 
cizio delle più dure fatiche ; la securtà e le dolcezze del 
viver libero svolsero in essi i germi di un passionato amore 
all'assoluta indipendenza. E poiché il numero delle loro fa- 
miglie andava aumentando, dilatarono le loro frontiere fin 
verso il Lago di Costanza: pretendasi anzi che i più vicini 
di domicilio air eccelsa giogaia alpina, resi arditi dal sentirsi 
più forti, tornassero a varcarla, e non contenti di riprendere 
in Valtellina le dimore dei loro antenati, osassero perfino 
di provocare a tenzone le legioni spedite da Roma ad oc- 



cupare le feraci rive del Po. Ma i destini di quella città 
potentissima la volevano di quel tempo signora del mondo 
non eravi infatti asprezza di siti inaccessibile alle aquile 
latine, né ardua impresa che le romane legioni non con 
ducessero a fine con prosperità costante di successo. Lungh 
anni costò bensì ad essi il cacciare dalle rive dell' Adda 
ferocissimi Rezii, che essi chiamavano 6ar6an; e per rin 
chiuderli entro le loro gole alpine attaccare gli dovettero 
nell'opposto lato settentrionale, forzandoli a risalire il Reno 
sino alla Valle del Prèttigau. Questa ultima impresa fu con- 
dotta da Druso, figlio adottivo di Augusto; la Rezia restò 
dipoi sotto i Romani qual paese di conquista. 

Nelle procelle politiche del V secolo passar dovettero 
i Rezii dal giogo imperiale sotto quello degli Ostrogoti ; poi 
sotto il ferreo de Longobardi e dei Franchi. È tradizione che 
un re di longobardica stirpe concedesse la signoria della 
Rezia a un dovizioso possidente della vallata di Domleschg, 
chiamato Vittore, e che il potere supremo si mantenesse poi 
ereditario nella famiglia sua fino a Tello vescovo di Coirà, 
che vivea sul cadere del secolo VIU, e nel cfuale rimase 
estinta: successivamente vuoisi che Carlo Magno investisse 
di tale dignità i vescovi di Costanza. Certo è che la nobiltà 
feudale introdottavi dai Franchi andò propagandosi straordi- 
nariamente : sulle rupi isolate di ogni vallone si vide sorgere 
una rocca ; entro ciascuna di esse stava rinchiuso un tiran- 
nello che infestava colle sue ciurme la subjacente contrada, 
portando la desolazione nelle famiglie. A quello stato di 
umiliante servaggio aggìungevasi la calamità pubblica delle 
guerre perpetue, che quei ladroni feudali tenevano accese 
fra di loro: ma nel petto dei Rezii si riaccese il sopito va- 
lore ; e poiché i limitrofi abitanti di Glari e di Uri avevano 
insegnato loro la via di emanciparsi dalla tirannide, quel 
generoso esempio gli eccitò a meditare seriamente sulle loro 



85 

sciagure; e fece in essi rivivere l'amore alla indipen- 
denza. 

'Negli ultimi anni del secolo XIV sedeva sulla cat- 
tedra di Coirà V ardito vescovo Hartmann, cui venne in 
mente il pensiero di stringere in lega i suoi vassalli con i 
popoli vicini e con alcuni baroni, onde infrenare altri si- 
gnorotti limitrofi che del continuo gli muovevano guerra. 
Nel 1396 i sudditi di quel vescovo formarono solenni patti 
di alleanza con altri feudatarii : e siccome quella unione erasi 
formata sotto gli auspicii d' un prelato, ricoprendola cioè col 
manto della religione, le si die il titolo di Lega di Casa di 
Dio, per elisione Caddèa. 

Era di quel tempo abate e signore di Dissentis Pietro 
Ptdtinger, di nascita illustre e di animo virtuoso, che sem- 
pre memore delle sventure cagionate alla sua famiglia dalla 
prepotenza dei baroni, die facile ascolto alle ferme domande 
dei venerabili seniori del popolo, i quali gli si presentarono 
col progetto. della formazione di una lega, a imitazione di 
quella che già si era costituita : tanto più che a questa pren* 
devano parte anche alcuni giovani baroni, e due conti molto 
potenti. Essendo intanto invalsa la tradizione, che nell'umile 
villaggio di Trons,_ circondato da annose foreste e posto sulla 
via che da Coirà conduce a Dissentis, il pio monaco Sigi- 
smondo propagasse nel VII setolo la luce evangelica tra quei 
montanari, 800 anni dopo i loro discedenti lo scelsero a cuna 
della rinascente loro libertà: ecco in qual guisa. Siccome 
nel silenzio della notte avevano ivi tenuti i primi conventi- 
coli per conquistarla, deliberarono che in quel luogo medesimo 
dovesse essere proclamata. In un giorno di marzo del li24 
ivi si recarono i più potenti feudatarii, e all'ombra di un 
vecchissimo acero trovarono riuniti i venerandi deputati dei 
Comuni, vestiti alla rustica con gabbani di colore grigio, ma 
tutti di gran core e risolutissimi nell' esigere redenzióne dal 



86 
servaggio: quel patto dì giustizia non incontrò dissensi, e fu 
ferniato con solenne giuramento reciproco. In tal guisa ebbe 
origine la seconda Lega detta grigia^ dal colore delle rozze 
tuniche dei* deputati, o dalle loro canizie. 

Ma i paesi posti a greco del naoderno Cantone resta- 
vano sotto la dominazione dell' antica famiglia di Tocken- 
burgo; la quale venne finalmente ad estinguersi nel 1236 
per morte del conte Federigo, i di cui successori suscita- 
rono nella Svizzera discordie gravissime ; e i vassalli retici 
del Prettigau deliberarono di imitare i loro compaesani. Con- 
gregatisi infatti con perfetta* unione proclamarono la loro in- 
dipendenza, è poiché a ciò presero parte i popoli di dieci 
distretti, fu perciò appellata questa terza la Lega delle X Giu- 
risdizioni. 

Sotto gli auspicii dunque della giustizia e di un fermo 
volere nacque nel secolo XV la Repubblica delle Tre Le- 
ghe, con sanzione unanime non dei soli baroni, ma delle 
stesse supreme dignità ecclesiastiche, che con raro esempio 
di moderazione evangelica non si mostrarono punto ostinate 
nel conservare oltre lo spirituale anche il temporale domi- 
nio, arbitrariamente dato loro dagli Imperatori per tenere i 
popoli nella servitù. Ad onta di generosità così laudevole, il 
conte Arrigo di Werdemberg-Sargans presumeva di.ritenere 
i suoi vassalli sotto l'oppressione, ma essi uscirono vittoriosi 
da una perigliosa accanitissima lotta. Fu allora che i se- 
niori conobbero la necessità di una comune alleanza, e 
questa fu costituita nel 1 471 con patti di confederazione 
perpetua di tutte e tre le Leghe, e così nacque la Repub- 
blica federativa dei Grigioni, con preferenza alla Lega Grigia 
che avea promossa la emancipazione popolare. 

Qui cade in acconcio il rammentare che nei primi anni 
del secolo XVI , Papa Giulio II avendo elevata la mente al 
grandioso concetto di purgare la penisola dagli stranieri che 



87 

la depredavano, mal fu intesa in Italia la voce sua, ed ei 
si rivolse agli Svizzeri, adescandoli con molto oro. Fu al- 
lora che i Grigioni, svegliatisi dall' invito pontificio, irrup- 
pero da tre punti in Valtellina/e se ne resero padroni. Quei 
montagnoli ebri di gioia sperarono di poter godere i^ dolci 
frutti di una ottenuta libertà, giurando alleanza confedera- 
tiva colle Tre Leghe, ma presto si accorsero di esser sempre 
vassalli, e di aver solamente cambiato padrone, colla diffe- 
renza che gli invasori condannarono alla multa di scudi 250 
chiunque avesse osato muover lagnanze ! 

Frattanto indi a non molto si sucitarouo concitazioni 
per fanatismo di fntolleranza religiosa, e da quel subbuglio 
non mancò chi trasse partito : nei Grigioni poi segnatamente 
primeggiarono tra i traditori della patria i Pianta ed i Salis. 
Sopraggiunse poi la combustione rivoluz.onaria di Francia e 
nel 1798 un comando Napoleonico costituì la Repubblica 
Elvetica, e le Tre Leghe Grigie perderono la Valtellina, non 
restando loro che il possesso delle cinque alpine Valli Ita" 
liane irrigate dal Calancasca, dalla Moesa, dalla Mera, dal 
Poschiavino e dal Ram, delle quali darò ora un cenno par- 
titamenle. 

i. Fra il distretto di Val-Breno del Cantone Ticinese 
e quello di Chiavenna nel Regno Lombardo restano chiuse 
due alpine valli , divise da cime montuose, poi riunite in 
una sola vallata, là ove confluiscono i due fiumi che le tra- 
versano. Uno di questi è la Moesa, l'altro il Calancasca; 
quindi il nome di Val-Mesocco e di Val-Calanca alle due 
vallicene, e quello di Mesolcina al loro territorio riunito. 

Dalle cime del Bernardino fin presso la Valle centrale 
di Val-Mesocco presenta il paese un selvaggio ed orrido aspet- 
to, non vedendosi che dirupi e vasti depositi di neve tra essi 
sepolti, con alcune pasture nelle pendici più pianeggianti, 
alternate da folte boscaglie. Nella bassa valle incomincia a 



88 
respirarsi il temperato aere d' Italia, e la vista è rallegrata 
dalle vigne e dai gelsi. Gli abitanti di Mesolcina hanno lin- 
guaggio, abitudini e fisonomìa di tipo italiano. Se diversifi- 
cano in qualche costumanza, ciò è dovuto all'affinità ger- 
inanorretica contralta per la comunicazione sociale di dieci 
secoli colla limitrofa popolazione transalpina. È opinione di 
dotti scrittori, che nei più remoti tempi la Mesolcina fosse 
abitata da una tribù di Leponzii, ma vuoisi .che a questa 
un' altra ne succedesse di Thusci, e ciò appunto ne indusse 
a queste ricerche etnologiche. 

2. La Mera che discende nel Lago di Como, proviene 
da una valle denominata Bregaglia, e dai Grigioni Ere- 
gìielh Preghell. Quell' alpina contrada comprende le pendici 
meridionali del Settimer e delle sue laterali diramazioni. 
Pretendesi che il nome antico della moderna Bregaglia foése 
quello di Praegallia, ^u?is\ antemurale di frontiera tra i po- 
poli transalpini, e quei della Gallia Cisalpina. Alcuni altri 
etimologisti però, adottarono V opinione che quel nome sia 
derivato da Praejulia, trattandosi di un paese situato alle 
falde delle Alpi omonime. Certo è che nei bassi tempi fu 
dichiarato distretto libero, sopra del quale non si riserbò che 
il diritto di alto dominio l'Impero di Germania; e quando 
la sua infiacchita potenza non potè impedire ai popoli i più 
animosi di emanciparsi, gli abitanti di Val Bregaglia piut- 
tosto che fraternizzare con. quei di ^Cbiavenna soggetti a un 
conte , amarono unirsi coi Transalpini della Rezia. Questa 
popolazione italiana è tutta di religione rifoimata. Il nuovo 
culto e la comunanza con i Grigionr fecero contrarre ai Bre- 
gaglini alcuni modi sociali praticati, dai soli popoli transalpini, 
ma la fisionomia, la vivacità ed il vernacolo stesso, comecché 
corrottissimo, ne fa riconoscere l'origine italiana. Ove il suolo 
è coltivabile si dedicano alcuni all'agricoltura ; altrove alla 
pastorizia : non pòchi trovano impiego nel trasporto delle 



J 



89 
merci al di là del Settimer e del Monte Giulio. Molti giovani 
prendono soldo nelle truppe capitolate, nelle quali sono 
piuttosto ricercati per la loro robustezza ed elevata statura. 
Ma Y emigrazione piace anche in Bregaglia, essendo nume- 
rosi assai quei che suir esempio degli Engaddinesi esercitano 
un qualche ramo di. industria in paese straniero, per tornare 
poi in patria in età più provetta a terminare la vita nelle 
pareti domestiche. 

3. Risalendo in Valtellina le rive dell' Adda da Sondrio 
a Bormio, incontrasi a metà del cammino la grossa borgata 
di Tirano, poco al disotto della quale confluisce coli' Adda 
il Poschiavino, sboccando da un' angusta foce nel territorio 
di Poschiavo. Questa segregata valle resta divisa dall'altra 
dell' Inn dal monte Bernina. 

Ora è da sapersi che sul cominciare del secolo Vili 
Cuniberto Re dei Longobardi donava la chiesa di Poschia- 
vo al vescovo di Como. Col volger degli anni passò essa 
dal dominio di questa sede vescovile sotto l'altra di 
Coirà ; ma i nuovi signori trovando incomodo il regime go- 
vernativo' di una contrada posta di' qua dalle Alpi, ne in- 
feudarono i Conti tiirolesi dì Metsch, Nei due secoli XII e XIII, 
e fino alla metà del XIV, potè quella signorile famiglia te- 
rfersi in possesso di Poschiavo, ma nel 1360 se ne impadronì 
Giovanni Visconti, incorporandolo di nuovo m Valtellina : 
se non che nei 1486 Luigi Sforza di nuovo lo smembrò, 
perchè riuscivali oneroso il mantenimento del varco alpino, 
e gli piacque farne offerta ai Grigioni. In forza di quel vile 
rifiuto tornarono quelli abitanti ad esser vassalli del vescovo 
di Coirà; tna sopportando di mal' animo quella servile con- 
dizione, nel 1537 trovarono il mezzo di emanciparsi con larga 
offerta di danaro; e addivenuti indipendenti formarono alleanza 
colla. Lega Caddèa: Malagurata mente nel primo ventennio 
del secolo XVII scoppiarono intestine guerr* civili fra i 



90 
Poschiavini per motivi di religione : fu sparso molto sangue 
fraterno e per eccesso di furore alcuni villaggi vennero dati 
ulle fiamme ; ma nel 1629 si ricorse al saggissimo consiglio 
di una intiera libertà di coscienza, e con tal mezzo tutto 
si ricompose alla calma. 

Quasi tutti gli abftanti di Poschiavo trovano la sussi- 
stenza nella pastorizia, e non pochi traggono lucro nel tra- 
sporto delle merci dalla Lombardia nell'Engaddina, e nella 
vicendevole riconduzione di altre. Si dedicano alcuni al 
traffico del vino della limitrofa Valtellina, ma molti sono 
quelli che recansi al solito in paesi stranieri, per esercitarvi 
arti e mestieri diversi. Vuoisi avvertire che nel piccolo ca- 
poluogo di Brusio gli abitanti sono di promiscua religione 
cattolica e protestante : il tempio degli uni sorge in faccia 
a quello degli altri, ma nessuna controversia turba la pace 
del paese. Ciò è dovuto principalmente alle . istituzioni di 
pubblica utilità e benefìcenza che vi si trovano, destinate 
senza privilegio agli abitanti' di qualunque credenza, purché 
ivi nati, o domiciliati. 

A Tra 1' Engaddina, il Tirolo ed il lombardo distretto 
di Bormio resta tutta chiusa un' alpestre vallata , cui tra- 
versa il Ram tributario dell'Adige. Prende essa ìì nome da 
an monastero di vetusta fondazione, ed è perciò detta Val 
di Miinster, Pochissimo è conosciuto quel recesso alpino, 
perchè per la sua posizione ed il suo isolamento non vi si 
. volgono né curiosi viaggiatori, né commercianti. Ma il fu- 
rore delle armi non lo risparmiò: sul cadere infatti del 
secolo XV vi cagionò disastri immensi ; questi furono ripe- 
tuti nel 1622 e nel 1636, e vennero finalmente rinnovati 
nel 1799 e nel 1800. 

Dialetto Romencio. — È cosa notissima che tutti quelli che 
viaggiano per la Svizzera, non esclusi gli Alemanni, trovano 
grandi difficoltà per comprendere i dialetti usati nei diversi 



91 
Cantoni. Nei paesi occidentali di- Vaud, di' Friburgo, del 
Vallese, di Neuchatel, la massima parte degli abitanti parla 
il francesCy ma il vernacolo popolare è ivi ancora un mi- 
scuglio di borgognone antico, di latino e d' italiano, è da 
tante variazioni speciali distinto che le stesse masse popo- 
lari dei precitati Cantoni incontrano qualche inciampo per 
intendersi reciprocamente. 

Ma il linguaggio adoperato in alcune parti del Cantone 
dei Grigioni, da essi chiamato romainscio o romencio, ha un 
carattere particolare ed è meritevote di essere studiato per 
la vetustà delle sue origini o etimologie : svolgasi questa ar- 
ticolo più chiaramente 

' La storia civile, il regime governativo, e le costumanze 
dei Grigioni offrono moltiplici argomenti di utili riflessioni 
al filosofo osservatore. Non trascurai di additare ciò che ne 
sembrò di maggiore interessamento nella topografia delle 
quattro frazioni italiane a quel Cantone aggregate : or ne 
piace di dare un cenno dei diversi vernacoli usati da quella 
popolazione di retica origine. Gli abitanti della tega Grigia, 
che vivono- in vicinanza delle sorgenti dell'alto Reno e nella 
vallata di Domleschg, parlano Y idioma tedesco non poco 
alterato ; quei della Mesoloina un corrottissimo italiano ; tutti 
gli altri usano una lingua di origine vetustissima. Anche nella 
Lega Caddèa è comune il tedesco, specialmente nelle giu- 
risdizioni di Coirà, di Aberfatz e di Aversa, e gli abitanti 
di Poschiavo ivi pure fanno uso di un vernacolo di italico 
tipo, stranamente alterato*; ma in ogni altra parte della Lega 
parlasi l'indicato antico linguaggio, che dirsi potrebbe 'pri- 
n[iitivo, e poiché gli stretti legami sociali e politici, che da 
tanto tempo contrasse con gli Engaddinesi la popolazione ita- 
lica di Val-di Milnster, produsse l'effetto di farle adottare 
anche il loro vernacolo, ragion voleva che se ne facesse 
speciale menzione ; lo che ne fa grato, poiché trattasi di un 



92 
articolo, non di vana erudizione ma importantissimo. Di 
tale argomento si occuparono infatti letterati assai distinti : 
il jP/anto pubblicò l'istoria di quel retico idioma; il pastore 
riformato Ccyrradi ne compose una grammatica. completa; il 
dottissimo P. Placido De-Specha ne fece un profondo studio; 
il Coace ne formò oggetto di speciali disamine e di ponde- 
rati ragionamenti. 

Dal complesso di ciò che scrissero quei filologi dedu- 
cesi, che la lingua di cui or si tratta è di origine óscorase- 
nica, ossivvero tosco-retica. Tito Livio che asseriva avere i 
Rezii alterato alquanto il nativo idioma, scriveva un secolo 
dopo la loro emigrazione, e per questo motivo appunto non 
era forse nel caso di poterne pronunziar giudizio, poiché il 
linguaggio da essi usato ai suoi tempi doveva aver subite 
non poche variazioni per la comunanza degli indigeni colle 
galKf he colonie. È opinione giustissima del P. De Specha, 
che chi bramasse ricercare i più puri avanzi del vetustis- 
simo idioma tosco, per determinare il senso di non poche 
voci latine, e per rischiarare alcune dubbiezze archeologi- 
che, recar si dovrebbe nelle alte valli dei Grigioni, ove 
tuttora è usitato. I Rezii infatti che- ripararono in quelli 
alpestri recessi, non si mescolarono con verun altro popolo; 
e se i Barbari non risparmiarono nemmeno ali alla valle del 
Reno le loro incursioni, furono quelle altrettante micidiali 
meteore, che devastano e passano. Conseguentemente l'idio- 
ma retico restò puro e inalterato, come gli usi, .le costu- 
manze, le istituzioni civili di quei montanari ;.i quali non 
avendo per lunghi anni partecipato ai progressi. della civiltà 
degli altri popoli, tennero circoscritte in angusto giro le loro 
idee, ma non ebber bisogno di nuovi segni per esprimerle. 
Ecco perchè anche al dì d'oggi quel linguaggio è poveris- 
simo di parole, non potendo indicare che gli oggetti della 
vita domestica : ed infatti il dimesso e semplice fraseggiare 



93 
che Trscontrasi in alcune conservate pergamene del secolo 
Vili, è perfettamente simile ai modi di dire adoperati in 
altre carte del secolo XVI, e questi sono usati anche mo- 
dernamente. 

L' idioma retico è volgarmente detto dai Grigioni ro- 
mencio, ma dividesi in due dialetti principali, T una dei quali 
è chiamalo dal P. De Specba romtmo, e l'altro ladino: il 
primo è usalo dagli abitanti delle alte, valli del Reno, ed il 
/oc/mo. da. quei che hanno il domicilio presso le sorgenti del- 
l' Inn e del Ram. Dovendo io dare un saggio di quest' ultimo 
avvertirò, che siccome il dialetto romano può suddividersi 
in vernacolo della pianura, ed in vernacolo àeìYOberland o 
di Soprasselva, così il ladino àcìVEngaddina bassa àìversiùc^ 
da quello dell'afa Engaddina e di Val di Ram II linguaggio 
di Soprasselva è probabilmente il più puro, il più fedele, 
il più autentico avanzo del vetustissimo osco-rasenico : esso 
è laconico, e con i suoi armonici suoni prestasi mirabilmente 
alla poesia. È questo il dialetto propriamente chiamato an- 
tiqidssm lang^tig de V aula Bhaetia, o romaunsch, e meritano 
speciale esame le sue -correlazioni coli' antico Brettone e col 
Basco. Che se i rivoluzionar] francesi del 1799 non avessero, 
commesso, tra ì tanti loro vandalismi, quello ancora di dare 
alle fiamme il monastero di Dissentis ; nella qua! catastrofe 
restarono derubati e distrutti i preziosi manoscritti retici che 
in quella libreria si. trovavano depositati e.gelosamepte cu- 
stoditi; ora che assai più spesso .il Cantone dei Grigioni è 
visitato da dotti viaggiatori, avrebber questi potuto trovare 
ampio pascolo alle loro dotte indagini, nei codici preziosi di 
quella celeberrima Abbadia. 

Premesse queste osservazioni, che ne parvero importanti, 
offrirò un saggio del vernacolo tedino di Val del Monastero, 
traducendo in esso il consueto italiano dialogo. 



94 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

RD UN SUO SERVITORE. 



TRADUZIONE . 

NEI-. DIALETTO 
ROMENGIO: 



Padrone. Ebbene, Balista, 
hai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in canimino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città ; ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al soUto sei sta- 
to a fare il poltrone in un oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

^Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; e poi jeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, o se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 

^ eh, aiy ù si pronunziano come nel 



Padhum. E' baing Batista 
est drizo ogr tuoi las cumù 
schiums, eia té dò? * 

Servitugr Signur eia al 
pos asgiirer d'esser stoopuntuel 
pu da de pudia. Quista de- 
maim alias ses e un quart era 
già in chiaming, alias set emez 
egra a meza streda, e alias 
och e tres quartz entraiva in 
zitet; ma zieva ò pluvia tàint! 

Padr. Al solii sarogiast 
sto in una usteria a fer il pul- 
trunif per spater sing chia non 
piova più ; perchè nun est pi- 
glioo il parisol ? 

Serv. Per nun avair qml 
incomed, è poi er saira chia 
get al letty. nu pluvaiva, e scha 
mèpluvaiva, shei pluvaiva pò- 
eh : quista domaim cugra chia 
sum daschdòy schi egra tuoi 
saraing, è be al munter del 
sulaigl OS ò rinuvlò. Pii tard 
as uzet Un grand vent, ma in-- 
veze da sj)aze dàvent las nU- 
gòles, olpurtò una tampesta ci 

francese idioma. 



95 



ha portato una grandine che 
ha durato mezz'ora, e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padh. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero ? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto con 
questi miei occhi raccomodato 
il suo soprabito cori bavero e 
fodere nuove; i pantaloni colle 
staffe erano finiti, e la sotto- 
veste stava tagliandola. ^ 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolaio, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio , e noa gli mancaya 
che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpmi da ballo. 



' duvet mez tigra, e zieva * ova 
a del ruot. 

Padr. Uschea am vogst fer 
incler da nun vair^ quasi fot 
iinguotta, dà chiè ad vaiva or- 
dinò ; è vaira? 

Serv. Anzi de spreinza 
chial sarogia cuntainl,.cura sa- 
vrogia il ciaming fat per la 
zitet in dues ugras. 

Padr. Sentinsa la Ha. 

Serv. Nel temp chi più- 
vaiva me a fermò in butia del 
schneeder, e dà vigs con quist 
mias ógls racomadò sia sopra- 
bit, (:on bavra e flogdra nogva: 
sia chitel blov è chioces con las 
stafes egran ligvros^ e il gilè 
egrel zieva a taglier. 

Padr. Taint milder. Ma tìi 
vaivest piigr pocha passa il 
ciapellèr è il cialger, è da 
quells nun est scharcio? 

Serv Signur schi; il ca- 
peller ripuligva sia ciapè vegl, 
è nun mandava oier sceè urler 
il nogf. Il cialger vaiva glivrò 
ils stivels, las sdarpcs grosses 
di cada, e las sdarpignas da 
trametg. 



^ L* di ova (acqaa) si pronunzi molto Btretto. 



96 



Padr. Ma ÌD casa di mio 
padre quando^sei andato, che 
questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
ché jeri r altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno àarà stata 
in casa? 

Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata ver- 
so Milnster, ed avevano con- 
dotto il bambino e le bam- 
bine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori' di casa ? . 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e. due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso 5., Maria. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il, garzone di stalla, ed a 
lui ho consegnato tutte le let- 
tere, perchè le portasse a chi 
doveva averle. 



Padr. In desa da mies bap 
cura est sto, quel' egs r esen- 
I ziel? 

! Serv. Apaigna spluvia: ma 
j nu de chiatò ne sias bap, né 
sa mamma, né sias barba ; per- 
chè sterzas sume %as in cian- 
pagna, e sum stos sugr not. 

Padr. Mia frer e sa liuona 
almaing sarogian stos in ciesa. 



' Serv. Signiir nò, perchie 

i avaiven fat Una truteda vers 

j Miinster, è vaim conjlut il ma- 

I ting è las matignas. 

I Padr. Ma la servitiit egra 
twt ogr ciesa? 

Serv. // cuschinier egra ia 
in ciampagna con sia signur 
bap ; la cameriera e dues ser- 
vitugrs egran con sia guinò, è 
il guscier avaind già T uorden 
da 'tacher ils .. chiavals per 
schmuanter,, egra ià con la eia- 
rozza cunter S. Maria. 

Padr. Dunque la ciesa egra 
voda? 

Serv. Nu de chiatò oter 
sexi il giarsum da stalla, e à 
quel daja consegnoo, tuot las 
ciartas, dal purtès a quels ci 
vaiven da vair. 



97 



Padr. Meno male. "E la 
provvista per domani? 

Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato, del for- 
maggio e del burro. Per ac- 
,crescere il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
raajale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedierò con un 
tacchino da cuocersi in forno. 

Padr. E del pesce non ne 
hai comprato ? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po-r 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole e triglie, razza, nasello 
e aliuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome ha 
la bottega accanto a quella 
del droghiere, dove ho fatto 
provvista di zucchero, pepe, 
garofani, cannella e ciocco- 
lata, così ho parlato anche 
a .lui. 



Padr. Maing mei; e la pi^o- 
vischium per domeim ? 

Serv. Zè fatta: per la mi- 
nestra daja piglioo delles pa- 
stesy intaint da ja cunproo 
chiaschòl, è painch; per ojcre- 
scer la ciam daja piglioo Un 
pò ciastro. La friteda farogia 
da cervels, da fio e ciarciofi. 
Per la sosa daja cunproo del 
alimeri, e Un anatra da fer con 
il cavel Perche nun de chiato 
né tordi, né starne, né heccac- 
cias, acomédero con una tachina 
da kogscher in fuorn. ^ . 

Padr. E peschs nun est 
cunproo ? 

Serv. Anzi andè piglioo in 
grand quantitet , perché cu- 
staiva pochischem. De cunproo 
sogliàs, trìgliaSy razzas, nascel- 
hs, e aliustras. 

Padr. Uschea va bainngni- 
schem , ma il paruchier nun 
varogiest vigs? 

Serv. Anzi lo la butia da 
spera quella del droghier, inwi 
de fat la provista da sUcher, 
paiver, garoffols, cidnella e do- 
colatta, uschea daja discheuria 
cun el. 



98 



Padr. e che nuove ti ha 
date ? 

Serv. Mi ha detto che 
r Opera in musica ha fatto 
furore , ma che il ballo è 
stato fischiato; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato ' 
il promesso sposo, e ha fatto . 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ' ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio Un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà.. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto, 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli mi- 
gliori; tra i piatti scegli quelli 



VADfi.Ecè nuvited at el dò? 

Serv. Mo dit chia l'opra 
in musica vegia fai furUgr, ma 
il tramelg egs sto schilflo; chia 
quel giuveri sìgnùr sia amich 
végia pers l' otra saira al giò 
tuoi la soomessa, e uossa spa- 
taivel da partigr con la dili- 
genza per Trent. Ma pilgr dit 
chia la signugra Luciette vegia 
congedia il promiss spugs, e 
ò fot il giuràment da nun vu- 
lair vair pU. 

Padr. Gelosia. . . . che lo 
schi am fo rier; ma inpisainsa 
un pò sUn nugs. 

Serv. Scha el askuntainta 
mangiarogia ùnpopeim, e bai- 
vero Un magiòl ving, e tuorn 
dalum à lisceiver sias comands. 

Padr. Sicome de prescia, 
e stu \gr ogr ciesa, tegla prU- 
ma a mias uordehs, è zieva 
mangiarogest è riposaregiest 
quant à t pie scha. 

Serv. Chial comanda pilgr. 

Padr Per il gianter eia 
vains da fer, prepara tuoi nella 
meldra seletta. Piglia la tuaglia 
e las servietes pil fignas ; tra- 
inter il platz elegia ogr quels 



99 



di porcellana, e procura che 
non manchino né scodelle, né 
vassoj. Accomoda la credenza 
con frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d* argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda' poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà -servita 
puntualmente. 

Padr. Ricofdati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vècchia! Metti in ordine la ca- 
mera buona, fa'riempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
e federe le più fini, e cuoprilo cól 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa'tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



da porcelana, e procugra eia 
nun maincia né copes né vasois. 
Acomada la chianschià con 
frutta, uva, nugschs^ man- 
dorìSy tampastignas e butiglias. 

Serv. È quella puseda met- 
terò in maisa? 

Padr. Piglia il sdums d'ar- 
gient, e las furchetes è ils cur- 
tels col mang hugs; e t'algordet 
eia las klochias è magòls è 
sònigns sajen quels da vaider 
mulo. Acomeda intorn la m^isa 
il melders ciadregias. 

Serv. Et sarogia servia 
puntuelmaing . 

Padr. Talgordet eia quisfa 
saira vegna ma nonna. Tu sest 
baing quant eia legs supstiga 
qella veglia. Metta in bum ur- 
den la chiambra bumd, fo 
riempigr la bisaccia, è ribater 
la materazza. Acomeda il lei 
con l'inzòls e fodra la pU figna, 
é capirei con zanzaria; impla 
la broeacia d'oca, è sii la coppa 
distenda Un sUamem ordinari 
e Un fing : fo tuot iti regia, e 
la mancia nu maincerò. 

Serv. In verdet al am ò 
ordinoo bjeras cioses, ma fa- 
rogta tuoi. 



100 
DIALETTO DEL TRE]\TI]\0 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

Un italiano di qualsiasi condizione» che abbia avuta 
r opportunità di perlustrare i paesi del Trentino, detto da 
alcuni Tirolo italiano, deve per necessità sentire indignazione 
e rammarico, che la bella e italianissima Valle dell' Adige, 
in forza di arbitrio diplomatico, si trovi condannata ad es- 
sere provincia tedesca ! Se le frazioni territoriali italiane 
addette alla Lega Grigia e alla Caddea meritarono speciale 
ricordo, perchè incorporate nel Cantone dei Grigioni, ove 
ebbe domicilio, in vetustissima epoca una colonia etrusca, 
tanto più è degno di illustrazioni etnologiche il Trentino, 
oppresso, negli anni che corrono di redenzione nazionale, da 
servaggio straniero! Lo proverò con argomenti incontrastabili. 

Nella grandiosa, ricchissima, tanto celebre vallata co- 
stituente r Alta Italia, è secondo in grandezza il fiume Adi- 
ge, solo tra i tanti altri dell' Insubria che sdegna farsi tri- 
butario del Po, e che soverchia non di rado le solide e 
custodite arginature del Polesine di Rovigo, discendendo an- 
ch' esso minaccioso alla marina col ricco tributo ài dodici 
grossi confluenti. Corrisponde alla grandezza di quei real 
fiume la vastità delle Valli Trentine che coi più ricchi ^tri- 
-butarj egli trascorre: valli sono quelle rese di pittoresco 
aspetto dalla natura, che nelle circonvicine alpi ^grandeggia: 
ricche per varietà e copia di prodotti. E Valli Italiane, non 
Tirolesi o Tedesche, per legge invincibile della natura sono 
esse : che se nei trascorsi tempi i Duchi dell' Insubria e i 
Dogi Veneti non conobbero, o non vollero conoscere, l' alta 
importanza di aggregarle ai loro stati, tollerando che sulla 
X Regione Italica, profanato il sacrrt confine alpino, scendes- 
sero gli oltramontani ad esercitare la loro tirannide, non per 
questo degenerò giammai la popolazione trentina dalla no- 



101 
bilissima primigenia italica stirpe, poiché nelle opere d' in- 
gegno lasciò travedere quelle slesse scintille di genio con- 
genito che distinguono la nazione italiana, e nell' esercizio 
dell'armi conservò e conserva il primato tra tutti gli altri 
popoli della Penisola e per valore e per fedeltà: di così 
importante territorio italiano, era dunque necessario far men- 
zione più partitamente. 

Quella parte di Alpi Retiche che dal Monte Finisterre 
al Pico dei Tre Signori da ponente a levante distendesi, 
per debita rettificazione orografica formar deve distinta 
sezione col nome specificato di Alpi Trentine: e la Valle 
dell'Adige, del pari che quelle irrigate dai suoi, influenti, 
costituiscono la contrada italiana propriamente detta il Tren- 
tino, non già Tiralo, come suol praticarsi inavvedutamente 
dagli storici e dai geografi ; che Tirolo è voce bensì originata 
da vetusta rocca o castello feudale torreggiante nell' alta valle 
dell'Adige, ma non può al più designare che una piccola 
parte di essa, mentre al di là delle alpi quel nome vien 
dato ormai ad una provincia tedesca. 

Formata essendo questa frazione territoriale italiana da 
un aggregato di valli alpine, le quali però si aprono sulle pen- 
dici meridionali della gran catena, comparisce perciò appunto 
il di lei aspetto di una sorprendente varietà pittoresca : laghi 
coronati da ri^dentissime rive ;. alvei di fiumi e di torrenti, ora 
aperti in mezzo a verdeggianti praterie, e talvolta escavati 
tra orridissimi dirupi ; vallate più o meno grandi, tutte of- 
ferenti i rapidi passaggi da scene che dan terrore a pro- 
spettive di seducente amenità ; ghiacci e nevi eterne sui 
vertici eccelsi della gran catena ; folle boscaglie presso le 
su^ falde, e campi sativi con vigne che non lungi di là inco- 
minciano ad arricchire ead abbellire progressivamente i bassi 
terreni fino al- confine meridionale ; meravigliosa unione della 
natura selvaggia e del terreno coltivato, che presenta opre 



<02 
artefatte, ove supporrebbesi che la mano dell uomo non 
avesse potuto giammai penetrare ; queste ed altre condizioni 
non meno importanti rendono V alta valle dell' Adige, o il 
Trentino, una delle più belle provincie della nostra Italia. 
La storia di questa, come delle altre contrade italiane, 
tutte di classica celebrità, ha il suo periodo mitico e tra- 
dizionale. Fuvvi chi pretese che di razza Euganea fossero i 
primi suoi abitatori. Altri gli volle derivati dalla potentissima 
nazione Etrusca, ed aggiunse che un duca chiamato Reto 
die il nome alla famiglia Retica di etrusca derivazione. 
Piacque poi a taluno lo additare in un modo assai diverso 
la comparsa degli antichi Etruschi nell'alta valle dell'Adige: 
a quella irruzione si assegnò per causa T avere alle spalle 
i barbarissimi Galli, coli' aggiunta che ai fuggitivi non si die 
tregua finché non ebbero varcate le alpi per cercarsi un. 
ricovero sulle rive dell' Inn, restando padroni di quelle 
dell' Adige i prepotenti invasori venuti in Italia da^ oltre- 
tnonte. Con molta circospezione conviene procedere nell' in- 
dagine degli, avvenimenti tradizionali, e tanto più nello am- 
metterli, rigettarli. Livio, Plinio, Trogo non parlarono di 
questa parte della Rezia in modo da farci comprendere chi 
fossero i primi a fermarvi il domicilio : la verità storica ci con- 
cede unicamente di asserire, che ai tempi di Augusto Trivento 
era opjyido] forse città. Nel 705 di Roma Cesare concedeva 
la cittadinanza alle colonie già dedotte sull' Adige : più tardi 
Augusto faceva erigere un fortilizio sulla Tridentina verruca 
perchè i Reti dell' Inn si affacciavano di tratto in tratto ai 
varchi alpini : di fatti nel 740 di Roma erano discesi fino 
nel centro della bassa valle, ma Druso e Tiberio furono sol- 
leciti nel disperderli. Certo è intanto che dai primi anni 
dell' Impero fino a Teodosio spesso tentarono gli Alemanni di" 
invadere questo territorio italiano, più per derubarlo che per 
farne la conquista. Ma quando si assise Onorio sul trono 



103 
imperiale, Stilicone recatosi sulle rive dell'Adige eccitava 
da prode gli abitanti* alla difesa ; se non che educato nei 
principii della greca ingordigia scendeva poi alla bassezza 
di patteggiare a denaro la ritirata degli invasori, senza aci- 
Gorgersi che queir esca appunto dovea presto rendergli pa- 
droni della sventurata Italia. Majoranó infatti gli discacciò 
per r ultima volta, ma in quella fuga, sembra che pronun- 
ziassero orridi giuramenti di vendetta, poiché tornando a 
isignorirsi della. Penisola, la resero stranamente deserta. 

Goti, poi Bajoari,. indi Longobardi formarono un ferreo 
periodo di tirannica dominazione ; durante il quale per ben 
sette volte le rive dell'Adige furono flagellate da fiere pe- 
stilenze, che mieterono miseramente la vita di un gran nu- 
mero di abitanti. . Al quale ripetuto flagello succederono 
talvolta disastrosi fenomeni di terremoti, di alluvioni, e per- 
fino della lebbra, propagatasi fra i Trentini nel 616; e fu 
quella la coorte di fatali disastri che accompagnò in così 
deliziosa valle la sanguinolenta signoria dei Longobardi. 

Dopo una serie di avvenimenti che qui lungo sarebbe 
il registrare, basti il ricordo che in forza del barbarissimo feu- 
dalismo i vescovi di Trento addivennero anche Principi del 
Trentino: Pietro Viglio o Virgilio fu l'ultimo dopo la rivoluzione 
di Francia a riunire il potere spirituale col temporale sulla 
sede vescovile di Trento. Nella pace di Luneville firmata 
nel 1802, il Principato Trentino fu trasferito nella Casa 
d'Austria, che lo uni alla limitrofa provincia del Tirolo. Non 
molto dopo, per vicende di guerra restò ingrandito il vici- 
no regno di Baviera con questa contrada italiana; che per 
lo stesso etfetto guerrésco nel 1810 addivenne Dipartimento 
del Regno d'Italia col nome di Alto Adige: nla nel 1814, 
dopo il rovescio del trono Napoleonico, l'Austria ne tornò 
padrona, e* non occultò le mire di ridurre questo italiano 
territorio a provincia tedesca, dichiarandone capoluogo Inn- 



404 
sbruch, e forzando i Trentini a ricorrere in caso di liti ci- 
vili a quel Tribunale di Appello tedesco, sebbene essi non 
conoscano l'idioma dei loro padroni! 

Abitanti. — Se gli abitatori dell'alta Valle dell'Adige 
sono al tutto conformi nelle qualità fisiche al tipo delle 
altre italiche famiglie, gareggiano altresì con molle di 
esse nelle doti di animo e d'ingegno, e ne superano al- 
cune in certe virtù sociali fatte spesso infievolire dal pre* 
dominio della forza politica. La storia ci addita diverse co- 
lonie che in questa importantissima contrada fermarono il 
domicilio ; qui giovi lo avvertire che i benefici influssi della 
natura sul clima e sulle altre condizioni, fisiche dell'Italia, 
agirono potentemente anco sugli stranieri che da lungo 
tèmpo nel Trentino stanziarono, in generale son tutti di belle 
forme, svelti della persona, di sorprendente robustezza ; nelle 
caratteristiche intellettuali e morali sono italiani. Ciò premesso 
ne piace additare le qualità fisico-morali più partitamente. 

Gli abitanti di Lungo-Adige e àeW Agro Trentino hanno 
il volto pallido e bruno, animato però da vivo occhio nero 
castagno ; e i capelli sono di egual colore. Più adusti dal 
sole e scarni per le f^atiche compariscono i contadini, ma 
svelti e vigorosi. Generalmente sono i Trentini sinceri, 
affabili, cortesi, cordialissimi nell'ospitalità. Intenti- agli af- 
fari domestici, alla cultura delle campagne ed al commercio, 
poco si curano degli agi e delle dissipazioni dtttadinesch^ : 
se non che ivi è accaduto, cóme in tante altre parti d' Italia, 
che ai generosi sentimenti di amore patrio è venuto a so- 
stituirsi, quasi per necessità» quel dannoso interesse privato 
suggerito dall'egoismo, che fa dimenticare il bene pubblico. 
Hanno ì Trentini svegliato ingegno ed eccellenti disposizioni 
a qualunque opra, singolarmente poi alle arti belle. In questi 
ultimi anni si videro non pochi fanciulli del popolo, senza quasi 
veruna istruzione elementare, far disegni, figure, incisioni, scul- 



105 
ture ed anche poesie da destar meraviglia nei più intelligeDii. 

Risalendo verso le sorgenti dell' Adige si rende notabile 
una certa differenza negli abitanti di Bolgiano: statura piuttosto 
alta, omeri stretti, corpo pingue, faccia rotonda, capellatura 
bionda o castagna, colorito bianco-roseo, svegVìatezza in 
volto: dediti al commercio alternano quelle loro occupa- 
zioni con pratiche religiose, cercando sollievo nella tavola, 
poco curanti del resto. Gli abitanti della campagna Bolgia- 
nese hanno costituzione fisica più grossolana e non molto 
spirito ; ciò gli rende tenacissimi nel conservare le avite co- 
stumanze, ma vengono queste ingentilite da una bontà e 
lealtà singolare, comecché accompagnata da sollecita tema 
di non cadere vittima dell' altrui mala fede. 

I Meranesi e gli abitanti della Valle Passeria sono di 
elevata statura, muscolosi e di formò ben pronunziate, re- 
golari n^lla fisionomia; di costumi e di vesti semplici; di 
pochi desideij e molta contentezza. Rozzi per mancanza di 
educazione e pertinaci per natura sono però obbedientissimi 
ai loro parrochi: i doveri religiosi, la cura degli armenti, 
la tavola e il tiro al bersaglio formano l'oggetto esclusivo 
di tutti i loro pensieri. 

Nella Valle-Venosta gli abitanti della parte inferiore e più 
basica hanno piccolo e gracile il personale, pallido il volto. Le 
case loro, non escluse quelle poste lungo le vie della valle del- 
l' Isarco e dell' Arienza hanno la tettoia acuminata e la facciata 
principale nel lato più stretto: la sola parte abitata è il terreno, 
sopra il qual6 trovasi il fienile: la cucina e la sala comune han- 
no pareti di materiale, tutto il resto è di legno. Moltissime 
fanciulle di quelle vallate, qjtregassato l'anno quindicesimo, 
abbandonano i genitori e 1' abituro nativo per procacciarsi 
altrove la sussistenza in qualità di cuoche o di cameriere ; 
pochissime tornano alle loro famiglie. Altrettanto dicasi dei 
giovani, i quali ordinariamente cercano servizio in estranei 



V 

paesi in qualità di macellari e di cocchieri . Concludesi che 
gli abitatori delle alte Valli Alpine rassomigliano i limitrofi 
tedeschi, ma non senza una qualche caratteristica italiana. 

Tornando a discendere nelle vicinanze di Trento, ren- 
desi ben giusto un esame speciale suir indole e sopra i 
costumi degli abitatori della Naunia : l'eruditissimo Pina- 
monti mi sar^' di scorta. ^Le costumanze dei Nauni sono in 
generale le stesse della classe agricola. Quel popolo assai 
sveglio di mente ama il rispetto alla religione e docilmente 
ascolta la pura voce evangelica : in virtù di quel potentis- 
simo mezzo la credenza nei sortilegi, che in altri tempi fece 
delirare i Nauoi, cessò da per tutto. Il criterio e l'emula- 
zione rendono ogni classe laboriosa : rarissime sono le 
contravvenzioni alla sicurezza pubblica ; comune è invece 
l'amore dell'ospitalità. Fuvvi chi accusare pretese i Naùni 
di mala fede nei traffici: è quella una pretta e nera ca- 
lunnia; chi ha 1! animo volto a beneficare il suo simile non 
è rapace, e la classe indigente è in questa, come nelle altre 
valli Trentine, pietosamente soccorsa. 

Passando dalla destra alla sinistra valle dell'Adige, ra- 
gion vuole che si dia una qualche notizia anche di quei 
popoli di straniera origine, che da lungo Jempo- fermarono 
il domicilio nelle gole, nei dirupi ed in qualche ripiano mon- 
tuoso delle valli dell' Avisio e della Brenta. Quegli abitanti, 
che si distesero anche nei due territorii Vicentino e Vero- 
nese,' costituiscono nel Trentino tredici comuni. Sono di 
statura piuttosto alta, ma di fisionomia, di portamento e di 
vesti talmente diversi dal resto dei loro vicini, da distin- 
guerli facilmente a prima vist* Lento è il loro sguardo, 
pesante e mal fermo il , camminare : i loro volti sono più 
bruni che rossastri, la capellatura è di ordirtarìo di color 
castagno cupo : la fisionomia ben poco animata comparisce 
un poco più vivace in quei di Lavarone e di Villa^di Fol- 



- \07 
garia. Debbesi avvertire che da poco più di quaranta anni, 
questa popolazione' avvicinatasi agli abitanti dei territorii 
linnitrofì, si affezionò ad essi caldamente, ingentilì le rozze 
sue costumanze e cambiò perfino 1- originario dialetto nel- 
r Italiano, venendo così a formare una nuova indigena fa- 
miglia, buona, leale, religiosa; di ottima, indole. 

Dialetto di Trento. — La diversa origine delle po- 
polazioni Trentine, la vicinanza di alcuna di esse ai Lom- 
bardi, di altre ai Veneti, di non poche ai Tedeschi, 
produsse necessariamente una notabile difformità nei ver- 
nacoli delle principali vallate. Di ciò rese conto con aurea 
precisione il dotto avvocato Bernardelli nei suoi Cenni sta- 
tistici modernamente pubblicati ; ne piace trascriverne let- 
teralmente il correlativo articolo. « Nei circoli di Trento e 
» di Roveredo si parla esclusivamente la lingua nazionale, 
» cioè r italiana. Sulla destra dell' Adige il comune dialetto 
» è lombardo; quello della stessa valle dell'Adige, ma degli 
» abitanti della sinistra è veneto. Anche nel Circolodi Bol- 
» zano io molti paesi la lingua- italiana è la naturale, in 
» altri si parla promiscuamente V italiana e la tedesca : in 
» pochi altri e nelle frazioni subalpine degli altri due Cir- 
» coli solo quest' ultima. Non pochi abitanti della Valle di 
» Badia, circolo di Brunoppli, parlano la lingua romancia, un 
» misto d'italiano cioè, di latino, di francese, di tedesco è spa- 
» gnuolo, somigliante a quello della Valle Grigionà di Mo- 
» nastero e deli' Engaddina, che taluni ritengono di origine 
» Etrusca. Non dissimile è il dialetto della Valle Nascia, 
» del Livinallongo o Valle d* Andrazzo e della Valle di Am- 
» pezzo. «Pai sopra esposto deducesi manifestamente, che in 
questa italiana contrada, sebbene di non grande estensione, 
notabile è assai la diversità dei vernacoli : qui basti dare 
un saggio di quella di Trento, e nel perlustrare le provineie 
venete, farò conoscere V altro di Tel ve in Val Sugana. 



408 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

KD UN SUO SERVITORE. 



Padrone. Ebbene^ Bali- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
sa assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città, ma 
poi è piovuto tanto ! 

Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un' osteria, per aspettare che 
spiovesse ! E perchè non hai 
preso r ombrello? 

Serv. Per non- portar quel- 
l'impiccio; e poi jeri seria 
quando andai a letto non pio- 
veva più, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stamani 
quando mi. sono alzato era 
tutto sereno, e solamente a 
levata di sole si è rannuvo- 
lato. Più tardi si è alzato un 
gran vento, ma invece di 
spazzare le nuvole, ha porta- 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
DI TRENTO. 



Patron. E co^, Battista, 
fiat fat tutt quel, che t' ho or- 
dina? 

Servidore. Sior, mi pass 
assicurarlo d' aver fati pù ben 
che ho podù. Slammattina alle 
sei e n quart era za en cam- 
min; alle sette e mezza a metà 
strada, e alle ott e tre quarti 
entrava 'n zitta; ma 7 s èpò 
m£ss a piover tant. . . ! . 

Patr. Che al solit te sarai 
sta a far 'Ipoltron en ten osta- 
ria, per spettar che noi pio- 
vessi E perchè non hat tolt 
r ombrella? 

Serv. Per no aver impedi- 
menti ; e po'jer sera, quai]tde 
son nà a lett, noi pioveva pù, 
se 'l pioveva el pioveva pò- 
chissim: stamattina, quande 
son leva, l'era tutt seren, e noi 
sé 'nnugolà che al levar del 
sol. Pù tardi è pò vegnù 'n 
gran vent, ma n vezze de 
piazzar via le nugole, V ha 
porta na tempesta, che l'ha 



iOÒ 



to una grandine che ha durato 
mezz' ora, e poi acqua a ciel 
rotto. 

Padr. Cosi vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò cheti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che Ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due óre. 

* Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; i pan- 
taloni colle staffe erano finiti, e 
la sottoveste stava tagliandola. 

Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo, e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 

Serv. SI signore: il cap- 
pellajo ripuliva il sud cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il cal- 
zolajo poi aveva terminati gli 
stivali, le scarpe grosse da 
caccia, e gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 



dura mezz'ora, e pò acqua a 
sèccei. 

Patr. Cosi te vuoi farine n- 
tender de no aver fati quasi 
gnent de quel che fovea or- 
dina; è 7 vera? 

Serv. Anzi spero che 7 
sarà content, quande 1 saver a 7 
giro che ho fati per zitta in 
dò ore. 

Patr Sentinte k tò pro- 
dezze. 

Serv. Entant eh' el piove- 
va, me som ferma n la bottega 
del sartor, e ho visi costi meocd 
giusta 7 so soravestt con bàver 
e fodre nove, el so gilè nof e 
i trogoni cotte staffe i era fi- 
nidi, e l'era lì che 7 tajava 
la sottovesta. 

Patr. Tunto mejo. Ma t'a- 
vevi pur a pochi passi el cap- 
pellar e 7 cagliar, e de questi 
nò hai zercà no? 

Serv. Si signor: eì cap- 
pellur 7 nettava 7 so cappel 
veccio, e no ghe mancava die 
orlar 7 novo. ^El cagliar pò 
l'atea termina i stivai, le scar- 
pe grosse da cazza e quelle da 
ball. 

Patr. Ma en casa de me 



MO 



padre quando sei andato, che 
questo era I' essenziale ? 

Serv, Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, òè sua madre, né suo 
zio, perchè jeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno, sarà stata 
in casa? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv: Il cuòco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata,, 
e il cocchiere avendo avuto 
r ordine di attaccare i cavalli 
per muoverli, se ne era anda- 
to colla carrozza fuori di città. 

Padr. Dunque la, casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il- garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perchè le portasse a 
chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani ? 



pare, quande set na^ che Vera 
r essenzial ? 

Serv. Appena cessa da pio- 
ver: ma no ho trova né so papà, 
né so Tnamma, né so zio; pelu- 
che r altréri i è nòdi n vilhy 
e i sé fermaci lì anca la noti. 

Patr. Me fradél però, o so 
myèi^ almen la' sarà stàda a 
casa. 

Serv. Non signor; perchè 
i aveva fati na trottada vers 
Avis, e % avea tolt con lori ama 7 
poppo e le puttelle. 

Patr. Ma la servitù creila 
tutta for de cà? 

Serv. El cogo l'era andà n 
campagna col so sior papà; la 
cameriera e dò servitori con so 
cugnada, é 'l cùcciér, che i ga- 
vea ordina de laccar i cavai 
per farghe far moto, V era nà 
colla carrozza vers Matarello 

Patk. Dunque la Casa la 
era vuoda ? 

Serv. No ho trova che 7 
staller, e ael ho consegna tutte 
le lettere, perché elle portass 
à chi le nèva. 

Patr. Thai fatt ben. E la 
pi*ovvista per doman? • 



\i\ 



Serv. L' ho fatta : per 
minestra ho preso della pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fégato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del naajale, ^d un anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimò.Hocomprato sogliole, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 

Padr. Cosi va benissimo. 
Ma il parrucchiere non l'avrai 
potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista d\ zucchero, pépe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr. E che nuove ti ha 
date? 

Skrv. Mi ha detto che 



Serv. L'ho fatta: per me- 
nestra ho toh della pasta, e 'n- 
fant ho erompa del formai e 
del bottér. Da aggiunger alless 
de vedétta ho tolt n pezz de 
castra. El fritto 7 farò de zer- 
vel, de figa e d'articiocchi. Per 
umido ho erompa del rugant 
e un ànedra da far, coi eaoli. 
E stecome no ho trova né tordi, 
né pernis, né ieceazze, ghe so- 
stituerò envézze 'na dindotta 
cotta en tei forno. 



Patr. e pese, n' hat prò- 
vist ? 

Serv. Anzi n ho tolt n 
quantità perché 7 eostava pock 
affatt. Ho compra trutte, sar* 
dene e barbi. 

Patr. Cosi va beriissem. 
Ma 7 perrucehèr no te avrai 
podù vederlo no ? 

Serv. Anzi siccome el gha 
la bottega arént a quella del 
droghete dove ho fatt provvista 
de zuccher, pèver, garòfoi can- 
nella e cioccolata; eos% ho parla 
anca con el. 

' Patr. E che nwe f ha 1 
dat? 

Sery: El m'ha diti, che 



142 



r Opera in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è stato 
fischiato; che quel giovine 
signore suo amico perde l' al- 
tra sera al 'giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che- la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso spesole ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa si 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

. Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. ^ 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara lutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 



t'opera en musica r ha' fati fu- 
rar, ma che 7 ball rè sta fisdà; 
che quel sior zòven, so amigo, 
r ha pers V altra sera al zoch 
tutte le scommesse, e che adess 
l'aspettava de partir per Ge- 
nova colla diligenza. El m'ìm 
dift anca, che la siora Luzietia 
l' ha dat la zesta al so spos, 
e che r ha fati zurametit de 
no volerlo pù. - 

Patr. Gelosie: questa sì la 
me fa rider ; ma adeso pen- 
sante a noi. 

Serv. Se 7 se contenta, 
magno n pò de pam e bevo ti 
biccher de vim, e torno subii 
a torr i so comandi. 

Patr. Siccome gho fretta, 

e cògno nar fw' de casa, scolia 

prima, cosa te ordino, e pò te 

. magnerai e te polserai fin che 

te vuoi. 

Serv. El comanda pur. 

P^TR. Per el disnar che 
dovèm far, prepara tutt en sala; 
tòi la tovaja e i manìpoi pù 
boni, e i piatti di porzelana, 
e varda che no manca ne scu- 
delle né vasi. Fornisci la cre- 
denza de frutt, uva, nos , 
mandole, confetture e bottiglie 



413 



frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. e quali posate met- 
terò in tavola? 

Padr. Prèndi i cucchiai 
d' argento, ,le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. ^ Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchcvola 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fìniy e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, eia 
mancia non mancherà. 

Serv. Per verità élla mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



' Serv. E che possedè meU 
ter en tavola ? 

Patr Tòi i Cacciari d'àr- 
zent e le forzine e i cortei col 
mànech d* avorio : e recordete 
che le bozze, le bicchere e i 
biccherini el sia quei de cri- 
stali mola. Comoda pò 'ritorno 
alla taola le careghe pù bone. 

Serv. El sarà servì a 
pontin. 

Patr. Recordete che sta se- 
ra ven me nonna. Te sai quant 
che V è seccante quella veccia. 
Metti all'orden la camera bella, 
fa 'mpienir 'l pajarizz è batter 
el sdramaz. Prepara 7 lett con 
linzòi e fodre dei più fini e 
covèrzelo con ^na zenzalliera. 
Porta acqua en tei boccal, e 
sul bazin distendi un sugaman 
ordinari e wi fin. Fa tutt n 
regola e la^ bona man nò In 
mancherà, 

Serv. En verità el m'ha 
ordina molte . cose, ma farò 
tutt. 



M4 
DIALETTI DELLE PROVIIVCIE VEìVlETE 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

Sempre più doloroso ed infausto si rende il subietto di 
queste mie investigazioni etnologiche ora che debbo rivol- 
gerle alle Venete provincie ! Per far sorgere di mezzo alle 
acque marittime una grandiosa e superba città, che sgo- 
menterebbe i prù sublimi ingegni architettonici se una si- 
mile costruir dovessero in terra ferma, era necessario il genio 
e V ardimento di Italiani, che tutto possono quando vogliono. 
Or bene -quella prodigiósa città che. per tanti secoli fu si- 
gnora di vasto territorio, per opra d' un Italiano, geme ora 
.sotto il giogo tedesco ! ' 

Vuoisi premettere che l' antico Stalo Veneto compren- 
deva e comprende tuttora : 

7/ Dogado di Venezia, 

Il Padmmno, 

Il Polesine di Rovigo, 

Il Veronese, 

Il Vicentino, 

La Marca Trevigiana col territorio di BellunOy e 

Là Provincia del Friuli: 
si avverte che dall' antico territorio repubblicano restarono 
distaccati il Bresciano, il Bergamasco e il Cremasco. 

Se l'aspetto della Lombardia è reso grandioso dalla 
gran catena alpina, e se imponente è la sua parte che pia- 
nieggia per la straordinaria feracità del suolo, altrettanto può 
dirsi delle Venete provincie. Le Alpi Giulie e le Gamiche 
grandeggiano a settentrione, offrendo tutte le scene sublimi 
e svariate che ammiransi nella gran catena. I colli subal- 
pini sono di ridentissimo aspetto, grazie alla mano industre 



fl5 
dell'uomo che gli ha mirabilmente abbelliti. La parte pia- 
neggiante è per verità alquanto bassa in proporzione degli 
alvei dei grandi iiumi che ,la irrigano e la traversano, ma 
alle loro rive formano ornamento fronzuti alberi, e J bassi 
fondi sono ben coltivati, sebbene di tratto in tratto palustri. 
Oscura come quella di altre afttiche nazioni è Y origine 
dei popoli che primi abitarono la Venezia. Mentre tutti gli 
scrittori si accordano col chiamarli Veneti, alcuni dissentono 
nello stabilirne la provenienza ; giacché taluno gli vuole 
stirpe di Galli, ed a tale opinione è forse condotto da Stra- 
bene, benché 'questo scrittore non.se ne mostri pienamente 
sicuro; si V vero dalle parole di Polibio, che rappresenta i 
Veneti nel vestiménto e nelle abitudini simili ai Galli, ma 
differenti da loro nel favellare. Altri gli afferma Pafflagoni 
venuti dall'Asia Minore, e condotti da Antenore a stanziare 
in Italia: a sostegno del quale asserto si citano Catone, 
Livio e Cornelio Nipote, ai quali piacque ravvisare la iden- 
tità del loro nome con quello della regione onde i Pafflagoni 
furono tratti alV impresa di Troja ; lo che dall' originale di 
Omero dichiarò il Monti nel modo seguente: 

Dair Eneto paese ove è la razza 

Delie indomite mule conducea 

Di Pilemeiie V animoso petto 

1 Pafflagoni .... 
Questa derivazione fu accolta da molti, ai quali parve 
altresì confermata da Sofocle in un passo di una sua tra- 
gedia, citato da Straboue^ e più chiaramente dall'Imperatore 
Giustiniaho nella XXIX delle sue Novelle Costituzio/ni. Al 
contrario Dione Crisostomo reputa favoloso l'arrivo di An- 
tenore in Italia, ed asserisce che i Veneti qui esistevano 
avanti quella pretesa venuta. Comunque ciò sia, sembra 
fuori di dubbio che un popolo straniero soggiogasse o di- 
sperdesse gli Euganei, gente che abitava fra il mare e le 



H6 
alpi, e che ha lasciato il proprio nome alle colline del Pa- 
dovano. La posizione geografica di quel terreno, come nota 
il Silvestri nelle sue Paludi Adriane, esposto a frequenti ed 
estese alluvioni, indocili alla stessa mano regolatrice delluomo, 
faceva sì che gli abitanti ne tenessero una gran parte a 
praterie, serbandole a pascolo di numerosi cavalli : per la 
qual circostanza non mancherà forse chi scorga analogia 
d'abitudine fra questi popoli e gli Eneti della PafSagonia, 
occupati nel propagare la razza delle indomite muk. Frat- 
tanto quella disagiala, situazione servì ai Veneti di salva- 
guardia, preservandoli lungo tempo dalle Galliche invasioni : 
e di ciò persuade ancora il silenzio sotto cui, per varj se- 
coli, gli passa la storia che per ordinario tace dei popoli 
vissuti in età remote, quando i loro avvenimenti non siano 
congiunti ai fatti di un altro popolo venuto in relazione con 
essi. Quella che passò fra i Veneti e i Romani, dopo che 
questi sul declinare del terzo secolo di Roma ebbero var- 
cato il Po, ci si preèenta come amichevole ; giacché se co- 
nosciamo da Polibio che quando Roma fu invasa dai Galli, 
i Veneti mossero in di lei i juto, sappiamo altresì che i Ro- 
mani minacciati poi da invasori transalpini, domandarono 
soccorso ai Veneti ed ottennero che questi ne trattenessero 
rimpeto, e facessero a quei barbari una strategica diversione. 
Certo è in somma che i Veneti unirono sempre le loro armi 
con le armi romane, anche prima della spedizione di Annibale; 
ed è forza il concludere, che mentre i predetti Veneti resta- 
vano oscuri alla storia, mantenevano la loro indipendenza, ed 
avevano forze sufficienti per soccorrere un popolo amico. 

Ma Roma era ormai agitata da spirito infrenabile di 
conquista ; quindi avvenne, che circa la metà del settimo 
secolo di Roma, al tempo della guerra coi Cimbri, Venezia era 
ormai divenuta provincia romana e la governava un Romano 
Pretore, mentre le sue città addivennero municipi!. La nuova 



117 
Provincia Veneta seguì poscia i destini dell' impero ; e poi- 
ché il suo territorio aggiaceva alle alpi e perciò soggetto 
alle' reiterate incursioni dei barbari, gli Imperatori pre- 
sero il partito di mantenere stabili eserciti nei luoghi più 
esposti. Ma dopo il trasferimento della sede imperiale a 
Bisanzio, verso Tanno 400 dell'era volgare, la discesa dei 
Goti non trovò argine che la trattenesse, e fu allora che con 
grandiosa fermezza d' animo ardirono i Veneti di costruirsi 
abitazioni sulle isole t le disseminate nelle loro lacune, e così 
ebbe principio la prodigiosa Venezia. E già sul declinare 
del secolo VII tenevasi una concione popolare in Eraclea, 
ed approvata la proposta del Patriarca di Grado, venne 
adottato il partito di concentrare il potere governativo in 
un capo unico, cui si die il titolo di Duca, convertito poi 
in quello di Doge. Luca Anafesto fu il primo di quei Magistrati; 
Lodovico Manin fu V ultimo, per essere stato dispogliato della 
sua autorità per ordine Napoleonico. 

La durissima condizione per gli abitanti delle venete 
Provincie di essere costretti a formare tuttora una teclesca 
famìglia , rendeva necessario un cenno storico sulla caduta 
di quella Repubblica ! È noto che alla coalizione europea 
formatasi contro la Francia nel 1793, il Governo veneto 
non volle mai associarsi : il Senato vedeva il suo ^lladio 
nella neutralità disarmata, ed in quella trovò invece la propria 
rovina. Buonaparte sdegnavasi nel 1796 perchè al fratello 
di Luigi XVI era stato conceduto un ricovero in Verona ; 
poi gli Austriaci entravano' in Peschiera e per quella occu- 
pazione fu chiesta la consegna dei capitali e navigli spet- 
tanti alle Potenze in guerra colla Francia ed un imprestito 
di cinque milioni. Nel 1797 le Aquile Francesi scacciavano 
le Austriache : a Leoben ebbe luogo una prima trattativa di 
accomodamento : ma nel funestissimo e sempre memorabile 
trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797 fu proditoria- 



H8 
niente ceduta all' Imperatore d' Austria l' Istria, la Dalmazia, 
le Isole venete dell' Adriatico, le Bocche di Cattare, Venezia 
con le Lagune e le regioni comprese fra l' Adriatico, l'Adige, 
il Tartaro, il Canale 'della Polesella, ed il Po. Quel trattato 
meritò a Napoleone le congratulazioni del volpino Tayllerand, 
perchè con tanta destrezza avea condotto un tal negoziato; 
tanto più che in esso comprese altresì una contribuzione di 
tre milioni in denaro ed in munizioni navali, la cessione di 
tre vascelli con tre fregate armate, e la consegna di non 
pochi oggetti di belle arti. La pace ingomma di Campo- 
formio fiegnò l'estinzione della Repubblica Veneta. 

Abitanti DELLE pRovfNCiE venete. — Qualunque sia 
r origine che dar si voglia agli antichi abitatori delle venete 
lagune, certo è che essi costituiscono un popolo di eroi; i 
quali sdegnando con magnanimità di cadere nel servaggio 
dei barbari, vincer seppero gli ostacoli della natura créduti 
indomabili, fabbricandosi una città in mezzo alle acque ! 
Non è quindi meraviglia se tra le varie forme ' di governo 
si elessero la repubblicana, e nei prinai tempi democratica : 
ma la demagogia dovea ben presto profanare la santità dei 
primitivi statuti, e restar cosi condannati i Veneti a passare 
per la consueta trafila dalla prepotenza aristocratica, indi 
della tirannide oligarchica. Ad onta però di tutti quei cam- 
biamoti, e sempre in peggio, la Repubblica sussistè per 
quattordici secoli, temuta, odiata, calunniata, ma impavida 
nelle procelle che fecero proUare tanti troni : dunque gover- 
nata con più saggezza, o per lo meno in modo migliore ! 

Ciò doveasi rammentare, anco per tener dietro alle 
fasi principali dell'incivilimento di questa parte d'Italia. È 
ormai noto che la povertà e le sventure resero cara ai 
Veneti primitivi l'eguaglianza: profughi dal continente e 
rifugiati in mezzo alle acque, non ebbero che i prodotti di 
esse, saie e pesca. Portando in commercio il sopravanzo di 



quegli oggetti non poteano ritrarne che mezzi di vivere 
frugalmente ; ma quella stessa parsimonia mantenne fra^loro 
lungamente la economia e la semplicità dei costumi. Narra 
il Sabellico che i cibi e le abitazioni erano in allora per 
ciascheduno dello stesso genere e qualità : in quelle angustie 
si mantennero i Veneti prodi, postanti, virtuosi, buoni cristiani.^ 
. Trasvolando ai primi. anni del secolo XV li troveremo 
cinti di gloria : armate vittoriose ; erario pubblico col- 
mo d' oro ; industria animatissima in tutti i suoi rami ; 
popolo contènto di sua condizione. Ad oggetto di frenare il 
fasto della classe nobile, si erano promulgate leggi sontua- 
rie, ma queste non si opponevano a quel genere di lusso 
che dà moto alla ricchezza interna senza farla dissipare 
fuori dello Stato. E questo genere di lusso èra condito dal 
buon gusto:. la classe nobile accoppiava allo splendido vi- 
vere una saggia parsimonia in tutto ciò che non ledeva le 
apparenze: era tenuto il clero sotto un regime piuttosto 
severo, ma ciò lo rendeva castigato e virtuoso : le milizie 
erano valorose è fedeli : il medio ceto mostravasi operoso 
in ogni genere di traffico ed arricchivasi con onesti lucri. 
Regnava insomma ^tra i Veneziani la civiltà : i cittadini ed 
il popolo viveano nella contentezza, e senza tema alcuna della 
Inquisizione di Stato, creata per infrenare, i troppo avidi del 
potere e ad impedimento di intrighi con corti straniere. 

Ma la Repubblica Veneta era istituzione sociale come 
tante altre governate del p^ri da uomini pertinenti a classe 
privilegiata ; doveano dunque questi degenerare, ed essa col 
volger degli anni decadere e poi perire. L'insaziabile avi- 
dità, eterna compagna delle nazioni principalmente dedite al 
commercio, suscitò tra i Veneti gelosia, e . quasi aversione 
contro ogni estraneo, ancorché pertinente ad altre parti 
d' Italia. Nel secolo XVI erano s\ dure le Leggi pubblicate 
su tal. proposito, da vietar per fino l'accoglienza sui basti- 



120 
menti di bandiera veneta di mercatanti forastieri: e se questi 
approdavano ai porti della. Repubblica, erano condannati a 
raddoppiare i diritti doganali, e non potevano in essi far 
costruire, e nemmeno acquistare in compra navigli : che se 
per mala ventura insorgevano liti tra essi ed un suddito re- 
pubblicano» si trovavano esposti alla rovinosa conseguenza 
del disborso di somme enormi per ottenere una lentissima 
giustizia. Le navi insomma e i commercianti esser dovevano 
veneziani : intérdicevasi le società tra questi e i forestieri, 
ai quali f^^n si concedevano né privilegi, né protezioni. Tutti 
i diritti andavano. annessi alla qualità di cittadino veneto; 
accadde perciò che un Principe di Servia restò talmente 
sconcertato dalle tasse gravanti gli oggetti seco portati, che 
impetrò il tilolo di veneziano onde essere esonerato da quei 
dazi. Gli stèssi sudditi della Repubblica erano guardati ge- 
losamente quando si recavano alla capitale: nulla acquistar 
potevano che non provenisse da officine o botteghe di ve- 
neziani : per mettere una fabbrica fuori del Dogato, rende- 
vasi necessario ottenere il privilegio ; e; duro lungamente 
l'obbligo delle città di terra ferma di non poter mandar 
fuori merce veruna, senza farla passare per Venezia ove 
pagava un diritto. 

Volli notare le sopra esposte particolarità per dedurre 
più agevolmente quali caratteristiche fosse venuta adacqui- 
starei la nazione veneta, e di qual tempra esser potessero 
gli usi e le costumanze popolari di quella Repubblica. Oli- 
garchia potentissima per ricchezze, avara più che altiera per 
non dar sospetti col soverchio fasto, severissima nell' esercizio 
del potere contro lo straniero, sospettosa e tirannica contro 
chi ad esso era ascritto, rilassatamente autorevole verso la 
sola plebe : operosi erano i cittadini ed a preferenza dedicati 
ad un qualche ramo d'industria-; favoriti dagli ordinamenti 
governativi nella innata smania del commerciante di prò- 



1 



121 

cacciarsi lucro con qualunque mezzo e per qualunque via, 
sagaci e scaltri perciò, più che accorti nei traflBci: plebe 
frugale, condannata a dure privazioni, mal guardata ed im* 
punita in licenze di scostumatezza, e perciò contenta. 

Neir indicato andamento degli affari politici e sociali 
nascondevasi manifestamente il germe della corruzione ge- 
neratrice di decadimento, non aspettando a svolgersi che 
circostanze opportune. Giovi il ricordare che la Veneta Re- 
pubblica non contenta della possanza commerciale, volle 
essere anche conquistatrice : si assoggettò italiani, greci e 
dalmatini : lasciò è vero ai popoli conquistati gli antichi pri- 
vilegi di cui godevano, le abitudini, la religione, la lingua e 
perfino ie leggi municipali ; ma pur nondimeno i nuovi sud- 
diti non riconobbero mai che un solo vincolo comune coi 
Veneti, quello cioè di esser soggetti a quattro ò cinquecento 
famiglie della capitale : ed a ciò contribuì ben anche il si- 
stema adottato di impiegare truppe dalmatine o albanesi per 
tenere in obbedienza gli abitanti della terra ferma, e di 
spedire invece soldati italiani in guardia dei Deputati al 
Governo di Colonie di oltre iriare. Bene è vero che nella 
capitale continuò a dominare una tranquillità inalterabile, 
mantenuta da una polizia oltremodo vigile per un lato, e 
tollerantissima nelle licenze innocue alla politica. L' af- 
fluenza dei forestieri attirati dal lieto vivere ; il ipoto per- 
petuo di una moltitudine innumerabile di opificj aperti 
air industrioso e air indigente, per sodisfare ai bisogni del 
povero e sfidare tutti i capricci del ricco ; gli apparati del- 
l' opulenza ; il russo delle arti e i trofei delle vittòrie; l'am- 
ministrazione finanziera ricca ed economa che soddisfaceva 
il popolo con liberali imprese di edilità ; i magnifici festeg- 
giamenti di frequente ripetuti : tutto quello spettacolo di 
grandezze, di ricchezze, di allegria contentava il popolo e 
nascondeva a un tempo i vizi delle forme governative. 



i 



122 
Frattanto per le ragioni istesse, in forza delle quali 1' am- 
bizione delle conquiste aveva fatto traviare il governo d^lla 
semplicità repubblicana, l' anoiore delle ricchezze e la pas- 
sione per licenziosi modi di vivere corruppero lo spirito 
pubblico. Allorquando echeggiarono per l'Italia i primi ru- 
mori della rivoluzione francese, la condizione politica e sociale 
dei Veneti era appunto quale io la delincava: conseguenza 
naturalissima sarebbe stata un sostanziale cambiamento, di 
regime governativo, naa la caduta sotto il giogo straniero fu 
punizione enorme, ingiustissima ! 

Dialetti. — Se vero è che i Toscani debbono essere 
giudicati maestri del gentile idioma, mi si conceda il dichia- 
rare che nessun dialetto italiano riesce si grato alle orecchie 
di chi sortì i natali sulle rive dell' Arno, come quello dei 
Veneziani. L' inimitabile Goldoni lo rese tra noi quasi fami- 
liare, gustar facendolo sulle scene dei pubblici teatri; mentre 
non avrebbe al certo ottenuto lo stesso intento né col Gi- 
rolamo milanese, né col piemontese Gianduia : e sebbene il 
Pulcinella napolitano abbia in passato divertito assai la fio- 
rentina plebe, essa però continua tuttora a prendere vivissima 
parte alle cotìimedie di veneto dialetto. Essendo mio scopo 
di far conoscere i vernacoli principali adoperati in uno stesso 
Stato italiano, ma in contrade distanti dalla capitale consi- 
derata conie centro di diverse limitrofe popolazioni, ad og- 
getto di far meglio conoscere la varietà delle frasi e delle 
proferenze, reputai perciò conveniente di dare la traduzione 
del consueto Dialogo nel dialetto usato in Venezia, poi in 
altri tre dei quali in seguito renderò conto. 



1S3 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SUO SERVITORE. 



PipRONE. Ebbene, Batista, 
hai tu eseguite. tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ^ 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città-, ma 
poi è piiovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta- 
to a fare il poltrone in un*oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; epoi jeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, o se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



TRADUZIOI^IE 

NEL DIALETTO 
DI VENEZIA. 

Patron. Dunque^ Tita, ha- 
stu fatto tutto quello che (ho 
ordina ? 

Servitor. Posso assimA- 
rarh de esser sta pontml più 
che ho possùo. Sta matina alle 
sie e un quarto gerà za in stra- 
dai alle sette e mezza gera a 
mezza strada, e alle otto e tre 
quarti entrava in città, ma 
dopo gha piovùo tanto ! 

Patr. Al solito ti sarà sta 
a far ilpoltron in (una ostaria 
per aspettar che sbaiasse! E 
per cosa non ti ha tolto l om- 
brella? 

Serv. Per no portar quel- 
V intrigo ; e pòjersera quando 
sòanda in letto, no pioveva più 
molto poco; sta mattina quan- 
do son alza gera tutto seren ; 
e solamente sul levar del sol 
xe torna a scurir. Più tardi 
ha scominzià a ventar, ma 
invece de portar via le nuvo- 
le, xè vegnùo anzi una tem- 
pesta che ha dura mezzora, 



124 



ha durato mezz'ora, e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero ? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

. Padr. Sentiamole tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto con 
questi mìei occhi raccomodato 
il suo soprabito con bavero e 
fodere nuove; i pantaloni colle 
stafife' erano finiti, e la sotto- 
veste stava tagliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolajò, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Si signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il calzolajò 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 



e dopo la shù butà t'un scra- 
vazzo. 

Patr. In sta maniera ti me 
fa capir de no aver fatto quasi 
gnente de queìh che te aveva 
ordina, no xe vero? 

Serv. Anzi spero che la 
sarà contento co la savarà el 
ziro che ho fatto per città in 
due ore. 

Patr. Sentimo le tue bra- 
vure. 

Serv. Intanto che pioveva 
me son ferma in botega del 
sartor, e ho visto coi mi occhi 
che el so soratultò xè giusta, 
che ì gha messo e la pistagna 
e le fodre nove: la ma velada 
toìxhina, e k braghe colle staffe 
i gera fenii, e 7 gilè e stava 
tagliandolo. 

Patr. Tanto megio. Ma 
gera da vicin anche el cappel- 
laro e 7 scarparo, e de questi 
non ti ha cerca ? 

Serv. Si signor: el cappeU 
laro gera dno a nettar el so 
cappello vecchio, e no ghe man- 
cava nome che orlar ci novo. 
El scarparo aveva finio i sti- 
vai, la scarpe grosse da cazza 
e i scarpini da bailo. 

Patr. E a casa de mio 



1^5 



padre quando sei andato, che 
questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
chè jeri r altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 

Padu. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa ? 

Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tóri erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv, Non vi ho trovalo 
che il garzone di stalla, ed a 
lui ho consegnato tutte le let- 
tere, perchè le portasse a chi 
doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 



pare quando xestu andà, che 
questo gera t essmzial? 

Serv. Appena sbalà. Ma 
no gho trova né so pare né siui 
mare, né so barba, parche jer 
l' altro i xe andai in campa- 
gna dove i gha dormìo. 

Patr. Ma mio fradelloo 
sua muger almanco sarà stada 
in casa? 

Serv. Sior no, perchè i 
gavevc^ fatto una trotta, e i 
s aveva mena drio el puttelo 
e le putlek, 

Patr. E i servitori gereli 
tutti fora de casa ? 

Serv. JF/ cogo era andà in 
campagna con so sior pare, la 
cameriera, e i do servitori i 
gera con sua cugnada, e 7 coc- 
cio essendoghe sta ordina de 
mover i cavai, el xe <indà colla 
carrozza. ^ 

Patr. Dunque la casa gera 
voda? 

Serv. No gho trova, nome 
che 7 mozzo de stalla e a lù 
ho consegna tutte le lettere per- 
che le dasse a chi le ghe ve- 
gneva. 

Patr. Manco mal. E la 
spesa per doman ? 



1^6 



Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
maggio e del burro. Per ac- 
crescere il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedieròcon un 
tacchino da cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole e triglie, razza, nasello 
e ali uste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo ? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e. cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr E che nuove ti ha 
date ? 

Serv Mi ha detto che 



Serv. La xe fatta: per ma- 
nestra ho tolto delia pasta, e in- 
tanto ho compra del formaggio 
e butirro. Per zonta ai lesso di 
vedelb ho tolto un tocco de castra. 
El fritto lo farò de cervella, de 
figa e de arzichiocchi. Per umi- 
do ho compra delporcoeunane- 
ra da farse col cavolo. E siccome 
no gho trova né tordi, né stame, 
né galinazze, ripiegherò co un 
dindiotto da cusinarse in forno. 



Patr. e pesce ghe nhastu 
compra ? 

Serv. Anzi molto parche 

el costava poco. Ho compra 

trie, rasa 



Patr. Cuà va benon. Ma 
el parrucchier non ti V avrà 
possilo veder? 

Serv. Anzi siccome el gha 
la bottega darente a quella del 
droghier, dove ho provvisto el 
zuccaro,pevare, brocche de ga- 
re folo, cannella e cioccolata, 
co8% ho parla anche co lu, 

Patr. E che nove te ha- 
lo dà? 

Serv. El m'ha ditto che 



127 



r opera in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è stato 
fischiato ; che quel giovine 
signore suo amico perde Y al- 
tra sera al giuoco tutte le 
^scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa si 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara lutto 
nei salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 



l opera itimmica ha fatto furw, 
ma che el balh i lo gha fischia; 
che quel zQìoene so sior amigo 
f ha perso l altra sera al ziogo 
tutte le scommesse, e che adesso 
r aspettava de andar via colla 
diligenza. El m'ha ditto an- 
che che la siora Lucietta gha 
licenzia el so moroso e che la 
gha zwà de no volerlo più 
veder. 

Patr. Gelosie questa 

si xe proprio da rider ; ma 
pensemo a noaltri. 

Serv. Se la xe contento, 
magno un poco de pan e bevo 
un goto de vin, e pò tomo su- 
bito ai so' comandi. 

Patr. Siccome ho pressa 
de andar fora de casa, ascolta 
prima cosa te devi far, e dopo 
tè magnerà e bevarà quanto 
ti voi. 

Serv. La me diga pur. 

Patr. Per el disnar che 
se deve far, prepara tutto 
nella megio stanza. Tiò la 
tovagia e i tovagiòi piti fini, 
scegli i piatti de porcella- 
na, e varda che no manchi né 
scucile , né fiamenghe , metti 
in cradenza frutti, wa, nose, 



L 



f28 



frutta, uva, noci, mandorle > 
dolci, confetture e bottiglie. 

Srrv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vecchia ! Metti in ordine la ca- 
mera buona, fa'riempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
efedere le più fini,ecuoprilocol 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa' tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà. 

Skrv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



mandok, confetti, e bottiglie. 

Serv. E che possade ho 
da metter in tavola ? 

Patr. Tiò i cuechiari d'ar- 
zetìto, e i pirmi e eortelli col 
manego de avoglio, e ricordete 
che i fiaschi, i goti e i gotesini 
sia quei de crestal mola. Metti 
pò intomo alla tavola le megio 
careghe. 

Serv. La sarà servìo ben. 

Patr. Bicordete che sta se- 
ra vien mia nonna. Ti sa za 
quanto brontolona xe quella 
vecchia! Metti in ordene la ca- 
mera bona. Fa impenir elpa- 
giarizzo e sbatter i stramazzi. 
Metti sul letto i lenzioi e le 
intimelle piti fine, e mettighe 
de sora la zanzaUera.~ Impe- 
nisci la brocca de acqua, e sul 
cain stendighe un sciugaman 
ordinario e un fin. F,a tutto 
pulito, e la bonaman no man-- 
cherà. 

Serv. A dir la verità la 
m'ha ordina troppe cose, ma 
farò tutto. 



129 



DIALETTI DI VAL8UGANA, DI BCLLUNO E DI VERONA 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

Sul confine veneto, tra il borgo di Pergine ed il paese 
di Primolano, apresi l' alta Valle irrigata dalla Brenta, vol- 
garmente denominata Valsugana. Politicamente questo ter- 
ritorio appartiene al Trentino, ma fisicamente farebbe parte 
dello Stato veneto : comunque sia, vi si trovano ora ac- 
quartierate le stesse orde tedesche, quindi poco importa 
che io faccia conoscere il dialetto di quegli abitanti come 
confratelli di Veneti, anziché di Trentini 1 

Riferiscono alcuni la fondazione di Belluno agli Euganei 
antichi abitatori delle Alpi ; certa è però la sua esistenza 
fino dai tempi di Plinio e di Tolomeo. Sotto i Romani fu 
retta dai Governatori delle Gallio, e nelF ultimo triumvirato 
ebbe la cittadinaoza e la qualità di Municipio. Poi soggiacque 
ai Goti e ai Longobardi : costoro ne fecero una Contea, ed 
inalzarono nei dintorni diversi fortilizii. Libera nel secolo XI 
fu governata dai suoi Vescovi e Podestà, poi prese parte 
nella Lega Lombarda : nel secolo XIII soggiacque succes- 
sivamente ad Ezzelino, agli Scaligeri, ai Carrara, ai Visconti. 
In mezzo ai disastri che afflissero quel Ducato dopo la morte 
di Gian Galeazzo, i Bellunesi si diedero alla Repubblica 
veneta. Fu poi occupata dall' Imperatore Massimiliano nella 
circostanza della Lega di Cambray ; ma al ritorno di quel 
principe in Germania, i Veneziani la ricuperarono. Caduta 
la loro repubblica, anche Belluno fu data air Austria ; indi 
nel 1806 fece parte del napoleonico Regno d'Italia come 
capoluogo del Dipartimento della Piave ; e finalmente, per 
effetto della inconcepibile politica di Bonaparte, trovasi ora di 
nuovo soggetta all'Impero austriaco, dando il nome a una 



130 
delle italiane provincia dipendenti dal tedesco Governatore 
di Venezia. 

Frattanto se Plinio assegna agli antichi Euganei per 
loro antica sede anco i monti di Verona, è naturale il de- 
durne, che quei vetustissimi abitatori del Veronese, ne fos- 
sero cacciati dagli Eneti, i quali possedettero quelle contrade 
prima che i Galli le invadessero, e delle quali i Normanni 
poi si impadronirono. Assoggettati a quel popolo conquista- 
tore, i Veronesi servirono da prodi nella seconda guerra 
Punica, e di ciò Silio Italico fa onorevole menzione. 
Nel 665 divennero colonia latina ; nel 706 ebbero la romana 
cittadinanza, facendo parte della tribù Publicia. Il Veronese 
fu non poche volte teatro di sanguinosi combattimenti nelle 
diverse fasi politiche a cui soggiacque : nell' epoca repub- 
blicana Mario vi soggiogò i Cimbri : sotto gli Imperatori ivi 
accaddero sanguinose pugne fra Ottone e Vitellio, tra Co- 
stantino e Massenzio ; e più tardi sotto i Goti fra Stilicene 
e Alarico e tra Narsete e Totila. Il Re Teodorico mostrò 
predilezione a Verona, che fu poi anche la sede ordinaria 
dei Re Longobardi ; e Carlo Magno ne fece la residenza del 
suo figlio Pipino. Ottone primo le concedè la indipendenza : 
allora si governò a Comune nella forma adottata dalle altre 
città di Lombardia. Solleciti si mostrarono i suoi abitanti 
nel partecipare alla Lega Lombarda contro il Barbarossa : 
dopo queir epoca la storia dei Veronesi offre nei secoli X, XI 
e XII gli stessi torbidi di fazioni, di odj municipali e di 
guerre che allora sconvolsero tutta la Insubria : scelsero poi 
nel 1225 a Capitano del popolo V immanissimo Ezzelino, che 
gli travagliò con feroce tirannide Nel 1262 vennero in po- 
tere di Mastino della Scala, che gli resse con governo, per 
quei tempi, assai moderato, ma ciò non potè liberarlo dal- 
l' assassinio sulla pubblica via. Gli Scaligeri suoi successori 
esercitarono il potere con apparente moderazione, ma tutti 



131 
furono più o meno inclinati alla sovranità assoluta, finché 
non restò estinta la loro famiglia per mano di assassini. I 
Veronesi passarono dagli Scaligeri sotto i Visconti; poi sotto 
i Carraresi di Padova fino alla Lega di Cambray, dopo la 
quale tornarono ad unirsi alla Repubblica Veneta, seguendone 
i destini e addivenendo per conseguenza provincia tedesca ! 
Nella limitrofa Vicentina provincia trovasi il montuoso 
distretto di Asiago, conosciuto più comunemente sotto la 
denominazione di Sette Commxi : esso è abitato da una po- 
polazione che parla il dialetto germanico. Molte sono le in- 
dagini degli eruditi sulla origine di quelle famiglie : alcuni 
le fecero discendere dai Cimbri, rifugiatisi in quelle monta- 
gne dopo la sconfitta avuta da Mario : altri da una colonia 
alemanna stabilitavi dagli Ottoni : ultimamente se ne è tratta 
la provenienza dai Tedeschi sconfitti da Carlo Magno, ai 
quali Teodorico diede quivi ricovero. Ma T abate Dal Pozzo, 
nato in uno di quei villaggi, riguarda quella gente come un 
miscuglio di Alemanni colà ricoverati in epoche diverse. 
Qualunque sia la vera fra queste opinioni, certo è che gli 
abitanti dei Sette Comuni sono di razza tedesca, e che non 
variarono ancora il primitivo linguaggio coir idioma italiano; 
quindi il loro dialetto non meritava di esser registrato tra 
gli altri di più o men pura tempra italica. 



132 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

KD UN SUO SERVITORE. 

Padrone. Ebbene, Bali- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città, ma 
poi è piovuto tanto 1 

Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un' osteria, per aspettare che 
spiovesse ! E perchè non hai 
preso r ombrello? 

Serv. Per non portarquel- 
r impiccio; e poi jeri sera 
quando andai a letto non pio- 
veva più, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stamani 
quando mi sono alzato era 
tutto sereno, e solamente a 
levata di sole si è rannuvo- 
lato. Più tardi si è alzato un 
gran vento, ma invece di 
spazzare le nuvole, ha porta- 



TRADUZIONE 

NEL. DIALETTO 
DI TELVE IN VALSUGANA. 



Paron. 'N ben Tita èUu 
esegme tutte le commissioni che 
fho 'dato? 

Famegio. Sior, mi posso 
segurarlo de esser sta pontuale 
pu che ò podù. Stamattina alle 
sie e n quarto era da in viado; 
alle sette e meda era a meda 
strada, e alle otto e tre quar-- 
ti 'ndeva entro in zitta, ma dopo 
V ha piovesto tanto / . . . 

Par. Che al solito ti si sta 
a far 7 poltrm n te na ostaria 
par aspettar che 7 spiovesse! 
E parche no èttu tolta la om- 
briella ? 

Pam. Par no portar drio 
quel 'mbrogio, e pò geri sera 
quando che son 'ndà a dormir 
noi pioveva pù, e se 'l pioveva 7 
piovesinava demo ; stamattina 
quando che son lem l'era tutto 
seren, e demo w tei levar del 
sole 7 sa scurì. Pù tardi sa 
alza un gran vento, ma nveze 
de spazzar via le nuole Va 
porta na tempestaa che la ha 



133 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
DI BELLUNO. 



Patron Ben, Tita, ha tu 
fai tut quel che (ho ordina? 

Servitor. Sior sì, la me 
creda che ho fai megio che ho 
podèst. Sta matina alle sie e 
un quarto ere su la strada; a 
le sete e meda ere a meda stra- 
da, e a le oto e tre quart ari- 
vae in cita; m>a dopo ha piovest 
tant ! 

Patr. Za al to solito tu è 
stai a far elpoltron aWostaria 
per aspetar che sbaiasse! E 
par cosa no t'ha tu tolt la om- 
brela? 

Serv. Par no portar quel- 
la intrigo; e pò gerisara quando 
son andai in lei no piovea p%, 
se piovea, piovea pochissimo; 
sta matina quando son leva 
gera ttU seren e solamente tei 
sol levar è torna a vegner nu- 
voi Pi tardi è vegnest un gran 
veni, ma inveze de cazzar 
via le nuvole, V ha mena 'na 
tempesta che ha dura me- 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
DI VERONA. 



Padrone. Dunque eh Bat- 
tista etu fato quel che tò dito? 

Servitore. Si Signor ò 
fato iuto e più pulito che ò pò- 
dù. Sta matina ale siè e un 
quarto era anche via, ale sete e 
tn quarti a meza strada e ale 
oto e un quarto dentro in sita, 
ma a pò piovti tanto! . . . 



Padr. Che za come el to 
solito te sarè stado a far el 
poltron in una osteria aspetar 
che cala F acqua. Per cossa mo 
no etu tolto su lòmbrela? 

Serv. Per no averghe quel 
imbrqjo, e pò jeri sera quaixdo 
son andado in leto no piovea, 
Q se piovea, piovesinava. Sta 
matina pò quanda son leva su 
ghera seren, ma al levar del 
sol sa nuvola. Dopo credea che 
quel gran vento che sa alza 
podesse spazar el ziel, ma in- 
vege sior nò, zo na tempesta- 
da malingi^eta, e pò acqua a 



L 



13i 



io una grandine che ha durato 
mezz' ora, e poi acqua a ciel 
rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che Ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; i pan- 
taloni colle staffe erano finiti, e 
la sottoveste stava tagliandola. 

Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo, e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il cal- 
zolajo poi aveva terminati gli 
stivali, le scarpe grosse da | 
caccia, e gli scarpini da ballo, i 

Padr. Ma in casa di mio ' 



dura tia meddora, e pò do e 
do acqua a pù non posso. 

!*AR. Cossi ti voi darme da 
ntender de no aver fatto de- 
botto gnente de quel che te avea 
ordenà; èlh vero? 

Fam. Anzi mi spero che 7 
sarà contento co 7 savarà 7 
giro che ò fatto intomo alla 
zitta Vi ten do ore. 

Par. Sentimo le to bì'àure. 

Fam. 'Ntanto che 'l pioveva 
me son fei^mà n te la bottega 
del saltor e ò visto propio co'i 
me occi confwdà 7 so soratutto 
con collaro e fodre nove : la so 
velata turchina e le braghe colle 
staffe i era da fenii ; e 7 gi- 
lè Hghera drio a tagiarh. 

Par. Tanto megio. Ma ti 
gavevi pur vizin 7 cappelUiro, 
e 7 callighero, e de questi no 
ti è cerca no? 

Fam. Sior si ; 7 cappelle- 
ro 7 nettava do 7 so cappeUo 
veccio, e no ghe niancava altro 
die orlar 7 novo. X callighero 
pò r aveva rivi i stivai, le scar- 
pe grosse da cazza, e le scar- 
pette da ballo. 

Par Ma a casa de me pare 



135 



ora, epa un gran screvazz. 



Patr. Cum tu voi darme 
da intender de no aver fat 
quasi gnent de quel che te avea 
ordina; vera? 

Serv. Aìizi spere che la sa- 
rà content, quando la saverà 
el giro che ho fat par città in 
do ore. 

Patr. Sentimo le to hraure. 

Serv. Intani che piovea me 
son ferma in botega del sartor 
e ho vist co i me ochi giusta 
el so veladon coli decol e le 
fodre nove : la so velada tor- 
china e le braghesse co le stafe 
gera fenidi, e 7 gilè el stava 
tagiandolo. 

Patr. Tanto megio. Ma tu 
avea vizin anca el capeler e 7 
scarper, e de questi no tu ha 
zercà ? 

Serv. Sior sì; el capeler el 
netéa el so capei vechio, e no 
ghe manchea che orlar el novo. 
El scarper pò avea fenì i sti- 
va, le scarpe grosse da cazza 
e i scapini da baio. 

Patr Ma da me pare quan- 



sece roverse per na mez óra. 



Padr. Queste je tute eia- 
dare per farme capir che no* 
t'è fato gniente de iuto quel che 
fo ordinado; eb vero? 

Serv. Ben vedaremo quan-- 
do anco el savarà el giro che 
ò fato in sita in do ore. 

Padr. Sentimo ste to bra- 
vure. 

Serv. Fine à piovxi sòn 
sta in botega dal sartor e co 
sii od ò visto a giustarghe el 
so veladon dal bavaro cole 
fodre nove e la so velada, le 
braghe coi tiranti jera finide, 
e al gilè jera drio a tajarlo 
fora. 

Padr. Tanto mejo, ma dal 
capelar e dal calzarer par 
cossa ma no ghe setu andà 
che jera li vizino? 

Serv. Si signor che ghe 
so sta. El capelar el netava 
el so capei vedo, e no ghe 
volea che l'orladura a quel 
novo ; el calzarer pò V avea 
fini % stivai e % scarponi da 
caza e le scarpe da baio. 

Padr. Ma quel che ms im- 



1 



136 



padre quando sei andato, che 
questo era V essenziale ? 

Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, né sua madre, né suo 
zio, perchè jeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno, sarà stata 
in casa? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata, 
e il cocchiere avendo avuto 
r ordine di attaccare i cavalli 
per muoverli, se ne era anda- 
to colla carrozza fuori di città. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non yi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perchè le portasse a 
chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 



quando si tu andà pò? Che l'era 
quello che me premeva de pù. 

Fam. Pena che /a mola da 
piover; ma no ò catà né so 
pare, né so mare, né so amia 
perchè gerì l* altro % é 'fidai 
alla villa eia dormisto là. 

Par. Ma me fradello parai- 
tro e la so femmena i sarà pur 
stai a casa ? 

Fam. Sior no, che i aveva 
fatto na trottaa verso la Purbia, 
eia mena 7 tosatto e le to- 
satte. 

Par. Ma e la servitù erela 
tutta fora di casa? 

Fam. X cogo l'era 'ndà al 
campo col so sior pare, la ca- 
margiera e i do famegi col so 
cugnà; e 7 noledin avendo avù 
r ordene de toccar sotto i ca- 
vai, l' era andà colla carrozza 
verso Montone. 

Par. Donca la casa la era 
voda? 

Fam. No ò catà che 7 gar- 
den de stalla ealugo consegna 
tiUte le lettre parche 7 le por- 
tasse a chi le ghe vegneva. 

Par. Manco male, E la 
provvista par doman ? 



137 



do è tu andày che questo pre- 
mea de pù? 

Serv. a pena sbalà: ma 
non ho trova né so pare, né 
so mare né so barba, parche 
ger V altro i é andati in vila, 
e i ha dormi là. 

Patr. Me [radei paraltro, 
so f emena almanco la sarà 
stata a casa? 

Serv. Sior no parche i 
avea fat una trotada par .... 
e i s avea mena drìo el tosat 
e le tosate. 

Padr. Ma i servitori ereli 
tuti via? 

Serv. El cogo era andat 
in campagna co so sioi' parer- 
la camargera e i do servitori 
i ger a co so cugnada, e 1 co- 
chio avendo avii l'ordine de ta- 
car i cavai par moverli y Vera 
andat co la carezza verso. . . . 

Patr. Dunque la casa era 
voda? 

Serv. No ho trova che Fon 
de stala e ghe ho consegna a 
lu tute le letere, parche el le 
portasse ai so paroni. 



Patr. Manco mal. 
roba par diman? 



E la 



porta de più de saver le a che 
ora te si sta da me papà. 

Serv. Apena cà fini de 
piovar ma no ghera ne so papà, 
ne so marna, ne so sio, parche 
jera andadi in campagna a 
starghe anca la note. 

Padr. Ma me fradel, o so 
mujer almanco i sarà stadi in 
casa? 

Serv. No Signor gnanca 
quei parche jera andadi a con- 
dur el putin e la patina in 
caroza. 

Padr. Ma gherà dunque 
via anche tuti i servitori? 

Serv. El cogo V era andà 
in campagna drio so papa, la 
camariera e i du servitori jera 
con so cugnada, el cocio pò 
eh' el gavea V ordine de movar 
i cavai /' era fora cola caroza. 



Padr. Dunque ghera la ca- 
sa uda? 

Serv. Mi certo no ò trova 
eh' el solo cocio e anzi gò con- 
segna tute le telare parche el 
ghe le daga a ci le dovea andar. 

Padr. Manco mal, ma la 
spesa del disnar? 



L 



1 



138 



Siìnv. L' ho fatta : per 
minestra ho preso della pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un' anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

. Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo.Ho comprato sogliole, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non l'avrai 
potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
cosi ho parlato anche a lui. 

Padr. E che nuove ti ha 
date ? 

Serv. Mi ha detto che 



Pam. La ò da fatta : par 
menestra ò tolto della pasta, 
e intanto ò eomprà del formai 
e del sinalzo. Per far vegner 
de pù 7 lesso de vedello ò prov- 
vedèsto n tocco de castrado. X 
fritto 7 farò de zarvelctti, de 
figa e de carcioffi. Par far del 
tonco ò compra del poìx e na 
anara da far coi caoli fior. E 
siccome no ò cala né tordi, né 
starne, né beccazze ghe rime- 
diarò con n tocchino da cosarse 
tei forno. 

Par. e pesce no ti né 
compirà no? 

Pam. Po si, anzi ne ò tolto 
bonqueltotto, parche l'era tanto 
a bon marca. Ho compra so- 
gliole, trighe, e razza. 

Par Cossi la im benon. 
Ma e 'l perrucchiero no ti é po- 
destà vederi no? 

Pam. Anzi; siccome 7 gà 
la bottega vizina a quella del 
droghiero dove ò provvedeste 
zuccaro, pevar, garofoli, ca- 
nella e cioccolata, e cos^ ghe 
ò parla anca a elio. 
' Par. e cossa (alo conta 
I pò de novo? 

YAìA.'Lma dito che laopara 



139 



Serv. Lho fatta: par me- 
nestra ho tolt paste, e intan 
ho compra formagio e butiro. 
Par dofiUar alla carne de vedel 
ho tolt un toc de castra. El 
fritto elfarò de zarvéla, de figa 
e de arziciocchi. Par umido ho 
compra del porco e un anera 
da farse coi caoli. E sicome 
no ho trova né tordi, né starne, 
né galinazze, rimedierò co un 
dindiot da cusinarse tei foì^no.- 



Patii. E pesce ghe n ha 
tu compra ? 

Serv. Anzi ghe n ho tolt 
tant, parche el costeapoc affato. 
Ho tolt sfogi, trie, rasa, bran- 
zin 

Patr. Cussi va benon. Ma 
el perucchier no tu averà pò- 
dest vederlo? 

Serv. Anzi siccome l'ha la 
botega vizin a quela del dro- 
ghiere dove ho fat provista de 
zuchero, pever, broche de ga- 
rofol, canele, e cioccolata, cmi 
ho parla anca con lu. 

Patr. E cossa te ha lo 
coìità ? 

Serv. El me ha dit che 



Serv. Eh ghe l'ò anca fata 
mi noi se pensa. De minestra 
gò de la pasta, e intanto ò comr 
prà formajo e botier. Par cres- 
sar el lesso de vedel ò tolto un 
toco de castrado. La fritura la 
farò de zervel, de figa, , e de 
arziciochi. Par umido ò com- 
pra del porzel e un anara da 
magnar co le verze. Sicome pò 
nò ò trova gniente de osci pic- 
coli, ne de salvadeghi faremo 
servir par rosta na dindieta 
cota in tei forno. 

Padr. e pesse no te ghe 
ne é tolto? 

Serv. Eh si ghe nò tolto un 
sp*oposito,par lagranrasonche 
el costava poco. Ò compra sfogi, 
triglie, raza, bacala e astese. 

Padr Va ben, va là che te 
se brao. Ma al paruchier no te 
avarémigapodu parlarghe ah? 

Serv. Si-po anzi che gò 
parla parche el ga la botega 
vizina a quela del droghier do- 
ve ò compra sucaro, pevar, 
canela, broche de garofolo, e 
Giocolato. 

Padr Tato conta gniente 
de novità? 

Serv. Elma dito che lope- 



uo 



r opera in musica ha fatto 
furore; ma che il ballo è stato 
fischiato ; che quel giovine 
signore suo amico perde Y al- 
tra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tavadi partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

PiDR. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 



in musica la à fatto furori, ma 
che 7 ballo V è sta fischia; che 
quel sior dovene so amigo là 
perso r altra sera al dogo tutte 
le scommesse, e che adesso 7 
spettava de marciar colla di- 
ligenza par Genova. X ma 
ditto anca che la siora Luzietta 
la ga dato combià al so pro- 
messo sposo e la à giura de 
no vederlo pù. 

Par. Gelosìe! Questa sì che 
la me fa ridar. 

Fam. Se elio l'è contentOj 
magno n boccon de pan e be- 
vo 'na tazza de vin e torno su- 
bito a tor i so comandi. 

Par. Siccome gò pressa e 
bison che vaghe for de casa, 
scolta prima cossa che ordeno 
e pò ti magnare e ti doìmirè 
quanto che ti voi. 

Fam. 'L conmnde pur. 

Par. Par 7 disnar che ga- 
von da far asgia la sala polito. 
To la toagia e i toagioi pu bei. 
Tra i piatti cerca foì^a quei de 
porzellana, e varda ben che 
no manche scvdelle né fiamen- 
ghe; 'npienissi la dispensa con 
frutti, uà, nose, mandole, con- 



141 



l'opera ha fai fur<yi\ ma che 
el baio % l'ha fischia; che quel 
dovena signor so amigo l'ha 
pers V altra sera al dogo tute 
le scomesse, e che ades el spelea 
de andar via co la diligenza 

par El me ha dit 

anca che la siora Luzzieta Iha 
lizenzià el so sposo ^ e l'ha dura 
de no vederlo p%. 

Patr. Gelosie . . . questa 
pò me fa rider, ma ades pen- 
sen a nualtri. 

Serv. Se el me parmete 
magne un poc de pan e beve 
un goto de vin, e pò tome su- 
bito a veder cossa che el voi 

Padr. Sicome ho pressa e 
ha da andar fora de casa, scolta 
prima cossa che tu ha da far, 
e pò tu magnerà e tu te destra- 
cherà quant che tu voi 

Serv. El me dighe. 

Padr. Par el disnar che 
doven far, prepara tut te la 
megio stanza, To la tavagia 
e i tavagioipi fini ; tra i piati 
sdelgi quei de porzelanà, e 
varda che no manche né scu- 
dele, né fiamenghe. Meli su la 
cardenza fruii, uà, nose, man- 



ra à fato furor ; che el baio V è 
sta fiscia ; che quel zovene so 
amigo là perso l'altra sera 
tute le pirie e che noi vede 
loì^a de svignarsela a la prima 
ocasion, El ma dito pò anca 
che la siora Luzieta Va messo 
in libertà ol so novizo dando- 
ghe indrio le sa comise. 



Padr. Gelosie . ... ah que- 
sta V è proprio da rider. Ma 
adesso pensemo a noaltri. 

Serv. Se el se contenta ma- 
gmi un bocon de pan e bevo 
un gozo de vin e vegn^subito 
a sentir cossa cK el voi 

Padr. Veditu, sicome gò 
pressia parche bisogna che va- 
da fora de casa, te dago i ordini 
e pò magna e bevi fin che te vò. 

Serv. El diga su alora. 

Padr. Pareda la tavola nel 
linei tò le mejo tovaje e i mejo 
toajoi, tira fora % piati de por- 
zelanà, guarda pò caro ti che 
no manca ne fondine ne piati 
grandi. Pareda la cardenza 
con su i fruii, uà, nose, man- 
dole, dolzi un pochi de confeti 



V 



1 



lisi 



frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. e quali posate met- 
terò in tavola? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu s# quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



[etti e bottilgie. 

Fam. Che possade gotti da 
metter pò a tavola ? 

Par. To i cucciàri de ar- 
dento e i cortei coìi manego de 
olgioy e recoi'dete ben che le 
bozze, le tazze e i gottesini i 
sia de quei de cristallo infiora. 
Comèda dopo attorno alla taola 
le careghe pu belle, 

Fam. Elio 7 sarà servì pon- 
tualmente. 

Par. Recordete ben che stas- 
sera gen me nonna. Ti ti sé 
quanto che la è fastidiosa quel- 
la veccia; regola ben la camara 
bona, fa mpienir 7 pagiarizzo 
e battar 7 sdramazzo, comoda 7 
letto con ninzoi e le foìete piti 
fine e metteghe sora 7 podi- 
glion. 'Npienissi 7 lavaman de 
acqua e asgieghe la n suga- 
man ordinargio, e uno n fin ; 
fa tutto n regola e la bona mmi 
no la mancarà no. 



Fam. W verità che elio l 
m' à ordenà tante cose, ma mi 
le farò tutte. 



j 



143 



(Iole, con feti y e boiilge. 

Serv. e che possade mete- 
rò a tola? 

Padr. To i cuchiari dar- 
zento , e i pironi e cortei col 
inanego de avorio, e recordete 
che i fiaschi, i goti e i gotesin 
i sia quei de eresiai mola. Meti 
pò atorno la tola le megio ca- 
reghe. 

Serv. La sarà servì a so 
modo. 

Padr. Bècmdete che sta 
sera vien me nona. Tu sa che 
secada che la è quella vecchia! 
Prepara pulito la camera bona, 
fa impenir el pagiaz e sbater 
i stramaz. Meti sul let i nizói 
e le intimele jn fine, e cover- 
zelo col padiglioni. Impenisci 
la broca de aqua, sul cadin 
meti un sugammi gros e un fin. 
Fa tut pulito, e la bonaman 
no mancherà. 



Serv. Da sen l' ha me ha 
comanda tante cosse, ma fa- 
rò tut. 



e dele botiglie de vin. 

Serv. E che possade vol-lo? 

Padr. Meti pura i cuciari 
d'argento, ma i cortei e i pironi 
de quei coi maneghi d* avorio. 
Ma no desmentegarte par ca- 
rità che le boze, i goti, e i bi- 
cerini i sia de quei a mola. 
Meti pò a tomo a la tavola 
i careghini mejo. 

Serv. El sarà servido in 
regola el staga sicuro. 

Padr. No state desmente- 
gar che sta sera vien me nona. 
Te sd come l è fastidiosa quela 
occia. Meteghe in ordine la ca- 
mera dei forastieri, faghe im- 
pienir de scartozi novi elpajon, 
e botar anca el stramazo ; ti- 
reghe fora un par de ninzoi 
fini e de le bone forete, metteghe 
pò desora el rido. Impienesse- 
ghe la broca dal' acqua e sul 
bazin destendeghe dusugamani 
uno grosso e uno fin. Va là te 
rammando de far ben che te 
gaverè la bona man. 

Serv. A dir la verità el ma 
impient la testa de ordeni ma 
gran fato! guardavo de fanme 
onor. 



U4 
DIALETTI DELL* EMILIA 

CON ILLUSTRAZIONI UTNOLOOICHE. 

Passiamo ormai dalla sinistra alla destra riva del Po» 
e nella parte centrale e orientale di. quella grandiosa val- 
lata, troveremo lungo le falde settentrionali degli Appennini 
uh ferace ed ampio territorio, il quale riprese modernamente 
quel nome di Emilia che i Romani gli diedero, allorquando 
il Console Emilio Lepido condusse a traverso quella regione, 
da Rimini sino a Piacenza, la magnifica via consolare chia- 
mata perciò essa pure Emilia. Sono ivi compresi gli antichi 
Ducati di Parma e di Modena e le quattro ex-Legazioni 
pontificie di Bologna, di Ferrara, di Forri e di Ravenna. 
L'abitarono in antico Lingoni e Senoni, tribù di Golesi, per 
cui nei primi tempi della romana repubblica quel paese 
prese il nome di Gallia Cisalpina e più particolarmente 
Gallia Cispadana, ossia di qua dal Po relativamente a Roma : 
nei bassi tempi fu chiamata Romandiola o Romagna : ora ri- 
prese il nome romano questa vasta Provincia, che fu una 
delle cinque annonarie dell'alta Italia. 

Antico ducato di Parma — L'alta giogaja dell'Appen- 
nino dalle sorgenti del Taro fino a quelle della Secchia, rac- 
chiude tra essa e il Po una contrada, di cui non ebbevi 
forse in tutta Italia la più travagliata nei bassi tempi dalle 
oppressioni del feudalismo. Nelle primitive età avevano tro- 
vata i Liguri pacifica stanza nelle sue montagne, poi i Galli 
Boi errarono a lor talento nelle paludose adiacenti pianure ; 
ma quei due popoli di estrania origine restarono più tardi 
soggiogati dalle legioni latine. Roma decretò la deduzione di 
alcune colonie sulle rive della Trebbia, e della Parma, e in 
tal guisa restò incorporata nei suoi dominii quella ricca 
parte di Gallia Cisalpina. 



145 

Nel ferreo periodo dei bassi tempi la nuova popolazione 
fa condannata a portare i ceppi di umiliante schiavitù, per- 
chè le famiglie più prepotenti, seguendo scaltramente ora 
le parti della Chiesa ora quelle dell' Impero, pervennero al- 
l' intento di esercitare assoluto dominio sopra varii distretti. 
Le popolazioni più travagliate condannarono ad ignominiosa 
memoria la rapacità di uno di quei tirannelli col nome di 
Pelaviàno, e la malignità di un altro con quello di Mala- 
spina, ma non per questo ottennero la bramata emanci- 
pazione: la vacillante potenza di chi assidevasi sul trono 
germanico, rendeva troppo necessario in Italia il soccorso 
dei favoriti ghibellini ; e allorquando la Chiesa ottenne di 
lìir trionfare la parte guelfa a lei devota, impose a questa 
floridissima parte dell' antica Emilia un Pier Luigi Farnese! 
Frattanto i nuovi Principi soffocar volendo il malcontento, 
e formarsi a un tempo un circolo di cortigiani, che col pre- 
lesto di recare splendore al trono, li guardassero dalle in- 
sidie, non trovarono miglior compenso, che il prodigare titoli 
e signorie, suddividendo lo Stato in frazioncelle feudali; basti 
il dire che prima del 4802 se ne contavano oltre a cento. Ag- 
giungerò che questo antico Ducato dell' Emilia, comprendeva : 

1. // Ducato di Parma; 

%. Il Ducato di Piacenza; 

3. L' antico Principato dei Landi, ossia le due montuose 

valli del Taro e del Ceno; 

4. L'antico Stato dei Pelavicino poi Pallavicini; 

5. // Ducato di Guastalla. 

Abitanti. — L'indagine dell'antico popolo cui appartener 
possano i Piacentini e i Parmigiani, esser non può che 
ipotetica, né si otterrebbe da essa che immaginar] risulta- 
menti, tanta è la diversità delle razze di invasori che si 
frammischiarono alle Italiane primitive ; sembra bens^ che 
ben poco abbiano tralignato gli abitatori di questa parte di 

10 



L, 



I 40 
Appennino dai forti e intrepidi Apuani ; e tanto meno quelle 
maschie forme si alterarono, quanto più prossimi alla som- 
mità dei più ardui gioghi sono i casali e i villaggi dalla mo- 
derna popolazione abitati. Gli uomini infatti di Tarsogno 
superano in gagliardia gli altri montanari dell' ex-Ducato : 
agili e robustissimi anche quei di Compiano hanno tale acume 
di mente, da propendere facilmente alle scaltrezze. Altret- 
tanto osservasi nel comune di Corniglio presso le sorgenti 
della Parma : quei montagnoli sono di elevata statura e di ro- 
bustissima fibra, e la naturale vivacità dello ingegno gli 
rende notabilmente industriosi. Vero è che molto frequenti 
sono gli esempj di curvatura nella spina dorsale al di là 
degli anni sessanta ; è quello un tristo effetto delle fatiche 
accompagnate da stenti, e per molti anni sofferte in Corsica 
e nelle Maremme, ove molti passano intiere invernate sem- 
pre intenti alla segatura di tronchi arborei. E qui cade in 
acconcio lo avvertire, che per sola scarsezza di un qualche 
prodotto farinaceo necessario a sostenere la esistenza, il 
meschino abitatore di quei monti è costretto ad abbandonare 
il nativo abituro, per procacciarsi altrove con duri e ri- 
schiosi lavori un qualche lucro. Tra i Piacentini emigrano 
molti. dall' ottobre al maggio, recandosi oltre Po, in Lombar- 
dia cioè, nel Novarese e in Loraellina. Anche dalle valli del 
Ceno e del Taro scendono alcuni nella pianura lombarda 
durante il verno, mentre altri preferiscono di trasferirsi 
nelle Maremme toscane : non pochi però passano il mare e 
svernano in Corsica, ritornando a primavera inoltrata ai 
patrii focolari col fr^itto della, esercitata industria, con cui 
procacciano alimento a sé ed alle loro famiglinole. Ma nei 
due comuni di Bedonia e Compiano non mancano gli ab- 
bastanza ardimentosi, per attentarsi a pellegrinare in remo- 
tissime contradp, vendendo minute mercerie, o baloccando 
col suono di macchinette armoniche o colla mostra di ani- 



147 
mafi selvaggi, la popolazione delle piccole ^città e delle 
campestri borgate : dopo il volgere di varj anni tornano a 
rimpatriare col risparmiato peculio ; resi saggi dall' espe- 
rienza sogliono ' farne moderato uso nella vecchiezza, e 
colV acquistato possesso di qualche lingua straniera godono 
speciale estimazione fra i loro compaesani. Anche gli abi- 
tanti deir Appennino che resta chiuso entro i confini del 
territorio di Parma, molti sono condannati dal bisogno 
air emigrazione annua : bene è vero che in compenso delle 
privazioni che soffrono quei montagnoli per la scarsezza di 
naturali prodotti, godono i preziosi vantaggi di uno stato 
sanitario raramente alterato da morbose infermità, mercè i 
benefici influssi di un saluberrimo clima. 

Nelle più depresse collinette volte a tramontana è an- 
nunziata la vicinanza della pianura da speciale carattere 
della classe agricola» la quale incomincia a manifestare 
inerzia e lentore nello eseguimento dei lavori campestri, 
quasi che fosse oppressa da muscolare fiacchezza. Di tal 
fenomeno svantaggioso è agevol cosa il ritrovare le cause nei 
più bassi territorj comunitativi ingombri da ristagni di acque. 
Nel Piacentino i comuni di Castel San Giovanni, e di S. An- 
tonio vanno soggetti a frequenti inondazioni : Calendasco 
ha vaste estensioni acquitrinose : Mortizza porta nel nome 
la indicazione di una parte de' suoi terreni coperti dai ri- 
gurgiti del Po. Se l' aria pesante ed i miasmi che si svolgono 
in certe stagioni dalle acque ferme, sono causa manifesta di 
periodiche febbri, è del pari conseguenza naturale il lan- 
guore e la fiacchezza dei muscoli : se non che questa fisica 
condizione si manifesta anche nei ripiani prossimi alla collina 
ove r aere è purgatissimo, dunque è forza ricercarne Y origine 
nelle abitudini della vita domestica, e forse non anderebbe 
errato chi lo attribuisse all'abuso del vino. Di questo pro- 
dotto quanto ivi è prodiga la natura, altrettanto mostravasi 



148 
ferrea l'amministrazione finanziera degli Stati limitrofi nel 
respingerlo dai confini per le gravezze di un dazio enorme: 
ciò produceva gran sovrabbondanza, e questa adescava il popo- 
lo ad abusarne : ne piace supporre che il nuovo regime ab- 
bia provveduto ai rimedj di quella viziosa abitudine popolare. 

Bene è vero però che quella mia speciale osservazione, 
non isfuggita a chi volle disappassionatamente studiare il 
carattere degli abitanti di questa parte d'Italia, era piii ap- 
plicabile ai pianigiani del Ducato Parmense, che ai Piacen- 
tini; i quali se vennero talvolta proverbiati ingiuriosamente dai 
limitrofi, ciò è da attribuirsi a solo avanzo di quella barba- 
rie che la forza straniera esercitò in Italia nei bassi tempi, 
prestando iniquo favore alle discordie cittadinesche. A quel 
fatai germe di politiche sventure è dovuta infatti la propen- 
sione di questo popolo alle risse a mano armata; tranne però 
quel tal carattere di fierezza, fomentato per avventura da 
soverchio amore al denaro, amano i Piacentini con ardore la 
patria: le loro diverse classi sociali fraternizzano all'uopo, 
sebbene per consuetudine vivano l'una daiU' altra segregate. 
Vero è che nella educazione domestica non vennero intro- 
dotti certi raffinamenti quasi universalmente ora adottati, 
ma i padri di famiglia curano con solerzia il traffico, le ma- ' 
nifatture, e ancor di più 1' agricoltura : e se la gioventù non 
fa mostra d'ingegno vivace, e non è gran fatto propensa a 
brillare. nelle arti di gusto, predilige però gli studj scienti- 
fici e la meditazione di profonde dottrine. Per tali abitudini 
compariscono facilmente i Piacentini all' occhio del forestiere 
di austeri e quasi rozzi modi nel conversare, ma se in mezzo 
ad essi fermi alcuno per breve tempo la dimora e si mostri 
meritevole di fiducia, non gli resteranno occulti i loro me- 
riti sociali, ed avrà frequenti occasioni di ammirare la fermezza 
del loro carattere, e la non comune saldezza nell' amicizia. 

Se volessimo prestar fede ai motteggi suggeriti dalle 



149 

vecchie gare municipali, la popolazione parnaigiana propen- 
derebbe per carattere alla largita di generose offerte mal 
corrisposte dai fatti, e dovrebbesi altresì darle debito di una 
tal quale vanagloria, non disgiunta da splendidezza^ più ap- 
pariscente che reale. Fossero pur veri siffatti addebiti, non 
gravi al certo, ragion vuole che non si confondano gli abitanti 
di una intiera provincia con chi tiene il domicilio entro la 
capitale, ingombra in passato dalla classe cortigianesca. Se 
il buon campagnolo suole festeggiare con esultanza quei giorhi 
rarissimi, nei quali ebbe ad ospite un qualche cittadino, così 
frequente è Y affluenza dei terrazzani alla capitale per ne- 
gozii e peruffizii, che l'abitante di città non potrebbe imi- 
tarne l'esempio senza sconcerto delle sue fortune; per miglio- 
rare le qiiali vero è che in passato la Corte offriva un campo 
né sterile né angusto, ma la- folla di chi scaltramente sapeva 
penetrarvi, gustandone gli ozii e le agiatezze, facilmente 
andava soggetta alle passionate abitudini da quel fascino ali- 
mentate : anche i palagi farnesiani erano mura di reggia. 
Ma se in una piccola ci Uà, ed in mezzo a scarsa popolazione 
la numerosa classe dei cortigiani dava soggetto a popolari 
proverbj, l'osservatore disappassionato avrebbe dovuto atte- 
nersi ad autorità così dubbie ? Guidato dall' amore del vero 
r imparziale osservatore confesserà piuttosto che nelF antica 
capitale Parmense, ove l' aristocrazia era più fastosa che ricca, 
malaguratamente non si era pensato ad introdurre e pro- 
pagare saggio istituzioni di educazione istruttiva elementare: 
la gioventù ora addestrata non solo in letterarj esercizj, ma 
nei rudimenti, ancora delle scientifiche dottrine, imparando 
ad esser saggia arrecherà utile splendore a sé ed alla pa- 
tria. Né dubbio esser può il conseguimento di così preziosi 
frutti, essendo l' abitante del suolo parmense di aperta mente 
e propenso ai buoni studi: oltre di che mostrasi amatore 
passionato delle arti belle, principalmente della pittura e 



della musica, ed è per carattere indagatore di cose utili. 
Che se non al solo miglioramento istruttivo delle classi più 
agiate, ma si provvedere altresì alla educazione della plebe, 
addiverrà in breve tempo il popolo parmigiano uno dei 
migliori d' Italia, poiché sebbene finora abbandonato all'igno- 
ranza, rari tra di esso sono i furti, rarissimi gli omicidj, e 
solamente frequenti le risse, ma di sole parole ; sì buona è 
r indole che lo distingue. 

Fu avvertito che T abuso del vino, fomentato dalla co- 
pia delle raccolte, infievolisce le fibre muscolari del cam- 
pagnolo; ed ora qui aggiungeremo, che sebbene in molte 
località della pianura sia buono il clima e Y aere purissimo, 
in altre però di caliginoso terreno, l' atmosfera sopraccarica 
di umidità è cagione di abituale abbattimento di forze. , A 
Busseto infatti se cadono dirotte pioggie, producono tosto 
inondazioni che rendono l'aria pesante; e tale è costante- 
mente a Fontanellato e Fontevivo, massime nell' imbrunire 
della sera e anche nei mesi estivi, in forza delle molte acque 
che stagnano nelle peschiere e nei maceratoi. 

La piccola popolazione Guastallese non offre argomento 
a lunghe indagini. La posizione del suo territorio in -^ bassa 
pianura ne rende il clima molestamente grave ; ove infatti le 
inondazioni sono frequenti, comunissimi sono ivi altresì i mole- 
sti incomodi. A compenso di tali infermità potè il Guastalle- 
se uéare in passato senza risparmio delle tante raccolte di 
cui soprabbonda, ma condannato a starsene in un angolo 
ristrettissimo della comune patria, ricinto in ogni parte da 
potenze straniere, vegetava in queksuo isolamento anziché vi- 
vere, poco curandosi dell' istruzione, pochissimo delle arti bel- 
le. Col moderno ricupero della nazionale indipendenza quelle 
umiliantissime condizioìii avranno esse pure ormai un termine. 

Dialetti. — Fedele all'adottato sistema di porre a con- 
fronto i principali dialetti dei diversi stati italiani, reputai 



151 
inutile di registrare quello dei Guastallesi, siccome molto 
conforme al fraseggiare dei limitrofi, e nella proferenza al 
tutto consimile ai modi dei Lombardi. Ne piacque bensì di 
arricchire la raccolta di traduzioni del consueto Dialogo 
nelle tre seguenti; in Parmigiano cioè, in Piacentino ed in 
Borgotarese. Le prime due le reputai necessarie, perchè 
quei due popoli, sebbene limitrofi anzi lungamente riuniti 
sotto uno stesso regime, si considerarono quasi sempre sic- 
come l'uno dall'altro segregati- Gli abitanti poi di Valdi- 
taro industriosi, trafficanti e di molto cuore, resi fieri per 
conservati cognomi dei Cassii e dei Celii da una supposta 
discendenza diretta dalla Romana colonia che soggiogò gli 
Apuani, partecipano realmente al carattere delle confinanti 
popolazioni di Liguria e di Lunlgiana, ed il loro dialetto 
non manca al certo di speciali caratteristiche. 

Le traduzioni parmigiana e piacentina vennero fatte a 
mia richiesta da due valentissimi ingegni: a quella in Bor- 
gotarese pose la mano, condannata da ingiusta sorte a dure 
fatiche,- un cortese montagnolo oriundo di quelle valli, ple- 
beo di condizione, nobilissimo di animo e condotto dal proprio 
genio a far tesoro di utili cognizioni nelle poche ore d'ozio 
carpite al riposo. Farò precedere la traduzione piacentina 
alle altre, perchè piacque al dotto traduttore corredarla di 
utili glosse, applicabili in parte agli altri due dialetti : egli 
avrebbe voluto che il dialogo fosse stato dì genere più brioso, 
animato da qualche passione di sdegno o di amore e non 
genza un piccolo episodio di genere descrittivo, sembran- 
dogli tali soggetti assai convenienti a far comprendere il 
vero spirito d'un linguaggio: nòa siccome in principio mi 
servì di guida la non meno utile mira di raccogliere in brevi 
note i modi più comuni del conversare domestico, non mi 
fu dato perciò di sostituire un diverso dialogo a quello 
ormai adottato. 



♦.H« 



DiAlOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

T.n UlV SrO SRRVITOBE. 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
DI PIACENZA.^ 



Padronk. Ebbene, Bali- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città, ma 
poi è piovuto tanto ! 

Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un' osteria, per aspettare che 
spiovesse ! E perchè non hai 
preso r ombrello? 

Serv. Per non portarquel- 
l'impiccio; e poi jerì sera 
quando andai a letto non pio- 
veva, più, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stana^ani 
quando mi sono alzato era 
tutto sereno, e solamente a 
levata di sole si è rannuvo- 
lato, Più tardi si è alzato un 



Vaiwoìì. Batista,el (a) doìvoa 
fati tùtt (b) eduli (e) eh' a f ho 
din? (d) 

SARviTOUR.Siòwr se; e eh'al 
stagasieùrch'a sonstàè {e)pòn- 
tuàl pm (f) ehj ho pòùdL Sta 
mataéiìia (g) am son miss m 
viage eh' a n era gnanca (h) 
sès (i) òur e on (1) quaèrt : a 
sètt e mezz a jera zamò (m) a . 
mitaè slìàè; e ai alt e tri quaèrt 
draèint ad la Porta, ma dopp 
a sé miss tànt a pimv! 

Patr. Che té aspland cfy'a 
finiss, at sé staé al to soUt a 
faèalpóltròn a V ostarla. E par 
cossa mò net tòt seu l ombrella? 

Sarv. Parche za (n) l'è on 
imbroi, e pò jersira quand 
a son andaé a létt an piouviva 
miga pèu, o squasi gnent (o) ; 
e sta mataeiìia quand am son 
alvaè era beli sren (p) da par 
tùtt; l'è staé int ernia eh' a 
s' alvava al soni (q) eh' a sé 
tornaè a nùvlaè, et pm tardi 



' Vedansi le Osservazioni ed avvenenze sulla pronunzia a pag. 164 e sog. 



I 



153 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
DI PARMA.* 



PiDRòN. Sicché , Batista , 
ha (fatt tutt'il commission cKa 
t'ho dà? 

Sarvitòr. CK al creda Sion* 
ch!a son sta ponhtal pù chjho 
possù. Sta mateina a ses our 
e un quarta fera za in viàzz; 
a setfour e mezza m trovava 
a mità strada, e a otf our e 
tri quart'andava dentr'in zita; 
ma, l'ha pò tmt piovù! 



Paor. Che al tò solit tè 
sta a far el poltron in t'un 
ostaria, a^ptand che daga zò 
Inacqua! Per cosa mò nha tUót 
su Vomhrela? 

Sarv. Pr n portar ci im- 
brcj; e pò jersira quand andì 
a lett n pioveva pù, o mala- 
peifui spiovsinava; sta mateina 
quand' a m'son alvà, fera srèin 
da per tutt, e s'è pò -toma a 
nuolàrs- in tVaìvars el sol. Pu 
tardi sé alvà an gran vèint, 
che in cambi d'spazzar via il 



TRADUZIONE 

,NEL DIALETTO 

DI BORGOTAnO. < 

ì 

Padron. e ben, Batista, ti 
è fatu tutte cute commission 
che l'ho dalu? 

Servitur. Siór possu assi- 
curarla d'esse sta puntuale pù 
eh' ho possù. I stamatténna a 
ses e un quartu era za in camr 
men; a sett e meza aj era za 
mò a la metà dia strà, e a òéuttu 
e tre quarti era za mo in zita; 
ma pò è piovù tantul 



Padr. Che al solitu {e sta 
afa alpultron in t'un ustoria, 
pr aspià eh' finiss d' pióéve! E 
per-cósse nétu toetù l'ombrèla? 

Serv. Per non porta culu 
imbarazzu;epò alseira quand 
aììdé a lettù ne pioveiva miga 
pn, e se pioveiva pocchissimu ; 
stamaltéinna quantu me son le- 
va l'era tutto seren, e sola- 
mente in tal leva d' al sòl se 
è tuttù annuvlà, Pù tardiu sé 
hvà un gran venta, ma in 



' Vedansi le opportune Avvertenze alla pag. 166. 
^ Vedwisì le op^Hìrtiiiie Acvertenze alla pag. fé?. 



iU 



gran vento, ma invece di 
spazzare le nuvole, ha porta- 
to una grandine che ha durato 
mezz'.ora^ e poi acqua a ciel 
rotto. 

Padr, Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò ebeti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che Ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi' sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; i pan- 
taloni colle staffe, erano finiti, e 
la sottoveste stava tagliandola, 

Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo, e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il cal- 
zolaio pòi aveva terminati gli 
stivali., 1^ scarpe grosse da 



l'è dati seu un gran vòéint, che 
in cambi da spazzaè via il nti- 
val l'a cazzaè zoiisa ona timpé- 
sta ch'I' a duraè mezz aura, e pò 
acqua chel zel (r) la màndaèva. 

P ATR . A sta minerà a vign (s) 
a dì cKau t'e fati gnaeint ad 
còull eh' a t'ho comandaè, ne 
véra? 

Sarv. Anzi mò a spér ch'ai 
sarà contaèint,q'aand al sarà (t) 
al gir cK a j ho fatt per zit- 
tae (u) in do our. 

Patr. Sinimmiamò stil tò 
prodezz ? 

Sarv. Intani ch'apioutxiva 
am son farmaè int la boutiga 
dal sartmr, e aj'ho propi visi 
con sii dù occ (x) al sò souvrabi 
qualgha armiss al baevar (y) 
e il feùder neuv, e beli e fini 
la parsiana iurcliaeina e i pan- 
ialon con il staff, e eh' V era 
adré a tajaè al sóiobii, 

Patr. Tani mei. Ma ai gàv 
le int i pè <il caplàer e al cal- 
zòular, e ani n è miga zar- 
eoe (z) chéunt. (aa) 

Sarv. siour sé eh' a n'ho; 
alcdplaèr l'àntaeva al so capèll 
véce (bb), e al neuv al na gava 
peu che da orldèL Zirca (ce) pò 
al calzoular V ava fini i stu- 
vaèi, i scarpon da cazza, e i 



j 



155 



fiìioli, l'ha pùHà dia timpesta, 
ch'Ice andada adrè mezz ora, 
e pò dop rè gerà un acqua a 
zèl strazza. 



cambiu de spazza Inùvle ó 
Illa porta una tempesta eh' iha 
dura mezzora^ e pò un acqua 
a delùlnu. 



Padr. Acsì tmveu far ca- 
pir d'navèir fatt quas nient 
d*col ch'fava ditt; è la veira? 

Sarv. e mi nio a sper ch'ai 
sarà Qonteint , quand al sarà 
el gir eh' a f ho fatt per zita 
in dov'our. 

Padr. Sintema un pò stil tè 
prodezzi. 

Sarv. Intant che pioveva 
a rnsm ferma in tla bottega 
del sartor, e a fho propria visi 
con i me occ\ eh' el so sortii 
Vera giusta con el baver e il 
foeudri noèuvi: el sogiustacoeur 
turchein e i pantalon con il stafi 
j éren fui, e cKel era adrè a 
tajas el gilè. 

Padr. Tant'mej.Mafgh'a- 
vev pur poc lontan el captar 
e el calzolàr, e costi fha t'mò 
zercà? 

Sarv. Si sior: el captar 
l'era adrè a spazzar el so ca- 
pei véce, e al neuv en gh'ca- 
lava che l'orladura. El calzo- 
lar pò r ava fra i stiva], i 
scarpon da cazza, e i scarpein 



Padr. E cusì te voe fàm 
intende de n avei quasi fatu 
gnent de culu che f ho ditu ; 
eie veira? 

Serv. Anzi speru eh' ù 
sarà contentu, quantu ù sarà 
al giro eh' ho fàtu per la zitta 
in do ore. 

Padr. Sentorrìma le to bra- 
vure. 

Serv. In ternpu che pio- 
veiva m' son ferma in botteiga 
del sartór, e ho vistu con sti 
me oecci a cutnedaghe al ta- 
baru con arbavru e le fóedre 
nòeve .: la s6 marsénna tur- 
chénna e i pantalon con le stafe 
f eri finì, e la sùttuvesta /' era 
adrè eh' u la tajava. 

Padr. Tantu meju. Ti gh'eri 
pur poca a lontan ar eappel- 
lare e ar cazzulare, e de citsti 
in tè ne miga zercà? 

Serv. Si siore: ar coppel- 
lare a nettava ar so capelu 
vecdu, e n ghe mancava eh' a 
orla ar rwèvu. Ar scdrpare 6 
V ava fornie i stive, le^scarp 
grosse da cassa, e i scarpein 



156 



caccia, e gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 
padre quando sei andato, che 
questo era T essenziale ? 

Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, né sua madre, né suo 
zio, perché jeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno, sarà stata 
in casa? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata, 
e il cocchiere avendo avuto 
r ordine di attaccare i cavalli 
per muoverli, se ne era anda- 
to colla carrozza fuori di città. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perché le portasse a 



scarpdèin da ball. 

Patr J/a a ca de me paedar 
eh' r era coull eh' a parmiva ad 
peu, quand gK et andaé ? 

Sarv. Sùbit eh' è side séu 
r aequa: ma ang ho trovaè ne 
so paèr {ià), né so maér, ne 
so zi (ee), parche jer passa 
feri àndae in campagna, e i 
s'ghen far iride a doram. 

Patr. Ma puro mèfradèll, 
alman so mmjer ag saràstoe? 

Sarv. Siour nò: f eran àn- 
daé a fàè ona trotoe vers Mont- 
cuc (Moncucco), e f cCvan tòt 
sm al ragazzin [E) e il ragaz- 
zaeine. 

Patr. Ma i sarvitóur emi 
anca lor luH' feu d'cà? 

Sarv. i4/ chéug l'era àn- 
daèa fmra con al so siour Paèn^; 
la donzella e dù servitóurferan 
con so cugnàe, e al coccer ch'ai 
gava l'ordan da tachdè par fdè 
mmv i cavdeiy Vera ànddè 
con la carezza al Montali 
(Montalto). 

Patr. Donca in ca an ghera 
ancóun? (gg) 

Sarv. An gli ho tròuvm 
actar ch'ai rnoxtcc de stalla/ e 
gK ho consgnaè a lu tùtt i ti- 
far (hh) da porfdè a cui eh' a 



4o7 



da bai. 

Padr. Ma a cà dme pader 
quand gKè t'andà, chl'era mo 
col ch'mpremeva d'pù? 

Sarv. Subit dop cKVèfm 
d' pio ver: ma n gK ho catà né 
so pàder, né so madra, né so 
zi, perchè jer d'ià fandin in 
campagna, e j gK han dormì. 

Padr. Ma però me fradél, 
almen so mojèra la gh'sarà 
stada in cà? 

Sarv. No siòr, perchè fa- 
ven fati una Irotada vers Pa- 
nocia (Pannocchia), e j seran 
tot adrè el putein e il pulcini. 

Paor. Ma la servitù cria 
tutta feura d'cà? 

Sarv. Elcoeugh l'era andò 
in campagna con el so sior 
pader: la dmzela e du servi- 
tour feran con so cugnada, e 7 
coder cK ig aven diti d' tacar 
per moèuver i cavaj, al snera 
aiìdà con el legn vers i Bac- 
cane (Baccanèlli). 

Padr. Donca la cà erla 
vòeuda? 

Sarv. A n gh'ho trova cKel 
staler, e a lu ag ho consegna 
tutfillittri, perchè aljaportiss 
a cKfandaven. 



da bdllu. 

Padr. Ma in ca d me pare 
quantu t'è gK andà, che l'era 
culu cK l'importava dpù? 

Sery. Appmna.foìm depòè* 
ve: ma ngKó trova ni so pare, 
ni so mare, e gnanca s6 fitti, 
perché jeri d' la f andéni in 
campagna, e i gK han drom. 

Padr. Me fradelu però, o 
so mujè armancu à sarà sta 
in cà? 

Serv. No sidre, perchè 
j'aveivi fatu una gran cammi- 
nàda versu Compian (Compia- 
no), e j'aveivi mnà ar ragazze 
con le ragazzénne. 

Padr. E i servitóri feri 
tùti foera de cà? 

Serv. Ar coèghù l'era andà 
ai loeghi con ar so siór pare; 
la camrera e du servitóri feri 
con so cugnà, e ar cuccere 
aveindù avù V ordine d* tacca 
i cavai per moevii, ó s n era 
andà con la carozsa versu le 
Zentu Crose (Cento-Croci). 

Padr. Z)owca la cà l'era 
voeda ? 

Serv. NégKhó trova cKar 
garzon d' la stala, e ah gh'hó 
consegna tùie le lettre, perchè 
ó le portasse a chi f andcm 



L 



158 



chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani ? 

Serv. L' ho fatta : per 
minestra ho preso delia pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr/E del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo. Hocomprato sogliole, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 



f avan d'ave. 

Patr. Mancmal. E la spesa 

per dman? 

Sarv. a l' ho fatta : da 
j mnestra a j ho tot de la vian- 
I da (il), e int l' istess taèimp a 

f ho crompaè dal foùrnìaèr e 
i dal bùttèr. Par faè on leuss 
i peti gross, a f ho tòt on toch 
j ad crastaé. Ag farò la so frit- 
! tura ad zarvlaèin, (U) ad fidag 
, e d'artieiocc. Par Vnnùd a jho 
! tòt ad ranimal, e on anra da 

fde con il verz. E conforma 
I cK a nho miga trouvaè né ad 
i tóurd, ne ad pernis, né adbec- 
! casz, armidiarò con on plmlaèin 
; a rost int al fóùrn. 

Patr. E ad peuss n et 
! miga tòt?' 

i Sarv. Anzi a n'ho tòt abota 
I ch'ai couslàeva trich e barlich. 

A jho tòt sféàje, trilli, razza, 
j nasèll e arag mista. 



Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non lavrai 
potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere) dove ho fatto prov- 
vista d\ zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
cos\ ho parlato anche a lui. 



Patr Csémò la va d* in- 
\ cant. Ma al pirucchè ant are 
\ miga poùdi vmdal? 
I Sarv. Anzi sé che stand 
I ad botliga da raéint al droghér, 
dòv a jho fati spésa ad succar, 
péver, garofan, canèlla e cica- 
lata, a gK hoparlaè anca a lù, 
a gK ho (mm). 




i59 



Padr. Men mal. E la spesa 
per dman? 

Sarv. a Vho l)eir e fatta: 
de mnestra a f ho tòt dia pa- 
sta,, e da da strà afho'^com- 
prà del formai e del buter. A 
fho pò tòt un tÓG d' castra da 
zontar al less d' vitèl. Per 
frittura a farò dil zermleini, 
del fidegh, e di articiocch. A 
fho compra di' animai da met- 
tr in umid, e un naderdafar 
con i cavoi. E sicom' a n ho 
trova né d' lord, né d' pernis, 
né d'pizocrè, a j Ivo pinsà 
d* armediaregh con un pitt da 
còeusers in tei forn. 

Padr. E d'pessn n hai 
miga compra? 

Sarv. Anzi a n ho tòt 
mond bein, perchè Vera a strazz 
marca. A fho compra dilsfoeuj, 
dia triglia, dia raza^ del nasci, 
e digr aragosti. 

Padr. i4 est la va propria 
bein. Ma el parucher en f l'ara 
miga possù veder? ^ 

Sarv. Si sior, perchè siccom 
al g ha la bottiga attac a 
còlla jdel drogherà dov a f ho 
compra el zuccher, el peiver, i 
gùrofnein, la canela e la dcola- 
fa,acs\ a fho parla anca con lu. 



Padr. Mancu ma. E la 
pruvvista pr dman ? 

Serv. U ho fata : pr mne- 
stra ho pijà d' la pasta, e in- 
tantu ho compra dar furmaju 
e dar bxiteru. Per fa eresse 
ar lessu de vdelu ho pijà dar 
castron. Ar frittu ar farò de 
zervelìe, d' fideghu e d'ariició' 
chi. Per r ùmidu ho cumprà 
dar porcu, e un annera da fa 
con un cavulu. E sicume n ho 
miga truvà de tórdi, né per- 
nise^ né becàsse, armedieró con 
un pitu da coèse in tar fàurnu, 



j Padr. E de pessu in tè 
! né miga compra? 
I Serv. Anzi gh' n ho toetù 
j abota, perchè ar costava pocu 
j affatu. Ho cumprà soltantu 
i sfoéje, d' la triglia, dia raza, 
I dar naselu, e die aragoste. 
Padr. Cussi va benissimu. 

Ma ar parrucchére in t' V é 

miga possù vedde ? 

-Serv. Anzi siccoma ch'ho 
I gh' ha la butteiga appresu a 
\ cula d' ar drughere, in d' ond 
1 ho cumprà zucru, peivru, ga- 
; royìi canela e ciculata, cusì- 

gh' ho parla anca a Iti. 



L 



160 



Padr. e che nuove ti ha 
date ? I 

Serv. Mi ha detto che \ 
l'opera in musica ha fatto j 
furore, ma che il ballo è stato 
fischiato ; che quel giovine ! 
signore suo amico perde V al- 
tra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tavadi partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
•tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 



Patr. e coss f al cKU ad 
néùv? 

Sarv. Al m ha diti che 
V opra a V ha fall fùroì% ma 
al ball % r han zuflàe (nn) ; 
che al pòvar so amig a V ha 
pèrs tùli al zmg e cKal sptaèva 
la diligaeinza pr' dndaé a Mi- 
lan. Al m'ha diti ancalè che 
la hwura Lucieutta a fha datt 
al so còngè al spous (oo) chla 
s* era impromissa, e l' ha fatt 
giurament dan veiidal inai pei. 

Patr. Gehsii im fan 

propi da rid; ma tindoùmm 
on pò ai fati nòss. 

Sarv. Se con so piirmèss 
alm lassa mangtaè im pò ad 
pan e bev on bicèr ad vaèin, 
a son subii ai so comand, . 

Patr No, no ; cmè a son 
ad freuzza d' àndàe feu d' cà, 
dà pur da maèint, che pò ai 
màngiaraè e at arposaraè a io 
meud. 

Sarv. Ch' al comanda pur. 

Patr. Pf al disnaè eh' a 
f orna da faè, prepara luti ini 
al salòi jmi beli. A f èda iéu 
la ióvaeja e i tóvajeu pm fin. 
A f è da zeran (pp) t piait ad 
pòurzlana (qq), e guarda cKan 



161 



Padr. e che noeuvi f la 
dà? 

Sarv. Al m'ha ditt che 
r opra r ha fatt furor, ma che 
el bai iè sia fiscià; che col 
siorein so amigh l* ha pars 
l'altra sira al zoèugh tutt'il 
scommissi, e che adessa f as- 
piava d* andarsen con la dili- 
genza a Borgh (Borgosandon- 
nino). E al m'ha diti anca 
che la sioura Luzietta thà dà el 
viatòri al so spous impromiss, e 
rha tòt zuramèntdé nelvedrpù 

Padr. Gelosii. . . . cosia sì 
eh* r m' fa rider; ma adess 
pinsama a nu ater. 

Sarv. 5' al s conieinta a 
vagh a magnar un bcon d'pan 
e a bever un bicèr d' vèin, e 
pò a toìn éubit a siniir cosa 7 
cmanda. 

Padr. Ma mi a gK ho 
pressia, e f ho d* andar feura 
d' cà; senta prima cosa a 
t'digh, e pò t'magnarà e (ar- 
posarà a io voeuja. 

Sarv. Ch' al cmanda pur. 

Padr . Prel disnar cKfema 
da far, prepara iuit in ila 
saletta miora. Toeu la ivaja 
e i tvqjoeu pu fein: zernissa 
i piati d\porzlaha, e guarda 
ben eh' ne gh' manca ne scudeli 



Padr. E die ndéve f ha 
datu? 

Serv. U m' ha ditu eh' l'o- 
pera in mùsica ha faiu un 
gran furore, ma eh' ar bah è 
sta fiscià; che culo gióvene 
sióre so amigo 6 perdii l' dira 
seira ar zoegu iùite le scom- 
misse, e che adessa V aspiava 
d' partì con la diligenza per 
Parma, U m' ha diiu ancóra 
che la sicura Luzia l'ha lizen- 
zia ar so morósu, e cKl'ha faiu 
giuramentu dnvedlu mai pù. 

Patr. Gihisia .... custa si 
eh' u me fa rìde ; ma pensò- 
ma adéssu per nu ètri. 

Serv. Sé s' contenia man- 
giù un tócu d' pan e beivu un 
bùcdere d' vén, e tórno subeiu 
a rizeve i so comandi. 

Padr. Sccùme gh' ho pre- 
mura d' andà foèi^a d' cà, sen- 
ta un pò cosa i'ordeno, e cussi 
t'émangeré e t'arpossré quaniu 
te pare. 

Serv. Ch' ó comanda pur, 
Padr. Prarpranzu ch'du- 
vuma fa, prepara tutu in t* la 
sala noeva. Pija la iovaia con 
i tovajóè pù fén ; fra i piati 
pija fóèra culi d' poi^zllana, e 
prcùra che né gh' manca ni 



1 



16^ 



manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

PÀDR. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella discendi un. 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia non mancherà. 

Serv. Per ventatila mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



manca né scudell né sotcopp. 
A té é da meutf zou la io car- 
daeinza con la frxita, uga, 
nous (rr) amandoul, e confett e 
botili. 

Sarv. e in taevla che pós- 
sdd ag matroja? 

Patr. Tm i cttccmér d'ar- 
gaèint e il fourzaèm e i cortei 
con al manag d'avori, e argor- 
dat che il bocc, i bicèr e i bida- 
raèin isiancoui ad cristal moine. 
Rangiapò dintourn alla taevla 
il scrann pm darason. 

Sarv. Al sarà sarvì apìm- 
taèin. 

Patr. Argordat che sta sira 
avén mia nonna. At se baèin 
cma l'è séccanta eia véccia. Da 
ordan a la camra bella, e fa 
laeimp al pajon e batt i mata- 
rass. A t'é da méutt int al lèti 
i linzèu e il foudrmtt peu fdèin. 
A fé da laeimp la tòva brocca 
dall'acqua, e int al baz- 
zaéin at gh' è da dastaè ind a 
souvr (ss) ona salvieutta ordina- 
ria e ona faéin. In somma' fa 
tuff in regola, e n' at mancarà 
miga la bònaman. 

Sarv. A dilavritaealm'ha 
ordinaé d* il coss baein abota, 
ma za (ti) a farò tutt, a farò. 



( 



163 



né cabarè. Prepara la cher- 
denza con dia fruia, de V uva, 
dil nousi, digl amandli, di con- 
feti e dil botili. 

Sarv. e in tavld che pos- 
sadi gh' ho f da metter? 

Padr. Ti t'ha da tòeur i 
cuciar d' argent, e il forzeini 
e i cortei dal manegh d' oss 
d'avori, e arcordet ben che il 
boci, i bicier, i bicirein i sian 
qui d'crisiàl mola. Metta pò 
d'atomo a la tavla il scrani 
mio7Ì. 

Sarv. Al sarà servì a 
poniein. 

Padr. Arcordet che in sta 
sira a vein me nòna. Za et 
sa che tarocul Ve da veccia! 
T'ha da manir la camra bona, 
fa limpir el pajón, e bater i 
matarazz. Manissa el leti con 
i linzoeui e il fodrèlti il pu 
fèini, e quàtel con el vèl pr' i 
sinzos. Limpissa la broca d'ac- 
qua, e desteinda sora al ba- 
slott un sugaman ordinari e 
un fèin. Fa tutt'il cosi da ra- 
son, che'n t' mancare la bo- 
namàn. 

Sarv. Invrità al m' ha 
ordina dil cosi mondbein, ma 
mi a farò tutt. 



scudelle, m sottucoppe. Comda 
la cardenza con frùta, uva, 
nóse, amandule, conftiira e bo- 
tiglie. 

Serv. e che posse gh' ho 
da mette in tavula. 

Patr. Pija i cu^ccièri d'ar- 
gentu e le furzénne e i curté 
cm'ar manghu d'ossu d'avoliu, 
e arcordete che le bòcce, i bile- 
véri e i bùccerèn ch'i sie culi 
d' cristalu amulà. Acomda pò 
d'inturnu cule scranepii bónne, 

Serv. E sarà servì pun- 
tuale. 

Padr. Arcordete bein che 
stasseira vei7i mia Nòna. T sé 
comme l'è innojòsd cula veccia ! 
Métta in ordene la camra ben- 
na, fa impji ar pajon e battr la 
strapponta. Accomda ar ktu 
con i lenzòè e foedre le pù 
fèinne, e quantlu con al para 
sinsagule. Lempia la broca 
d' aqua, e sora ar baslotu de- 
stend ghe iin sugaman ordina- 
riu e unfén. Fa tiitu in regula, 
eh' la bona rnan n mancar à. 

Serv. In vrità 6 m'ha cw- 
dina tante cosse, ma V farò 
tutte. 



1 



16i 



OSSERVAZIONI ED AVVERTENZE 

Sl'LLA PRONUNZIA DEI TRE DIALETTI. 

I. Dialetto Piacentino. — Nei vocabolari municipali non si 
ha ordinariamente in mira , che di supplire al bisogno di chi poco 
conosce la purezza dell' italiano idioma, contrapponendo voci corrette 
alle vernacole; quindi non si danno che leggeri indizj della pronunzia, 
perchè viene , in certa guisa , insieme col latte nella bocca di tutti. 
Ogni qualvolta però voglia farsi un accurato confronto di un dialetto 
coir altro, sarà cosa essenzialissima lo indicare il vero suono delle 
parole, per trovare Telimologia di non pochi vocaboli, o la loro pro- 
venienza da altre lingue. Con questa saggia mira il dottissimo tradut- 
tore ^piacentino, Barone Giov. Giuseppe Ferrari, corredò il Dialogo 
delle seguenti note , per mezzo delle quali rese pronunziabile quel 
Dialetto anche dai non Piacentini. 

(a) I due (") punti sopra una vocale indicano che se ne debba 
allungare il suono, come se fosse raddoppiata. 

(b) Quando il dialetto tronca una parola italiana dov* è doppia 
consonante, ei la fa sentire come in gatt , leti , oU , fritt , che sono 
troncamenti di gatto, letto, otto, fritto Nella parola tùtt è da riinar- 
care per la pronunzia lo stretto ti francese della parola vertù, e così 
ove si troverà questa lettera ugualmente accentata. 

(e) Questo dittongo, qui e sempre , ha lo stesso suono che ne 
francese. La pronunzia della parola è la medesima che quella della 
parola francese source, sorgente. 

(d) Questo modo è più padronale che il dire tutt il com- 
mÌ88Ìon eh* a t*ho datt. 

(e) Coir ae intendiamo , qui e sempre , significare un suono tra 
Ta e la e, ma più vicina a quest'ultima, pronunziata alquanto aperta. 

(f) E dittongo che usiamo sempre nel medesimo suono che nel 
francese feu per fuoco. 

(g) Nella pronunzia di questa voce la t deve appena sentirsi, e 
così ovunque s'incontri fra l'ae e la n o Tae e la m, come in 
taeimp, tempo. 



/ _■ 



165 

;b) Qui il gna ha il suono stesso che Dell' italiano ^nacchera , 
gnaffe. 

(i) Il primo 8 ha il suono naturale, e il secondo lo prende così 
da fard che la parola consuoni colla francese chaise, seggiola. 

(I) Questo on, in signifìcanza di uno addiettivo , va pronunziato 
come nel francese Von dit, 

(m) Codesta i3 suona come nella voce francese saceinthe^ giacinto. 

(n) È la « come qui sopra. 

(o) Qui il gne si pronunzia come nell' italiano gnene per gliene. 

(P) È la pronunzia del francese serin (passero delle Canarie), 
ove la e fosse muta. 

(q) Si pronunzia come il suol francese in significazione di ubriaco. 

(^) Qui la z partecipa della s facendo un suono come nella pa- 
rola francese sei (sale). 

(s) È la stessa pronunzia che nella parola italiana vigna. 

ft) Sarà nel dialetto appartiene tanto al verbo essere che al 
verbo sapere. 

(u) Consuona per la pronunzia alla parola francese citè (città), 
solo che si allarghi la e nel suono del nostro ae. 

W Suona questo occ per occhi come in approccio. 

(y) Bàevar per bavero di vestito, e fèudar per fodere , si pro- 
nunziano brevi. 

(z) Qui la Si suona aspra come nella parola zappa, 

(aa) Ella è T esattissima rima col francese defunte per defunta. 

(bb) E il vècG nella parola véccia, specie di grano. 

(co} È la j8 aspra della parola zoccolo. 

(dd) Di sopra ponevasi Pdedar per Padre, secondochè il Pdèr e 
Mdèr sia proprio dell'infima plebe. 

((?e) È la stessa z che nella parola ozii, egiziij interstizti, indizii, 

(ff) Rima col francese fin (fine). 

i'i%) i, la stessa desinenza del francese aucun. 

{^^) Deve così poco farsi sentire Va nella pronunzia di questa 
voce, che quasi fa rima colla francese litre (misura di capacità). 

(n) la tutto il Piemonte vianda significa carne, ma il piacentino 
dice vianda ogni pasta da minestra. 



L 



166 

(li) La z prende qui lo stesso suono della ce nel francese, cervelle, 
sostanza cerebrale. 

(mm) U ripetere a questo modo, si compete al piacentino che 
parli con interessamento e calore. 

(nn) Anche qui la z è aspra come -in zappa. 

(oc) E l'esattissima rima col francese pelouse (piano erboso). 

(PP) Pronunziasi come il francese cerne (lividura sotto gli occhi). 

(qq) La z è qui pel suono, come il ce nel corrispondente fran- 
cese porcellaine, 

(rr) È Io stesso suono che nel francese nous avons. 

\Ss) Si pronunzia come nell' imperativo francese ouvre^ del verbo 
ouvrir (aprire). 

(tt) Suona qui la z come sopra in zamò. V. la nota in^). 

IL Dialetto Parmigiano. — La pronunzia parmigiana manca 
di vivacità, appoggiandosi molto sulle vocali, ed allungandone il suono. 
Pochissime sono le vocali larghe ; rare le consonanti doppie. L' a per 
lo piti ha un suono che sente della e; e questa viene talvolta cam- 
biata in a ; ciò però non può impararsi che coir esercizio della viva 
pronunzia: per esempio la seconda a di amar (amaro) sì proferisce 
dai parmigiani in modo, da sembrare , un e, mentre T e sembra un a 
nella parola erba. 

Molti sono i dittonghi e i trit,tonghi che difficilmente si pronun- 
ziano, come in srein (sereno), in cui sentesi la e più della t: il dit- 
tongo però eu si pronunzia alla francese, quindi nel trittongo oeu si 
fa sentire il supno dell' o e delF eu, ma in modo piuttosto riunito. 

Il 8c accenna un suono molle, ma pure gli va unita una certa 
durezza : tutti i e in fine di parola cambiano di suono, avendolo or 
molle, come in znoci (ginocchio), ed ora duro siccome in ricc (ricco). 

Nel dialetto parmigiano si fa uso frequente di apostrofi, 6 perciò 
le vocali van soggette spessissimo ad elisione. Frattanto può asserirsi, 
che non furono stabilite regole costanti e ben determinate sulla pre- 
ferenza di questo dialetto, e molto meno sulla sua ortografia ; ciò non 
di meno die norma ali* eruditissimo traduttore del Dialogo, il Com- 
mendatore Michele Lopez, Direttore del Ducale Museo, il Dizionario 



167 
Parmigiano Italiano, compilato dai Pescbieri e pubblicato in Parma 
nel 1828. 

III. Dialetto Borgotarese. — Le vocali aiu ban suono natu- 
rale ; la e per lo più è stretta ; la o pronunciasi come in sole. 

Gli accenti acuti e gravi sopra le vocali le fanno pronunziare 
come nel francese ; la u, specialmente accentata, ha il suono stesso 
della fi del predetto straniero idioma : altrettanto dicasi dei dittongo oe. 

Ove trovasi V accento circonflesso si allunghi il suono della vo- 
cale cui è soprapposto, e si pronunzi come doppia e stretta. Alla a 
preceduta da vocale diasi lo stesso suono nasale, che danno i fran- 
cesi ali' an, en, in. 

Avvertasi inGne che il Dialetto borgotarese richiede nella sua 
pronunzia accento molto prolungato e bocca semichiusa. 

V accurata traduzione del Dialogo è dovuta alla cortesia di un 
valentuomo di Borgotaro, conosciuto in Parma col nome ignobile di 
Pacchino, ma di cui ei non si adonta perchè conscio della sua pro- 
bità in cosi dura professione. Ciò è tanto vero, che col titolo appunto 
Il Facchino, dal Gennaio fìno del 1839, egli pubblicava settimanal- 
mente in Parma un foglietto letterario, in cui si leggevano eruditi 
e morali articoli, sommamente utili alia istruzione del popolo ; co- 
tanto sono comuni in Italia anche nella plebe i nobili ingegni ! 



L 



108 



DIALETTI DELL^ ANTICO DUCATO DI MODENA 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

Uno dei più funesti frutti generati in Italia dalla barbarie 
dei bassi tempi fu al certo il Feudalismo; ma quel simulacro 
della vera tirannide non ebbe tanto numero di schiavi, e 
non esercitò così lungamente il suo durissimo impero in 
veruna contrada della Penisola, come in quella dei già detti 
Stati Estensi. Essi non erano infatti che un'aggregazione di 
piccoli territorj feudali. Y origine dei quali rimonta alla ti- 
rannide longobardica. Quei feroci oltramontani, travagliati dai 
rimorsi delle crudeltà commesse cosi a danno dei vicini 
come dei servi addetti alla gleba e delle ancelle, depone- 
vano a pie degli altari gran parte delle derubate sostanze: 
poi i più doviziosi monasteri subaffittavano porzione dei 
terreni avuti in dono ad una classe di livellari; i quali as- 
sumendo a poco a poco quella stessa autorità che gli ec- 
clesiastici si erano appropriata, finivano per darsi in acco- 
mandigia all' Impero, e coli' artificioso pretesto di domandare 
investitura dei beni che ormai possedevano, di livellari ad- 
divenivano signori quasi assoluti, o tirannelli. Ciò potrà 
meglio dimostrarsi quando dovrò far menzione delle già 
estensi provincie transpennine, la Garfagnana cioè, la Lunigiana 
e il Ducato di Massa e Carrara. Nei territorj compresi nel- 
Talta Italia, detti cispennini relativamente a Modena già 
capitale, basti il dire che nelle provincie bagnate dalla Sec- 
chia e dal Panaro trovasi ad ogni passo una qualche terra 
che fu in antico fortificata rocca, dal di cui nome presero 
titolo di Marchese o di Conte i capi di altrettante famiglie : 
nel Reggiano possono contarsi fino a ventofto antichi Mar- 
chesati, e quarantacinque Contee; nove di queste se ne in- 
contravano nel Modenese e venti dei primi, e nello stesso 



169 
mantuoso territorio del Frignano non erano men di dieci i 
Signori che da quelli alpestri villaggi prendevano titolo di 
Conte, ed altrettanti quelli di Marchese. 

Le antiche provinole Estensi dell' alta Italia presentano 
gran varietà nell'aspetto; ove questo non apparisce ridente, 
è miralbilmente pittoresco. I bassi piani aggiacenti al Po 
dispiegano tutta la feracità e la ricchezza de^ suolo bagnato 
da quel grandioso fiume : la zona delle colline che alla pia- 
nura soprasta, è ridente di bdle coltivazioni; e le pendici 
settentrionali dell' Appennino sono rivestite da boscaglie e 
praterie di vigorosa vegetazione, sebbene poste in faccia ai 
venti aquilonari. 

Per quanto possano sembrare ai critici di maggiore ri- 
gidezza non bene segnati nelle antiche storie i confini della 
dominazione etrusca, non si può contuttociò rigettare o di- 
spregiare r asserzione di T. Livio, che nel 38 dei suoi libri 
dichiarò avere appartenuto agli etruschi la pianura circom- 
padana, poi chiamata Modenese. È notissimo che 'dai Galli 
Boii anche quel paese fu invaso : molto più tardi, nel 571 
cioè di Roma, dedussero i Romani in Modena la prima co- 
lonia, sebbene il Tiraboschi opinasse sulla fede del Cluve- 
rio che ciò avvetiisse alcuni anni prima. 

Nel dominio dei Romani fu teatro questo territorio di 
grandi avvenimenti: basti il ricordare il celebre triumvirato 
di Antonio, Lepido e Cesare, che tennero congresso in un 
isolotto del Reno bolognese, ivi consumando il tradimento 
della patria colla distruzione della Repubblica. 

Caduto r Impero e sopravvenuta l' invasione dei barbari 
insorsero, come è ben noto, tra il Sacerdozio e l'Impero le scan- 
dalose dispute di funesta celebrità. I Modenesi si attennero alla 
parte imperiale, ma travagliati poi dalle fazioni sul finire 
del secolo XIII, Obizzo <1' Este ebbe in dedizione spontanea 
Modeira, e un anno dopo anche Reggio che volle seguirne 



170 
l'esempio. Nella lunga serie dei Duchi Estensi ebbero tal- 
volta queste provincie la grata sodisfazione di lodarsi di 
buoni Principi: certo è però che se la Divina giustizia non 
fosse accorsa in questi ultimi tempi a sollevare quelle po- 
polazioni dalla dura tirannide dei due ultimi Duchi, padre 
e figlio, le condizioni politiche degli Stati Estensi sarebbero 
addivenute insppportabili. 

Abitanti. — Dovendo dare un cenno della indole, o ca- 
rattere fisico-morale di questa popolazione, senza perdermi 
in vahe congetture, asserirò che l' influenza esercitata dal 
clima sul temperamento dei Lombardi e dei Veneti, noti gli 
uni per austera gravità e gli altri per gaio e festivo carat- 
tere, produsse lefletto in questi abitanti delle provincie già 
Estensi di partecipare felicemente alle naturali prerogative 
delle due indicate popolazioni della gran valle del Po. In 
essi vedesi infatti una certa sostenutezza di contegno, la 
quale manifestasi più sensibilmente in occasione di pubbli- 
che sciagure, mai però in modo da dare assoluto bando ai 
modi ridenti che tanto addolciscono il consorzio sociale. 
Ecco il perchè la storia letteraria modenese e reggiana of- 
fre un numero così cospicuo di uomini, i quali si distinsero o 
per sublimità di talenti o per leggiadria d' ingegno. Che se 
tra i primi rifulsero principalmente i Modenesi, primeggia- 
rono i Reggiani fra i secondi : anzi moltissimi delle due cit- 
tà portarono il nobile vanto dell* eccellenza, cosi nelle più 
austere come nelle geniali letterarie discipline. E si avverta 
che il popolo delle due provincie somiglia nell' indole gli 
abitanti delle due città ; di un riservato contegno nel com- 
mercio sociale ; di gaje maniere nei festeggiamenti pubblici 
e nei domestici ; operoso ed intelligente ; dispostissimo a 
correggere gif ereditati errori nelle arti e nelle manifatture, 
quando fosse opportunamente istruito. 

Ne resta ad offrire il consueto confronto dei principali 



171 
vernacoli : per ben valutare le differenze della lingua vol- 
garmente usata dal popolo nei tre territorj nell'alta Italia 
compresi, fui sollecito di domandare accurate traduzioni 
del noto dialogo nei tre dialetti di Modena, di Reggio e di 
Fiumalbo nel Frignano : mercè la cortesia di valentissimi 
letterati potei ottenerli colla bramata accuratezza. 



172 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN'SUO SERVITORE. 



Padrone. Ebbene, Batista, 
hai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città; ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta- 
to a fare il poltrone in un'oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; epoijeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



TRADUZIONE 

NEL. DIALETTO 
MODENESE. 



Padron. e ben, Batteista, 
aet esegui tonti el comissioìi 
eh' a t' dae? 

Servitou. Sgnor, al poss 
assicuraer d esser stae pun- 
tuael al pioù cK aio pssù. Sta 
matteinaal sé e oun quaert aie- 
ra za fora. Al sei e mez aiéra a 
metaè straeda, e agli otl e tri 
quaert a intraeva in zittaè: 
ma pò è piuvù tant! 

Padr. Che al solit iè staè 
a faer alpultron ini oun usta- 
ria, pr asptaer cK a lassas 
d piover! E per cosa en n aet 
toh V umbrella ? 

Serv. Prenpurtaer cMim- 
broj; e pòjer sira quand andò 
a lett anpiuviva pioù, o sa più- 
viva, a piuviva ben poc. Sta- 
matteina quant ani son alvaè 
era tout sren, e sol ini V aU 
vaeda dal sol a sé anuva- 
laè. Pioli taerd a sé alvaè un 
gran veni, ma invez ed spa- 
zaer el nuvel, V a purtaè ouna 
tempesta eh' a durae mez&ra, 



i73 



TRADflZIONE 

NE3L DIALETTO 
DI REGGIO. 



Padròn. Oei Battista, het 
mò eseguì tutti il commission 
che t' ho de ? 

Servitotr. Sgnour el pòs- 
s* assicurèr d' esser stè puntvèl 
più che % ho p$u. Siamàteina 
a sé our e un quèrt i era za 
in viazz ; a sett our e mèzz t 
era a mèzza strèda, e a ott 
oùr e ili quèrt \ era in zitte; 
ma V è pò piuvu tant ! 

Padr. Che al solit t è stè 
a fèr al pultron in f una u^sta- 
ria, pr' aspfèr eh' s abbastas! 
E per cossa n hèt tot /' um- 
brèlla ? 

Serv. Pr n pur ter qui im- 
bròi; e pòjèr sira quand i andò 
a létt enpiuviva pili, ose piuvi- 
va,piuviva appéina:stamattet- 
na quand am sonn alvè V era 
srein da per tutt, e soul quand 
se alvè al sòl e se tour né 
annuvalèr. Più tèrd se alvè 
un gran véint, ma invézz de 
spazzer il nuvel, r ha purtè 
una tempesta eh' ha durèmezz 



TRADUZIONE 

NEL. DIALETTO 
DI FIUMALBO NEL FRIGN/INO. 



Padron. Ebben, Battista, 
hattu fatto quel, cKi t'ho ditto? 

Servitor. Sior padron, i 
gasseguro d' aver fatto quel 
ch'i' ho possù; stamattina alle 
sé e un quarto jèro già per la 
via ; alle sette e mezzo jèro a 
mezza via, e ajotto e tri quarti 
f entravo in città, ma pò le 
tanto piovùl 

Patr. Che al solito te sta 
a fare el poltron in t' un osta- 
ria per aspettar che restasse 
de piovere ! E perchè nattu 
tolto r ombrello ? 

Serv. Per non aver quel- 
r impiccio; e pò arsera quando 
f ànda a letto no piovea più, 
se piovea, piovea pian pian ; 
stamattina quando i me son 
leva l'era seren da pertutto, 
e solamente a kvada de sole 
le vegnù nuvole. Po el se leva 
un gran vento, ma invece de 
schiarare, le vegnù una gra- 
gnola, che Vha dura mezzora. 



174 



ha durato mezz'ora, e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero ? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto con 
questi miei occhi raccomodato 
il suo soprabito con bavero e 
fodere nuove; i pantaloni colle 
staffe erano finiti, e la sotto- 
veste stava tagliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 



e pò zo acqua a zel strazaè. 

Padr. ^csé te m vou faer 
capir d'en n aver fati come gnint 
d quel cKa t aviva cmandaè: 
en né vera? 

Serv. Anzi asper ch'ai sa- 
rà cuntent, quand al savrà al 
gir ch'aio fai per zittaè in 
dò or. 

Padr. Sintemeltópì'oudez. 

Serv. Int al temp eh* a 
piuviva am san fermaè in bu- 
tega dal saert, e dxò vmt con 
stes dò lantern acoumdaè al 
so soprabit con al baver e 
la froda nova : al so abit tur- 
chin con el braegh dai sotpè 
eran finì, e al staeva tajand 
al gilè, 

Padr. Tant mei: mo t'amo 
pour avsein al caplaer e al cai- 
zulaer, e d quisf t'en nae zer- 
caè brisa? 

Serv. Si signor: al ca- 
plaer era atorn a arnuveregh al 
so capei vece, e angh mancaeva 
aelter che d taurnerghel a ur- 
ler. Al calzulaer pò aviva finì 
i stivai, i scarpon da caza, e 
i scarpein da bai 
' Padr . Mo in cà d me paedr 



175 



(mra, e pò acqua a zel strazze, e pò aqua a palade 



Padr. Acsì t'vò ferme ca- 
pir d'n'avàr fati qués gmni 
d qvèll eh' f aviva cmandè ; è 
veira ? 

Serv. Anzi e spér ch'ai 
srà cuateint, quand al savrà 
al gir eh' i ho fati per la zitte. 

Padr. Sintema el tò bravur^ 

Serv. In témp che piuviva 
e m san ferme in butteiga dal 
sért, e i ho visi coun stì me 
òcc aggiustò el so sovrabit coun 
al baver, e el fodr nòvi : la so 
giubba nova, e i pantalòn con 
il steff i èran firn, e al tajèva 
allòura al gillè. 

Padr. Tant e mej. Ma 
f aviv pur li vsein a pòc pass 
al capplèr, e al calzulèr,e d'qui- 
st che pò ten né zerchè. 

Serv. Si sgnór: al capplèr 
puliva al so cappél vtccy e negh 
manchèva che urlerl d' nóv. 
Al calzulér, pò Viva fini % 
stivai, il schèrp gròssi da cazza, 
e i scarpaein da ball. 

Padr. Ma in ca d'me pédr 



Padr. E cosci tu ms vo 
dire de n aver fatto quasgi 
gnent de quel, che i levo ditto; 
è ver? 

Serv. Anzi i spero, eh' el 
sarà contento, quando el sarà 
el giro cK % ho fatto per città in 
do ore. 

Padr. Sentemma le to pro- 
dezze. 

Serv. Quando piovea i me 
son ferma in bottega del sarto, 
e % ho visto con i me occhi as- 
seta el so sovrabito col bavero, 
e frode nove: la sa giubba tur- 
china, e i pantaloni colte staffe 
jeran fini, e la sotto veste ù 
la tajava. 

Padr. Tanto mejo. Ma el 
ghera pure poco lontan el ca- 
pclajo e el calzolare, e de lori 
non tu n ha cerca? 

Serv. Gnor sci : el coppeU 
lajo repuliva el so cappello vec- 
chio, e. non ghe mancava che 
orlare el novo. El calzolar pò 
l'èva finì i stiva, le scarpe grosse 
da caccia, e i scarpini da bal- 
lare. 

Padr. Ma in cà de mepa 



nr> 



padre quando sei andato, che 
questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua nrjadre, né suo zio, per- 
ché jeri r altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in ca«a? 

Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

. SERV.Nonvihotrovatocheil 
garzonedi stalla, edaluihocon- 
segnato tutte le lettere, perchè 
le portasse a chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 



qxmnd ghet andaè, che quest 
era limpurtanl. 

Serv. A pena cKa sèaba- 
staè d piover; ma an gh'o tru- 
vaè né so polder, né so maeder, 
né so zio, perché jer V aeltei* i 
andon in campagna, e i in stae 
là in sia noit. 

Padr. Però me /radei, o 
dimane so mujera gKsarà sieda 
in cà. 

Serv. No sigtior perché i 
eran andaé fora in legn vers 
Sassol, e i avivan ioli segh al 
putein e el puieinL 

Padr. Mo anch la servitù 
l'era ionia fora d cà? 

Serv. Al cogh era andaé 
in campagna con al so papà, 
la camarera e doù serviior cren 
con so cugnaeda, e al cuccer, 
ch'iva avù lorden d'atiacchaer 
t cavai per mouvri, al s* n era 
andae con la caroza vers Vazj. 

Padr. Donca la cà V era 
voada ? 

Serv. An gh'o truvaé ch'ai 
siallon, e a lou aia cunsgnaè 
iouti el leiier perché al li pur- 
iass a chi gì' andaeven. 

Padr. Mane mael. E la 
spesa per dman ? 



ì:7 



quand g hét andé, che guest 

V era al più nezzessari. 

Serv: Appeina s' è abbasté 
d' piòver : ma an g ho truvè 
né so pèdr, ne so mèdr, né so 
zio, perchè jér d là % andòrn 
in campagna, e s g han durm. 

Padr. Pr èter me fradèl, 
o so mujèr almanc srà stèda 
in cà. 

Sehv. Nò sgnor y perchè 
iven fatt una truttèda vèrs al 
Cróstel, e iven condòtt ségh al 
sa puttéin, e il so puttéini. 

Padr. Ma i servitór érni 
iutt fora dea? 

Serv. At cógh era and è 
in campagna con al so sgnour 
pédry la comprerà e du ser- 
vitour con so cugnèda, e al 
cuccér eh* aviva avu órdn 
d'attachèr per móvr ì cavai 

V era andé con la caròs^za vèrs 
Pèrma. 

Padr. Dònca Vera vada 
la cà? 

Serv. Engho truvè cK al 
station, e % ho amsgné a lu 
iutt il lettr, perchè al li pur- 
tass a chi gli aviva d'aver. 

Padr. Mane mèi. E la 
pruvista per dman ? 



quando ghettù sfa, che più me 
premeva ? 

Serv. Appena resta de pio- 
vere : ma i no g ho trova ne 
so pà, ne sa ma, ne so zioy pac- 
che eri de làfandomo in villa, 
e i g hen dormì. 

Padr. Me fradello però, o 
sa moje almanco la sarà sta 
in ca? . 

Serv. Gnor no, perché fe- 
van fatta una trottada, efevan 
mena via el bimbo, e le bimbe. 

Padr. Ma i servitori eran 
ì tutti forra de cà? 

Serv. El cogo V era andd 
in campagna col so signor pa- 
pà; la camerera, e i du ser- 
vitori f eran colla sa cugnada, 
e el cocchiere V èva abbiù l' or- 
dine d'attaccare i cava per 
móverje, e Vera andà colla 
carezza verso. . . . 

Padr. Donca la ca l'era 
resta voda? 

Serv. / no g'ho trova altro 
che u stallere, e a lu f hodà 
tutte le lettere, perchè ùje desse 
a chi andevane. 

Padr. Manco male. E la 

provista per doman ? 

1$ 



L 



478 



Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
maggio e del burro. Per ac- 
crescere il lesso di vilella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedierò con un 
tacchino da cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole e triglie, razza, nasello 
e aliuste. 

Padr. Cosi va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
COSI ho parlato anche a lui. 

Padr. E che nuove ti ha 
date ? 

Serv. Mi ha detto che 



Serv. L'è fata: per mne- 
I stra aio tolt dh pasta, e intani 
aio cumpme dal furmaj e dal 
bulir. Pi r crescer al less d vi- 
dei alò tolt un pez d castraè. 
Al freitt al farò d zei velia, 
feifjhtt e carciofan. Pr oumid 
aw cuntpraé di animael, e una 
nwJra da metter con i caeval 
fior : e siccovi pò on gh' ira né 
j tord, né perni», né pissacher, 
affh rimediar ò con un toch cott 
al forn. 

Padr. E dal pess n ael 
coùnipraè ? 

Serv. SoncamèI ano tolt 
anzi dimondi, perché al cu- 
staeva poch. Aio cumpi'è dia 
sfoja, dal neilli, dia raza, dal 
pess berlam e dia ragousta. 

Padr Acsé va benon : mo 
al pirrucher ten l'avraé pssoii 
veder? 

Serv. Anzi siccnm F ha la 
butlega vsnn a qufìla dui dru- 
gher, indòv aio fati prouvista 
d zuccher, d pever, d garofen, 
d cannela, e d cioccolaeta, acsé 
aio parlaé anch a lou. 

Padr. E che nóv fai daè. 

Serv. Al m'ha deit che 



179 



Serv. e l'ho fatta: per 
mnéstra % ho tolt dia pasta, e 
intani a i ho cumprè flel fur- 
maj e del buttér. Per cresser 
al less d vidéll t ha toU un 
bcónd castrò La frittura e la 
fa^ò d'zervèlU d'fìdvqh, e dar- 
iiciòcch. Prumid i ho cump^è 
dr ammèh e una nadra da mét- 
ter con i càvel fior E navend 
truvè di tourd, d' pernis, né 
dpizzàclier egh rimediar ò comi 
una pleina arrmtida al fourn. 

Padr. e dalpess net calte? 

Serv. Ansi e n ho tolt di 
mondi, perchè V era a strazza 
mcrchè. L ho cwnpré del sfòi, 
dì russiòi, dia raza, e dal 
naséll. 

Padr. Acsi la va benis- 
sim; ma al perucchèr leni avrò 
miga pssu vedr? 

Serv. Anzi perchè la so 
butteiga è vseina a quella dal 
drughér, duv i ho fattpruvi- 
sta d' zucci\ peivr, garufanein, 
canélla, cioccohìta, a sta ma- 
nera i ho parie anch con lu. 

Padr. E cossa ( hel mò 
diti d'nouv. 

Serv. Al m' Im diti die 



Serv. / lo fatta : per me- 
nestra f ho tolto della pasta, 
e intanto f ho compra del ca- 
sgio, e del butere. Per crescere 
el lesso de vidello f ho tolto 
un pezzo de castrado. El fritto 
i l'ho farò de cervello, de fe- 
gato, e de carciofani Per l'urne- 
do f ho compra del porco, e un 
anatra da farse col cavolo. E 
perché % n ho trova gni tordi, 
gni starne, gni beccacce, i ghe 
remedieiò con un tocchin da 
cosgere in forno.. 

Padr. E del pescio non tu 
n ha compra? 

Serv. Anzi i n'ho tolt tanto, 
perchè el costava poco. l'ho 
compra syolt, trije, razza, na- 
sello, e aliguste. 

.Padr. Cosci la v'ha ben. 
Ma el perrucchere non tu l'ha- 
ra possù vedere? 

Serv. Sci, perchè V ha la 
bottega accanto a quella del 
droghere, che jo fatto provision 
de zucchero, pepe, garofani, 
canella e docciata, e i l'ho 
visto anche lu. 

Padr. E che t'ha elio ditto? 

Serv. El m'ha ditto, che 



180 



r Opera in musica ha fatto 
furore , ma che il ballo è 
stato fischiato; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
l'altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e h^ fatto 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa si 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli miglio- 
ri; tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 



/' opera ha fati furor, ma che 
al ball è stae fiscaè; che cai 
zoven sgnoì* so amig al pers 
V aelira sira al zogh tonti el 
scumess, e che adess V aspeta 
d partir con la diligenza per 
Genva. Al rn ha anch deit che 
la sgnora Luziina V ha daè 
l'erba cassia al so proumess, 
e r ha fati zurament d n al 
vler piloti veder. 

Padr. E che gelousii! o 
questa si eh V am fa reider ; 
mo pensem adess a nou. 

Serv. Sai s cuntenta a 
magn un poc d pan, e a bev 
un biccer d vein^ e pò a toni 
soubit a rizever i so cmand. 

Padr. Siccom aio prescia, 
e aio bisogn d'andaer fora, d cà, 
seni preima cosa a f orden, e 
pò t magnaraè e t ripousarae 
guani a i piasrà. 

Serv. M' al cmanda pour. 

Padr. Pr'aldisnaer eaiem 
da faer, t ae da preparaei^ 
tout in t la camra mjttra. Tae 
da tour la tvaja e i tvajoii pioti 
fin; tra i piatt i' ae da tour 
qui d pourzlana, e procura ben 
eh' a neg manca ne tundein ne 
cabarè, Accomda pò la cher- 



18 1 



V opra ha fati un gran incontr, 
ma che al ball è stè stifflè; 
che quel zòvn so armgh jér 
dia sira al zògh al pérs tuli 
ilpuntèd, e cK adess i asptèva 
la diligènza per partir per 
Gènva. Alm ha anc diti eh' la 
sgnora Lucietia V ha die li- 
zenza al 8Ò muròs eh' ghiva 
prumiss, e l' ha fati giura- 
meint de n vdérl più. 

Padr. Tutti gelmii... Oh 
questa sì che mi fa rider ; ma 
pinsem intani a nu èltr. 

Serv. S' al s cunteinta e 
magn un poc d' pan, e s' bevv 
un bicciér d' vein, e pò tourn 
subii a rizever i so cmund. 



l' opera in musica le sta bella, 
ma al ballo i ghan fatto la fi- 
schiada; che quel giovenotto so 
amigo el perse V altra sera al 
giogo tutte le scomesse, e che 
adesso l'aspetta de partire colla 
diligenza per Genova. E l m'ha 
anche ditto, che la signora Lu- 
cietia l'ha manda al sole el 
promesso sposo, el' ha giura de 
non volerlo più vedere. 

Padr. Gelosie .... questa 
sci, che me fa ridere; ma adesso 
pensemma a nun. 

Serv. S' el sé contenia i 
mangio un pò de pan, e i bevo 
un biccher de vin, e i s&n su- 
bito da lu. 



Padr. Ma me i Iw pressia 
e i ho da andèr fora d' ca, 
donnea seint prima cuss a 
{ ourdn, e pò (magnare, e 
t'arpunsarè quant e t' piasrà. 

Serv. CK al cmandapur. 

PADR.jPra/ dìsnèr cKiavèm 
da fèr ammaniss iuit in ila 
salotta mioura. Thè da tór 
la tvafa, e % tvajó fin ; di tònd 
f he da tór qui d'purzlana, e 
guèrda eh' n manca il tundèin e 
i cabarè. Ajusta la cherdeinza 
con dia frutta, uva, nòs, man- 



Padr. Siccome f ho freccia, ■ 
e ] ho d' andar forra de ca, 
senti prima quel eh' i vojo, e 
pò tu mangerà, e tu te repo- 
serà quanto te pare. 
Serv. El diga pure. 
j Padr. Per el desgnare che 
I f emma da fare, prepara tutto 
; in tei mejo salotto. To la to- 
I vaja, e i tovajò più finì ; to i 
piatti de porcellana, e che ghe 
scia le scudelle, e i vassoj. 
Accomeda la cardenza con i 
frutti, uà, nosge, mandrole, con- 



1S2 



frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Sebv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le' forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vecchia! Metti in ordine la ca- 
mera buona, fa'riempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
efedere le più rmi,ecuoprilocol 
zanzariere. Erapi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa'tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



(lenza con dh fìiita, di' uva, 
dal noits, dal mandel, dal court- 
ftur e del boutleili, 

Serv. E die pousaed me- 
li òj a in taevla? 

Padr. T'ae da tmr icuc- 
ciaer d[ argent, e el furchett e 
i curiee con al mnneghd avò- 
ri, e arcordet ben che i piston, 
i bicceTy e i biccirein i sten quii 
moulaè. Meli pò datorna a. la 
taevla el scrann mjoii. 

Serv. Al sarà servi in tout 
e per tout. 

Padr . Arcordet che in sta 
sira a vin me nona. Tsè eh' per- 
cantes è chla vécia I Mett donca 
in orden la camra bona, fa im- 
pir i pajon, e sbatter d nouv 
i matarazz. Aggiousta al leti 
con i linzuol e el fraudetti pioù 
fini, e pò crovel con la zinza- 
lèra. Impiss d acqua la broca 
e in tal baslott destendegh un 
I drap ourdinari e oun fin. Fa 
I tout a mody eh la bona man 
m mancarà brisa. 

Serv. Le ben pò vera ch'ai 
m' a ourdnaè dimondi coss, mxi 
a farò tout. 



183 



del, ctmftury e buttilj. 



Serv. Quelì pmsed hoja 
da metter in tévta? 

Padr The da tór i cucciar 
d' argini, il furzein, e t curtéé 
coun al mànegh d'avori, e ar- 
cordet che il bozz, i biccer, e 
i biccirein sien qui d' cristall 
mule. Ajustapo d' inforna alla 
tèvla il scran miòuri. 

Serv. La srà servida con 
puntvalité. 

Padr. Arcordet che stassira 
vin me nòna. T se da veccia 
quant r è fastidiósa. Mèli al- 
l' crden la carura Iona, fa 
imjnr al pajazz, e fa batter 
al matarazz. Fa al leti con 
ì linzò, e il fudrétt piii fini, 
e cróv l con la zinzalèra. Im- 
piss la braca d* acqua, e in 
zima al cadein destend un su- 
gaman urdmari, e un fin. Fa 
incossa bein e in regola, e la 
bòna man nmancarà. 

Serv. Da bón al m'ha 
urdnè tant' coss, ma za e faiò 
iutt. 



felli e bocce. 



Serv. E chepossade ho eo 
da mettere in tavola? 

Padr. To i cucchiari dar- 
zento, le forcine e i colte, col 
manego d' avoglio, e recordate 
ben che le bocce, e i biccheri, 
e i biccherini scian qui de cri- 
stallo arreda; pò accomoda in- 
torno alla tavola le scranne 
mejo. 

Serv U lasci fare a mi. 

Padr. Recordate, che sfas- 
sera vtn la mia nonna. Tu sa 
quella vecchia come le stucche- 
vole! Accomeda la camberà 
bona, fa empire el saccon, e 
batti re le mattarazze. Accome- 
da el letto, e mildaghe % lenzo, e 
le frodeitepiù fini, e cruvilo colla 
zenzalera. Empi la brocca d'a- 
cqua, e in cima alle cadinelle 
sténdighe un sciugaman oì^di- 
nario e un fin. Guarda de far 
ben, e ghe sarà la bona man. 

Serv. Veramente el m' ha 
ordina troppe cose, ma i farò 
alla mejo. 



184 



OSSERVAZIONI KD AVVERTENZE 

SULLA PRONUKZIA DUi 'JRB DIALISTTl. 

I. Dialetto Modenese. — Il coltissimo traduttore del Dialogo 
non sapendo come signiGcare i suoni chiusi, e resultanti dalla coali- 
zione di più vocali, li sciolse nelle loro componenti e vi soscrisse un 
segno eguale ad una e giacente, per un avvertimento che da quelle 
due vocali si dee fare uscire un suono misto, in modo da farle sen- 
tire ambedue: ne mancò quel segno tipografìco, quindi supplisca ad 
esso la precitata avvertenza. Ma debbesi notare che quelle tali mi- 
stioni di suono, nel vernacolo Modenese sono ora più larghe, ora più 
chiuse, ora inchinano più air una che all' altra componente, per Io 
che forza è rimettersi alla pronunzia viva : e difatti tour per pren- 
dere fa sentire quasi esclusivamente la o, come nelF italiano ora ; 
mentre tout per tutto fa sentire la u assai più che la o precedente. 

II. UiALETTO DI Reggio. — Dilficil cosa sarebbe il volere indi- 
care regole generali, essendo la pratica quella che stabihsce l'uso del 
fraseggiare, siccome accade in tutti gli altri vernacoli: avvertasi bensì 
che il Reggiano è molto accentato ed assai sollecito, e che piuttosto 
stretta ne è la preferenza. Occorse più volte di ripetere T osserva- 
zione, che se io avessi voluto far tradurre il mio Dialogo in tutti i 
vernacoli della Penisola, ne potevo raccogliere un immensa farrag- 
gine: in riprova di ciò sappiasi che in Reggio, sebbene città non grande, 
riscontrasi ditferenza notabile tra il parlare degli abitanti del centro 
e del quartiere di Porta Castello, e i modi che usa il minuto volgo 
dei tre altri quartieri di S. Croce, di S. Pietro e di S. Stefano : nelle 
parole,^ per esempio, che cominciano con consonante succeduta dalla e, 
come Cielo, Pietro, Stefano, gli abitanti del centro dicona Zel, Pedr, 
Steven, e la plebe degli altri quartieri Ziel, Piedr, Stieven, 

Le vocali susseguite da doppia consonante si pronunziano dai 
Reggiani accentate e strette, cotne mezi mezzo, tassel tassello, qua- 
drell quadrello, fruii frullo, dritt dritto, marcando molto le due con- 
sonanti. 

Le due vocali ou unite, come our ora, signour signore, si pro- 



Lr 



185 
uuDziano in modo che appena distinguasi la u, e come se si dicesse 
sicfHor colla o piuttosto chiusa: lo stesso dicasi delle due vocali ei 
unite, come tetra vero, cunteini contento, che si pronunziano come 
se si dicesse vera^ cwUcnty facendosi leggermente udire la i. 

La z si pronunzia con due diversi suoni ; aspro cioè come Zel 
cielo, za qua, e dolce, come za già, zel gflo. La e e la o hanno 
due diversi suoni, T uno aperto e largo, come cuccier cucchiaio, boti 
scocco, e l'altro chiuso e stretto, come cuccier cocchiere, bott botte. 

La pronunzia di questo vernacolo è variabilissima, trovandosi 
notabili differenze, anche nel fraseggiare da villaggio a villaggio: nei 
luoghi prossimi ai conGni di Distretto, confondesi al solito e si cam- 
bia quasi con quello degli abitanti limitrofi. Vuoisi altresì avvertire 
che sulla montagna reggiana la preferenza diversifica quasi affatto: 
la u poi vi si pronunzia prettamente alla francese. 

Nel 1832 fu stampato in Reggio un Vocabolario Reggiano ha- 
liano co' tipi del Tor reggiani ; ma il mio Dialogo fu tradotto nel 
vernacolo della città, e non colla guida di quel Dizionario, poiché il 
suo autore intese di estendere quel lavoro a prò dei cittadini non solo, 
ma degli abitanti ancora del contado. 

IIL Dialetto del Frignano. — In tutte le voci, in fine delle 
quali vien mutilata una qualche vocale come lu per lui, qui per quei, 
riposerà per riposerai, mangerà per mangerai ec. si allunga sempre 
il suono deir ultima vocale quasi fossero due : non così però nei par- 
ticipj, che vanno pronunziati tronchi, come arrodà per arrotato, dà 
per dato. Anche i monosillabi so. per suo, sa per sua, debbono pro- 
nunziarsi tronchi ; mentre nelle voci tri per tre, du per due, me per 
miei, so per suoi, se per sei, vo per vuoi, la vocale debbo esser no- 
tabilmente allungata. 

I Frignanesi usano spesso la semplice t per io, quasi alla poe- 
tica; per essi a-j equivale ad alle, siccome a j otto per alle otto. 
Molte sono le loro elisioni ; n equivale talvolta al non ; t-evo per ti 
avevo; do per due, e to per tue; en per anno; èva per aveva; u 
per lo, ec. 



L. 



186 
IXIALETTO IIOLOGJ^ESE 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

Oltre i due ex-Ducati Parmigiano e Modenese coniprende 
l'Emilia i due terrilorii ferrarese e bolognese e la Romagna 
propriamente delta. L antico Ducato ferrarese degli Estensi, ove 
quei Principi ebbero splendiilissima corte, resa più illustre 
dai rari ingegni in essa accolti che dai personaggi a qu(^lla 
prosapia pertinenti, fino dal 1598 formò provincia dello 
Stalo Pontificio col titolo di Legazione perchè governata- da 
un cardinale. Alfonso II figlio di Ercole d' Este venuto a 
morte nel 1597 senza figli, chiamò invano il cugino Cesare 
alla successione. Papa Clemente Vili volle a viva forza la 
cessione del Ducato per quindi trattare la contesa in diritto : 
e^ i Principi Estensi fecero legali proleste contro quelle vio- 
lenze pontificie, ma senza effetto. Era necessario il moderno 
risorgimento nazionale, perchè i Ferraresi si sottraessero al 
governo teocratico. 

La storia di Bologna racchiude quella di tutta la provincia 
che le è soggetta. L'origine di quella citlà, già chiamata Felsina, 
risale ad epoca anteriore alla invasione dei Galli ; la fonda- 
rono forse gli Etruschi. Non poterono i Romani acquistarne 
il possesso che dopo la seconda guèrra Punica, allorq.uando 
cioè cadde nel loro servaggio anche la Gallia Togata. Nella 
rovina dell'impero fu più volte travagliata dalle sciagure che 
oppressero tutta Italia : le funeste fazioni Guelfa e Ghibel- 
lina più volte la insanguinarono. I Lambertazzi e i Geremei, 
poi i Pepoli e i Bentivoglio ne tennero la signoria : ma 
Papa Giulio II determinato di estendere il suo dominio so- 
pra tutta la Romagna, costrinse Giovanni li Bentivoglio a 
riparare in Milano, ed in forza di quella usurpazione Bolo- 
gna era addivenuta capoluogo di una Legaziom. 



187 

Ravenna col suo territorio sembra che appartenesse 
nei prischi tempi alla potentissima nazione degli Umbri : e 
poiché gli stagni e i marazzi ne rendevano malagevole- V ac- 
cesso, vuoisi che nella invasione dei Galli Senoni il terri- 
torio Ravennate conservasse la sua libertà, e servisse d'asilo 
ad altre popolazioni. Roma poi se ne impadronì, e caduta 
la Romana repubblica, Augusto vi costruì un magnifico porto. 
Nel 404 Onorio la dichiarò residenza imperiale ; poi Y Impe- 
ratore d'Oriente ne fece capoluogo di un Esarcato, e così 
Ravenna addivenne residenza dei tirannici luogotenenti impe- 
riali, che in numero di diciotto travagliarono con ladroneggi 
e violenze quella miseranda popolazione. Nel 752 Astolfo 
re dei Longobardi impadronivasi di Ravenna; ma Papa Ste- 
fano n si procacciò di là dai monti il soccorso armato di 
Pipino, per togliere V Esarcato al re Longobardo. Nelle suc- 
cessive discordie tra la Chiesa e l' Impero ebbe Ravenna 
Conti, Rettori e Vicarj, ora inviati dal Pontefice ed ora 
dall'Imperatore. Ciò servì d'alimento al germe micidiale 
delle fazioni: l'antesignano della ghibellina, Guido Novello 
da Polenta, divenuto Signor di Ravenna fu l'ospite generoso 
di Dante. Ai successori fu tolta quella signoria dalla Repub- 
blica di Venezia ; ma nella pace fermata da Papa Clemen- 
te VII coir Imperatore Carlo V, il territorio Ravennate cadde 
sotto il dominio sacerdotale della Chiesa ; ed in allora era 
stala dichiarata Ravenna capoluogo della Romagna. 

Abitanti. — Se una promiscuanza di Galli, Umbri, Etru- 
schi e Latini venne a formare la popolazione di questa parte 
d'Italia ai tempi del Romano impero, conviene dedurne che 
sotto il rapporto di certe caratteristiche fisico-morali, diver- 
sificano alquanto anche i moderni abitanti delle ex-ponti-- 
fìcie Legazioni. — Dichiarerò intanto che nella sezione ter- 
ritoriale subappennina, la quale comprende la Romagna, a 
me sembrò di trovare il tipo il più puro della razza italiana; 



188 
sveltezza e avvenenza della persona; regolari e proporzio- 
nate forme; robustezza e vigoria muscolare. Alle quali fisi- 
che doti corrispondono mirabilmente le caratteristiche della 
mente e dell animo: notabilissima attitudine intellettuale 
a qualunque opera d'ingegno; prontezza di spirito; amor 
di patria più che di municipio ; tenacità nei vincoli del- 
l' amicizia; cordialità non mentita verso gli ospiti. La fran- 
chezza e la vivacità quasi generale nella gioventù roma- 
gnola viene facilmente ràttemprata da dignitoso contegno, 
frutto di pronta riflessione: è altresì verità incontrastabile 
che la fermezza del carattere ed il coraggio rende i Ro- 
magnoli valorosi nell' esercizio dell' armi e proclivi alle 
imprese ancorché azzardosissime. 

Scrisse il Valéry che il Romagnolo è capace di eccessi 
così nel bene come nel male, e che può divenire, secondo 
le impulsioni che riceve, un eroe o un brigante: ma quel 
letterato straniero confuse senza accorgersene il popolo 
delle città colla classe incolta e indigente di quei roma- 
gnoli, i quali trovandosi in passato domiciliati presso l'an- 
tico confine toscano col pontificio, malguardato in moltissimi 
punti, erano spinti dal bisogno e favoriti da una facile 
impunità al frodo dei contrabbandi; per cui assuefacendosi ad 
un tenore di vita violento, sospettoso, e talvolta anche 
sanguinario, se accadeva che la forza pubblica si ponesse 
sulle loro orme, privi di comunicazioni sociali e di sussistenza, 
si gettavano talvolta alle rapine a mano armata : tutto 
questo però era colpa di una linea doganale tesa a foggia 
di laccio contilo i più ardimentosi e men cauti ^ né doveasi 
attribuire a mala indole della popolazione presa in massa! 
Fortunatamente una sentenza di scrittore francese non può 
recar disdorò alla generosa popolazione romagnola ; la con- 
tumelia ricade sul falso accusatore. 

Dialetti. — Se notabili differenze si incontrano nelle 



r 



189 
caratteristiche fisico-morali tra gli abitanti delle aDtichè 
Provincie pontificie, è non meno singolare Ki notabile di- 
versità dei loro dialetti. Occorrendo qui di registrare il 
bolognese, vuoisi avvertire che se talvolta si accosta ai ver- 
nacoli lombardi, nella pronunzia però può dirsi originale 
come il genovese. Le sue vocali sono assai larghe ed aperte, 
dimodoché molti suoi o ed e si confondono quasi coli' a, la 
quale può dirsi la vocale dominante del dialetto. Ripugna 
al bolognese 1' usare i dittonghi francesi eu, oeu, oe comuni 
in Lombardia e nel ducato Parmense, ma invece ha i dit- 
tonghi teutonici ai, ei ou, au, come pzzeina, piccola; andain, 
andiamo; puvrain, poverino; soul, sol; splendaur, splendore. 
La pronunzia è ricca, avendo parole piane, tronche e sdruccio- 
le, ed ha ben anche molta varietà, terminando esse non solo 
nelle vocali, ma in molte consonanti: viene usata molto larga 
con vocali a strascico e con nasali, in qualche caso però senza 
r asprezza dei limitrofi Romagnoli. Il ginevrino Galiffe trovò 
il dialetto bolognese orribile e tanto dissimile dal milanese e dal 
veneziano, da rassomigliare aduna lingua di selvaggi ; diggmnse 
che udendolo parlare per la primd volta, non può credersi 
pertinente a dialetti italiani, poiché i bolognesi aborriscono 
perfino le finali in vocale forse per la loro troppo dolcezza, 
togliendole via senza misericordia da ogni vocabolo, per rendere 
la lingua loro quanto più possono aspra e rozza! Dal pro- 
nunziare così dura sentenza, si sarebbe guardato anche un 
toscano: ecco una delle tante umiliazioni, cui si trovano 
soggetti gì' Italiani, avviliti dalla divisione e dal servaggio ! 



190 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 
KD i:n suo servitore. 



Padrone. Ebbene, Batista, 
hai tu eseguile tulle le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos* 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e raezzp ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città , ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta- 
lo a fare il poltrone in un'oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; e poi jeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



TRADIZIONE 

NEL. DIALETTO 
BOLOGNESE. 



i Patron. Ebbéin, Baitesta, 
at esegue tuli et cumtssioun 
; cK al ho dà ? 

I Servitour. Al poss assi" 

I curar al mi sgnour, d esser 

I sta più puntual eh' ai ò pssù. 

\ Sta matlema al si e un quart 

aj era za per la rivira; al 

seti e mézz ai era a metà 

strày e agli ott e tii a intrava 

in zitta; ma pò Ve piuvò a 

tirundélla ! in 7nod .... 

Patr. Che al sólit ti sta 
a far al pulfrón in (un usiaré 
pr aspttar eh' dsmittess. E per- 
chè n at tolt l'umbrélla? 

Serv. Fen purtar quim- 
i plezz: e pòjir sira quand andè 
j a leti an piuveva più, o s al 
j piuneva al spiuvznava. Sta- 

maiteina quand am san Uva, 
I l'era sréin dappertutto e soùl 
I aW alza dèi suù V è turnà 
; nùvel. Più tard s'è alza un 
! vinfsazz ; ma invez d' spazzar 
I el nuvel, l ha purtà una 

tempèsta eh' è dura mezzoura. 



191 



ha durato mezz'ora, e poi 
acqua a eie! rotto. 

Padr. Cos\ vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr: Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto con 
questi miei occhi raccomodato 
il suo soprabito con bavero e 
fodere nuove; i pantaloni còlle 
staffe erano finiti, e la sotto- 
veste stava tagliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. S\ signore: il cap- 
pelliijo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orla re il nuovo. 11 calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 



e pò acqua dai sett asil e 
sechti denter. 

Patr Acqusè iem vu dar 
a intender e/' n aveir fall 
squas (jneint d'quel ch'ai aveva 
urdnà: né veira? 

Serv. Anzi a sper eh* li 
sra cunféint, quand al savrà 
al gir cK ai ho fati in zitta 
in dù oÙ7\ 

Patr. Sintein el tou bra- 
vur. 

Serv. In quei temp eh* più- 
veva am són ferma dal sart 
i.i buttéiga, e ai ho visi cun 
sti mi ucc accumdà al so so- 
vrabit con baver e fodra nova: 
al so abitiin turchein e i 
pantalùn con i tir ani eren 
fine, e al stava tajand al 
panzrin. 

Patr. Tant mej. Ma favev 
pur a pucch' pass al captare 
al calzular; e d' questi n at 
zercà ? 

Serv. Sì signore; al ca- 
ptar arpuleva al sd cipelVvecc, 
e an i mancava che d* urlar 
al nov. Al calzular pò aveva 
termina i stivai^ el scorp grossi 
da cazza, e i searpin pr al 
ball 
' Padr. Ma in casa d'mi 



L 



192 



padre quando sei aDdato» che 
questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
ché jeri r altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa ? 

Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

SERv.Nonvihotrovatocheil 
garzonedistalla,edaluihocon- 
segnato tutte le lettere, perché 
le portasse a chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 

Serv. L' ho fatta : per 



pader quandfit andà, cK l'era 
V essenzial? 

Se^y. Appénna fine d' pio- 
ver : ma an i o truvà né so 
pader ne so mader, ne so zio, 
perchè jir V alter i andónn in 
campagna,, e i stenn la noti. 

Patr. Mi fradéll però, o 
so mujer almanc srà sta in 
cà? 

Serv. Sgner nò, perchè i 
aveven fati una trutta vers, 
Casalàcc, e i avevan condòtt 
al fandsein e al tousteini. 

Patr. ili/a la servitù erla 
tutta fora d' cà ? 

Serv. Al cugh era andà 
d' fora cun al sd sgner pader: 
la camarira e du servitur 
eren cun so eugnà: e al cucir, 
avénd avù loérden d^ attaccar 
per mover i cavali', s'n era 
andà cun la carrozza vers 
Zrédell. 

Patr. Dónca la casa era 
viida ? 

Serv. An % ho truvà che 
al station, e ai o cunsgnà el 
letter perchè al li purtass a 
chi gli aveva d' aveir. 

Patr. Mane mal E la 
pruvesta de dman? 

Serv. A l'ho fatta: pei* 



493 



minestra ho preso della pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. 11 fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità", perché costava po- 
chissimo.Hocompratosogliole, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non l'avrai 
potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr. E che nuove ti ha 
date? 

Srrv. Mi ha detto che 



mnestra ai ho preis dia pasta, 
e intani ai ho cumprà del 
furmai e del butir, Pr accre- 
scr al léss d' vidéla ai ho tolt 
un pézz d* castra. Al fritt al 
farò d' zervtUa, d' feghet et 
d cardoffel. Pr' umid ai ho 
cumprà dèi majal e un ana- 
dra da fars cun i coli. E 
siccòm an ho Iruvà né turd, 
né Stalin né pizzacher, ai ri- 
mediarò cun un tucchéin da 
cusers in tal foùren. 

Patr. e del péss ten na 
cumprà ? 

Sery. Anzi ai n ho tolt 

dimandi, perché al custava 

! pache ssm\ Ai o cumprà sfoi, 

I tréglia, raza, merluzz e al- 

liusti. 

Patr. Acqusì la va be- 
I nessm. Ma al perrucohir t' en 
V ara mega pssù védr. 

Serv. Anzi, siccom Vka la 
buttéiga attacch a quella del 
drughir, dov ai ho fatt pru- 
vesta d' zùccher, pàver, stecc 
d' garofel, canéla e ciùcolàta, 
acqusì ai ho parla anch a lù. 

Patr. E ch'nov t' al da? 

! Serv. Alm*a dett ch'Inope- 



L 



«04 



l'opera in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è stato 
fischiato ; che quel giovine 
signore suo amico perde l' al- 
tra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima ìcosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara lutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 



ra ha fati funmr, ma eh al 
ball è sia fistia: che quill 
zóuven sgnoùr so amig perde 
l'altra sira al zugh iùU et 
scumésSy e eh' adéss V aspiava 
d* parlir cun la diligéinza per 
Traini. Al m'a detfarwh eh la 
sgnerra Luzièlta ha lizenzià 
al mroùs eh' f ave da tor, es 
ha Irati zuraméint d' n al 
vléir più védr. 

Patr. Gelusx . . . oh quésta 
SI eh em fa ridr: ma pinséin 
a mi. 

Serv. S' al s euntéinta a 
rìfiagn un pocch d' pani a biìv 
un bicchir d' vein, e a tourn 
stlbit arzévr i su eùiand. 

Patr. Siecom'ai ho prezza 
e a dev andar fora d* easa, 
aseóulta prtm^i cosa a f our- 
den,epò t'magnarà e t'arpusrà, 
quant et piasrà. 

Serv. Ch al emanda pur. 

Vki^.Praldsnarehavéin 
da far . prepara tutt in Ila 
salteina mioùra. Té là tvaja 
e i tvajé più fin; tra % piai- 
t' seegl qui] d' purzlana, e 
procura eh en manca ne scu- 
dell' né fiammèingh. Accòmda 
la cherdéinza con fruta, ù, 



I 



195 



frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottìglie. 

Serv. e quali posate naet- 
terò in tavola? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d'avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinèlla distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



nus, mandel, cunftura e 6u- 
telli. 

Serv. CK pussà meiiroja 
in iavla? 

Patr. Té % cucciar d' ar- 
zéint, el furzèin e t curii dal 
mangh d'avori, e arcordt eh' el 
bocCy i bicchir e % bicchirein 
seppen quij d' cristal arrudà. 
Tmettrà pò intoérnalla tavla 
el scrann rriióuri. 

Serv. Al sra serve pun- 
tualméint. 

Patr. Arcardet eh' sta sira 
vein mi nona. T sa quant V è 
nujoésa quìa véccia. Meli in 
oùrdn la camera bona, fa 
rimpir al pajazz e àrfar al 
tamarazz. Accòmda al Hit 
cun linzù e fodr el più feini, 
e cruvel cun la zinzalira. 
Impèss d acqua la brocca, e 
dstènd soévra la cadinélla un 
svgaman fein e un urdinari. 
Fa tutt in réiguld, e an 
t'mancarà la manza. 

Serv. In verità al m' ha 
oùrdnà d' gran cos : ma a li 
farò tutti. 



496 
DIALETTI DELLA LIGURIA 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

A rendere completa la Raccolta dei principali dialetti 
usati nelle Provincie dell' i4//a Italia, è necessario varcare 
l'Appennino; per discendere nelle coste liguri e perlustrarle 
dal Varo alla Vara. L' origine degli antichi Liguri restò ingom- 
bra di oscurità, ma lutti gli storici consentono di riconoscerli 
fra i più antichi abitatori d' Italia. Se ne mostrò convinto 
lo stesso Guarnacci, con la consueta sua condizione però di 
fargli derivare dagli Etruschi piuttosto che dagli Umbri, come 
altri avrebbe opinato. Ma se furono gratuitamente interpe- 
trate certe espressioni di T. Livio per sostenere la prima 
opinione, renderebbesi necessario ad accettare la seconda 
un qualche valido documento e non la sola semplice sup- 
posizione ; tanto più che dall' eruditissimo Micali fu giusta- 
mente avvertito, come le sorti primitive delle popolazioni 
abitatrici dell' Italia meridionale ebbero un carattere così 
diverso da quello degli eventi succeduti nelV Italia superiore, 
che direbbesi spettare questi ad altre genti. Sembrò quindi 
ad alcuno più naturale il supporre nei Liguri provenienza 
celtica ; e poiché V immensa catena alpina presentò ostacoli 
per trasmigrare in paese ricinto da gioghi inaccessibili, forse 
avvenne che lungo le coste del Mediterraneo si avanzassero 
al di qua del Varo : che se Scilace ne avverte che dalla 
Iberia al Rodano la popolazione era un miscuglio di Iberi 
e di Liguri, può supporsi che lungo niare si avanzassero al 
di qua delle Alpi, tanto più che ebbero forse comune la 
provenienza dalle coste di Libia. 

Antichi Liguri. — I greci ed i latini storici distinsero 
con duri ritratti quai rozzi e selvaggi i montanari della Li- 
guria ; ma false ed ingiuriose furono al certo le accuse del 



497 
troppo severo Catone, del passionato Nigidio Figulo, e di 
altri scrittori che ne adottarono le opinioni. Abitatori i Li- 
guri di monti alpestri, e privi perciò di ricchezze, di 
cooiodi e di agi contrassero abitudini di asprissima vita, 
ambirono cioè di acquistar destrezza nella caccia e nelleser- 
cizio della fionda, conservarono strane fogge nell' acconcia- 
niento degli intonsi capelli, e mantennero la più grosso- 
lana semplicità nelle vesti ; rozze costumanze che gli fecero 
comparire al fastoso Romano rustici ed incolti. Le stesse 
loro donne indurate nella fatica esercitarono i più penosi 
mestieri, dissodando i terreni, tagliando pietre, trasportando 
sulla testa pesantissimi fardelli ; sicché gli' ammolliti Greci 
ebbero a dire meravigliati, che le femmine della Liguria pos- 
sedevano forza maschile ed i Liguri la vigoria delle belve ! 
Essi infetti dispiegarono più ferocia che coraggio contro quei 
nemici, i quali ardirono attaccarli nei loro alpestri abituri; 
sempre audaci e precipitosi nelle pugne si scagliarono con 
impeto terribile contro gli assalitori, e se talvolta la sorte 
fu loro contraria, trovarono nelle disfatte facile asilo nei 
nascondigli delle loro montagne, d' onde poi ricomparvero 
più formidabili, cogliendo astutamente all' aguato chi aveva 
osato di tener dietro alle loro orme. Ecco perchè gli orgo- 
gliosi Romani, già vincitori della Grecia della Macedonia e 
dell'Asia minore, indispettiti di dover pugnare infruttuosa- 
mente per moltissimi anni contro una popolazione povera 
e selvaggia, vollero disfogare il loro superbo sdegno contro 
di essa, ingiuriandola con accuse di ladroneggi, di menzogne 
e di frodi, nelle quali bruttezze la dicevano educata e nu- 
trita. Ma r ingiuriosa sentenza di passionati scrittori fu con- 
tradetta da storici assai meno ingiusti, che celebrarono 
unanimi V alto valore, T invitta fermezza, il mirabile eroismo 
dei Liguri : i quali ebbero anche una certa cultura, com- 
provandolo la loro vetustissima costumanza di rispettare il 



198 
diritto faciale e la santità del sacerdozio, al pari delle più inci- 
vilite tra le antiche nazioni d'Italia. Vero è che essi poi dove- 
rono ammansare la nativa fierezza, divenula inutile di fronte 
alle immense forze dei conquistatori romani : se nonché 
riuniti in seguito alla gran famiglia italica coi vincoli di 
una sorte comune, poterono per compenso partecipare alla 
civiltà del formidabile nemico che gli aveva soggiogati. 

Moderni abitanti della costa Ligure. — Nella oppres- 
siva dominazione dei barbari restarono al tutto segregati i 
popoli circompadani dagli abitatori delVAppennino; i quali ri- 
parando nei loro montuosi abituri, poterono sottrarsi alla 
rapacità degli invasori, abbastanza contenti del feracissimo 
suolo irrigato dal Po, per non intrigarsi in aspre e difficili 
pugne entro le gole di monti inaccessibili. Confinato in tal 
guisa il vero tipo della razza Ligure tra quegli aspui gioghi 
ed il mare, supplì industriosamente alla scarsezza dei pro- 
dotti agrarii colla navigazione e col .commercio marittimo, 
e venne in tal guisa a contrarre quelle abitudini sociali che 
così bene lo distinguono tuttora da ogni altro popolo della 
penisola. Da Lerici a Mentono la schiatta Ligure conserva 
originalità nazionali : quegli abitatori di monti e poggi vicini 
al mare tollerano con mirabile sotferenza le più dure fatiche 
e sono instancabili nel lavoro : né questa loro alacrità nel 
trar partito dall' esercizio dei più laboriosi mestieri, è fomen- 
tata da sete di lucro che gli conduca a voler sodisfare vi- 
ziose abitudini; ma è invece una lodevole previdenza di biso- 
gni e di ipfortunj domestici straordinarj, che gli rendono 
solleciti di cumulare un peculio sul perfetto guadagno, con 
l'accomodarsi di buon grado alle privazioni della più parca 
sobrietà. È questa una conseguenza dell' essere il popolo li- 
gure propenso a rispettare le leggi, osservante dei precetti 
di morale pubblica, e caldo oltremodo di onore nazionale 
e di amore alla patria. Egli conserva bensì la sua primitiva 



199 
ed originaria fierezza, ma non ne fa mostra che contro chi 
tentasse di nuocergli e specialrnente nell'interesse; a difesa 
del quale ei veglia gelosissimo. Pronto d' ingegno nelle ope- 
razioni d' industria, animoso e costante nelle intraprese, ove 
gli offrano considerabili vantaggi, mostrasi allora incurante 
di qualunque ostacolo ; ma non è meno sagace nello ab- 
bandonare il suo proposito, tostochè conosca di poter ri- 
trarne dei danni. Poco dissimile è il carattere degli abitatori 
del basso littorale e dei porti marittimi : anzi in questi è 
somma V attitudine alla navigazione ed al commercio, nel- 
r esercizio del quale si mostrano appassionatissimi, dimo- 
doché il negoziante" che pervenne ad estrema vecchiezza 
non curasi già di consumare in lieto riposo i cumulati gua- 
dagni, ma continua fin che può a dirigere i suoi traffici, 
confortando intanto con provvidi consigli il meno esperto 
erede, che dovrà poi succedergli. 

Sono questi i caratteri veramente nazionali che distin- 
guono gli abitanti del Genovesato, i quali non sono al certo 
imputabili di gravi accuse, date forse giustamente ad una 
parte della popolazione che tien domicilio entro la capitale. 
Della quale avvertenza, mostrandosi non curanti quegli autori 
stranieri che scrissero di cose italiche, disvelarono l'obliqua 
noira di volere ad ogni modo ripetere le antiche ingiurie, 
confondendo la verità con manifesti errori. Accadde infatti 
in Genova, come nei porti marittimi molto frequentati tutto 
giorno interviene, che ivi si trapiantarono varie famiglie di 
estranea origine, ma provenienti particolarmente dalle di- 
verse nazioni abitatrici delle lunghe coste bagnate dal Me- 
diterraneo ; sicché venne a riunirsi una popolazione collet- 
tizia di genti diverse, attirate dalla frequenza dei traffici, e 
talvòlta dal bisogno di cercare un asilo, onde sottrarsi ai 
rigori della giustizia che gli avrebbe altrove severamente 
percossi. In questa guisa fino dai più remoti tempi si formò 



200 
nella popolazione di Genova una classe straniera di abitanti, 
che per identità di cause si mantiene sempre numerosa, ed 
a cui appartennero forse quei facinorosi demagoghi, e quei 
negozianti di dubbia fede, i quali attirarono ingiuriosi rim- 
proveri su tutta la nazione. Che se la maggior musa italiana 
volle anch'essa far ecOvalle antiche contumelie, è cosa ma- 
nifesta che essa intese di percuotere colle sue esecrazioni 
quella razza appunto eterogenea e degenerata, che cercò 
asilo nella capitale : senza di ciò è ormai troppo noto che 
l'Alighieri, come cittadino di parte, non risparmiò nel suo 
sdegno poetico né connazionali, né patria, e tanto meno è 
da maravigliare se si mostrò sdegnalo contro Genova, ove 
si sa che per briga dei d' Oria ebbe scortese e mala acco- 
glienza. Le ingiurie insomnia così degli antichi come dei 
moderni scrittori nulla, provano contro gli abitanti della Li- 
guria, o non sono applicabili alla intiera nazione : mentre 
all' opposto é notissimo che senza contrasto essa è la più 
industriosa di ogni altra d' Italia, ed altresì la più esperta 
nella navigazione, nei diversi traffici e nel commercio. 

DIALETTI DELLA LIGURIA. 

L Dialetto di Nizza. — Presso l' estremo confine del- 
l' alta Italia occidentale, nella distanza di soli 7400 metri 
dalla foce del Varo, sorge una elevata rupe, le di cui falde 
meridionali son flagellate con alto fragore dai flutti del 
Mediterraneo. Sulla sua cima edificavano un ben munito 
castello quei Focesi emigrati dalla Jonia, che verso la 
XLIV Olimpiade approdati alle spiagge dei Galli Salii ot- 
tennero di fondare Massilia ora Marsilia: ma per .distendere 
il loro dominio fino oltre il Varo, essi avevano dovuto per 
avventura azzuffarsi con la feroce tribù Ligure dei Vedianzii, 
e per eterno ricordo di averli debellati, chiamarono la 



j 



201 
novella città Nike o Nicaea, cori greca voce che suona 
vittoria. Le ottime leggi, il valore nelle armi, e la flori- 
dezza nel commercio, mantennero per più secoli indipen- 
dente la Repubblica dei Marsiliesi. Nella tirannica disputa 
di Cesare e Pompeo per V Impero universale essi restarono 
allucinati dallo zelo di libertà, che il secondo ostentava 
con somma scaltrezza, ed accogliendo nei loro porti le navi 
di Domizio, offersero occasione a Cesare di compiere la 
conquista delle Gallie con la invasione del loro territorio fino 
allora rispettato. Per tale avvenimento passò anche Nizza sotto 
il giogo di Roma, e restò aggregala alla vicina Cimella, dichia- 
rata per romano decreto metropoli delle Alpi Marittime. Ma il 
maggior lustro di questa le attirò poi contro tutto il furore dei 
Borgognoni, dei Longobardi e dei Saraceni, tanto che i suoi 
edifizi restarono consunti dal fuoco ; mentre Nizza danneggiata 
col sacco, ma non distrutta, risorgeva a maggiore grandezza, 
dando ricetto alla popolazione fuggitiva da Cimella, ed acqui- 
stava lo specioso nome di Bellanda o Bel paese, conserva- 
tole fino ai tempi di Carlo Magno. 

. Dopo la caduta del Romano impero seguì Nizza la 
sort^ della Provenza, di cui allora faceva parte : i Goti, i 
Borgognoni, i Visigoti, i Re e Conti di Arles, la Casa di 
Angiò, i Re di Napoli successivamente la signoreggiarono. 
Avvertasi però che nel cominciare del secolo XII anche i 
Nizzardi imitar vollero l'esempio dei popoli Italiani che si 
reggevano a Comune, eleggendo una Magistratura Conso- 
lare con libero partito, ed il Conte Raimondo II, accorso a 
punirli, cadde estinto sotto le mura dell' assalita città. Suc- 
ceduti nella Signoria di Provenza i Principi Arragonesi 
ricondussero Nizza alla loro divozione, conservandole bensì 
il consolato e concedendo franchigie ai cittadini ed al Co- 
mune. Beatrice figlia di Raimondo lY portò poi i suoi Stati 
in retaggio agli Angioini, ma nelle sanguinose contese insorte 



202 
fra questi e i pretendenti alla successione nel Regno di 
Napoli, Ladislao, anziché veder Nizza in polere dell'abor- 
rito emulo Lodovico II d' Angiò, dar volle un esempio di 
rara, sebbene coatta generosità, concedendo ai Nizzardi di 
eleggersi as sovrano quel principe che esser potesse di loro 
maggior gradimento. La scelta cadde sopra Amedeo VII di 
Savoja, detto il Cmie Rosso; e per verità fu saggiamente 
reso un tal tributo dai Nizzardi alle virtù di quel prode, 
tosto che mancava ad essi la forza necessaria per procla- 
mare la propria indipendenza e sostenerla a mano armata. 
Certo è però che i Sovrani Sabaudi seppero poi altamente 
apprezzare quel generoso partito di una dedizione spontanea, 
prodigando beneficenze ai nuovi sudditi, e riguardandoli con 
occhio di speciale benevolenza. Questi cenni storici si resero 
necessarj dopo il modernissimo avvenimento dell' incorpo- 
razione nell'impero di Francia di Nizza col suo territorio. 
Così volle l'arbitrio della diplomazia, ma non potrebbesi 
accertare che quella popolazione abbia accettato di buon animo 
la rinunzia alla fratellanza italiana. 

Abbastanza di Nizza e dei Nizzardi : parlisi ora del loro 
Dialetto, tanto più che la prossimità della Provenza rende 
importantissimo questo argomento. Secondo alcuni potrebbe 
supporsi che l'antico idioma dei Liguri fosse greco-celtico, 
ma non è mio scopo di tener dietro a congetture, comun- 
que ingegnose, di filologi, ai quali manchi poi il soccorso 
dei documenti : citerò quindi unicamente come probabile 
l'opinione del Presidente De^Brosses, il quale scrisse che i 
conquistatori romani poterono sottomettere anche la favella 
dei vinti, sebbene nella collisione dei diversi idiomi con 
quello del Lazio, questo si difformò e decadde in bocca del 
volgo, mentre gli altri si dirozzarono, si arricchirono e cam- 
biarono di indole. Da ciò dunque avrebbe presa origine una 
terza favella, da principio informe e capricciosa, e propria 



203 
del solo popolo, ma forse adoperata poi anche per le pro- 
duzioni dèlio ingegno dalla classe più ardimentosa degli 
scrittori, ossia dei poeti ; i quali certamente nell' estremo 
confine appunto dell' Italia marittima occidentale introdussero 
sul terminare del secolo XI una lingua al tutto nuova, detta 
provenzale e romanza. Furono questi i festevoli Trovatoìi della 
gaja scienza, i primi canti dei quali risalgono, giusta la opinione 
di colti filologi, fino a queir epoca in cui gli Spagnuoli soccorri 
da' Provenzali, dopo avere soggiogati gli Arabi in Toledo si in- 
gentilirono alle scuole dei vinti, e presero amore alla poesia, 
accompagnata dal canto e dal suono. Ora se potesse provarsi, 
come alcuno opinò, che le barbare orde del settentrione 
contribuissero notabilmente al corrompimento del linguaggio 
popolare latino, tanto più sarebbe presumibile che essendo 
quésto nella Francia meridionale già frammisto a greche voci 
arrecate dagli antichi Focesi, potè alterarsi anche di più 
per il commercio con gli Arabi o Saraceni, venendo così a 
trasformasi in quel romanesco o provenzale, che nei tempi 
della più cupa ignoranza formò le delizie delle piccole corti 
feudali. Ma le opinioni dei filologi sono in tale argomento 
talmente discordi, che mentre alcuni pensano con Leonardo 
Aretino e col Bembo che la lingua italiana moderna sia 
antica al pari della latina, ricercano altri nelle poesie degli 
scandinavi la vera origine di quel parlare romanico, in cui 
si cambiò il latino militare delle provincie! Accadde frat- 
tanto che la gentilezza cavalleresca dei Trovatori restò presto 
deturpata dalla invereconda licenza dei Giullari : Y idioma 
gentile sonante e puro già formatosi da gran tempo comparve 
nobilmente abbellito con più fausti e lieti auspicj nel XIV 
secolo, e fece ecclissare al tutto la fama già oscurata dei 
provenzali poeti ; sicché due soli secoli videro nascere e 
morire la loro lingua. Della quale sarebbesi per avventura 
perduta ogni traccia, se nella parte più montuosa delle Alpi 



204 
marittime, che forma il contado Nizzardo, non si fosse assai 
ben conservata ; stante che nel vernacolo ivi tuttora ado- 
peralo si ravvisa un fraseggiare molto conforme air idioma 
dei Trovatori, come può facilmente dimostrarsi ponendolo a 
confronto di ciò che restaci delle loro poesie. Entro Nizza 
però il dialetto del popolo ha perduto quasi tutte le antiche 
desinenze in as, os, m, e le finali degli infiniti ar, er, ir che 
gli provenivano dal latino ; mentre nella pronunzia ed or- 
tografia si è ravvicinato ai suoni ed alfe frasi italiche, per- 
ché da circa quattro secoli gli studj, le predicazioni, e gli 
atti pubblici vi si fanno in italiano. Contuttociò è da notarsi, 
che il predetto vernacolo nizzardo ha conservato alcune voci 
e frasi di provenienza manifestamente gr^ca e latina, mentre 
air incontro può dedursi dal Glossario del Ducange, che non 
poche voci furono date dai Nizzardi al latino barbaro del 
medio evo. È altresì da avvertire che se molte frasi pro- 
venzali passarono ai Catalani ed ai Francesi nel tempo dei 
Conti di Catalogna e dei Re d'Arragona, da un altro lato 
è innegabile che per le consecutive invasioni dei Francesi 
e degli Spagnuoli, come per l' uso della lingua italiana, ven- 
nero ad introdursi nel vernacolo del contado molte parole 
francesi, spagnuole e italiane, che furono ignote agli antichi 
Provenzali. Questo dialetto insomma meritò giustamente lo 
studio di dotti filologi : per parte mia mi riserbo di invitare 
il lettore a porre a confronto Y antico col moderno nizzardo 
con le speciali osservazioni poste in fine al consueto Dialogo. 



205 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

F.D UN SUO SERVITORE. 



Padrone. Ebbene, Bali- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città, ma 
poi è piovuto tanto ! 

Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un'osteria, per aspettare che 
spiovesse ! E perchè non hai 
preso r ombrello? 

Serv. Per non porlarquel- 
r impiccio; e poi jeri sera 
quando andai a letto non pio- 
veva ^iù, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stamani 
quando mi sono alzato era lut- 
to sereno, e solamente a leva-. 
ta di sole si è rannuvolato. 
Più tardi si è alzato un gran 
vento, ma invece di spazzare | 

* Si consultino le Avveilenzi) ove séno 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
NIZZARDO.^ 



Mestre. Ebbm, Battislo, 
aS'tu eseghit toutoi lei comis- 
sion che f hai donai? 

Servitou'M)wssw, yeupoudi 
v' assurà d' estre stat pontual 
lo plus cK hai poscùt Stoù 
mattin a siei oro e un cari 
eri già en marcio; a set oro 
e mie'go mi trovavi a miec 
camiUy e a vuec oro e très cari 
intravi en villo; ma ensuito 
ha tan ploùgut ! 

Mes. Che all' ordinari sies 
stat a [aire lo fenéant en un 
oste, per sperà che ramais- 
sesso ! E perchè non ti siès 
pigliai lou paraplueio ? 

Ser Per non mi porta 
achei embarras. />' ailiur jei^ 
au sero choro m' aneli courcà 
non ploùvio plus, o se ploùvio, 
bruniavoappeno;stomatinchoro 
mi sieu levai ero toul seren, 
e solamen lo temp s es recu- 
beri au leva doù soulèu. Più 
tardi s es levai un grò veni, 
ma en plasso de dissipa lei 

Indicate le prii\cipaii regole di pronunzia* 



L 



1 



?06 



le nuvole, ha portato una gran- 
dine che ha durato mezz'ora, 
e poi acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che Ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; i pan- 
taloni colle staffe erano finiti, e 
I9 sottoveste stava tagliandola. 

Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo. e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il cal- 
zolajo poi aveva terminati gli 
stivali, le scarpe grosse da 
caccia, e gli scarpini da ballo. 

Padr Ma in casa di mio 



nio, ha poiiat uno gragnolado 
ch'ha durai mieg' oro, e pi 
d'aigho a verso. 

Mes. Ensin vuòs mi (aire 
entendre de non ave fac casi 
ren de sen che t' avit ordenaly 
es ver? 

Ser. Ansi speri, Moussù, 
che serès content, choro san- 
près lu tour eh' hai fap per la 
villo, en t espassi de doui ofv. 

Mes. Sentèn li tieu va- 
lantèo. 

•Ser. Pandanchepkmvhmi 
sieu arrestai a la botìgho dm 
Sartre, e hai visi emV ei mieu 
propre uès comodai lo vuosire 
alni embè colici e dobluro novo. 
La vuoslro vesto novo, e lu pan- 
ia ^òn embe ti staffov eron finii, 
e iagliavon lo gilecco. 

Mes. Tanmigliòu.Maavìes 
aussi a catre pas lo cappelliè 
e lo sabatiè; e non as sercat 
de lu vére? 

Ser. Vom Moussù: Ib cap- 
pelliè repassavo lo vuosire cap- 
peù vieill, e non avio plus 
che lo noti a borda. Ma lo 
cordoniè avio già finii lei bot- 
to, lu grò soliè de casso, e lu 
scarpin per lo bai 

Mes. Ma a la maton de 



207 



padre quando sei andato» che 
questo era 1' essenziale ? 

Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, né sua madre, né suo 
zio, perchéjeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera'e due ser- 
vitori erano con sua cognata, 
e il cocchiere avendo avuto 
r ordine di attaccare i cavalli 
per muoverli, se né era anda- 
to colla carrozza fuori di città. 

Pàdr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovalo 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perchè le portasse a 
chi doveva averle. 



moìipère en che oro li siesanat; 
che aissò era lessensial? 

Ser. Subito cessado la più- 
eio; ma non li hai trovai ni 
vxmslre pere, ni vuostro mère, 
ni vuoslroncle, perchè davantiè 
se n anèron en campagno, e li 
han cocià li doni nuec. 

Mes. Mon frère per autre, 
aumanco sa moglie sera stado 
en maìon. 

Se r . Nimanco, Mousse, per- 
chè avìon fag uno trottado a Sa- 
vona, e s eron menat tu doui 
piccioi, lo garson e la figlitto. 

Mes. Donco touìoi leigen de 
servissi eron fuòro de mesòn? 

Ser Lo coiniè era en cam- 
pagno embè vuosiìx pére: la 
figlio-de-ciambro e lu doui do- 
mestico èron embè vuostro bel- 
lo-sorre, e lo code en avèn 
ressut l' ordre d' attellà lu ca- 
vau per partì, s en ero anat 
embè la carrosso dòu costà 
de Ciavari. 

Mes. Per ensin la mesòn 
era vueio? 

Ser. Non li hai trovai che 
lo garson de l' eslable, e es 
en eu che hai consegnai touioi 
lei lettro affin che lei portesso 
a chu eron adressadoi. 



208 



Padr. Meno male. E la 
provvista per domani ? 

Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho cotnprato del for- 
maggio e del burro. Per ac- 
crescere il lessò di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un* anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedierò con un 
lacchino da cuocersi in forno. 

Padr. E del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole e. triglie, razza, nasello 
e aliuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e pioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr E chenuoveti badate? 



Mbs. Manco de màu. E li 
pwiston per deman ? 

Ser. Li hai facckoi. Per 
sopo hai piglia de pasto, e 
entan hai crompat de (fornai 
e de burre. Per creisse lo 
bwjlit de vedèUy hai pigliat 
un ir OS de motori. La frittura 
la farai de cervello, de fege, 
e d' armotio; per pitanso hai 
crompat de puorc, e un ca- 
nari comodai au caulès. E 
siccomo non hai trovai ni tor- 
do, ni perdts, ni becasm li 
rimedierai emb* un dindonèu 
cueg au four, 

Mes. e de pei non n as 
crompat ? 

Ser. Ansi, n ai pigliai tou- 
plen, perchè non costàvongaire. 
Hai crompat de sollo, de stri- 
glio, de rajo,^ de merlan, e de 
lingosio. 

Mes Va fuor ben. Ma lo 
perrucchiè non V auras poscu 
veire ? 

Ser Ansi,siccom>ohalasieu 
bottigo a costà d'achello dòu dro- 
ghisto, don hai fac provision de 
sucre, de pebre, de claveu-de- 
ghalofre, de canello e de dccola- 
to,ensin hai parlai aussi en eu. 

Mes. e che novoifha donai? 



209 



Serv. Mi ha detto che 
r Opera in musica ha fatto 
furore , ma che il ballo è 
stato fischiato; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo, un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa,* 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli miglio- 
ri; tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 



Ser. M'a die che V opero 
en musico ha fa( furor, ma 
che lo ballet es estat sublat ; 
che acheu giove m^oussù t?tw- 
sfre amie ha perdut V autre 
sera au guec toutvi li pariùroi, 
e che aspero la partenso d* un 
bastimen per s en anà. M'a 
dig tamben che Madomei sello 
Lussio ha donai congiè a 
r espous che avio promès, e ha 
guraé che non lo vòu plus. 

Mes. Gilosioi . . . achesto 
Sì che mi fa rire; ma auro 
pensèn a nautre. 

Ser. Moussù, se sias con- 
tent, vau mangia un pou de 
pan, e beure un ghoio de vin, 
e pi retorni suUtto a recevre lu 
vuosire ordre. 

Mes. Siccomo sieu pressai, 
e devi sortì, fai premieramen 
atienston a sen che ti vau co- 
manda, e pi mangeras e ti 
pauheras tan che ti farà pleà. 

Ser. Comandàs puro. 

Mes. Per lo dina che devm 
faire, preparo la taulo dins uno 
bello salo ; piglia la tovaglio e 
lei servietto lei più belici ; per 
plat e sìetto ciausisse acheUoi 
de porsellanOf e fai en ma- 
niero che non li manche ni scu- 

14 






210 



soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Skbv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d' argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vecchia! Metti in ordine la ca- 
mera buona, fa'riempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
efedere le più fini, e cuoprilo col 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa'tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



dello, ni piai a fruQO. Preparo lo 
embè desser de fruQo, de ratn, 
de mtòe, damendo, de sucrerio, 
de confilluro, è de botfeglio. 

Ser. e che argentei'xo mei' 
irai en iaulo? 

ììes. Piglieras lei posadoi 
d' argen che han lei forcettoi 
e lu coteu embi lo mance d'avori: 
e rapelleti che lei caroff'ai, lu 
gotto, e Inveire a licor sigon 
achulus de cristal sisellat. Ar- 
rango ensuito au tour de la 
tauh totoi lei chadieroi laugie- 
rii de Cavari, 

Ser . Serès servii esattameli . 

Mes . Aighes da saupre che 
stosero ven aissi ma bello-mere. 
Sabes can es diffìcilo a contenta 
achello viello. Mette ben en or- 
dre la salto a manga; fai ramplì 
la pagliasso, e batire lu mata- 
las; e pi fai lo lieg^e metteli lu 
lansòu,e lei cubertoi lei più 
fimi, e plnsseli la zinzaliero. 
Ramplisse lo potalo d aigho, e 
su la cuvetio plcceli un pana- 
mam e uno servieito. Fai tot en 
regio, e pi ti donerai /* estreno. 

Ser. En verità m*avès co- 
mandai toplen de cauvo, ma 
farai tot. 



2M 

OSSERVAZIONI ED AVVERTENZE 

SUL DIALETTO NIZZARDO. 

Osservazione I. — Il signor Rancher di Nizza pubblicò nel 4823 
un elegante poemetto intitolato La Nemaida. V ortograGa da esso 
usata diversifica notabilmente da quella, che prescelse il coltissimo 
traduttore del mio Dialogo. Ciò nacque da divergenza di opinioni fra 
i più valenti letterati di Nizza: ecco i motivi della questione. 

L* a si pronunzia come in italiano nei monosillabi, in mezzo delle 
parole ed in fine di esse ancora, ma solamente quando ba un ac- 
cento; per esempio, là, ma, mangia: ma se Y a finale manca dell* accento 
debbefsi pronunziarla strettamente, col suono cioè deiro: quindi alcuni 
scrivono Nisso, muso^ lonyOy raro, terrò, plumo ; altri poi dicono 
Nissa, musa, longa, rara, terra, piuma. 

Intendono questi ultimi di volere usar riguardo alla derivazione 
di simili parole dal latino oppure dall' italiano; trovano perciò poco 
ragionevole di scrivere terrò, plumo ec. mentre tutti i loro derivati 
hanno l' a in fine, e conchiudono che quest' uso, modernamente in- 
trodotto nei vernacoli usati in Provenza, non "è che una corruzione 
del vero provenzale, usato dai Trovatori fino al secolo XIV. Ma poiché 
parlammo del suono dell' a, giovi lo aggiungere le seguenti sommarie 
regole di pronunzia nizzarda: 

L* a in mezzo delle parole, ed in fine di esse ancora purché 
accentata, si pronunzia come i^ italiano; mancando T accento prende 
il suono della o; 

L' e si pronunzia come neir italiano ; ma sempre molto aperta in 
fiine delle parole, ogni qualvolta abbia V accento; 

La i non richiede osservazioni; 

La si pronunzia talvolta stretta, tal* altra apèrta, come in 
italiano voto e vuoto; se in fine delle parole manca d'accento, e 
se dopo di se ha un m, oppure una n, si pronunzia strettissima, sal> 
vochè però non sia preceduta da un ou o u italiano, come fuont, 
puorU, suon ec. 

La u, come in francese e in provenzale, cioè molto stretta. 

Au dittongo si pronunzia come in latino e in italiano; ma se 



212 
la ò ha il segno di accento grave, le due vocali si proDunziaao se- 
parate. 

Ai ha li suono delle voci italiane mai, dai, ec. ; se la i ha il 
trema deve pronunziarsi separata come at (si). 

Eu che i Provenzali scrivono eou si considera come composta 
di un e e di un ti italiane. 

Od equivale all'ou francese e u. italiana; ma se sulla ù vien 
posto un accento, allora si considera come una o ed una ti italiane, 
separate, come boù (bove). 

La e si pronunzia air italiana, ma infine delle parole non prende 
il suono del k, ma del eh francese : ed il eh nizzardo ha preso quello 
del fc, così in mezzo come in fine delle parole. 

Gì preceduta o seguita da un t equivale alla / mouillée dei 
Francesi ; così iravagl suona come travail. 

Impegnatomi in queste rapide osservazioni sulla preferenza di uno 
dei primarj dialetti italici, pensai di aggiungerne poche altre sul ver- 
nacolo genovese, tanto più che si trovano in esso scritte, come ac- 
cennai, spiritose e belle poesie. v^ 

d si pronunzi trascinata, come aa; 

ae equivale ad una e' larghissima e trascinata ,■ 

ee ha il suono di e molto larga, ma tronca e corta ; 

e ha suono stretto, ma se trovasi avanti iid una r succeduta da 
altre consonanti, allora si pronunzi mollo larga e trascinala; 

é, è stretta ma prolungata, corale ee ; 

eif si faccia sentire più la e che la i; 

eù come in francese /eu, heureux; 

i trascinata come ti; 

ha un suono ora stretto, ora largo, ma nel primo caso si pro- 
nunzia come la u dei Toscani ; 

pronome, equivale all'u toscana; 

ó, stretta come ti toscana ma trascinata, come uu ; 

ò', larga e trascinata ; 

ò larga ma corta e tronca; 

oi dittongo in cui si fa sentire molto la t, poco la o; 

ou si pronunzia come in toscano preti, grou; 



^ 243 

u sempre stretta con suono francese ; 

Le coDSonaDjti raddoppiale si pronunziano in generale come se fos- 
sero una sola e semplice ; 

nn si pronunzia in modo che alla vocale precedente la prima n 
resti attaccato anche il suono di essa : per esempio caden-na si prò-, 
nunzia caden colla n finale francese, e na come in toscano ; 

r negli articoli ra, re, rt, ro^ ed in mezzo alle parol(^ quando 
non è accompagnata da altra consonante, si pronunzia così dolcemente 
da sentirsi appena ; 

rr si pronunzia come r semplice, ma si strascica molto il suono 
della vocale precedente, ierra come leera ; 

s come s aspra toscana, ma avanti le consonanti ed alla i prende 
sempre il fischio di 5c, come signora scignora^ salvo bensì alcune ec- 
cezioni ; . 

scc si pronunzia col fischio di 5c, cui sia aggiunto il suono chiaro 
di altro e, come sedavo sc-ciavo ; 

X equivale alla j francese, dexe come dpge; 

z ha suono dolce come la s dolce dei Francesi; 

g come in francese fagon. . 

Osservazione II. — Chi bramasse porre a confronto la poesia 
provenzale dei Trovatori colle rime degli antichi e dei moderni Niz- 
zardi, esamini i. seguenti saggi poetici. 

Il primo è tolto da un Albata o Inno del mattino, di <jiraldo 
di Bornello, il quale fìnge che imi Trovatore penetrato di notte entro 
il castello della sua Dama, e temendo di non esser colto air improvviso 
dal geloso rivale, abbia posto al di fuori una guardia, la quale vedendo 
avvicinarsi Talba, si fa sotto alla rocca, e così prende a cantare: 

Bel companhOs, si dormetz o velhatz 
Non dormetz plus, qu' el jorn es approchatz, 
Qu' en Oi'ien vey T estella cregiida, 
Qa'adutz Io Jorn qu'ien l*ai ben conoguda, 
E ades sera l'Alba ! 

Bel companhos, en chantan vos apel, 
Non dormetz plus, qu' leu aug chantar l'auze], 
Que vai queren lo jorn per lo boscatge. 
Et ai paor ch'el gilos vos assatge; 

E ades vien 1* Alba ! 



1 



214 

Bel conipanbos, issetz al fenestrel, 
Et esgardatz las ensenhas del cel, 
Connoisseretz si us sui figei messatge ; 
Si non o fuitz, voster er lo dampnatgu ; 

£ ades serj' r Alba ! 

Il saggio seguente è un brano di poesia erotica nizzarda di Gu- 
glielmo Boyer, celebre poeta, matematico e giureconsulto, che fu creato 
da Carlo li di Provenza è da Roberto suo figlio Giudice di Nizza, e 
che mancò di vita nel 1355: 

Drecb e rason es ch'jeu canti d'amor 
Vezenl ch'jeu ai jd consumat mou age 
A li complaire et servir nuech jor 
Sens'aver d'el proOech ni avaittage 1 
Encar el si Tas cregner 
Doulent et non sai fegner. 
Mi pougne la courada 
De sa fleccia dorada : 
Kmbe son are qu' a gran pena el pos tendre 
Per se qu' el es un enfant jouve et tendre. 

Dalla Nemaida, elegante poemetto del signor Giuseppe Bancher 
di Nizza, pubblicato nel 1823, presi il terzo saggio poetico, ond(3 
meglio far conoscere F antichità e T origine del dialetto modernamente 
usato dagli abitanti di quella città e del contado. Dopo V invocazione 
delle muse, descrive quel leggiadro poeta il bel cielo di Nizza, e i 
primi amori di Lubino e Gurina. 

Souta d'acheu beo siel, che fouora caduu vanta, 
£ don l'ivér souven sembla un printen cb*encanta, 
A Nissa, luec divi.n, giardln tougiou flourit, 
Dopi calegnaire urous, l'un de l'autre cerit, 
Lubin dau tendre couor, Courina la timida, 
Passavon plen d' amour lu momen de la vida. 
Rem con era plus beù, che de lu veire ensem, 
A l'amour toni lu giou si brulava d'Insen, 
£ semblava, acheù dieù, ch'es monarca a Sitera 
D'un avenl ben dous li durbl la carriera. 
Non son pa plus coustant, plus tendre, plus uruub 
Che Courina e Lubin, doui pigion amourous ! 



f 



215 



ABITANTI E DIALETTO DEL PRINCIPATO DI MONACO* 

Il littorale maritlimo posto a levante del Varo, nel risalire 
che fa verso la parte di tramontana, per quindi piegarsi nel 
pittoresco e bellissimo semicerchio delle due riviere liguri, 
presenta una interruzione di confini tra le due provincie di 
Nizza e di S. Remo, pel tratto -di miglia italiane IO, o chi- 
lometri 18 e §. A questo delizioso tratto territoriale limitasi 
appunto la maggiore estensione del Principato di Monaco, e 
.di tutta la sua parte meridionale, la quale è ridente 
di coltivazioni, ed insieme la più abitata, trovandosi la sua 
popolazione quasi tutta raccolta in riva al mare. 

L'aver rappresentato un monaco appoggiato all'arme 
gentilizia dei Grimaldi, e poi avere effigiato quello stemma 
in mezzo a due monaci in atto di vegliarne alla difesa a 
mano armata, fu ridevole velleità religiosa, immaginata per 
attribuire alla città di Monaco origine teocratica ! Mi si con- 
ceda di deviare in traccia di notizie filologiche, tanto più 
che esse si riferiscono air italiano incivilimento. 

Fino alla metà del secolo XIV, epoca in cui dicesi che 
i Grimaldi acquistassero in compra Mentono dai Veut, Roc- 
cabruna dai Lascaris, ed tn altra frazione territoriale dagli 
Spinola, non venne a formarsi questo piccolo Stato che limi- 
tavasi anteriormente ai confini angustissimi della rupe su cui 
siede Monaco. Se non che a quel nome trovasi unito nelle 
antiche storie quello di Ercole, e ciò ne riconduce ai tempi 
favolosi, nei quali tutto è falsità per chi non attende che al solo 
senso letterale della siro-egizia e della greca teogonia, men- 
tre una sana critica può dtscuoprire notizie utilissime sotto 
il velame di quelle favolose stranezze. 

Le tanto celebri imprese di Ercole furono risguardate 
dalle antiche nazioni come prodigiosi eJSetti di un valore 



SI6 
divino, ed in ogni angolo dell* antico mondo si volle con- 
servare la memoria di quel prode. La Fenicia, la Bitioia, 
la Caria ebbero una città fregiata col nome di Eraclea o 
Erculea; una pure ne possederono cos) la Tracia come la 
Tessaglia, due la Macedonia ; e nelle meridionali provincie 
italiche ebbero la loro Eraclea i Siculi, i Lucani, i Campani. 
Portò altresì il nome di Ercole una isoletta del mar Tirreno, 
oggi Asinara, e lo portarono varj promontori di Creta, del 
Ponto, della Magna Grecia, della Britannia. Ebbero i Siculi 
un Lago erculeo^ i Celti una Selva, gli Egizj la Foce di un 
loro canale, gli Etruschi e i Liguri un Porto. Varj però fu- 
rono gli Ercoli, poiché senza far caso dei moltissimi indicati 
da Varrone, sei ne annovera Tullio, tre Diodoro Siculo, tutti 
celebri per immenso valore, ma di origine affatto diversa; 
che ad alcuno si die per patria T India, ad un altro V Egitto, 
ad uno la Grecia. 

Ora tra questi chi sarà V Ercole che diede il nome al 
porto di Monaco ? I Grecomani saranno unanimi nel rico- 
nascere in questo T Ercole greco, tanto più che trovasi di- 
stinto colla voce ellenica di Moneco; onde spiegar la quale 
debbesi poi presumere, o che al solo Ercole prestassero culto 
gli abitanti di questa spiaggia marittinfa, o che cacciati questi, 
ivi bramassse quel conquistatore* di restar solo. Alle quali 
gratuite interpetrazioni letterali se si vorrà prestar fede 
senza discuterne il valore, si resterà sempre all' oscuro sui 
veri primordj dell'italico incivilimento, mentre potrebbesi 
forse travedere un qualche lampo di luminosa verità nel 
nome di Moneco. 

Interponesi infatti con rispettèbbilé autorità Y immortale 
Romagnosi, ricordando che le favole devono riguardarsi come 
ingegnose allegorie, nelle quali furono avvolte le più importanti 
storiche tradizioni, per tramandarle meno alterate alla me- 
moria dei posteri. In quella guisa pertanto che in vSaturno 



ai7 

venne personificato l' incominciamenlo della, prima fra le ar(i 
r agricoltura, ed in Mercurio la scienza dell' astronomia e 
della meteorologia, guide indispensabili all'agricoltora, così 
il genio bonificatore dei terreni venne simboleggiato in 
Ercole liberatore di Prometeo dall' avvoltojo, ossia dell'umano 
incivilimento dalla barbarie. Ma gli orientali riguardando il 
sole come il Dio tutelare dell'agricoltura, lo avevano già 
salatalo col nome di Ercole, il quale dunque non era che 
il sole, invocato dagli Assirii col nome di Adad, che significa 
V unico, il soh. Che se Ammiano Marcellino scrisse che 
l'Ercole veneralo in Italia era il Libico o Egizio, la sua 
opinione restò comprovata da un fatto moderno, stantechè 
nel 1802 fra le rovine d'un vecchio castello posto nelle 
adiacenze dei monti che sorgono tra la Roja ed il Paglione, 
tuttora chiamato Monte di Bere, fu dissotterrato un idolelto 
in bronzo del Dio Api, simulacro egizio che non fu portato 
al certo né dai Focesi venuti d' Ionia, né dai Cartaginesi 
che professavano una religione simile alla greca, ma piut- 
tosto dai navigatori della Fenicia e della Libia, approdati 
all' Italia non meno di quindici secoli prima dell' era volgare. 
Se mi diffusi nell' indagar 1' origine di un così piccolo 
angolo territoriale, per dilucidare il controverso articolo del 
primitivo incivilimento d' Italia, sarò conciso nel far menzione 
dei sovrani di Monaco^ Lasciando a parie le gratuite asser- 
zioni del Venasco, che risaliva al secolo VIII per trovare 
il fondatore di quella stirpe, dirò con Chasot e coi dotti 
autori dell' Arte di verificare le date' non potersi incominciare 
la vera storia cronologica di questo ramo dei Grimaldi, che 
dal figlio di Oberto condottiero di quella flotta di Crociati 
che sul cominciare del secolo XIII presero Damiata. Cario I, 
del di cui dominio sopra Monaco non possono nascere con- 
testazioni, morì nel 1363 ; e con la morte di Antonio avve- 
nuta nel 1731 si estmse la linea maschile di questi Principi, 




passando la loro eredità con Luisa-Ippolita nei Matignon di 
Francia, Duchi di Valentinois. 

Abitanti. — I proficui effetti del benignissimo clima 
di questo piccolo Stato si rendono principalmente manifesti 
nella fisica conformazione degli abitanti, i quali godono pro- 
spera salute, senza esser molestati né da epidemiche né da 
endemiche malattie. Né meno delle fisiche sono da pregiarsi 
le loro qualità morali : indole buona e pacifica ; intelligenza 
non comune negli affari ; attitudine ad intraprese di ogni 
specie; solerzia ed ingegno nel. condurle a buon esilo. Che 
se tra di essi è scarsissimo il numero dei facoltosi, pure si 
mostrano contenti delle loro miti fortune : ed è poi da ri- 
marcarsi che il popolo, sebbene assai incolto, é religioso si, 
non superstizioso. 

I predetti abitanti di questo Principato formano una 
popolazione collettizia, principalmente composta di indigeni 
di quella costa marittima e delle adiacenti, con i quali sembra 
che venissero a promiscuarsi alcuni Spagnoli, Francesi e 
Piemontesi nelle differenti epoche nelle quali i piccoli prin- 
cipi di Monaco si trovarono nella necessità di darsi ih ac- 
comandigia militare ai sovrani di quelle nazioni. Ciò provasi 
manifestamente anche dall' indole del loro dialetto composto 
d' italiano e francese, con varie voci spagnuole, e molte altre 
usate, dai Genovesi. Diversifica alcun poco il linguaggio di 
quei di Mentono e di Roccabruna da quello che parlasi io 
Monaco, non quanto però la pronunzia che negli abitanti 
della capitale è piuttosto dolce ed aperta, mentre altrove, 
e parzialmente a Montone, riesce di una fatigante lentezza, 
e ben distinguesi per una certa cantilena nasale nelle de- 
sinenze. 



219 



DIALOGO ITAUANO 

THA UN PADRONE 

BD UK SUO SERVITORE. 

Padrone. Ebbene, Balista, 
hai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

SERVITORE. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città i ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta- 
to a fare il poltrone in un oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! B perchè non hai preso 
r ombréllo ? 

Serv. Per non portar quel- 
rimpiccio;epoi jeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



TRADUZIONE 

NEL. DIALETTO 
DI MONACO. 



Mestre. Ebben, Balista, 
hai fàu tutte re cumissiiie che 
min t* ho dàu? 

Servitù'. Scia pò sta ciii 
che segilru che ho fàu iantu 
ben che hopusciiiu. Stamattin 
a sei ure e un cartu era già 
per camin: a sette e mesa 
n aveva già fàu ra mittan, e 
a ettu e tre carti entrava drentu 
ra villa ; ma pei s è tantu 
messu a cève che .' . . . 

Mes. S^t- addire che a ru 
solitu Sì stàu drentu Un ober- 
gè a fa ru feneante, per aspetta 
che nun cevessa dii ! Eh per- 
dio nun hai piàu ru paraiga ? 

Ser. Perchè m'embarras- 
sava, e pei jeri sera candu 
me sun andau curcà non ce- 
vevaciii, o ben se ceveva, ceveva 
ben poca: sta matin candu me 
sun levàu, era- tiìttu seren, e 
sulamente a ru Uva de ru su 
se fàu nivuru. Un pocu ciii 
tardi s'è lavau Un gran ventu, 
e enAega de scassa re nivure 
ha fan tumbà de neve, e pei 



L 



ha durato mezz'ora, 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero ? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento^ quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto con 
questi miei occhi raccomodato 
il suo soprabito con bavero e 
fodere nuove; i pantaloni colle 
stafle erano finiti, e la sotto- 
veste stava tagliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellaio e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Si signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 
padre quando sei andato, 



«20 
poi : ha ciilvhi a verse. 



Mes. Gusci me vèi fa capi 
che nun hai fau reti de se-che 
t'aveva dittu; nun è veru? 

Ser. a ru cunirari spera 
che scia sera cuntentu scia 
saverà ru giruche ho fau drentu 
ra villa en due ure. 

Mes. Vedemu se ch'hai fàu. 

Ser. En tempu che ciUvevor 
sun andàu da ru tajilr, e ho 
vistu cun ri miei ej ì*u so 
vestitu raccumudàu, cun ru 
culeitu e ra dublUra nevi ; ru 
so gilecu nevu e re sue braghe 
cun ri tiran erun finie, e tajava 
ra cornigera. 

Mes. Tant\j^mejuym(kavevi 
a dui passi ru capelè e ru 
curduniè, e nun sì andàu da 
dilsciun de chesti? 

Ser. Signur sci; ru capelè 
arrangiava ru su capelu veju, 
e nun aveva ciil eh' a burdà 
ru nèvu. Ru curduniè pei 
aveva finiu i^e bote, re scarpe 
grosse da caccia, e ri scarpin 
da ballu, 

Mes. Ma en casa de me 
pàirey candu ghe si andàu ? 



n\ 



che questo era l'essenziale? 
SEav. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
chè jeri r altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

SERv.Nonvihotrovatocheil 
garzonedistalla,edaluihocon- 
segnato tutte le lettere, perchè 
le portasse a chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 

Serv. L'ho fatta: per 



aissò .era r essensiale ! 

Ser. .i4/>/)ena ha avUu finìu 
de cève : ma nun g.ho truvau 
dilsciUn, ne so pàire, ne so 
maire, ne so barba, perchè 
avanVjeri sun' andai en cam- 
pagna, e g han durmm. 

Mes. Mèfrai sepandan, o 
ben so mujè seran stai en 
casa? 

Ser: Signur nun, perchè 
erun andai sinu a ra Turbia, 
e avevan menati ri soi fièj. 

Mes. Ma ri servitili erun 
tutti fera? 

Ser. Ru cugine era andàu 
en campagna cun so papa, ra 
dona de camberà e dui ser- 
vitùi cun so cugnà, e ru pu- 
stiùn avendu avUu urdine de 
stacca ri cavalli per ri busticà, 
se nera andau cun ra carrossa 
de ru custà de Mentun. 

Mes. Dunca ra casa era 
vea? 

Ser. Nun g ho iruvàu che 
ru garsun de ra stalla, e g' ho 
dàu tutte re lettre per re purtà 
a cU deveva re ave. 

Mes. Menu ma. E la pre- 
vista per deman ? 

Ser. /?' ho fa : per mene- 



L. 



222 



minestra ho preso della pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. 11 fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissimo. Ho compralo so- 
gliole, triglie, razza, nasello 
e aliuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non l'avrai 
potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr. E che nuove ti ha 
date ? 

Serv. Mi ha detto che 



stra ho piàu de pasta, e entaniu 
ho catàu de fromagiu e de 
biirru. Per accresce ru butu 
de vitella ho piàu un bucun 
de mutun. Ra frittura ra farò 
de servetta, de figaretu e d ar- 
cicoti. Per fricassà ho catàu 
de p&i'cu, e un canar per ar- 
rangia cun ru coru. E cume 
nun ho truvàu ne turdi, ne 
pernige, ne bvcasse, ghe rime- 
dierò cun un dindon che farò 
cheige a ru furnu. 

Mes. e de pesci n'hai 
catàu ? 

Ser. a ru cuntrari n ho 
piàu en cantità, perchè custava 
troppu pocu. Ho catàu de sole, 
de treglie, de rasa. 

Mes. Cosci va ben. Ma ru 
peruchè nun r hai vistu? 

Sek.A ru cuntrari cuma ha 
ra so buttega accantu de chella 
de ru drughista, dunde ho 
catàu de sucaru, de peve, ga- 
nefaretti, canella, ciculata, en- 
tantu g' ho parlàu. 

Mes. e che neve i ha dau ? 

Ser. Hf ha dittu che r opera 



n3 



r opera in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è stato 
fischiato ; che quel giovine 
signore suo amico perde T al- 
tra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che noi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
beva un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome" ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e pòi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Acconaoda la credenza con 



en musica ha fàu effetiu, ma 
che ru ballu è andàu ben ma: 
che achellu zuvenu, so ami- 
gu, ha per su V autra sera a 
ru gegu tutte re sue pariiire, 
e che aura asperava de partì 
cu/fi ra diligensa. M' ha dittu 
tamben che madamaigellà Lu- 
cia ha remandàu ru so futu- 
ru spusu, e che ha giuràu de 
nun ru vurè ciU. 

Mes. Giruste . . . achesta si 
che me fa ride, ma aura pen- 
samu a nui. 

Ser. Se Scia se cuntenta, 
mangiu un pocu de pan, e bevu 
un goitu de vin, e serò siibitu 
a ri sai cumandi. 

Mes. Cuma sun spresciau, 
e devuandà fera de casa, ascuta 
piimu cosa te cumaìido, e pei 
mangerai e te repuserai tantu 
che tu vei, 

Ser. Scia cumande piXra. 

Mes. Per ru derna die 
devemu fa, prepara tixttu ru 
salun. Pija ra tuaja, e re ciif 
bmie serviette; fra i piatti pij 
achelli de purselana, e fa en 
sorta chenunmanche nescUelle, 
ne cabarè. Arrangia ru biiffettu 
cun de frutta^ d*iXga, nuge, 



n 



224 



frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. e quali posate met- 
terò in tavola? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d'avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buono, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



amandure, confitture e butije. 

Ser. e che cuver metterò 
en torà? 

Mes. Pija ri cujài dar- 
geniu, e re furcine, e ri cuteli 
curi ru manigu d'avoriu, e su- 
vègnate che re caraffe, ri gutti, 
e ri gutelli, siciun achelli de 
crislallu tajàu. Pei arrangai 
aiturnu de ra torà re ciu bone 
careghe. 

Ser. Scia sera servtupun- 
fUalmente, 

Mes. Suvègnate che chesta 
sera vègne me maire gran. Sai 
cantu chella veja è annujante. 
Mete en urdine ra camberà 
bona, fa jence ra pajassa, e 
fa batte ri maialassi. Fa ru 
lettu cun ri linsei e re diverte 
re ciu fine, e crèveru cun una 
sinsariera, lence ru giaru 
d' aiga^ e sciu de ru bassin 
stende un panaman ur dinari 
e un fin. Fa tuttu en regula, 
e ra bona man nun mancherà. 

Ser. En verità scia m' ha 
cumandàu tante cose; ma farò 
tiitiu. 



^25 



DIALETTO GENOVESE. 



Del carattere dei Genovesi fu detto abbastanza ; resta 
ora a dare un cenno del loro dialetto. Anch' essi dunque 
hanno il loro linguaggio, e sebbene nei diversi vernacoli 
delle dqe Riviere vada soggetto a notabili modificazioni, con 
tutto ciò deve riguardarsi come tipo primario quello di 
Genova. Viene questo usato non solamente dal popolo, ma 
nelle migliori società ancora, pochissime eccettuate; qunidi può 
dirsi di uso generale. Esso deriva manifestamente dalla lingua 
italiana ; sulla di cui sintassi è intieramente modellato, seb- 
bene gli si siano unite varie voci di origine francese, spagnola 
e portoghese ; e le lettere gutturali, con tanta frequenza in 
esso impiegate, rammentano le molte relazioni commerciali 
che ebbero i Genovesi con popoli di araba provenienza. 

Sembrò a taluno aspro e duro il dialetto ligure, e di 
ìjiù ingrata pronunzia : si volle anche privo di quelle grazie 
e di quei piccanti caratteri, che rendono gradevoli altri ver- 
nacoli italiani, come quello dei Veneziani, dei Bergamaschi, 
dei Napolitani. A sostegno della quale sentenza si addusse 
r osservazione, che sulle scene sogliono quelli adoperarsi 
non senza plauso, mentre il genovese quasi mai viene in- 
trodotto, e solamente in un modo sfavorevole, e per dipin- 
gere odiosi caratteri. Ma T inflessione delle voci ed il modo 
di proferirle potrebbe facilmente trarre in errore, chi giudicar 
volesse con quel mezzo il genio e i pregi di una lingua ! 
Certo è frattanto che alcuni valenti ingegni della Liguria 
scelsero la nativa favella per interpetre della feconda loro 
fantasia, e tra questi si distinsero il Foglietta, lo Spinola, 
il Gaserò, il Dertona, il Villa e varii altri che composero 
poesie degne di lode. Ed il celebre Iacopo Cavalli, che di 
gran lunga tutti li superò, riuscì maraviglioso, anco a pa- 

15 



2^6 
rere degli stranieri, nel poetare in genovese ; tanta è la 
facilità, la delicatezza, lo spirito con cui seppe far uso del 
proprio dialetto. Rappresentando quel vivace poeta amori 
di pescatori e di plebei, pose in pregio tra le muse una 
lingua, che dai popoli tenevasi in vilipendio. Questo giudizio 
è del celebre Chiabrera ; il quale aggiunse, che se la 
favella è opera propria dell'uomo, il Cavalli ccm onorare 
r idioma genovese fece onore alla sua nazione in cosa, onde gli 
abitatori delle due riviere non rimanevano senza vergogna, 
adoperandolo malamente. E per certo il ciò fare fu nuova e 
strana vaghezza ; ma la Liguria produce uomini Trovatoci, e 
Trovatori di cose non immaginate e neppure credute. 

Dopo avere ottenuto un così favorevole giudizio e da 
tanto senno pronunziato, sembra che il Cavalli molto si 
compiacesse dei suoi versi, e ne menasse anche vanto. Convien 
dire infatti ch'ei fosse stranamente invaghito del suo pre- 
diletto vernacolo, se non fu scherzo o esagerazione poetica 
il concetto del seguente sonetto in lingua genovese ! 

Cento poera de béu tutti azzovse 
No doggeraa ra leDgua a ud Foreste, 
Chi digghe ia boa Zeneize, Bertomé. 
Amò. mOB, ceUy biUu, parolle tae. 

Questa è particola feligitae 
A ri ZeDeixi daeta da ro Ce, 
D'avel parolle in bocca con Taroé, 
De proferire tutte insuccarae. 

Ma ri Toschen meschin, chi son marotti, 
£ che ro gè da bocca ban beli* amaro, 
Ne ban noi per mezelengue, e per barbottil 

Vòrrae che me dixessan, se un Prue caro, 
Sensa stàghe a mesccià tanti ciarbotti, • 
Va per cento Fratelli ^ e sta do paro. 

Con buona grazia del signor Cavalli, altri or giudichi 
del vernacolo genovese come meglio gli sembrerà, pren- 
dendone una giusta idea dal seguente consueto Z>ta%o, che 
fu tradotto da soggetto coltissimo. 



227 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SUO SERVITORE. 

Padrone. Ebbene, Bali- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città, ma 
poi è piovuto tanto 1 

Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un' osteria, per aspettare che 
spiovesse 1 E perchè non hai 
preso l'ombrello? 

Serv. Per non portarquel- 
r impiccio; e poi jeri sera 
quando andai a letto non pio* 
veva più, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stamani 
quando mi sono alzato era tut- 
to sereno, e solamente a leva- 
ta di sole si è rannuvolato. 
Più tardi si è alzato un gran 
vento, ma invece di spazzare 
le nuvole, ha portato una gran- 



TRADUZIONE 

NEL. DIALETTO 
GENOVESE. 



Padron. Ebben, Baciccia, 
ti e ae eseguie e commisdoin 
che ( ho daeto ? 

Servito. Scignor posso as- 
segnalo che son staeto poniuaìe 
ciù che ho posciuo. Sta mat- 
tin-na a sei óe e un quarto, 
eo za per viaggio; e a saétte 
oe e méza eo a meitè stradda, 
e a éutto oe e trei quarti in- 
travo in Zéna; ma poi Ve 
ciùvùo mai tanto ! 

Pad. Za secondo o solito 
ti saé staeto a fa o pòtron in 
f un ostaja per aspétà che ces- 
sasse l'aegua. E per case ti no 
r ae piggioA o pa-égua ? 

Ser. Pe ito porta queir imr- 
bramo. E poi, vei seja quando 
son andaeto a dormi no ciu- 
veiva ciuf o se ciuveiva, ciu- 
veiva cianin ; sta matin-na 
quando me -son levoH V ea tutto 
sén, e solo quando V e sciorth 
sa se facto nuveo. Citi tardi 
s e misso un gran vento, ma 
invece de spassa e nuvé, o Iha 
portoùun-nagragnéuafCKa l'ha 



2^8 



dine che ha durato mezz'ora, 
e poi acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che Ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; i pan- 
taloni colle staffe erano finiti, e 
la sottoveste stava tagliandola. 

Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo, e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il cal- 
zolajo poi aveva terminati gli 
stivali, le scarpe grosse da 
caccia, e gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 
padre quando sei andato, 



di^ miz oa, e poi dell* aegua 
che paiva che a vuassan. 

Padr. Cosci ti me véu dà 
da capì che ti non ae faeto 
quaxi ninte de tutto quello che 
f aveivo ordinóu, non è veo? 

Ser. Anzi mi speo che scià 
sa contento quando scià savia 
gio ch'ho faeto pe a q\ttae 
in doe oe. 

Pad Sentimmo dunque e 
tò valentìe. 

Ser. Mentre ciuveiva me 
son assostóu in ta buttéga do 
chuxióu, e ho visto coi mae 
proprj éuggi o s6 capotto ac- 
comodoà c6 bavao e a fodra 
néuva, a so marsdn-na niuva 
e i pantahin co i sottopé finj\ 
e gipponetto cK ó taggiàva. 

Pad. Ben: ma tigK aveivi 
d* appresso o capellà e o ca-egà; 
e ti i ae serchae ? 

Ser Sciscignor. capellà 
spassava o so capello végio, 
e no n aveiva dù che da 
orla néuvo. O ca-egà poi 
r aveiva terminóu i stivae, 
e scarpe grosse da caccia e 
i scarpin da ballo. 

Pad. Ma in casa de mae 
poae quando ti ghé andaeto, che 



^29 



che questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, né sua madre, né suo 
zio, perchéjeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata, 
e il cocchiere avendo avuto 
r ordine di attaccare i cavalli 
per muoverli, se ne era andato 
colla carrozza a S.Pier d Arena . 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perchè le portasse a 
chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani ? 

Serv. L'ho fatta : per mi- 



le quello che ciù im premeiva? 

Ser. Subito che Ve desmisso 
de deùve, ma no g' ho trovóu 
ne so papà, ne so marna, ne 
so barba, percK avant' ei soii 
andaeti in villa, e ghe son dormì. 

Pad. Ma a meno mae fra£ 
ò so moggié sàan staeti in 
casa ? 

Ser. No scignor, perchè 
aveivan faeto unna carrozzata 
scinna a Sanna^ e s ean por- 
tae con lo i figgieu. 

Pad. Ma a gente de serviax) 
a rea tutta féua de casa; le asci? 

Ser. Ó cheùgo o l éa an- 
daeto in villa con so papà, a 
caméa e doi servitoì éan con 
so cugnà; e o carrozze avendo 
avuo V ordine d' attaxxà i ca- 
valli pe desligaghe e gambe, 
rea andaeto co a carrozza 
in San Pé d'A-enna. 

Padr. Dunque in casa no 
gh' ea nisciun? 

Ser. No g ho trovóu che 
garson de stalla, e g ho con- 
segnóu tutte e lette perchè o e 
portasse ao so destin. 

Padr. Ancoa d' assae. E a 
p'ovvista per doman? 

Ser. L'ho faeta, Pe me- 



L 



?30 



Destra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
maggio e del burro. Per ac- 
crescere il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedierò con un 
tacchino da cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole e triglie, razza, nasello 
e aliuste. 

Padr. Cos\ va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr Echenuovetihadate? 

Serv. Mi ha detto che 
r Opera in musica ha fatto 
furore , ma che il ballo è 



nestra Iw piggiou da pasta, e 
intanto ho accatou do fromaggio 
e do buiiro. Pe azzonze ao 
boggìo de vitella ho piggióu wi 
pesso de craston. [rito o 
fò de gervelky de figaeto e 
d' articiocche. Pe umido ho 
accatóu do porco e un anatra 
da mette coi cai. E scicomtne 
non ho posciùo trova ne tordi, 
ne pernixe, ne beccasse, ghe 
rimedio con un bibin da cheùxe 
in to forno. 

Padr. E pesci ti n ae ac- 
catóu ? 

Ser. Anzi n ho piggióu 
tanti, perchè ean quaexi de 
badda. Ho accatóu de lengue, 
de treggie, da razza, do na- 
zello e ^e aragoste. 

Pad. Cosc\ va ben. Ma o 
perucché ti no V aviae poscmo 
vedde ? 

Ser. Anzi sdcomme o l'ha 
a buttega da pràesso a quella 
do droghe, dove ho facto a 
provvista de succao, peive, 
ganéufani, canella e cicolata, 
cosci ho parlóu a le asci. 
V Ali. E che notizie of ha daeto? 
Ser. m'ha dito che Vopea 
in muosica a V ha facto furò, 
ma che o ballo o V e staeto 



231 



stato fischialo; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scomnìesse, e che ora aspet- 
tava di partire sopra una nave 
per Livorno. Mi ha detto pure 
che la signora Lucietta ha con- 
gedato il promesso sposo, e ha 
fatto giuramento di non voler- 
lo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; nàa pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli miglio- 



fischidu; che quello scignorin 
so amigo latra spja, o V ha 
pèrso ao zéugo tutte e scomme, 
e che ax)a o V aspéta a par- 
tenza d'unna navepe andàsene 
a Livorno. O m'ha dito asci 
che a scià Lusietta a l ha 
daeto vattene a o so sposóu, 
e a rha ztióu. de no voeih dù. 

Pad. Gioxie . . . questa chi 
sci eh' a me fa rie, ma aoa 
pensemmo un pitin a wot. 

Ser. Se scià se contenta 
mangio un boccon de pan, beivo 
un gotto de vin, e poi tomo 
subito a reseive i so comandi. 

Pad. Scicomme hopremùa, 
e devo sciorfl, prima sta a 
sentì quello che t'ordino, e poi 
ti mangiae, e ti te posiae quanto 
te parrià e piaccia. 

Ser. Scià me comande quello 
che scià véu. 

Pad. Per o disnà che devo 
dà, prepara tutto in f o mégio 
salotto. Piggia a tovàgia e i 
tovaggiéu cm boin ; a terraggia 



ri; tra i piatti scegli quelli di j sérni quella de porsellanna, e 

porcellana, e procura che non amia che no mancan ne xatte, 

manchino né scodelle, né vas- ! ne piatti: prepara a credenza 

soj .Accomoda la credenza con | co a fréta, uga, noxe, aman- 



232 



frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone é ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



doe, dósci, confiitve e bottiggie. 

Ser. e e possale quae 
glie devo mette in toa. 

Pad. Piggia i cuggiae dar • 
genio e forsinne e % cotelH co 
manego d'avorio, e legnile a 
memoia che e bottiggie, i gotti 
e i gottin véuggio che segginn 
quelli de cristallo arrotae. Metti 
I poi in gio a toa tutte e car- 
\ règhe legee de Ciàvai. 

Ser Scià sa servìo a 
l pontin. 

Pad. Regordate che questa 
seja ven mae Madonava. Ti 
sue quanto a V e rausa quella 
végia, Prepàraghe a camera 
citi bonna. Fa impì o saccon, 
e scioà e str aponte. Fa o letto 
con i lenzéu e sciéunie e ciù, 
finne, e mettighe a sinsa-ea. 
Impi a brocchetia de V aegua, 
e in scióu bassi destendighe 
un macramè e mina piccagetta. 
Fa tutto come se deve, e poi 
te dóo a mancia. 

Ser Per bacco scia m* ha 
ordinóu troppo cose ma f'óo 
lutto. 



II. 

PRINCIPALI DIALETTI 

DELL' ITALIA MEDIA CENTRALE 

CON 

ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 



L'ordine topografico che adottai, mi condusse nell' Italia 
Media o Centrale, antica dimora di Etruschi, di Latini e di 
Umbri : qui si formò l'aureo linguaggio del Lazio; qui nacque 
da esèo nei bassi tempi 

L' idioma genlil, sonante e puro. 

Pochi saranno i Dialetti in questa bella parte della. Peniso- 
la raccolti, perchè meno esposta alle incursioni di quei ladroni 
oltramontani di razze moltiplici che occuparono T AUa Italia, 
restò meno alterato l'antico tipo etrusco-romano. Ma insieme 
coi barbari scese e si propagò tra noi l' infausto germe delle 
civili discordie e delle fazioni, fomentato poi perfidamente 
dai tirannelli, che per solo diritto di maggior forza si re- 
partirono il dominio delle belle contrade della Penisola; 
quindi avvenne che pel corso di secoli i popoli italiani ri- 
valizzarono tra di loro, e si invidiarono, come rozze tribù 
di diversa origine straniera ! 

Basti il dire che la lingua italica, perchè nata e ingen- 



234 
tilita in Toscana, fu spesso argomento di letterarie asprissime 
contese. Risalendo infatti ai tempi dello Speroni, evenendo 
ai modernissimi della famosa Proposta del cavalier Monti e 
del conte Perticari, si menò il più strano romore e si addusse 
una farragine di sottili ricerche, per determinare, se il nostro 
idioma appellare si debba italiano o toscano ! Dichiarai già 
che il primo dei due distintivi è tanto splendido, da meritare 
giustamente di essere preferito : ma subitochè il dialetto dei 
Toscani, che comprende tutto il volgare illustre, non potrà 
mai andar confuso con gli altri della Penisola, e poiché su di 
esso si formò V italiana grammatica, e la classe colta di 
tutta Italia studia di imitarlo quando vuole favellare o scri- 
vere gentilmente, a qual prò tanta pertinacia nel volerlo 
oscurare e deprimere? Ma di questi fastidiosi ricordi con., 
verrà pur troppo far parola, in proposito del dialetto fiorentino; 
ora si sospenderanno. 

DIALETTO 8AKZANE8E. 

Allorquando io preludeva ai miei lavori storico-statistici 
coir Atlante della Toscana, prescelsi la divisione territorale 
per Vatli, perchè di una mirabile fisica esattezza : e come 
in allora incominciai dalla Valle della Magra, seguirò lo 
stesso ordine, trovandola appunto a confine colla Liguria or 
ora perlustrata. 

Nelle pendici occidentali di Monte Orsajo hia sua ori- 
gine la Magra; fiume impetuoso, che 

per camin corto 

Lo Genovese parte dal Toscano. 

La feroce nazione dei Liguri .abitò certamente questa 
valle, ma troppo sono incerti gli antichi confini del loro do- 
minio. Divenuti i Romani padroni dell' Etruria, e domati i 



53^ 
Liguri Montani ed Apuani dedussero forse una colonia sulle 
rive della Magra : Luni al certo ebbe da essi ingrandimento 
e splendore, siccome lo attestano le vaste rovine e le molte 
iscrizioni latine sopravvissute alla sua distruzione. 

In vicinanza della Vara tributaria della Magra trovasi 
Sarzana, detta in antico Sergianum^ poi dai Toscani Serez- 
zana, e da quei del paese per elisione Sarzana. Ma il Giorio, 
con più fondamento dell' Ivani opinò, che dalle rovine di Luni 
desumesse V origine questa città, insignita di tal titolo da 
Papa Paolo II e dal terzo Federigo. Nel decorrere del se- 
colo XV i Fiorentini erano vequti in potere del Sarzanese, e 
per consolidarsi in quel possesso sborsarono una somma ai 
Fregoso, che a tradimento se ne impadronirono. I Fiorentini 
furono solleciti di ricuperarlo a mano armata, ma Piero 
de' Medici rèse vano il frutto di quella vittoria,- offrendo vil- 
mente 'Sarzana e il forte di Sarzanello al Re di Francia, 
che ne die la custodia ad un castellano di nazione francese, 
col quale ne trattò la compra con molta facilità la Banca 
di San Giorgio, oflFrendo 25 mila ducati di oro, dei quali 
l'avido francese fece sacco. Dopo un lasso di circa quattro 
secoli i moderni avvenimenti concedono di considerare Sar- 
zana come posta entro i confini naturali di Toscana. 

Tra gli abitanti dell'antico territorio granducale distac- 
cato, V immediata comunanza coi limitrofi dipendenti da 
quattro diverse potenze, contribuì necessariamente ad alte- 
rare il loro idioma con voci e pronunzie che nelle diverse 
località partecipano dei vernacoli genovese, parmigiano, mo- 
denese e lucchese. Ecco il perchè volli procurarmi una 
traduzione del consueto Dialogo in Sarzanese, affinchè meglio 
si possa giudicare quale influenza eserciti negli abitanti di 
un estremo confine di uno Stato la vicinanza coi limitrofi. 




236 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

BO VV SUO SERVITORE. 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
SARZANESE. 



Padrone. Ebbene, Batista, 
bai tu eseguite tutte le com« 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città j ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta* 
to a fare il poltrone in un*oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; epoi jeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



Padron. Ebben Baciciu, 
te r é pò fatu tutu qucr eh' a 
t* ordina ? 

Servitore. Sorpadrmime 
arpossu assegùrare d'averlu fa- 
tu mèi ch'o possù. Sta matina 
ale sei e 'ri quartu a m ere 
za missu en camin, e a sete 
ore e mezu a ere za a mità 
strada, e al otu e trei quarti 
a entrave en Genoa: ma p6 
r è piueù tantu . . . 

Padr. Che ar to solitu te 
te se sta a fare er purtron en 
t' l usiaiia, sptandu che la. 
fnisse de piovre. E prchè te 
n é piglia V umbrela ? 

Serv Pr n avere quel imba- 
razzo. E pò jeri sera quand 
a me n andè a durmire, ne 
piuveva pu gmnte; e se la 
piuveva, la brusclave mala- 
pena: staman pò quandu a me 
son leva l'ere tutu sren; e solu 
quandu s è leva er solo la sé 
arnuvlà:pu iardiua le vegnu 
'n gran ventu, m4i 'nvece de 
spazar le nuole i a purtà le 






937 



ha durato mezz'ora; e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento^ quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto con 
questi miei occhi raccomodato 
il suo soprabito con bavero e 
focjere nuove; i pantaloni colle 
staffe erano finiti, e la sotto- 
veste stava tagliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Si signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 



granzole che l'en dura mezora; 
e poi' è vegnù 'n aqua a secce. 

Padr. Cussi te te me vofar 
acapire che te n è fatu quasi 
gnente de quer che me a 
j t'aveu ordina: la né vera? 
I SERv.i4f?zi me a speru, sor 
Padron che la restrà contentu 
quandu la savrà er ziru eh* o 
fatu pr la zita en do oi'e. 

Padr. Sentm enpó le tó 
prudezze. 

Serv. En ter tempu che la 
piuveve me a me son ferma en 
fla butega der sartu, e o vistu 
propiu con i me oci acumdà 
er so capotu tvn er bavro, e 
la froda nova ; la so marsina 
nova e i cauzon lunghi con i 
tiranti i erti fni: la sottomar- 
Sina poi i la tagiava. 

VkDK.Tantumei.Ma teiere 
pur vsin ar caplaro e ar cauz- 
laro e de questi prchè te te 
n en è dumandà ? 

Serv. Oh sor si eh' a l'ó 
fatu. Er caplaro i arpuUve er 
so capelu veciu, en ghe restave 
che da ourlare er novo. Er 
cauzlaro pò i aveve termina 
i stivai, i scarpon da cacia e 
i scarpin da halu. 

Padr. Ma 'n casa de me 



ns 



padre quando sei andato, 
che questo era F essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
ché jeri l'altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa ? 

Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e la bambina. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

SERv.Nonvihotrovalocheil 
garzone di stalla, ed a lui ho con- 
segnato tutte le lettere, perché 
le portasse a chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 

Serv. L' ho fatta : per 



padre, qiuindu te ghe se andà; 
che queslu ié*rpu che 'mporta? 

Serv. Subttu che la fui de 
piovre; ma me a ne gh'ó truvà 
ne so padre, ne so madre, ne 
so ziu, prchè fin d'jeri V autru 
i andon en vila e % gh'en prnutà. 

Padr. Me fradelu pv, o 
so mugera pr-lumeno i ghe 
saran sta 'n casa ? 

Serv. Sor no, prchè i aveun 
fatu na scorsa a Savona e i 
aveun parta via er fantu, e la 
(anta. 

Padr. Mai i servitori i ero 
tuti for de casa ? 

Sekw. Er coghu i era andà 
n campagna con er so sor pa- 
dre, la cambrera e doi sei^i- 
toìi eran con so cugnada; e V 
cuccerò chi aveva avu V or- 
dine d'ata^care i cavai pr fargi 
n pò spassigiare, i se n era 
andà con la carezza. 

Padr. Doriche en casa la ne 
gK ere nissun? 

Serv. An gK 6 truva che 
er garzon de stala, e a le a 
gK ó consigna tutte le letre 
prchè igi portasse a chi la van . 

Padr. Menu mah. E la 
pruvista pr duman ? 

Serv./I Vo fata.Prmnestra 



239 



minestra ho preso della pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un* anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in. forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole, triglie, razza» nasello 
e aliuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non lavrai 
potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e^ cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr. E che nuove ti ha 
date? 

Serv, Mi ha detto che 



pigia de la pasta, e n tantu 
pruislu der formagiu, e der 
bìitiru. Pr acresser er lessu de 
vitela pigia n pezzu de 
castron. Er fritu ar farò de 
zervela, de figaretu, e d' ar- 
ticiochi. Pr umidu o cumprà 
der porca, e napavarinad'acu- 
mudare con i coi. E come a 
nò truvà ne di tordi, ne die 
stame, ne die becazze, a gh'ar- 
mdiero con ' en pitu en ter 
fomu. 

Padr. E dipessi te n en 
è cumprà? 

Serv. Anzi a no pigia mu- 
tuben, prchè i erun a bori patu. 
Ocumprà die lenguate, die trege, 
raze, nasei, e ragostre, 

Padr. CusA la va ben. Ma 
er prucheru ten l'avre miga 
pussu vdere? 

Serv. Anzi come lAià la 
butega a canta a quela derdru- 
ghero, donde ó fatu pruista de 
zucrOf pevro, garofji, canela, e 
dculata, cussi Sparla anchealù. 

Padr. E che nove i tà datu? 

Serv. Im*à ditu che l'opra 



^iO 



l'opera in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è stato 
fischiato; che quel giovine 
signore suo amico perde Y al- 
tra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Hi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa s^ 
che mi fa ridere ; ma" pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara lutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con . 



n musica l' a faiu furore, ma 
eh* er ^balu i è sta friscià: che 
quer zovno signore so amigo 
i a persu l' autra sera al sogu 
iute le scomisse ; e che adessu 
i' aspetta che partissa na nava 
pr andarsne a Livorno. Im' à 
ditu anche che la sora Luzieta 
la Uzenzià er promisso sposo, 
e la s è zurà che la n er 
ve pH. 

Vxi>i\.Gelusie! lèpropiu 
da ridre. Ma pensan en pò a 
noautri. 

Serv. Se la se contenta a 
mangio n pò de pan, e a 
beo 'n Incero de mn, epe subitu 
a vegno a sentire cose la me 
comanda. 

Padr. Come me 6 (rezza, 
e a dèo surtire fora de casa, 
senta prima cos a f ordino pr 
temangeriy e farposeré quantu 
te para. 

Serv. / me comanda pure. 
Padr . Pr erdisnare cKabiam 
da fare te te prepareré tutu en 
ter saloto bon. Te pigeré la 
tuagia, e i tuagin i mèi. Pri 
i piati zema quei de purzlana, 
e prucura che ne manca né 
scudele ne iportabiceri.Acomda 
la credenza con le frute, uva 



2il 



frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Skrv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d'avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole n^igliori. 

Sbrv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
1^ ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



uose, mandurle, dozsi,coììflnra, 
e butige. 

Serv. E che posate 6 da 
metr en (aula ? 

Padr. Pigia i cuciari dar- 
gentu e le furzine, e i cuttei 
dar mangu d* avoriu. E ar- 
cordte che le boce, i biceri, e 
i bicerin i sio quei de cristalu 
ruta. Te metré p6 n torno a 
la taula le careghe iute de 
quele lenzere de Ciavri. 

Serv. La sarà servì a do- 
vere. 

Padr. Ar cordte che stas- 
sera la ven me nona. Te te se 
quantu le l'è mai na veda 
nujosa. Pensa de metr'en ordine 
la stanzia bona: te fare 'mpire 
er sacon, e arfare le strapunte. 
Prpara er letu con i lenzoi, 
e le frudete le pu fine, e tiraghe 
la zenzalera. Empia la bi^oca 
d' aqua, e n ter bazilu dsten- 
dghe sovra 'n sugaman ordì- 
nariu, e n autru fin. Fa tutu 
en regula, e pò la mancia la 
ne mancrà. 

Serv. En vrità la ni à 
ordina tante cose; ina a mirerò 
de far tutu. 



2i2 



DIALETTO LUCCHESE. 



Queir italiana Repubblica, che fino dai primi anni del 
secolo XI i Lucchesi costituirono, per deliberazione generosa 
ed unanime del popolo di abolire il servaggio imposto dai 
Duchi e dai Marchesi, prepotenti ministri della straniera 
tirannide ; con successivo consiglio, umiliante ma necessario, 
di tenere nascosa la propria debolezza sotto l'egida del 
patrocinio imperiale, potè per più secoli salvare Y esistenza, 
ma dal vortice delle moderne concitazioni politiche trasci- 
nata, essa pure ebbe il suo fine. Gli imperatori di Alemagna 
avevano per verità riguardato sempre la Lucchese Repubblica 
qual vassalla dell'impero; ma sul cadere del 1798 il ri- 
voluzionario generale Serrurier, simulando di volerla eman- 
cipare col richiamare in vigore lo Statuto democratico alquan- 
to leso dalla legge aristocratica Martiniana, accompagnava 
queir atto di apparente generosità con modi fraudolenti, la- 
sciando poi esposta V ebrezza patriottica dei più incauti alla 
vendetta dei nuovi invasori. Indi a non molto Bonaparte 
primo Console tornava ad annunziare V indipendenza ai Luc- 
chesi, ma impugnato appena lo scettro imperiale, lo stendeva 
all'oltraggioso comando di voler essere supplicato, per con- 
ceder loro ad assoluti signori i coniugi Baciocchi, a tal so- 
vranità già da esso eletti. Fortunatamente quei principi nuovi 
disposero il repubblicano patriottismo lucchese ad accomo- 
darsi al regime monarchico, dispiegando inaspettata saggezza 
negli ordinamenti governativi, i quali riuscirono tali da onorare 
grandemente il regno del più benefico sovrano. 

Fu poi rovesciato il trono Napoleonico, ed i più forti 
fra i potentati d' Europa comandarono che Lucca tornasse a 
far parte dell' Etruria ; invitando prima la Borbonica di- 
nastia Parmense ad errare per provvisorio diporto sulle 



243 
ridenti rive del Serchio, finché la vedova di Napoleone avesse 
esercitato il suo dominio nei tre Ducati Transpennini di 
Parma, Piacenza e Guastalla. Mancò poi di vita la Duchessa 
austriaca ; i Principi Borbonici furono trasferiti a Parma, e 
i Lucchesi tornarono a far parte della famiglia toscana ; ma 
giustizia vuole la dichiarazione, che se per la sua piccolezza 
lo Stato Lucchese tenne uno degli infimi gradi tra le po- 
polazioni indipendenti, lo meritò elevatissimo al pari di ogni 
altra nazione per T ingégno, l'attività, l'industria, la probità 
di quel buon popolo. 

Abitanti e Dialetto. — La toscana famiglia dei Luc- 
chesi non ha per tipo le atletiche forme di ^uel tempera- 
mento, cui i vecchi fisici quadrato o boetico appellarono. Il 
loro abito di corpo è d' ordinario gracile e adusto ; la faccia 
stessa presenta un ovale piuttosto oblongO; con certi tratti 
di fisionomia non senza venustà delicati. Le condizioni 
atmosferiche, le soverchie fatiche dei campagnoli non sem- 
pre ristorate da alimenti abbastanza nutritivi, e in qualche 
luogo r uso di acqua non molto pura, sono altrettante cagioni 
di una certa mollezza di fibra, che rende assai rare le ro- 
buste costituzioni, e più particolarmente negli abitanti della 
bassa valle, e dei paesi circonvicini ai due laghi di Sesto 
e di.Massaciuccoli. Da osservazioni fisiche accuratamente 
ripetute deducesi infatti, che se nella provincia Lucchese 
non predominano malattie endemiche, e se molto rare sono 
quelle chiamate dai medici steniche, predominano invece 
le altre prodotte da soverchia debolezza. Vuoisi più spe- 
cialmente avvertire, che fino a questi ultimi tempi furono 
frequentissimi i cronicismi entro la città di Lucca, del pari 
che le ostruzioni, la tise scrofolosa, le idropi, e ciò dipendeva 
manifestamente dalV uso delle acque impure dei pozzi. I 
Principi Baciocchi avevano emanato il provvidissimo decreto 
di condurre entro Lucca dal vicino Monle Pisano un' acqua 



n 



-244 
potabile : la duchessa Maria-Luisa volle che fosse continuata 
quella grandiosa intrapresa, e il Duca figlio la condusse a 
termine : Igeja ne esultò, e i cittadini lucchesi tramandarono 
ai posteri eterna memoria di così utile beneficenza. 

Addurrò in brevi note il carattere morale che distin- 
gue i Lucchesi, essendo quale può bramarsi in un popolo 
industrioso ed attivo. Indole tranquilla e bontà di costumi 
sono infatti i primarii e quasi comuni pregii di tutti gli 
abitanti della Valle del Serchio : la gioventù campestre 
propende alle risse, ma ve la spinge il solo stimolo della 
gelosia. 

Il linguaggio dai Lucchesi usato, tranne pochi idiotismi, 
molto si accosta alla pura lingua toscana ; se non che la 
pronunzia può riguardarsi come eccezione specigca, perchè 
accompagnata da nasale cantilena, specialmente nelle inter- 
rogazioni : tal caratteristica è propria di ogni classe di 
persone. Nel linguaggio comune dei Lucchesi si notano, 
come in ogni altro paese, alcuni idiotismi e sbagli di pro- 
nunzia, e questi in maggior o minor numero, secondochè è 
più o meno colta la persona di condizione agiata che parla ; 
si avverta bensì che tra gli idioti hanno un modo di pro- 
ferenza e un fraseggiare cattivissimo quei della pianura, meno 
ingrato e non tanto serrato gli abitatori delle colline, di 
maggiore purezza e di grato accento i montagnoli. Nella 
traduzione del consueto Dialogo si fa interloquire un Pa- 
drone non tanto colto, ed un servitore nativo del piano, 
solo perchè meglio conoscasi la massima difierenza del 
vernacolo lucchese dal puro parlare toscano. 



2i5 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

BD UN SUO SEBYITOHB. 



Padrone. Ebbene, Batista, 
hai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città; ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta- 
lo a fare il poltrone in un'oste- 
ria, per aspettare che'spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
rimpiccio;epoijeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo : stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole. 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
LUCCHESE. 



Padrone. Ebbene lista ai 
fatto tutto quello che (ho detto? 

Servitore. Gni posso dì 
Sig. Padrone che ho fatto me-* 
glio cK ho potuto. Tstamani alle 
sei e un quatto ero già fuora 
di casa, alle sette e meszo ero 
a mesza via, e alle otto e tre 
quatti ero alle porte, ma doppo 
ha incomincio a piove tanto! 

Padr. Che sei stato secondo 
il solito a gingillarti (o'a lille - 
rarti) in una osteria per aspet- 
tar che restasse ! E perchè 
non hai preso il paracqua? 

Serv. Per un^ ave quel- 
rompicelo, epò gliarsera quando 
itti a letto non pioveva piti 
goccia^ se pioveva, pioveva 
piani piam, [stamani quando 
ho sarto il letto era ber tempo, 
e solamente ha comincio a an- 
nuvolassi a levata di sole. Un 
pò più taldi si è levato una 
burasca di vento, che in cambio 



* T/j in vece di non si usa generalmente dai Lucclicsi. 



2U 



ha portato una grandine che 
ha durato mezz'ora, e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero ? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto con 
questi miei occhi raccomodato 
il suo soprabito con bavero e 
fodere nuove; i pantaloni colle 
staflFe erano finiti, e la sotto- 
veste stava tagliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi .il 
cappellaio e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Si signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio , e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr Ma in casa di -mio 



1 (li spassare ita fatto una gran- 
dinata, th' ha duro mezz oi'a, 
e pò doppo acqua a brocche. 
Padr. Così vuoi farmi ca- 
pirCy che non hai fatto quasi 
niente di tutto quello che ti 
avevo ordinato, un è vero? 

Serv. Gniomò ; senta un 
pò il giro eh' ho fatto in 
du ore. 

Padr. Sentiamo le tue bra- 
vure. 

Serv. Quando pioveva mi 
sou misso in bottega del salto, 
e ho visto co mi occhi il sii 
soprabbito racconciato, col col- 
Uno e frode nuove : la su giubba 
e i carzoni co tiranti erin 
foniti, e tagliava ir panciotto. 

Padr. Benissimo; ma pei- 
che non siei stato dalcappel- 
laro, e dal calsolaro che era 
lì accanto. 

Serv. Ci son ito. Ir cap- 
pellaro conciava ir su cappdh 
vecchio, e a quer nuovo man- 
cava di ollallo; il carzolaro pò 
aveva fonilo gli stivali, gli 
scalponi per la caccia e gli 
scalpini da ballo. 

Padr. Ma a casa di mi 



ni 



padre quando sei andato , 
che questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, nò sua madre, né suo 
zio, perché jeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa ? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata, 
e il cocchiere avendo avuto 
r ordine di attaccare i cavalli 
per muoverli, se ne era andato 
colla carrozza verso Lunata. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perché le portasse a 
chi doveva averle. 

1 Amena collina prossimi n Lucca, ove molti si recano per passeggio. 
' Paesello di piano, colla cliiesa sulla via postale, a quattro miglia da Lucca: 
passeggiala frequentata in estate dalle carrozze. 



padre ci siei andato, che era 
quel che più mi premeva ? 

Serv. Subbilo ch'ha smisso 
di piove, ma un e ho troto ne su 
pà, né sii ma, né ir zio, perchè 
glierlatroandorno incampagna, 
e ci son rimasti anco a alberga. 

Padr. Il mio fratelh però, 
la sua moglie almeno saranno 
stati in casa? 

Serv. Gniornò; ai)evin fatto 
una gita invelso Monsanquili- 
ci,^ e ci avevin menato tutti 
dii i bambori. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori? 

Serv. // cuw era ito in 
cixmpagna cor su padron; la 
cambariera e du selvitori erin 
iti colla su cugnata, e il cuc- 
chieri cK avea uto 01 dine di 
attacca t cavalli pe muovelli, 
era ito colla carossa su per la 
via di Lunata,^ 

Padr. Dunque in casa non 
e era nessuno ? 

Serv. Un cera proprio che 
lo staglieri, e gni ho date tutte 
le lettere perché le po^^talse 
induve andavino. 



UH 



Padr. Meno male. E la 
provvista per domani ? 

Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
maggio e del burro. Per ac- 
crescere il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedierò gon un 
tacchino da cuocersi in forno. 

Padr. E del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole e triglie, razza, nasello 
e aliuste. 

Padr: Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

PADR.Echenuovetihadate? 



Padr. Meno male, e la 
spesa per domani ? 

Serv. L' ho fatta: pel mi- 
nestra ho preso der pastume, 
e intanto ho compro del cacio 
e del butiro. Per accrescere il 
lesso di vitella ho preso un 
pelso di castrato^ e ir fritto lo 
farò di celvello, di fegato e di 
carcioffi. Per pietanza ho com- 
pro della carne da comodassi 
co cauli, e perchè un cerin 
né toldif né staine, né occeggie, 
la remedierò con una tocchina 
cotta in nel forno. 

Padr. E del pesce non ne 
hai comprato? 

Sert. Anzi morto, percJié 
gostava poghissimo. Ho preso 
delle sogliore, delle triglie, una 
rasza, un nasello, e delle lo- 
guste. 

Padr. Benissimo: ma il 
perrucchiere l'hai visto? 

Serv. Gniorsì Vho visto, 
e e ho parlato, perchè ha la 
bottegdlR ^^^^^ ^ quella del 
Droghieri, che e' ho compro der 
succaro, der pepe, delle bul- 
lette di garfoni, della cannel- 
la, e della cioccolata. 

PADR.CAe ììuove ti ha dato? 



riO 



Serv. Mi ha detto che 
r Opera in musica ha fatto 
furore , ma che il ballo è 
stato fischiato; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire con la diligenza 
per Firenze. Mi ha detto pure 
che la signora Lucietta ha con- 
gedato il promesso sposo, e ha 
fatto giuramento di non voler- 
lo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli miglio- 
ri; tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 



Serv. Mi ha itto che la 
ommedia ha fatto furcyre, ma 
che il hallo V han fischia ; che 
che quel Signor suo amio Vartra 
sera ha pelso ar gioco tutte le 
scommisse, e che ora aspettava 
d* andassene con la diligenza 
a Fiorenza. Mi ha itto anco 
che la Sig. Lucietta ha dato 
ir baro ar sii damo, e ch'ha 
giurato d un volello più vede. 



Padr. Gelosie . . . questa st 
che mi fa ridere ; ma pensiamo 
ora a noi. 

Serv. Se si contenta man- 
gio una boccata, e beo un 
bicchiel di vino, e pò torno 
subbilo a su comaìidi. 

Padr. A^ò; ho fretta e devo 
andar fuori: senti prima gli 
ordini, e poi mangerai e ti 
riposerai qu^anto vuoi. 

Serv. Gniorst. 

Padr. Apparecchia per il 
pranzo nel salotto buono. Piglia 
la tovaglia e i salvietti più 
fini; mette fuori il servito di 
porcellana, e bada che non ci 
fnanchi né scudelle né caba- 



250 



manchino nò scodelle, ne vas- 
soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva» noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Srrv. e quali posate met- 
terò in tavola? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d'avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vecchia! Metti in ordine la ca- 
mera buona, fa'riempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
efedere le più fini, ecuoprilocol 
zanzatìere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa' tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



rette, ne nulla. Prepara la 
dispensa co' fiotti, coir uva, 
colle noci, le mandorle, i dolci 
e le bottiglie. 

. Serv. E che posate e ho a 
mette? 

Vadvì.I cucchiai di argento 
le forchette e coltelli col manico 
d'avorio: bada bene che le 
bocce, i bicchieri e bicchierini 
sian quelli arrotati. Tomo tomo 
alla tavola mettici le sedie 
bone. 

Serv. Gnorsi, sarà servito. 

Padr. Ricordati che stasera 
vien la nonìia. Già lo sai 
come è pisigna quella vecchia I 
Prepara la cammera buona; fa 
riempire il saccone e rifare le 
matrazze; rifa il letto con la 
biancheria più fina, e metteci 
la zenzaliera. Mette l'acqua 
nella brocca, e sulla catinella 
un tovagliolo ordinario e uno 
fino. Fa le cose a modo e 
avrai la mancia. 

Serv. Per esse ini ha ot*- 
dinato tante ose, ma farò 
r ompossìbile. 



251 



AVVERTENZE SUL. VERNACOLO LUCCHESE. 

In questi ultimi tempi si pubblicavano in Lucca certi Almanac- 
chi intitolati il Goga, il Mercmeo, Brogio lo Sventra^ con erratissimo 
scopo destinati ad uso del popolo. Anziché valersi di quel mezzo per 
diffondere tra le classi meno istruite utili cognizioni, sull'esempio 
laudevolissimo dell'altro lucchese Lunario II fa per tutti, piacque 
agli autori dei precitati Almanacchi lo adoperare in quei loro meschini 
e insipidi libriccioli un certo tal linguaggio, che i mariuoli delle strade 
cambiano con altri plebei d* infima lega, e consistente in un accozzo 
quasi convenzionale di viiiss'ime voci. Di quel fraseggiamento strano 
e bizzarro addurremo qui varii esempi ; perchè se alcuno di quei 
pessimi almanacchi anderà in mano di colti italiani, questi non sup> 
pongano di trovare in esso il linguaggio popolare dei Lucchesi, e me- 
ra vigliarsi a torto della differenza che passa tra il vernacolo usato 
con tutta accuratezza nel nostro Dialogo, e i seguenti bisticci dei 
Goga e dei Meremeo. 

BrOGIO de TOCGAFONDI ALLE SIGNORE LEGGIARUOLE. 

(( Buon d'i, er buon anno Bagasse. Arallegrativi sposzette e 
9 fanciulle catrettaglie/ e anche voartre che un sete né fanciulle, 
Q ne sposze, e che... ma ora lascian istà i mólti a taula. Arallegrativi 
» donca, che se nimmo per un fino a qui un ha penso a chienivvi ^ 
» un pò un bricin diveltite con favvi una dediha d' un Armenacco 
» ci ha penso Brogio de Toccafondi, ci ha penso. Dice er provelbio : 
» Un restò mai ccdnaccia in beccarta, che nun venisse un can a 
» poltalla via. 

y> Mal pelcheije un siate stuprefatte a vedemmi S trogolo, vi 
» farò apace dell' affare come glie e. Mi pà e mi ma, che si vo- 
» levin beno, un facevin artro e che un velso, e anche er ^i si- 
» prele,'^ a dimmi che avessi giudisio, pelchei e er mondo gira ; 

* Ragazze dei Borghi, volgarmente delle Cairi. 
- A tenervi. — ^ Zio prete. 



252 

D giria i pianelli, girin gli omini; i celvelli, e i' uzzanso, e callo 
» dicevin beni dice anche er provelbio: Doppo tani'anni e tanti 
» mesi l'acqua tolna a su paesxi. In somma la slrogolarìa; a vo- 
» Iella vede funo i primi a liralla faora i peorari di Gillo; ma pò 
A per esse lanlo buoni si lascìon melle la avessa da ciolladini, che 
» a suoa di abole si rinvestitlia delie loro iragion, senza nemmanco 
» pagalli ir gaudemìo. 

» Donca bigna sape, che i cioUadini s*abbuzzon lanlo di uesta 
» scensia, ne fellin lanle, e di lanli olori, che pijon per un On buono 
» con esso ir diaule (sarvo si eia) e dovenlòno slregoni, dovenlòno. 

1» Ma ir mondo ( e decchicci ^ alla ragion der siprele ) ir 
» mondo gira ; fellin lanf imbrogli e bilbonale, che gli anlil padroni 
» gli han mando la alucilà, e ora lolnino ar pozzezzo i conladini. 

i> Elgo, un si polrà, mi giudio scandoliszà nimmo, se io ho 
» lascio il salloglio e 'I colbello e la vanga, e se mi son bullo alla 
» Slrogolarìa; popoe un ho fall*arlro che racquislà quer che ci aveo 
» prelassion, e che mi si appelvieoiva di gliure. (Brogio de Toc- 
» cafondi detto lo Sventra, antagonista di Meremeo) Almanacco per 
» le signore Suburbane, per Tanno 1835. 9 

Prenostio dell'anno mille ottocento uaranta. 

a Òimmeglia !... uesta vorla ho sfaligato uanlo un cane, perchè 
m* è sulcesso una disgrasia rediola. Àddivinale un pò (addivinate) ; 
» uand'ebbi fallo il Lunario segondo ir solilo, lo mesurai (lo come 
» si suol fare) e veddi che m' era riiscilo corlo, e un m^araccapes- 
» savo che dianlin fussi sialo ; e lì dalli, mesura che li mesuro, me- 
» surai lullo il mondo. Volsi provare perunfino anco nella slusia che 
» aveva trovalo Meremeo uando faceva i Lunari: presi un bolticino 
» di uelii delle laccìue, che me l'ero fatto dare anni sono da un 
r> caciagliolo per fa cicceossi; ci levai i cerchi, e con quelli feci 
» anch' io nel coso tondo che pare un trabiccolo, e che noaltri 
)) Stroiai lo chiamamo ir Grobo, per lenello liccosì in sulla taula, 
x> to' come tenghino i libbri su per i laulini taliduni. Presi l' arci- 
fi pendolo, il braccelto, Iq tanaglie e lì tira, ma un c'era velso che 

* Ed eccoci. 



io3 

» arivdssi. L'anno irìmaneva più longo del lunario; e un mi potevo 

» pelsuadere di uest* affare; un mi c'andava. Di già se mai un 

xr equivoho si può pia tutti; Terore un fa pagamento; tanto più 

» eh' è la prima verta che mi c'imbatto. Pensa e ripensa mi vense 

» a mente che il sig. Meremeo mi diceva che gni tanto capita un 

)) anno più longo che Io cbiamin Bisestiale, perchè bisesta a motivo 

» di febbraglio che gni tanti anni cresce d' un giorno, per via che 

» gn' anno ir sole è a peso di calbone e coir avanzi si mette assieme 

» un giolno dì più. Allora irifrettendo a questa osa, dedi un antra 

» sborniata col Vapore e veddi ch'era propio il sig. febbraglio che 

» mi spostava gni osa; e dissi addirittura, un' accor' artro, ci siamo; 

)) ih quaranta è Bisestiale. Dedi un giolno dì giunta a febbraglio, 

y> e feci bisestiale anco il Lunario e sta ben perappunto. 

» C enne .di uelli che voglin propiare che il bisesto dà cattivo 
» gurio per il frusso de' pianetti eccetera ; ma un date retta alle stre- 
h garie, ch'en tutte soprescrissione ; istate pure al vostro posto; per- 
» che io ho già mangiato ir tempo, e dal Gnestrin del cesso ho sbor- 
» niato in d'un batter d'occhio la tera e ir celo, e ho visto tutto 
D nel che poi esse. Però e vi diho in sulla mi parola, che le ose 
lì indarano sempre per i su piedi segondo il su solito. A me un c'è 
y) da dammi addintendere lucciore per lanterne; me un m'incabo- 
9 lano!.«. Sono un certo fero, che un ve lo vorrei d\ s'un fussi 
j> verol... Per inquantosa ricolti è guasi unutile che vi stia a dir 
» nulla; tanto o pogo o purassai che ce ne sia è Io stesso, perchè 
9 voglin vendere gni osa uanto gni pare. Nunistante, per aggravio 
)} di oscenza, vi dirroe che il grano sarà bello e buono, e ce ne 
» sarà purassai incrusibilmente per chi un ha in duve metello, perchè 
» ce n' han sempre di vecchio, e nun pogo; ma un v' arallegrate nò, 
» perchè i granaglieli e i fornari la voglin sempre a modo loro. Buon 
y> prò gni facci come la polenta a gatti (salvando). Il vino poi un lo 
» saprebbi recidere ; ma mi pare che ce n' abbi a esse tantetto anco 
» di uello, s' un sulcedé disgrasie. A sentire i ontadini uand è un 
» certo tempo, l' uva è bella e tanta, ma po' tutf in d' un tratto 
» isparisce, e ign' anno diceno, che del vino ce n' è stato manco del- 
l' l'anno avanti, e poi ce lo rinvecchiano, e bisognando bigna che 



mi 

alle fìae lo vendine allo stillo dell' acquevilìe. Uando poi è fn delle 
mane delle Àntine, buon per chi ci casca. — Mi sa male che ci 
casco anch'io!... 

» Anco in dell' oglio un s' arebbe a sta lanto malaccio ; sal- 
vando sempre nel che si deve salvare. Gli ulivi imprometten bene; 
e per tutto i resto da un pò più a un pò meno un mancherà nulla 
di tutto uel che ci bisogna. (Goga sulcessore del famoso Strolao 
e Mattemathio Meremeo di Lucca — Armanacco a vapore per 
r Anno Bisestiale 4840. » 



ni'y 



DIALETTO CORTONESE. 



Come la valle della Magra servì di confine occidentale 
tra i Liguri e TEtruria, così la valle della Chiana divise a 
levante gli Etruschi dagli Umbri. Grandiosa è questa valle, 
fisicamente feracissima, popolosa nei prischi tempi, siccome 
ne fanno testimonianza le tre città che qui si trovano Chiusi, 
Arezzo e Cortona. 

Chiusi fu r antica e celeberrima sede del potente Por- 
senna, ampia e fortunata città degli Umbri chiamò Dionisio 
Cortona, poi capitale dei Pelasgo-Tirreni : ed Arezzo pure 
è vetusta città nobilissima. Quando i Romani ebbero con- 
quistata TEtruria, furono solleciti di aprire in questa valle 
la bella via militare detta Cassia, lungo la bassa pianura, 
parallela al corso del fiume primario; indizio certissimo 
che nei primitivi tempi era il suolo sgombro di paduli, il 
clima salubre. Ma le acqife avevano pendenza opposta a 
quella che ora seguono. Giulio Obsequente parla di un la- 
ghetto prossimo ad Arezzo da cui sembra prendesse origine 
la Chiana. Strabene aggiunge che essa scendeva ad irrigare 
l'agro di Chiusi, e Plinio dice che recava al Tevere tutte 
le sue acque. Nella barbarie della tirannide Longobardica 
incominciasi a trovar notizie di acque morte e di impadu- 
lamenti: nel secolo XIII alcuni terreni erano ormai affatto 
abbandonati perchè infrigiditi, né più sementabili. La Chiana 
sempre più mancante d'impulso venne a formare un punto 
di culminazione, e questo fiume prese il nome delle Due 
Chiane : frattanto li storici ed i poeti di quei tempi dipin- 
sero coi più tetri colori il tristissimo aspetto della valle ed 
il miserando squallore degli abitanti. 

Tentarono più volte gli Aretini di provvedere al risa- 
namento di quella micidiale insalubrità: dal secolo XIV 



n 



256 
al XVII i necessari bonificamenti non ebbero effetto: fu il 
celebre Torricelli che gettò il prezioso germe di quei prin- 
cipj idraulici, i quali dovevano riconquistare la perduta salu- 
brità, per via cioè di colmate. Era riserbato al sommo in- 
gegno di un celeberrimo mattematico, il Fossombroni, il 
merito di prescrivere il vero piano idrometrico per rendere 
questa valle un vero giardino di delizie. 

In questa valle dunque, ove ai tempi di Dante 

.... eran volti lividi e confasi, 
Perchè Taere e la Chiana era nimica 

trovasi ora una popolazione di fervido temperamento, di 
vivace carattere, di sottile e facile ingegno, ospitale per 
cordialità, cauta nelle operazioni, proclive per vero dire 
alle risse, e alle difese assai pronta. 

Per ciò che riguarda il Dialetto mi limiterò ad osser- 
vare che gli abitatori della Val di Chiana si riconoscono 
facilmente per un suono di pronunzia assai forte, special- 
mente poi i più vicini alla valle Tiberina, i quali cambiano 
molto spesso Va in ae, facendo però sentire più distinta- 
mente la e; sembra infatti che dicano mele per male, preti 
per joratf, e simili. 

Ma in proposito della traduzione del mio Dialogo in 
vernacolo Cortonese, da me prescelto perchè quella vetu- 
stissima etrusca città è limitrofa all'Umbria, debbo rinno- 
vare la stessa avvertenza su ciò che mi accadde prima in 
Napoli e poi in Roma. Anche l'erudito e cortesissimo sog- 
getto che prese l' incarico della traduzione in cortonese, erasi 
limitato a tradurmi la parte del servitore, facendomi sapere 
che i Cortonesi abbastanza provveduti di beni di fortuna 
per tenere una persona al proprio servizio, parlano tutti il 
vero italiano. Prevalendomi nella mia replica di argomenti 
semplicissimi feci notare che anco nei Dialetti Fiorentino, 



257 
Pisano e Senese, il Padrone cadeva assai spesso nell' uso di 
idiotismi: ciò bastò per eccitare il traduttore cortonese 
a procacciarmi la versione nel suo vernacolo non solo col 
linguaggio usato familiarmente dal Padrone di città, ma 
con quello pure del Padrone campagnolo. Ed io mi appresi 
al partito di pubblicare -l'uno e l'altro. 



258 



DIALOGO ITAUANO 

TRA UN PADRONE 

KD UN SUO SERVITORE. 

Padrone. Ebbene, Bali- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 



Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città, ma 
poi è piovuto tanto 1 

Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un' osteria, per aspettare che 
spiovesse 1 E perchè non hai 
preso r ombrello? 



Serv. Per non porta r quel- 
l'impiccio; e poi jeri sera 
quando andai a letto non pio- 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
GORTONESE. 



•Padrone Campagnolo. E 
biene, Bista, he fatto quel che 
t*ho ditto? 

Padrone di Città. E baine, 
Batista, he tu eseguite le com- 
missioni che t'ho daeio? 

Servitore. Gnor^, % posso 
arsigurè vussignoria che sé stato 
priciso piucchho pvduto. Sta- 
mene a la sieje e un quarto 
jero sinunge n cammina; a 
le sette e mezzo jero a mezza 
via, e a le otto e tre quarchie, 
entreo n cita ; ma pu ha più- 
vuto un buscano! 

Padr. Camp. Che al sollito 
sé stèlo a fere l' poltrone ntur 
una sturia, per aspettò che 
qmvesse: e perchè n he preso 
r ombrello ? 

Padr. Citt. Che al sollito 
sé staeto a fare V poltrone in 
una ostaria, per aspettaere che 
spiovesse : e perchene n he 
tu preso r ombrello ? 

Serv. Pre n portare quelo 
mpiccio: e pù jarsera quando 
vitti a letto, nun piovea piùy o 



2o9 



veva più, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stamani 
quando mi sono alzato era lut- 
to sereno, e solamente a leva- 
la' di sole si è rannuvolato. 
Più lardi si è alzato un gran 
vento, ma invece di spazzare 
le nuvole, ha portato una gran- 
dine che ha durato mezz'ora, 
e poi acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
ordinato; non è vero? 



Serv. Anzi spero che Ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le lue pro- 
dezze. 



Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; i pan- 
taloni colle staffe erano finiti, e 



se piovea, piovea queso gnicnle : 
stamane quando me si'glievalo 
jera tutto sereno, e solamente 
al glievè del sole s è arnuvi- 
glieto. Più tardo s'è glieveto 
un vento del dimogno, ma in- 
vece de spazzere le ìiuveglie, 
ha menèto una grandene, ch'ha 
dureto mezz ora, e pù acqua 
a bigoncie. ^ 

Padr. Camp. A sto moudo 
me rm fé capire de n her fatto 
guèso nuelle de quel che t' heo 
ordenetOy sì è vera? 

Padr. Citi. Cosie vò farme 
antendere de n'aer fatto niente 
de quel che ti avevo ordinaeto, 
né vera? 

Serv. Anze tengo fidanza 
che vussignofia sirà contento, 
quando sapparà V giro che ho 
fatto per cita in do oì*e. 

Padr. Camp. Sentino le tu 
bravure. 

Padr. Citi. Sentino le" tu 
prodezze. 

Serv. N'tul tempo che pio- 
vea me so fermeto n butiga del 
sarto, e ho visto con queschie 
mi occhie arcommodato el vostro 
soprabbeto con bavero e fuedere 
nove; la vostra giubba nuova 
i calzogne' cn le staffe jerono 



Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo, e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 



^00 

la soltoveslc slava tagliandola. | finiclnc, e 7 corpeHo l tagliia 

! alerà alerà. 

Padr. Camp. Tanto più. 
Ma ci haee pure a puochie 
passie r cappellio e T calzolio, 
e de queschie tu nhe cercheto? 

Padr. Cìtt. Ma avevi pure 
a pochi passi il cappellajo e 
il calzolajo, e di questi tu 
n he cercacelo? 

Serv. Gnorsx: V capellio 
arpulia l vostro capéllo vecchio 
e n glie manchea che orlere 
V nuovo. L calzolio pu aea 
finichie i stivaglie, le scarpe 
grosse da caccia, e i. scarpigni 
da ballo: 

Padr. Camp. Ma n chesa 
del mi babbo quando ce sé 
Vito, che questo jera V più 
nicisserio ? 

Padr. Citi. Ma in caesa 
del mi paedre quando se tu 
andaeto, che questo era l'es- 
senziale ? 

Serv. Subbetospiuvuto, ma 
nun n ho troveto né l' vostro 
babbo né la vostra mamma, 
né Vvostro zio, perchè jer V altro 
vetteno n villa e ci han prinottà. 

Padr. Camp. El mi fratello 
però, e la su moglie almanco 
sirà stèlo n chesa? 



Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il cal- 
zolajo poi aveva terminati gli 
stivali, le scarpe grosse da 
caccia, e gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 
padre quando sei andato, 
che questo era l'essenziale? 



Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
chè jeri r altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 



2fM 



Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e la bambina. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 



Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 



Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed a 
lui ho consegnato tutte le let- 
tere, perchè le portasse a chi 
doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
l^rovvjsta per domani ? 



Padr. Cut. El mi fratello 
però, la sii moglie almeno 
sarà staeta in casa? 

Serv. Gnomo, perchè cono 
fatto ìia trottata, e menèto 
fpichino e la pichina. 

Padr. Camp. Ma la simrò 
jera tutta fuor di chèsa? 

Padr. Citi. Ma la servitù 
era tutta fuori di caesa? 

Serv. L' cuoco jera vito 
n campagna col vostro babbo, 
la cambiriera e do' servitone 
jerono co la vostra cugneta, e 
t carmhiere cK ea auto V or- 
dine d^atacchere % cavaglie, per 
muoverghe, se ti jera vito co 
la carrozza a trotterà. 

Padr. Camp. Dmiqua la 
cìièsd jera vota ? 

Padr. Citi. Donqua la 
caesa era vota? 

Serv. Nun ci ho troveto 
che l' garzone de la stalla, 
e a lu ho consegneto tutte h 
littrCy perchè le portasse a chi 
dovea avelie. 

Padr. Camp. Meno mele: 
e la pruvista per domene ? 

Padr. Citi. Meno maele: 
e la provvista j^er domani? 



2G:> 



Serv. L' ho fatta : per 
minestra ho preso della pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai compralo? 



Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo.Ho comprato sogliole, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 

Padr. Cosi va benissimo. 
Ma il parrucchiere non lavrai 
potuto vedere? 



Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 



Serv. L'ho fatta: per me- 
nestra ho piglielo la pasta, e 
*ntanto ho compreto V chescio 
e V burro. Per crescere V lesso 
de vitella ho piglielo un pezzo 
de castreto: el fritto V farò di 
ciaravello, de feggheto, e de 
scarcioffie: per l'ummedo ho 
compreto V maele e unannelra 
da fasse col cavelo: e siccome 
n ho troveto ne lorghie, né 
starne, né beccacce, arimediar ó 
con un billo de cuoccse n lui 
forno. 

P.-^DR. Camp. E del pescio 
n he preso punto ? 

Padr. Citt. E del pescio 
noìi ne hai compraeto? 

Sery. i4njse n ho preso un 
buscariOy perchè n costia gueso 
ivelle: hocompreto soglie, triglie, 
razza, nasello e aliuste. 

Padr. Camp. A sto modo 
va binissimo: ma l' pilucchiere 
n haré puduto vedello ? 

Padr. Citt. Cosie va be- 
nissimo. Ma el perrucchiere 
n arai potuto vederlo? 

Serv. Anzi sicome ha la 
butiga acanto a quela del dm- 
ghiere, ducché ho pruvislo lo 
ziwcherOf pepe, ganifegne, co- 



263 



rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 
Padr. e che nuove li ha 
date ? 



Serv. Mi ha detto che 
r opera in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è stato 
fischiato ; che quel giovine 
signore suo amico perde l' al- 
tra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 



. Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 



nella e cioccholita, cusì ho 
discurso anche con lu. 

Padr. Camp. E che nuove 
t* ha dete ? 

Padr. Citt. E che nuove 
ti ha daele? 

Serv. M'ha ditto che la 
commedia a muzzeca ha fatto 
furore, ma che V hallo V han 
fischièto; che quel giovanotto 
signore che è V vostro amico, 
perse V altra sera al giuoco 
tutte le scomesse, e che mo 
aspettia de vissene a la prima 
ooasione. M'ha ditto ncora che 
la signora Lucietta Ita man- 
deto a spassi V su spuoso pro- 
messo, e ha fatto giuramento 
de n(m n lo voli vede più. 

Padr. Camp. GiUusie .... 
questa sie che me fa ridere, 
ma penseno mo a nò. 

Padr. Citt. Gelosie .... 
questa sie che mi fa ridere, ma 
pensiaemo ora a noi. 

Serv. Se vussignuria se 
contenta, magno npuoco de 
pene e beo un bicchiei* de 
vino, e avvengo subbeto a pi- 
gliere i vostrie comanghie. 

Padr. Camp. Siccome ho 
fretta e devo vire fuer de 
chèsa, sta a sin ti prima quel 



26 i 



e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 



Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara lutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 



Serv. E quali posate met^ 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d* argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 



che f ordeno, eppù mangiare 
e tarposarè quanto tepiaciarà. 

Padr. Cut. Sicome ho fretta 
e devo andaere fuor di casa, 
senti prima cosa ti oì'dino, 
eppoi mangerai e ti nposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comanda pure. 

Padr. Camp. Pel pranzo 
che s Ita fere, amannisce tutto 
n tul salotto buono. Piglia la 
tovaglia e i tovagliuoglie meglio; 
tra i piaechie acappa. queglie 
de bercellena, e teda che min 
mancheno né scudelle né vasoja. 
Aeommeda la credenza coi 
frucchie, uà, noce, mandele, 
dolcie, confitture e buttiglie. 

Padr. Citi. Pel pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quegli di 
porcellaena, e procura che rmi 
manchino scodaelle né vassoi. 
Acommida la credenza con 
frutti, uva, noci, amandole, dolci, 
confetture e bottiglie. 

Serv. E che poséte met- 
tarò n tivela ? 

Padr. Camp. Piglia i cuc- 
chierie d' argento, le furcine e 
icolteglie col manneco d'avorio, 



205 



e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 



Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera . viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, eia 
mancia non mancherà. 



e arcordete che 'le boccie, i 
bicchierie e i bicchirigne sieno 
queglie de vetro arotèto. Acom- 
meda pù ritorno a la levela 
le siede le meglio. 

Padr: Citi. Prendi i cuc- 
clìiaei d'argento, le folcine e 
i cultelli al manncio d' averio, 
e ricordati che le bocce, i bic- 
chieri e i bicchierini sieno quelli 
di vetro arroieato. Accommida 
poi intorno alla taevola le sedie 
migliori. 

Serv. Vussignuria sirefe 
sirvito appuntino. 

Padr. Camp. Arcordete che 
stisera viene la mi nonna: tu 
Vse quanto è stucchevegliequela 
vecchia. Mette noì^dene la che- 
mera buona. Fa animpire 
V saccone e arbattere % ma- 
tarazza. Acommeda V letto coi. 
linzuoglie e le fuxdere più fine 
e cuoproh co lo zanzaniere. 
Empie la brocchela d' acqua, 
e ntu la cattinella distende uno 
scingamene ordenario e uno 
fino. Fa tutto n reguela e la 
mancia ce sirà. 

Padr. Citi. Ricordati che 
stisera viene la mi nonna. Tu 
sai quanto hene stumacchevole 
quella vecchia. Metti in ordine 



L 



26G 



Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



la camera buma, fa riempire 
il saccone e aribattere i ma- 
terazzi. Acomida V letto con 
linzuoli e fodere le, più fiìie, 
e coprilo con lo zanzariere. 
Empi la broccola d'acqua, e 
sulla cattinella distendi uno 
sciugamaeno m^dinaeiio e uno 
fino. Fa tutto in regola e la 
mancia non mancherane. 

Serv. Per virità vussignu- 
ria m'haete ordeneto un diavilio 
de cuose, ma stiri fatto gni 
cuosa. 



:^.()7 



DIALETTO FIOUEi\TIi\0 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 



Eccomi ormai nella dura ma inevitabile necessità di 
rientrare nel campo spinosissimo delle dispute letterarie ! 
Diedi già un cenno dell' antica pretesa di alcuni filologi 
italiani di voler negare il primato, in fatto di lingua, ai 
Toscani e più special ipente ai Fiorentini ; pretesa tanto più 
ridevole e vana, ogni qualvolta -il punto della .controversia 
non dipende dall' opinione, ma dal fatto ; ragione in forza 
della quale i Toscani più assennati, contenti della eloquen- 
tissima evidenza, non presero gran parte al conflitto che 
modernamente si riaccese. 

Volete chiamare italiano il beU'idimna? chiamatelo pur 
così, sebbene ignorare non possiate le sentenze auto- 
revolissime che vi contrariano. L' Alighieri chiama or to- 
scana or fiorentina la lingua della Divina Commedia: 

Ed un che intese la parola tosca (/«/"., e. 23) 

Io non so chi tu sia, ne per qual modo 

Venuto se' quaggiù, ma fiorentino 

Mi sembri veramente, quand' io t'odo. (fvù e. 33) 

E il Boccaccio, n^lla vita di Dante, aggiunge: « Scriverò 
» in istile assai humile e leggero, perocché più alto non me] 
» presta l'ingegno, nel nostro cioè fiorentino idioma. » E più 
avanti parlando di Dante: « Compose, ei dice, un cemento 
» in prosa in fiorentino idioma, sopra tre delle sue canzo- 
» ni. » Nella Giornata IV poi, novella 3* del Decamerone sog- 
giunge : « Il che assai manifesto può apparire a chi le pre- 
» senti Novelle riguarda, le quali non solamente in fioren- 
» tino volgare ed in prosa scritte per me sono, ma ancora 



268 
» in istile umilissimo. » Venendo poi al Tasso è noto ciò 
che scrisse nella sua maggiore Opera: 

Giidippe ed.Odoardo, i casi vostri, 
Duri ed acerbi, e i fatti onesti e degni 
(Se tanto lice ai miei toscani inchiostri) 
Consacrerò fra pellegrini ingegni. [Gerus., e. 20j 

Troppo in lungo mi trarrebbero le tante altre citazioni 
che registrar potrei alle già addotte congeneri, e prove- 
nienti tutte da soggetti autorevoli. Non si può quindi 
facilmente render ragione della imperdonabile dimenticanza 
in cui caddero ai giorni nostri il Perticari ed il Monti, di ciò 
che avevano con tanta chiarezza e verità pubblicato il Mu- 
ratori e il Salvini. 

Infastidito il Salvini delle gare letterarie per cagione 
di lingua suscitate, nelle Note alla perfetta Poesia del Mu- 
ratori disfogavasi colle seguenti parole dal cel. Niccolini chia- 
mate magnanime: « Or perchè tanto armarsi contro di noi, o 
» Italiani; e quella lingua, le cui ricchezze noi non conosce- 
vamo, e che voi i primi avete posto in luce, e bella e cara 
rendutala, e in cui con tanta vostra gloria avete scritto, rin- 
negate ora, per così dire, e più non conoscete? Non vo- 
gliate disputare del nome, quando del soggetto medesimo 
voi tenete così gloriosamente il possesso. Ella è toscana, 
ma per questo non resta d essere italiana. Toscana la volle 
la sua grammatica, i suoi primi famosi autori, il suo ter- 
reno, il suo cielo, che con più particolare cortesia Y ha 
riguardata. Ella è italiana, perchè voi foste i primieri che 
la regolaste, che precetti ne deste, e che tuttavia coi rari 
e molti e maravigliosi componimenti vostri la coltivate 
e l' arricchite. I vostri natii dialetti vi costituiscono cit- 
tadini delle sole vostre città : il dialetto toscano, appreso 
da voi, ricevuto, abbracciato, vi fa cittadini d'Italia, poiché 



2G9 
» egli di particolare viene ad esser per le vostre diligenze 
» comune ; e l' Italia, di regione di più e stravaganti climi 
» e lingue che la moltitudine e stravaganza di quelli se- 
» guono, non più un paese in più città e dominj partito, 
» ma una città sola d' una sote lingua addiviene : il che 
» non poco contribuisce a potere essere d'un solo spirito 
» e d'un cuore, per quell'antico valore riprendere che ne- 
» gf italici cuor non è ancor moi^to. Che non si può dire quanto 
» la comunione dell' idioma leghi in iscarabievole carità, e 
» sia come un simbolo e una tessera d'amicizia e di fra- 
» tellanza. Il fare questa unità di lingua, che poi influisce 
» neir unità degl'animi, necessaria al bene essere degli 
» uomini, delle case, degli stati, a voi tocca, o letterati, 
» dotti, dei quali fertilissimo è stato sempre, e sarà 
» quel bel paese eh' Appennin parte, e il mar circonda e 
y> l'Alpe. Voi col coltivarla, coli' esercitarla, con iscrivervi 
» e trattarvi materie d'ogni ragione, necessaria la rende- 
» rete ed invidiabile alle altre nazioni, che vedendo in essa 
» uscir tuttora alla luce libri pieni della gravità e del giu- 
» dizio italiano, cresceranno le loro premure in appren- 
yy derla, e nostre coli' affezione si faranno e col genio, e il 
» bene e 1' accrescimento nostro vorranno. » 

Cosi esprimevasi T egregio Salvini, ma il Muratori 
specificava ancor più chiaramente il vero motivo delle let- 
terarie questioni, che fino dalla fondazione dell' Accademia 
della Crusca, or son tre secoli, più volte si riaccesero per 
brame indiscrete di unirsi in confederazione coi Toscani, nella 
riforma di quel codice di irrefragabile autorità, che sarà 
sempre venerato benché imperfetto : diasi ascolto alle sen- 
tenze di quel venerando eruditissimo filologo. 

« Merita assaissimo esser commendata là diligenza degli 
» Accademici della Crusca, per opera dei quali abbiamo un sì 
» ricco Vocabolario, che può servire di scorta a chiunque 



270 
» brama di leggiadramente scrivere e parlare in italiano. 
» Ed io non so punto approvare la ritrosia di alcuni, che 
)) non solamente sdegnano di accordarsi colle leggi di quella 
» dotta e famosa Accademia, ma per poco l'accusano eziandio 
» di alterigia, qUasi col suo Vocabolario eir abbia inteso di 
» farsi per forza l'arbitra dell' italiana favella, e voglia porre 
» in credito ora il rancidume di alcuni vecchi autori, ora 
» certe voci e locuzioni, proprie del solo popolo di Firenze. 
» Ma poco giuste nel vero son le querele di costoro. Se 
» nel Vocabolario della Crusca sono raccolte non poche pa- 
» role disusate, rozze e barbare, che si scontrano per le 
)) scritture de' vecchi autori, ciò necessariamente dovea 
» farsi per ispiegarle, e non già per consigliarne l'uso conie 
» chiaramente protesta l Accademia medesima. Cosi ne'vo- 
» cabolarj latini si rapportano i rancidumi d'Ennio, di 
» Plauto e d'altri antichi, acciocché se n'intenda il senso 
» nei libri già fatti, non perchè, in iscrivendo latino, que- 
» ste s' adoperino. Parimente sono seguitate talvolta nel Vo- 
» cabolario * suddetto alcune voci e modi di favellare 
)) propri del solo volgo di Firenze, perchè mancano gli 
» esempi de' letterati per ispiegair qualche cosa. Né dee 
» sdegnar taluno, che ove manchi l'autorità dei dotti, piuttosto 
» si proponga l' uso del parlare fiorentino che alcun altro, 
» essendo finalmente quel dialetto il più gentile, il più 
» nobile, e il men corrotto fra gli altri dialetti d' Italia ; e 

» noi DA ESSO RICONOSCIAMO IL MEGLIO DELLA NOSTRA LINGUA. 

» E non per questo si attribuisce quelV Accademia una piena 
» e sovrana signoria sopra la lingua italiana. ^ Era troppo 

1 u II Vocabolario è tesoro di tutte le voci antiche e moderne, di prosa, di 
» verso, illustri, serie, burlesche, capricciose. E va maneggiato con discernimento d 
» con ìscclta. I modi di favellare, propri del solo volgo di Firenze, aiutano talora 
» r intelletto degli scrittori nobili ; e in giocoso componimento possono uiilemente 
» essere impiegati, e servirò per le origini, ed etimologìe. » (A. M. Salviki.) 

^ « Niuna Accademia si può attribuire piena e sovrana signoria sopra una 
i> lingua, y.' «50 del popoìOf che la parla, è il sacrano padrone. » (A. M. Salvini.) 



271 
» necessario all'Italia un tal Vocabolario, in cui si adunas- 
» sero e spiegassero le voci e locuzioni più belle, più usate, 
» e più pure della nostra lingua; e per mezzo di cui si 
» ponesse freno a certi scrittori, che si fan lecito di scrivere 
» e favellare senza veruna scelta di vocaboli e frasi italiane. 

» E A CHI MEGLIO SI CONVENIVA IL COMPOR QEEST OPERA, CHE 

» A Toscani, e specialmente a Fiorentini? La provincia e 
» la città de' quali, oltre la leggiadria del dialetto, ha la 
» gloria d'aver prodotto i migliori padri della lingua. Ra- 
» gion dunque vuole che s'ami, e stimi, e lodi la diligenza 
» e fatica della dottissima Accademia della Crusca, siccome 
» quella, che sicuramente è il miglior tribunale dell'italica 
» favella. » [Della perf Poesia, voi. II, lib. Ili, pag. \01^ 
108, 109.) 

Subitochè due autorevolissimi scrittori, come il Mu- 
ratori e il Salvini, si erano espressi con ragionamenti sì 
chiari e s\ giusti, dovea conseguirne che altrettanto faces- 
sero i più accreditati scrittori nostri contemporanei. Nelle 
pagine àéìV Antologia del Vieusseux, prezioso tesoro di no- 
tizie scientifico-letterarie, si trovano disseminate dottissime 
glosse sull'Italiano idioma del Niccolini, dell' ab. Zannoni, 
del March. G. Caj^oni, e degli antichi carissimi amici Ur- 
bano Lampredi, Antonio Benci e il Montani; ai quali ag- 
giungerò di buon grado anco il Grassi, che con disappas- 
sionato candore ripeteva, poch'anni or sono, esser presun- 
zione anzi temerità ad uno scrittore non toscano il dettar 
canoni sulV uso corrente delle voci italiane, lontano dalla fe- 
licissima Toscana, nella quale per giusto privilegio di circo- 
stanze fisiche e morali scaturiscono perenni le purissime fonti 
della lingua parlata e si conservano le vive testimonianze 
della lingua scritta ! Non ignoro che in onta di si gr«vi 
sentenze e di proteste cotanto autorevoli ricomparve di 
tratto in tratto sul campo un qualche nuovo Ajace, che con 



L 



S72 
animo predisposto al tenzonare, andò provocando il fioren- 
tino consesso degli Accademici destinati a mantenere la pu- 
rezza del gentile idioma : né manca anco al dì d' oggi chi 
canti i giambi ai custodi del frullone e del vaglio, per ca- 
gionar loro imbarazzo nel gran lavoro che vanno perfezio- 
nando : ciò a nulla monta. 

A tutta la pertinacia di tante ostilità letterarie hanno 
i Toscani il privilegio di poter contrapporre una replica 
semplicissima, del pari che invincibile. Tutti quei che sor- 
tirono i natali in riva all'Arno e all'Ombrone, se conser- 
veranno il linguaggio succhiato col latte, con alcune modi- 
ficazioni nella pronunzia e con poche correzioni di idiotismi, 
verranno a far uso, senza accorgersene, deir italico idioma 
in tutta la sua purezza; mentre ogn' altro abitatore della 
penisola dovrà passare lunghe veglie nello studio dei To- 
scani scrittori, né potrà dettar periodo senza assicurare le 
voci impiegate con la consultazione del fiorentino Dizionario, 
dalla autorità del quale tenterà sempre invano di eman- 
ciparsi. 

Ma r amore del natio luogo non mi fa velo alla ra- 
gione. Anco tra i Toscani, siccome accade in ogn' altra re- 
gione di discreta ampiezza, sono notabili alcune differenze 
nella loquela volgare: delle principali tra esse darò il con- 
sueto saggio con la traduzione dell' adottato Dialogo nei tre 
vernacoli Fiorentino, Pisano e Senese ; premettendo di più le 
seguenti sommarie osservazioni sopra le specialità nella pre- 
ferenza usate dagli abitanti delle diverse valli o provincie, 
facendone a tal uopo una rapida perlustrazione. 

Fra gli abitanti del territorio toscano, che per lungo 
tempo si chiamò distaccato, influì sul linguaggio V imme- 
diata comunanza coi limitrofi ; di ciò faccian fede i modi 
usati nel territorio Transpennino. Nella valle del Reno bo- 
lognese il vernacolo accostasi al Pistojese : in quella del 



273 
Santerno al fiorentino : in tutte le altre poi è imitato più 
o meno Yuso romagnolo di troncare i vocaboli e di cam- 
biare la e in z. Anche nei villaggi più settentrionali di Val 
Tiberina si troncano i vocaboli, e se ne abusa il significato 
come nella confinante Romagna : ma la proferenza ivi è 
men disgustosa di quella usata nella bassa valle, ove ac- 
compagnasi con fastidiosa cantilena, e 1' a cambiasi in e con 
tale abuso da pervertire le parole nel modo più straordintrio. 

Nella prima valle irrigata dall'Arno è caratteristico un 
suono aspro e forte nella pronunzia, la quale viene accom- 
pagnata da un certo intercalare, massime nella fine dei pe- 
riodi, che ben fa riconoscere i Casentinesi dagli altri To- 
scani, e più facilmente le persone volgari ; le quali sono 
altresi solite a far uso della i in luogo di certe vocali, di- 
cendo per esempio tnnni per venniy incomido per incomodo, e 
simili. Della prossima valle di Chiana fu dato un cenno nel 
parlare del Dialetto Cortonese. 

Nel Val d' Arno di sopra, la pronunzia è al tutto simile 
a quella usata nel fiorentino suburbio : alcune poche voci 
altera il volgo, come vegghi per vedi, alcune antiquate ne 
conserva il contado, siccome quinammii, quinavalle, per 
lassù alto, e laggiù basso. Altrettanto dicasi degli abitatori 
di Val di Sieve, poiché il loro accento manifestamente con- 
ferma la tradizione storica, di avere essi fatto parte del 
contado fiorentino fino dall' origine della toscana favella, la 
quale ivi infatti si usa come nelle vicinanze dell'antica ca- 
pitale. Formano anzi eccezione grata all'udito gli abitanti 
della predetta bassa valle della Sieve, ove incominciasi a 
lasciare la dispiacevole aspirazione delle consonanti. 

È questo il vizio innegabile di pronunzia comune al 
popolo di Firenze e delle circonvicine campagne; il quale 
però non abusa il significato della parola, poiché 
L'idioma p;cntil suonante t puro 



271 
tra esso nacque e solamente tra esso mantennesi nella sua 
purezza. Il vernacolo dei Pistojesi varia poco dal fiorentino; 
pochissimo quello dei Pratesi. Pronunziano i primi assai 
larga la o in alcune voci, ed alla s danno spesso il suono 
della z: cambiano i secondi in e la f posta tra due vocali 
in fine delle parole, e talvolta la / in r, dicendo per esempio 
sordaco per soldato. In generale però gli abitanti del Val- 
darrK) Fiorentino non alterano il suono delle vocali, non 
mutano l'accento alle sillabe, non cambiano il significato 
delle parole, e queste son sempre attinte, con naturale 
spontaneità, alla pura sorgente del predetto gentile idioma. 

Nelle due contigue valli della Nievole e dell'Elsa imi- 
tano gli abitanti la pronunzia dei popoli più vicini alle lo- 
calità ove tengono il domicilio. Odesi infatti sulle rive della 
Nievole V accento pistoiese ; in Bientina e nelle adiacenze il 
lucchese; nel Valdarno inferiore il pisano; presso Capraja 
il fiorentino. Altrettanto dicasi degli abitanti di Val d'Elsa^ 
e delle limitrofe valli minori. I più vicini in fatti alla Mon- 
tagnola propendono al vernacolo e alla preferenza dei Senesi^ 
siccome quei della bassa Evola e della Cecinella imitano 
i Pisani, mentre in tutto il rimanente del territorio è usato 
il dialetto fiorentino; anzi è da notare che in riva all'Elsa 
odesi pronunziare con molta correzione e con grato suono. 

Il vernacolo pisano è facilissimo a distinguersi dall'uso 
assai frequente che fa la plebe della r per /, dalla pronun- 
zia aperta di alcune vocali, dalla totale soppressione della 
e in mezzo alle parole, e da una certa speciale cantilena. 
In vai d'Era e in Val di Cecina, e nelle colline tra esse 
interposte, non odesi che V accento pisano ; la plebe Livor- 
nese forma notabile eccezione con un tal fraseggiare, di cui 
darò saggio nelle Avvertenze poste in fine a quell'articolo. 

Ricorderemo finalmente che fu soggetto di calde dispute 
tra i letterati del secolo decorso, se in Firenze ossivvero 
in Siena fosse parlato il linguaggio più puro. Senza ricor- 



275 
rere a vane questioni grammaticali può asserirsi con sicu- 
rezza, che il modo di pronunziar dei Senesi, facilissimo a 
distinguersi parzialmente pel frequente suono di z che essi 
danno alla s, riesce altrettanto grato airorecchio, quanto 
dispiace Y aspirazione fiorentina delle consonanti ; ma i*Se- 
nesi adoprano voci e frasi non conosciute né ammesse nel 
toscano linguaggio, mentre vien questo usato in Firenze in 
tutta la sua purità. 



270 



DIALOfiO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SUO SERVITORE. 



Padrone. Ebbene, Batista, 
hai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città; ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta- 
to a fare il poltrone in un'oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Sbrv. Per non portar quel- 
l'impiccio; epoijeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
FIORENTINO. 



Padrone. Ebbene, Bista, 
ha' tu eseguite tutte le com- 
missimii eh' % ( ho date ? 

Servitore. Gnor si; e posso 
assicuralla d'essere stato pun- 
tubale più cKiho potuto. Sta- 
mattina alle sei e un quarto 
% camminavo di già; alle sette 
e mezzo ero a mezza via, e 
all' otto e tre quarti entravo in 
città; ma poi gli è piovuto 
tanto I 

Padr. Che al solito tu 
se' stato a fare il poltrone in 
un'osteria, per aspettare che 
gli spiovesse! E perchè non 
ha' tu preso V ombrello ! 

Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; epoijer sera quando 
ime n andai a letto e non 
pioveva più, o se e pioveva 
spruzzolava appena; stamani 
quandi' mi son levato era ogni 
cosa sereno, e solamente all'al- 
zata di' ssole e' s'è rannuvolato. 
Più tardi e sé levato un vento 
che portava via, ma invece 
di spazzar le nuvole, ha fatto 



877 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
PISANO. 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 

SENESE. 



Padrone. Ebbene, lista, 
hai fatto tutte le commissioni 
che (ho dato? 

Servitore. Mi creda sor 
padrone mio che ho cercato 
d'esse più puntuale che ho 
possuto. Stamattina alle sei un 
quarto ero già fora; alle set- 
iemmezzo avevo fatto mezza 
strada e all'otto e tre quarti 
entravo n Pisa; ma che acquea 
che è venuta ! 

Padr. St . , .a crederci ! 
Sarai stato bene a fare una 
sbicchierata in un osteria per 
aspettare che spiovesse ! O per- 
chè minai preso V mnbrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
l impaccio; e pò iersera quan- 
d'andà a letto -non pioveva più, 
piovicinava un popò; sta- 
mattina quando mi son levato 
era una giornata di paradiso: 
Pò doppo quand' è venuto er 
sole e sé riannuvolato. Più 
tardi poi ha tirato un vento, 
un vento che mai, ma 'n vece 
di porta via e nuvoli, apriti 



Padrone. Ebbene, lista, 
hai tu eseguite le commissioni 
che ti ho date? 

Servitore. Gnor sì. Lei po' 
sta sicuro che ho fatto tutto 
quer che ò possuto. Stamani 
a le sei e un quarto ero in 
giro ; a le sette e mezzo ero a 
mezza strada, e a V otto e tre 
quarti entravo drente in città; 
ma poi si è piovuto tanto ! 

Padr. Cìie al solito siei 
stato a sbirbare in un'osteria 
per aspettare che spiovesse ? 
perchè non hai preso l' om- 
brello ? 

Serv. Per un porta que 
l'impiccio; e poi jarsera quando 
andiedi a letto un pioveva, o 
si pioveva, pioveva a malap- 
pena: stamani quando mi so 
levo era ber tempo, artro che 
quando s'è levo er sole s'è' 
rabbruscato. Dopo ha comin- 
ciato a tira un gran vento, e 
in quello scambio di ripulì er 
cielo è venuta una grandinata, 



278 



ha durato mezz'ora, e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero ? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

SERv.Neltempoche pioveva 
mi sono fermato in bottega del 
sarto, ed ho visto con questi 
miei occhi raccomodato il suo 
soprabito con bavero e fodere 
nuove; la sua giubba nuova e i 
pantaloni collestafiFe erano finiti 
elasottovestestavatagliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellaio e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellaio ripuliva il suo cappello 
vecchio , e non gli mancava 
• che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 



venire una grandinata che ha 
durato mezz ora, e poi acqua 
a precipizio! 

Padr. Cosi tu vo farmi 
intendere dinon aver fatto quasi 
nulla di quel eh' t t' avevo or- 
dinato; non è vero? 

Serv. Anzi i' spero che la 
sarà contenta, quando la saprà 
% ggiro eh' i' ho fatto per città 
in du ore. 

Padr . O sentiamo le tu 
prodezze ! 

Serv. Ni' ttempo eh' e pio- 
veva, mi son fermato 'n bottega 
di' ssarto, e ho visto con questi 
me occhi raccomodato i' ssoso- 
prabito con bavero e fodere 
nove: la so' giubba turchina e i 
pantaloni colle staffe eran finiti, 
e la sottovesla stava tagliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
tu avevi pure a pochi passi il 
cappellaio e il calzolajo, o di 
questi tu nun n'hai cercato? 

Serv. Gnor sì: il cappel- 
la jo e'iripuliva il so cappello 
vecchioy e gli mancava sola- 
mente da orlare innovo. Il 
calzolajo poi gli]avea finito gli 
stiali, gli scarpimi da caccia, 
e gli scarpint^da ballare. 

Padr. Ma in casa di me 



279 



cieloj e giù grandine per mez- 
z oray e poi acqua a brocche. 

Padr. e intanto in bella 
maniera mi fai sapere di ìion 
aver fatto quasi nulla di quel 
che f avevo detto eh ? 

Serv. Oh gnor nò. Anzi 
credo che sarà contento quando 
saprà che tocco di girata che 
ho fatto per Pisa in duore. 

Padr. Sentiamo un pò le 
tu bravure. 

Serv. In tempo che pioveva 
mi son fermato 'n bottega der* 
sarto, e ho visto propio co' mi 
occhi er soprabito accomodato 
con batterò e fodere nove: la 
su giubba turchina e panta- 
loni on le staffe eran finiti, er 
panciotto era li che lo tagliava. 

Padr. Sta bene. Ma avevi 
anche lì vicino il cappellaio, e 
7 calzolaio: di questi, n hai 
cercato ? 

Serv. Gnor à;ercappel- 
lajoy e ripuliva er cappello 
vecchio, e un gli mancava che 
d'orlare er novo. Er carzolajo 
poi aveva finiti gli stivali, gli 
scarponi da caccia, e gli scar- 
pini da ballo. 

Padr. Ma in casa di ìiii 



è un ber rovescio d'acqua. 



Padr. Cosi vum dirmi che 
non hai fatto niente di quel 
che ti avevo ordinato. È vero? 

Skrv. Lei un si potrà mai 
dolè di mene, quandi) saprae 
er giro che ho fatto drente la 
cittàe in du ore. 

Padr. Sentiamo le tue bra- 
vure. 

Serv. In der tempo che 
pioveva mi so fermo in bui- 
tiga der sarto, e ò visto co 
mi occhi arraccomidare er su 
pechesce cor su bavarOy e le 
su' fodare nove ; la su giubba 
brue, e i carsoni coriacei eran fi- 
niti, e'r corpetto l'avèa tramano. 

Padr. Sta bene. Ma avevi 
pure a pochi passi il cappel- 
laio e 'l calzolaio : di loro non 
n hai cercato ? 

Serv. Lustrissimo sie : er 
cappellaio ripuliva er su cap- 
pello uso, e quello novo un ci 
mancava altro che V orlatura. 
Er carsolaro aveva feniio li 
stivali, e le scarpe grosse da 
caccia, e li scarpini da balla. 

Padr J/fl in cam del babbo 



S80 



padre quando sei andato , 
che questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, nò sua madre, né suo 
zio, perchè jeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso Rovezzano. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perchè le portasse a 
chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 



padre quando ci sei andato, 
che questo era V essenziale ? 

Serv. Appena spiouto: ma 
non vi ho iroato ne so padre, 
né su madre, né % ssu zio, 
perchè jerlaltro gli andomw 
'n villa, e v hanno dormito. 

Padr. // me fratello però 
almeno la sa, moglie la sarà 
slata 'n casa? 

Serv. Gnor nò, perchè gli 
I aeano fatto una trottata alle 
I Cascine, è aean condotto seco 
I i' bbambino e le bambine. 
! - Padr. O la servitù eh' era 
tutta for di casa ? 

Serv. rococò gli era an- 
dato n campagna con su pa- 
dre; la cameriera e do servitori 
gli eran fori colla só cognata, 
e i'ccucchiere, cKavea uto V ordi- 
ne d'attaccare e cavalli pemmo- 
vegli, e se n era andato colla 
carrozza veì^so Roezzano. 

Padr. Dunque la casa l'era 
vota? 

Serv. firn v'ho iroato che 
lo stallone, e ho consegnato a 
lui tutte le lettere, perchè e' le 
portassi a chi l'andavano. 



Padr. Meno malo. E la 



§81 



padre, o quando ci sei andato ? 
Questo era quelchemi premeva. 

Serv. Appena smesso di 
piovere : ma non ci ho trovato 
né su padre, né su madre, ner 
su zio, perché iellartro andò- 
rnon villa e ci sono stati 
anche tutta la notte. 

Padr. // mi fratello però, 
la su moglie almeno, sarà 
stata in casa ? 

Serv. Gnornò, perchè erano 
andati a far una scarrozzala 
alle Ascine nove C(yr bimbo, e 
le bimbe. 

Padr. Ma, o che la ser- 
vitù era tutta foì^a? 

Serv. Er covo era andato 
'n campagna cor su sig. padre: 
la amberiera e dù servitoli 
erano con la su ognata e er 
cocchieri avendo uto V ordine 
d'attaccare e avalli per movelli, 
se nera ito on la arrozza verso 
San Mfele. 

Padr. Dunque la casa era] 
vota ? 

Serv. Non ci ho trovato 
artri che er garzon di stalla e 
gli ho dato tutte le lettere perchè 
le poi'tassi a chi' andavano, 

Padr. Meno male. E la 



quando ci sei andato, che que- 
sto era l'essenziale ? 

Serv. A malappena eh' è 
spiovuto: ma unciò trovo ner 
su sor padre, né la su signora 
madre, ner su zio, perchène jei^ 
l altro andonno in campagna, 
e ci so stati tutta una ìwtte. 

Padr. Il mio fratello però, 
almeno la sua moglie sarà 
stata in casa. 

Serv. Gnor nò, perchène 
avevin fatto una trottata ver- 
so.... e avevin menato con sene 
er cittino e le cittine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuor di casa? 

Serv. Er eoo era ito in 
campagna cor su sor padre ; 
la camariera, e i du servitori 
erano co la su cognata, er 
cucchiere eh' ava auto V ordine 
d' attaccare e avalli per mo- 
varli se n'era ito co la car- 
rozza verso.... 

Padr. Dunque la casa era 
vuota? 

Serv. Un ciò trovo eh' er 
mozzo di stalla, e tutte le Iet- 
tare l'ho lassate in delle su 
mane, perchène le dasse a chi 
andevino. 

Padr. Meno male. E la 



282 



provvista per domani ? 

Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
maggio e del burro. Per ac- 
crescere il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
lo. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedieròconun 
tacchino da cuocersi in forno. 



Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole e triglie, razza, nasello 
e aliuste. 

Padr. Cosi va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 



provvista per dotnani ? 

Serv. l'I ho fatta: pe mi- 
nestra % ho preso delle paste, 
e intanto ho comprato un po' di 
cacio e un podi burro. Peccre- 
scere % llesso di vitella % ho 
preso un pezzo di castrati), 
rifritto % lo farò di cervello, 
di fegato e di carciofi. Per 
umido ìho comprato d mmaia- 
le, e un anatra da fassi coiccao- 
lo. E siccome un v' ho troato 
né tordi né starne né beccacce, 
i la rimsdierò co' un tacchino 
daccocessi in forno. 



Padr. dil pesce tu non 
n hai comprato ? 

Serv. Anzi % n ho preso 
di molto, perchè e costava po- 
chissimo, r ho preso sogliole, 
tìigUcy razza, nasello, e aliu- 
stre. 

Padr. Cosi la va benissimo. 
Ma il parrucchiere tu un n'avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome gli ha 
la bottega accanto a quella 
di' ddroghiere, dov % ho preso 
lo zucchero, i'ppepe, e garofani, 
la cannella e la cioccolata, % ho 
parlato anc a lui, i' ho parlato. 



283 



spesa per domani l hai falla ? 
Serv. Gnor sì: Per mi- 
neslra ho compro della pasta, 
e intanto ho preso der burro, 
e der cacio. Per crescere el lesso 
di vitella ho preso un pezzo 
di astrato. Er fritto lo farò 
di cervello, di fegato, e di ar- 
ciofi. Per umido ho comprato 
der majale e un anatra da fa 
cor cavolo. E siccome e n un 
cerano né tordi, né staile, né 
beccacce, la rimedierò con un 
tacchino che manderò al forno. 



Padr. e del pesce non 
ri hai preso ? 

Serv. Anzi ne ho preso 
tanto perché costava poino: ho 
p'eso sogliole, triglie, razza, 
nasello e aliustre. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma, el parrucchiere non V hai 
trovato eh ? 

Serv. Anzi, siccome ha la 
bottega accanto a quella der 
droghieri n dove ho preso b 
zucchero, er pepe, e garofani, 
la annella e la cioccolata, così 
ho potuto parlare anc a lui. 



provvisione per domani ? 

Serv. L' ho beli e fatta. 
Pé la minestra ho pigliato le 
paste, e in questo mentre ho 
compro un po' di acio, e der 
burro. Per cresciare l'allesso 
di vitella ho piglio un pezzo 
di astrato. Er fritto lo farce 
di cervello, di fegato, e di ar- 
ciofani. Peli' umido ho compro 
der majale e un anatra da 
fassi cor cavolo, E perchéne 
de tordi, delle starne e delle 
beccaccie un nho possuto tro- 
var pergnente, rimediarò con 
un billo da fassi in der forno, 
cor un po' di sarciccia, 

Padr. E il pesce non Ihai 
comprato ? 

Serv. Gnossi, anzi n'ho 
piglio mortissimo, perchéne un 
costava quasi gniente. Ho com- 
pro sogliole, triglie, razza, na- 
sello e ariuste. 

Padr. Va benissimo. Ma il 
barbiere non l'avrai potuto 
vedere? 

Serv. Anzi siccome la su 
buttiga é accosto a quella der 
droghiere indove ho compro 
zuccaro, pepe, garofani, can- 
nella e cioccolata, percioe ho 
fatto da paìore anco coti lui. 



2S4 



PADR.Echenuovetihadate? 

Sehv. Mi ha detto che 
r Opera in musica ha fatto 
furore , ma che il ballo è 
stato fischiato; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire con la diligenza 
per Firenze. Mi ha detto pure 
che la signora Lucietta ha con- 
gedato il promesso sposo, e ha 
fatto giuramento di non voler- 
lo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli miglio- 
ri; tra i piatti scegli quelli di 



Padr. E che i\ovitàt badale? 

Serv. E' m ha detto che 
r opera n musica V ìia fatto 
furore, ma che % bballo gli è 
siato fischiato; che quiggioane 
signore su amico e perde l altra 
sera tutte le scommesse ai g- 
gioco, e che ora gli aspettaa 
di partire colla diligenza per 
Liorno, E m'ha dett' anche che 
la sora Lucietta l ha s è ad- 
dirata coi sso damo, e che l' ha 
fatto giuro di nun vedello più. 

Padr. Gelosie . . .oh questa 
si che la mi fa ridere: ma ora 
pensiamo un poco a noi. 

Serv. Se la si contenta 
i mangio un pò di pane, e beo 
un bicchier d'Uno, e tomo subito 
a riceere e so comandi. 

I Padr. Siccome % ho fretta, 

' e ho da andar fori di casa, 

senti prima quel eh' i ( ordino, 

e poi tu mangerai e ti ripo- 

' serai quanto vorrai. 

I Serv. La comandi pure. 

[ Padr. Per il pranzo che 

; dobbiamo fare, prepara ogni 

cosa nel salotto bono. Piglia la 

tovaglia e i tovaglioli più fini; 

scegli tra piatti quegli di por- 



S85 



Padr./s che nove tha dato? 

Serv. e m'ha deità che 
r opera in musia ha fatto fu- 
rore ma che er ballo V hanno 
fistiata : che quer signorino 
su amico perde Vartra sera ar 
gioho tutte le scommesse, e che 
ora aspettava di partire on la 
diligenzia pè Firenze, M'anco 
detto che la sora Lucietta ha 
licetiziato er damo, e a giurato 
di non lo volè vede più. 



Papr. Gelosie .... questa 
sì che è da ridere, ma pensiamo 
un pò a nm. 

Serv. Se si ontenta man- 
gio un boccone, bevo un 6tc- 
chieretto, e torno subito a su 
omandi, 

Padr. Siccome ho furia, e 
devo andar fori, senti prima 
cosa ti dico, e poi mangerai e 
ti riposerai quanto vuoi. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare prepara tutto 
nel salotto bono. Piglia la to- 
vaglia e i tovaglioli più fini: 
tra i piatti scegli quelli di por- 



Padr. /?c/ie nuove tiha dato? 

Serv. M' ha detto che l'o- 
para in musia ha incontro di 
morto, ma eh' erbalh l'hanno 
fistiato e ha fatto fiasco; che 
quer giovano signore amio di 
Vosustrissima perse jer l'altro 
sera al gioo tutti e quattrini 
delle scommesse, e che ora 
aspettava d'irsene colla dili- 
genzia. M'ha detto di piue, 
che la gnora Lucietta ha dato 
licenzia al su sposo, e s'è giura- 
ta d'un volelb veder mai piue. 

Padr. Gelosie,... Questa 
sì che mi fa ridere. Ma pen- 
siamo a noi. 

Serv. Se lei si contenia, 
mangiarei un briciolin di pane 
e berci un sorsin di vino, e 
poi verroe a piglia e su' co- 
mandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
d' andar fuori, prendi prima 
gli ordini, e poi mangia e ri- 
posati quanto vuoi. 

Serv. Farò cosie. 

Padr. Pel pranzo che dob- 
biamo fare, prepara tutto nel 
salotto buono. Piglia la tova- 
glia e i tovaglioli più fini: sce- 
gli i piatti di porcellana, e 



i 



286 



porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Skrv. e quali posate met- 
terò in tavola? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

SÉRV. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto é stucchevole quella 
vecchia! Metti in ordine la ca- 
mera buona, fa'riempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
efedere le più fini, e cuoprilo col 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa'tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



cellana, e procura che non 
manchino né scodelle ne vassoi. 
Accomoda sulla credenza le 
frutie, r uva, le noci, le man- 
dorle, i dolci e le boUi0e. 

Serv. Ma che posate met- 
terò io n tavola ? 

Padr. Piglia i cucchiai 
d'argento, e le forcfiette e i 
coltelli col manico d'avorio, e 
ricordali che le bocce^ i bic- 
chieri e i bicchierini siano di 
quegli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi attorno alla ta- 
vola le meglio seggiole. 

Serv. La sarà servito a 
puntino. 

Padr. Ricordati che stasera 
e vien la me nonìia. Tu h 
sai quanto l'è stucca quella, 
vecchia ! Accomoda la camera 
bona, fa riempire il saccone e 
ribatter le materasse. Rifai il 
letto colle lenzola e colle feder^e 
le pili fine , e coprilo collo 
zanzariere. Èmpi la mezzina 
d' acqua, e sulla catinella di- 
stendi uno sciugamane ordi- 
nario e uno fine. Fa ogni cosa 
per bene, e arai la mancia. 

Serv. S'i'ho a dir ivvero 
la m' ha dato di molte ordina- 
zioni, ma % farò ugni cosa. 



■^87 



cellanaj e cerca che ìwn man- 
chino né scodelle né vassqj. 
Accomoda la credenza con frut- 
te, uva, noci mandorle, con- 
fetture, e bottiglie. 

Serv. e quali posate ho 
a mettere in tavola? 

Padr. Piglia i cucchiai 
d' argento, e le forchette e cur- 
telli col manico di avorio, e 
ricordati che le bocce, e bic- 
chierini, e i bicchieri siano 
quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda anco intorno la tavola 
le seggiole più bone. 

Serv. Sarà servito: un 
pensi a nulla. 

Padr. Ricordati che stasera 
vien la mi nonna: sai quant' è 
stucchevole quella vecchia ! Ac- 
comoda la camera bona, fai 
riempire il saccone, e ribattere 
le materasse: anche il letto 
rifallo con lenzola e federe le 
pili fini e coprilo col zanzaliere. 
Empi la brocca dell' acqua, e 
sulla catinella distendi uno 
sciugamano ordinario e uno piti 
fine. Fa tutto per bene e avrai 
la mancia. 

Serv. Com'è vero mene 
m' ha ordinato morte ose, ma 
farò r impossibile pe potelle 
falle tutte. 



bada che non manchino cupa- 
relle né vassoj. Accomoda la 
credenza con le frutta, con 
l'uva, con le noci, con le man- 
dorle, coi dolci, e con le bottiglie. 

Serv. E che posate met- 
taroein della tavola. 

Vadk. Piglia icucchiaj d'ar- 
gento, e le forchette e i coltelli 
col manico d'avorio: guarda 
che le boccie , i bicchieri e i 
bicchierini siano quelli di di- 
stailo arrotato : e accomoda 
intorno alla tavola le sedie 
più buone. 

Serv. Sarà servito pon- 
tuarmente. 

V ADR. Ricordati che stasera 
viene la nonna. Tu sai quant'è 
stuccosa quella vecchia! Ripu- 
lisci la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone, e ribattere i 
materazzi. Rada di rifare il 
letto con le lenzuola e con le 
foderuccie più fine, e mettici 
lo zanzariere. Empi la brocca, 
e stendi sopra h catinella una 
salvietta ordinaria ed una fina. 
Fa tutto per bene, e la man- 
cia non ti mancherà. 

Serv. A dilla tarquale vo- 
sustrissima mi ha ordinato di 
morte 'ose, ma lasci fare a 
mene: farò iinipossibile, faroe. 



288 



AVVERTENZE SUL. DIALETTO FIORENTINO. 

Il volgare fiorentino illustre è certamente il più puro idioma 
che usar si possa dagli Italiani; ma siccome la lingua parlata, sempre 
e dovunque, è diversa dalla scritta, cadono perciò in qualche sole- 
cismo e pleonasmo anche in Firenze le persone più colte, siccome 
può desumersi dalla traduzione del precedente dialogo. Ma i loro so- 
lecismi e la viziosa preferenza non cangiano indole alla lingua; men- 
tre la fiorentina plebe adopera talvolta modi e traslati sì bassi, che 
purgando anche il suo vernacolo di ogni errore grammaticale, in 
volgare emendato non si potrebbe ridurre. Ed è notabile che i nostri 
plebei ben si accorgono dei frequenti errori in cui cadono, special- 
mente per viziosa preferenza; poiché se un mercatino, o altra per- 
sona di sìmil lega, si farà a parlare con persona che gli incuta sog- 
gezione, per lo sforzo di correggersi cadere in ridevoii affettazioni, 
dicendo per esempio pavolo per paolo^ Nove per Noè^ faina per 
farsa; mentre nelle contrattazioni poco pacifiche con i contadini non 
rispiarmierà dileggi ad ogni frase rusticale da essi usata. 

Per dare una giusta idea del vernacolo plebeo fiorentino tra- 
scrissi una scena del conosciutissimo R. Antiquario e Segretario del- 
l'Accademia della Crusca Ab. Zannoni, e per far conoscere i modi 
rusticali del nostro suburbio, scelsi alcune ottave negli eleganti Idilii 
del Baldovini. 

La Crezia rincivilita. 

Atto Primo — Scena III. 
Crezia e Saverio. 

Crex. Un e* è male, eh Saverio, in quigGiuseppo ? E' mi par 
eh' e' ci si sia ^ndovinaco bene. 

Sav. E' sarà propio un miracolo. E's*è preso cosi a ibbacchio 
e senza 'nformazione. 

Crex. Che volei tu andar a Siena, do* egli è staco finquio 
a'nformatti? 



Sav, eh* era necessario piglia' lui? 

Crez. piglian'uno ch'abbia servi e' a Firenze, ia. Tu se* par- 
ticolare, sai! S*e*si daa*B carcheduno, che ci conoscessi, e eh* e' sa- 
pessi chi no* eramo, alla prima gridaca che gli si fussi fatta, di botto 
e* ci arebbe ieaco irrispetto. 

Sav. Ma che credi che prim* o poi un saprà ugni cosa anche 
chesto ! Da* un poco che no* siam noizj nella Signoria, e eh' e* si fa 
una parte che un s'èmparaco bene ; e un aittro poco, eh* e* ci è 
un* inSnilsL di gente bracona, che bada più a* fatti degli aittri che a' 
sua, e che ha smania di rifistiagli ; e pò* tu m* ha* a dire se que- 
8t^ omo gli 'ndugierà dimorto a essere *nformaco dittutto per fil, e per 
ségno. 

Crez. Sie ; ma gli ha a troà prima chi gli dia T imbeccata : e 
un fiorentino e'potea dassi eh' e* fussi in grado di mettecci sulle gaz- 
zette. Sa* tu com*eirè eh? i* un mi pento né punto né poco d*aè 
fatto ehicch* i* ho fatto. 



Cecco da Yarlungo del Baldoyini. 
Ottave, 

Sia dolco il temporale o sia giolato,. 
Pricol non e* ee eh* i* mi discosti un passo ; 
Al ballo, al campo, in chiesa, e*n ugni lato 
Mai non ti sto di lungi un trar di sasso. 
Come i' ti ypggo i' sono alto e biato, 
Corouncbe i* non ti veggo, i* vo n fracasso, 
E eh* e* si trovi al mondo un che del bene 
Ti voglia piùe, non è mai ver, non ene. 

E pur tu mi dileggi, e non mi guati, 
Se non con gli occhi biechi, e*l viso arcigno; 
Poifar 1* Antea ! non te gli ho già cavati^ 
Che tu meco t*addia tanto al maligno. 
Voggigli in verso me manco *nfruscati ; 
Che se tu non fai meco atto binigoo, 
Fmi morròne, appoiché tu lo brami, 
E tu non arai piùe chi tanto t*ami. 



19 



L 



S9d 

AVVERTENZE SUL VERNACOLO PISANO 

E SOPRA QUELLO DKLLA PLEBE L1V0BI<;E8B. 

I Pisani, anche discrelamente istruiti, pronunziano strettissimo 
Yo Onale tronco, battendo molto in quel caso la r che lo precede, 
dicendo farrò^ dirròj per farò, dirò ec. Allargano al contrario Te 
nel pronunziare mettere, scegliere ed altre voci consimili ; e dicono 
il J8o/c, il xommacco per il sole, il sommacco ec. 

II basso popolo pisano raddoppia la r avanti airt in alcune pa- 
role, ed in fine al singolare pone talvolta la t invece dell' e: per 
esempio dirà er mestieri, er candellierij in luogo di dire il me- 
stiere, il candeliiere. Sostituisce altresì la r alla / in calza, salto, 
molto e simili, dicendo, carza, sarto, morto, e toglie affatto il e da 
Duca, Duchessa, amico, pertica ec. pronunciando Dua, Duessa, amia, 
perita ; mentre lo balte con forza in principio delle voci mascoline, 
neir usar le quali sostituisce sempre all' articolo ti T er, dicendo er 
cane, er colonnino ec. 

Ma la traduzione del nostro Dialogo in vernacolo pisano, basta 
a far conoscere i modi popolari e i vizj di pronunzia quasi comuni 
in quella provincia. Siccome però nella propinqua citta marittima di 
Livorno la plebe è composta di tal feccia, che ha le sue qualità ca- 
ratteristiche negli usi e nelle costumanze non solo, ma ben anche 
nel linguaggio volgare, vollersi perciò trascrivere alcune ottave di 
un giocoso Poemetto dettato nel volgare plebeo, detto in Livorno 
Veneziano, la qual burlesca poesia porta per titolo Lo slelminio de* 
Pisani, e la Molte d' Ugolino, 

Fate lalgo, o Poeti, e vo' passare. 
Per quella via che vo' battesti plima, 
Vogrire anchMo del bel Palnaso a stare 
Colle nove sorelle in su la cima; 
E nun pensate benché sia vergare 
Che di nome lassò manchi e di stima. 
Apollo sa chi sono, e come nasco 
Che insiem più vorté sé beuto er fiasco. 



291 

Danque mi fate lalgo ; E se mi fate 
UoQor di seguitammi, sentirete 
Tante strage di sangue appiccicate 
L'una coir altra s\ che impietirete; 
E quelte furon plopio appreparate 
Da quer conte Ugolin che avea la sete 
D* esse signor di Pisa, e d' esse tald 
Da fa di su' capticelo e bene, e male. 

Musa, nun mi tradì, son io qaer vate 
Che diletto ti fui da piccinino, 
Che indiedi ritto sulle tue pedate 
E debbi forte più d' un can mal tino ; 
Da te più tetto nella plima etate 
Vissi beato, e sol mi fé melchino 
Queir anno che fu'pleso in cosclizione 
Per fa selvizio al sor Napoleone. 

In queir età, plincipierò accusie 
Che r omini eran beltic di rapina, 
E che per agguanta quand'era sie 
A pezzi si facean come tonnina, 
Eran in voga s\ le rubberie 
Che genio ne facean d' alta dottrina ; 
E r uom che più dell' altro ava rubbato 
Era r uomo er più biavo, e il più stimato. 



AVVERTENZE SUL VERNACOLO SENESE. 

Asserimmo di sopra che i Senesi adoprano alcune voci non co- 
nosciute né ammesse nel toscano idioma : ne faccian fede gli esempi 
seguenti: 



Sali su la tal cosa 

Andar sello 

Pasquare 

Aflore 

Scieda 

Trespide 



Porta su la tal cosa 

Passeggiare nel fango 

Par la Pasqua 

Puzza 

Mostra 

Treppiede 



Pestio 

Canterano 

Zocche 

Cionca terriccia 

Ciccio 

Citta 

Lustro 

Trecciolo 

Spararembio 

Testo 

Giangio 

Ciolla 

Bendo 

Giacio 

Bisi 

Cocco 

Tino 



Per vezzeggia- 
tivi di 



292 

Chiavistello 

Cassettone 

Ciocche 

Catino di terra 

Carne 

Fanciulla 

Lunaiera 

Nastrino di filo 

Grembiale 

Vaso 

Angiolo 

Orsola 

Raimondo 

Orazio 

Belisario 

Niccolò 

Agostino 



293 



DIALETTI DELL'ANTICO STATO PONTIFICIO 
E DI SAN MARINO 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

Passeremo ormai dall' Etruria nell' Umbria e nel Lazio, 
e cosi avremo perlustrata tutta l'Italia Media o Centrale. 
Nel 1840, quando io a^ndava pubblicando la Corografia del- 
l'italxay nascóndevasi gelosamente nel cuore dei migliori tra 
gr Italiani T eterno voto mai appagato, del risorgimento della 
nazionale indipendenza. Di quel tempo il così dello Stato Pon- 
/^^cio distendeva i suoi confini dalle rive del Po a tram, sino a 
quelle del Lago di Fondi a mezzodì: conseguentemente era vi in 
esso compresa una porzione dell'antica Gallia Cispadana, una 
parte dell* Etruiia, V Umbria, il paese dei Sabini, il Piceno 
e il Lazio, corrispondenti ai moderni lerritorj di Ferrara 
e di Bologna, delle Bomagne, di Urbino, di Pemgia, di Città 
di Castello e di Orvieto, di Spoleto, di Castro, di Bonaglione, 
del Patrimonio di S. Pietro e della Campagna di Boma, 
Fortunatamente la maleaugurata antievangelica promiscuanza 
di poteri spirituali e temporali non tiene distaccate ormai 
dal Regno d'Italia che le ùltime due sezioni territoriali di 
sopra indicale; esse però sotio di una altissima storica im- 
portanza. Ed infatti se il solo nome di Boma è magico per 
lo straniero; se lo accostarsi alle mura della città eterna 
è considerato come un avvenimento dei più notabili della 
vita dagli oltramontani stessi, sì poco amici dell'Italia, qual 
contrasto d'affetti non dovrà risentirne chi l'ama passiona- 
tamente perchè sua patria ! La gran pianura a valloncelli, 
in mezzo alla quale ergono il vertice i sette colli della su- 
perba già Capitale del Mondo," rattristerebbe potentemente 
colla sua attuale solitudine il sorpreso viaggiatore, se gli 
oggetti che lo circondano non lo distraessero dal meditare 



294 
suir orridezza della sua nudità : monti coronati di querci 
e castagni a non lontana distanza : la nevosa giogaja del- 
r Appennino, che sorge dietro di essi a levante, dimodoché 
sembra che di là emanino i primi raggi del sole nascente 
e ne vengano reflessi gli ultimi allorché tramonta : e sulle 
più vicine pendici paesi abitati e visibili ad occhio nudo, 
già resi dai latini scrittori di classica celebrità. Quel gran- 
dioso anfiteatro dell' antico Lazio è scena pittoresca che 
sveglia elevatissimi sentimenti. Ma la storia fisica ne spin- 
gerebbe in un sentiero troppo lontano dall'etnologico che 
debbesi seguitare ; rientriamo in questo. 

Abitanti. — Se una promiscuanza di Latini, Sabini, Piceni, 
Etruschi, Umbri e Galli venne a formare la popolazione di 
questa parte d'Italia ai tempi del Romano impero, conviene 
dedurne che sotto il rapporto di cèrte caratteristiche fisico- 
morali, diversificano alquanto tra di loro anche i moderni 
abitanti delle così dette Pontificie provincie. I popoli del- 
l'Umbria e del Piceno ben poco diversificherebbero dai Ro- 
magnoli, se condannati molti di essi ad un certo isolamento, 
non si trovassero avviliti dalla mancanza dei mezzi di eser- 
citare il loro ingegno. È anzi da notarsi la loro propensione 
quasi generale alla industria, sebbene non ricompensata né 
incoraggita da facili comunicazioni. Mentre intanto soprab- 
bondano alcuni prodotti, il difetto di mezzi per procacciarsi ciò 
che è mancante aì bisogni, rende la classe meno agiata piut- 
tosto ligia alla facoltosa, in apparenza bensì, perchè con ani' 
mo repugnante. Ciò è cagione di una certa simulatezza nel 
contegno sociale delle città e delle borgate ; bene inteso 
però che le famiglie distinte per nascita e per coltura ma- 
nifestano anche in quei distretti le nazionali prerogative 
degli Italiani. Che se discenderemo verso i confini meridio- 
nali, là ove una mal guardata linea di frontiera, forse da 
non potersi difendere per il modo stranissimo con cui si 



I 

j 



295 
trascurarono le confinazioni naturali, ci troveremo costretti 
con vivissincìo rammarico alla trista confessione che in quei 
dintorni fu sempre più o meno profanato il decoro ed il 
lustro del nome italiano da ruberie a mano armata ; mac- 
chia turpissima resa ora notabilmente esecranda, dappoiché 
il Sacerdozio, e la tirannide di un despota esulante strinsero 
tra di loro la brutta lega sostenuta dal brigantaggio. 

Sul carattere fisico e morale degli abitanti di Roma 
ben poco può dirsi, stantechè quella è in gran parte una 
popolazione collettizia, chiamata nella città eterna dalla ro- 
tazione non mai interrotta degli impieghi ecclesiastico-po- 
litici. Già il popolo Romano proviene da un'antica riunione 
di liberti e di schiavi, succeduti alla valorosa plebe dei 
Quiriti, che nella conquista del mondo andò a versare il 
suo sangue nelle Gallie, nell'Asia e nell'Affrica, lasciando 
aperti i lari domestici al torrente dei popoli vinti, che ac- 
corsero in folla ad occuparla. Se nel popolo stazionario at- 
tuale indagar vorremo una qualche caratteristica, lo trove- 
remo arguto, anzi proclive alla satira, non troppo ospitale 
per cagione evidente del continuo rigurgito dei forestieri, 
che non concederebbe né libertà, né riposo a chi volesse 
far loro continuata accoglienza, e piuttosto sdegnoso di eser- 
citare arti e mestieri di bassa qualità, quasi sempre me- 
more della potenza che nei trascorsi tempi lo fece grandeg- 
giare sopra tutte le altre popolazioni del mondo conosciuto. 
Ma questo non è articolo etnologico da toccarsi fugacemente: 
i Romani addivennero padroni e signori di tutto il mondo 
allora noto, ebbero dunque un carattere nazionale di specia- 
lissima tempra, e ciò richiede investigazioni più particola- 
rizzate. Questo popolo infatti fiero, irrequieto, prode, invin- 
cibile, quali costumanze avea adottate nel suo sistema di 
vita domestica e sociale? Non saranno vane siffatte ricerche. 

Gli uomini congregati in una società più o meno per- 



1 



296 
fetta hanno da tempo immemorabile segnalato con certi 
riti l'atto importantissimo della vita civile, da cui deriva 
la conservazione sociale; e non esiste né ha mai esistito 
alcun popolo, per quanto barbaro e rozzo, che non abbia 
provveduto alla convenienza di autenticare con la pubblicità 
di una formula la pertinenza degli individui alla propria 
famiglia. Questa sembra essere la vera origine dei riti 
nuziali che in diversi modi, ma quasi sempre solenni, ogni 
nazione ha adottalo. I Romani che delle loro moltiplici ce- 
rimonie erano studiosissimi, attorniarono il matrimonio di 
forme tali, che mentre santificavano alla loro maniera la 
unione legittima dei due sessi, indicavano per via di em- 
blemi alla novella madre di famiglia lo stato a cui consa- 
cravasi unitamente ai doveri di quello ; ad amendue i co- 
niugi l'effetto civile del loro connubio che le leggi definirono 
con bellissime parole : Conjunciio maris et feminae consof^- 
tium omnis vitae, divini et humvni iuris comunicatio. A quel 
periodo della vita succeder dovendo inevitabilmente l'altro 
della morte, trovasi che 1' onore supremo reso dai Romani 
alle spoglie mortali dei loro trapassati, era quello di arderle, 
consegnarne al sepolcro le ceneri, ed ergere alla memoria 
del defunto un cippo, ossia un marmo sul quale scolpivano 
il nome di lui, e le azioni che meritassero di essere ram- 
mentate, indicando altresì il nome di chi si era presa quella 
cura pietosa. Il dar sepoltura a un cadavere prima di averlo 
abbruciato, era privilegio di poche famiglie ; la Cornelia fu 
una di queste. 

Le romane costumanze fugacemente indicate riguardano 
i tempi storici di quel popolo, del quale accreditatissimi 
scrittori ci trasmessero notizie sicure. Non dispiaccia ora 
che io aggiunga qualche cenno sulle presunte abitudini dei 
Romani nelle diverse epoche storiche della loro metropoli. 
Al tempo dei Re studiarono Roniolo e Numa di raddolcire 



^97 
i costumi di quel popolo originariamente barbaro, feroce e 
quasi selvaggio, ma non ottennero che debolmente il loro 
intento : le leggi infatti che si riferiscono a queir epoca, 
specialmente quelle concernenti la patria potestà, non pote- 
vano accomodarsi che ad un popolo assai rozzo e semibar- 
baro. Il giudizio cui soggiacque Orazio uccisore della so- 
rella ; il supplizio di Suffezio, e quello riserbato alle Vestali, 
violatrici del loro voto, sono prove non dubbie della pri- 
mitiva barbarie. Doveva dunque il popolo aver conservato 
naturalmente una gran parte della originaria ferocia, in spe- 
cial modo nelle guerre contro le genti limitrofe, nelle frequenti 
correrie e nelle rappresaglie eseguite nei diversi territorj. 
Ma quella ferocia medesima, la quale nella infanzia delle 
nazioni riguardasi come germe di coraggio e di valore, con- 
tribuì alla vittoriosa dominazione dei popoli circostanti ossia 
air ingrandimento di Roma. Né la Religione opponevasi allo 
sviluppo di così fatto carattere nei campi delle battaglie ; 
perchè si legge non aver mai i soldati spiegato tanto ardore, 
né mai esser corsi tanto alacremente alta pugna, quanto 
dopo i voti solenni che alcun loro capo avesse fatto di eri- 
gere un tempio, di introdurre pubbliche feste, o di creare 
nuove istituzioni sacerdotali. 

Abolita la dignità regia, i costumi generalmente rozzi 
e feroci dei primi tempi della Repubblica si ingentilirono a 
misura che progredì l' incivilimento del popolo, e crebbero 
i mezzi di sussistenza insieme coi comodi della vita. Allora fu 
che nacque un commèrcio durevole tra esso e gli altri 
popoli d' Italia, quelli specialmente della Magna Grecia, che 
già si trovavano istruiti dai loro filosofi intorno ai principj 
della pubblica morale. Ma non perciò si potrebbe affermare 
che in Roma venisse mai stabilito il sistema della morale 
dello Stato, o vi fosse insegnata e praticata la scienza dei 
costumi per mezzo di costanti principj, né che la moralità 



L 



298 
avesse poste in Roma e nel suo popolo radici profoode: 
diremo piuttosto che la morale era abitudine popolare, ivi 
esistendo una norma di costumi seguita dagli individui pri- 
vati, senza che se ne dasse cura il regime governativo, 
esistendo una relazione manifesta fra la religione e la mo- 
rale, per cui le opinioni religiose aggiungevano forza ai 
precetti morali. Vuoisi però osservare che insieme col gra- 
duale miglioramento dei costumi della plebe, quasi di egual 
passo andavano corrompendosi i costumi dei patrizj e dei 
più ragguardevoli ordini dello Stato. È però da osservarsi 
come caratteristica della morale repubblicana di Roma, che 
essa produsse in tutto il corso di quel periodo una straor- 
dinaria mistura di grandi vizj e di grandi virtù. Singoiar 
cosa quindi e forse distintiva di questo popolo, è il trovare 
in esso uniti coraggio e debolezza, libertà e rapina, fran- 
chezza repubblicana e lusso orientale, magnanimità in mezzo 
alla corruzione e all'avvilimento. Mario e Siila, flagelli di 
Roma e sentina di vizj, fecero spiccare in alcuni momenti 
la grandezza dell' animo, la giustizia, la liberalità, la bene- 
ficenza, la gratitudine ; e mentre opprimevano la loro patria 
davano talora segni manifesti della più dignitosa fermezza. 
Più tardi Cesare, Pompeo, Antonio, Ottaviano, nel fervore 
delle più gagliarde passioni mostrarono talvolta un carat- 
tere di cui si sarebbero pregiati i più decisi repubblicani 
di Grecia. Non vi è dubbio che da quella strana complica- 
zione di grandi vizj e di grandi virtù procedettero lo straordi- 
nario ingrandimento, il potere, la gloria, lo splendore della Re- 
pubblica: e forse non male giudicherebbe chi attribuisse la ca- 
duta di quel sistema governativo al morale disequilibrio che nel- 
r ultimo periodo della democrazia fece preponderare i vizj 
dei grandi in confronto delle virtù raccoltesi nella plebe, 
quantunque degenerata essa pure. 

Siamo all' Impero. Passarono i tempi nei quali si ve- 



299 
devano i primarj magistrati tornare dal campo di gloria ai- 
V aratro; la modestia di Cincinnato; la parsimonia frugale 
di Attilio Regolo ; la mensa di Decio imbandita a radici, 
sono fatti resi notissimi dalla storia. 

I vasi d'oro, i monili, le corone e le altre ricchezze 
provenienti da conquiste, non si deponevano più nei sacri 
templi in offerta agli Dei : tutto assorbiva il gusto per la 
mollezza, per la crapula, per il lusso: il sesso femminile 
restò ben presto affascinalo dai prestigj della pompa e del 
fasto, e diede bando al pudore. Questo rapido passaggio dalla 
povertà all'opulenza, dalla semplicità al fasto, dalla frugalità e 
dalla parsimonia al lusso smodato, fece enormi progressi sotto gli 
imperatori, tantoché, corrotti e depravati affatto i costumi, non 
vi ebbe più morale pubblica: alla quale condizione funestissima 
contribuiva principalmente l'esempio dei Magistrati spesso assai 
viziosi, dei favoriti rotti ad ogni libidine, dei cortigiani dis- 
soluti, dei governatori rapaci, e quel che è peggio degli 
stessi Imperatori. I quali per iniqua politica, o per effetto 
di stupida storditezza non di altro curavansi che di can- 
cellare in quel popolo V antico carattere, ammollirlo, incep- 
parne la vivacità ed il coraggio, distruggerne l'energia; e 
mentre lo avevano snervato con i continui spettacoli, con le 
frequenti largizioni, col tollerare la licenza plebea, lo abi- 
tuavano altresì all'ozio, alla lussuria, alle più viziose pra- 
tiche, al totale abbandono delle massime e delle idee della 
virtù e deir onore, rendendolo per tal modo, quale appunto 
il volevano, una greggia di schiavi : ecco perchè furono 
tollerati gli eccessi di barbarie, di infamia, di crudeltà di 
Tiberio, di Nerone, di Commodo, di Caracalla, d'Eliogabalo, 
e simili altri mostri che Y umanità disonorarono non meno 
del trono ! Da ciò conseguiva che l'incivilimento dei Romani, 
il quale avea tanto progredito nei bei tempi della Repub- 
blica, fece passi retrogradi ben rovinosi: quel vastissimo 



300 
impero, il più grandioso di cui faccia menzione |a storia 
delle nazioni, non poteva più sussistere, dopo essere 
stati sovvertiti i principii della morale pubblica, e concul- 
cate dagli imperanti e dai sudditi le massime immutabili 
dell' onesto e del giusto ; alla quale rovina cooperò del pari 
la immoralità delle armate composte di popolo depravato, e 
divenute venali, rapaci, tumultuose fino ad usurparsi T au- 
torità di creare a loro arbitrio i sovrani, e talvolta di ucci- 
derli per eleggerne dei nuovi. 

Cadde l'impero, ma vano sarebbe il credere che dopo 
quella catastrofe i costumi del popolo Romano prendessero 
un aspetto migliore sotto la tirannide dei Goti, dei Longo- 
bardi, dei Franchi, degli Alemanni. Sotto il governo dei Goti 
abondano nell' Editto di Teodorico ordinamenti diretti a fre- 
nare la rapacità. T incontinenza, la sete del sangue, le ven- 
dette private, e tutte le più violenti passioni. I Longobardi 
ebbero peggiori costumi e gli comunicarono ai Romani; basti 
il dire che in quella funesta età appena un'armata acco- 
stavasi a Roma, i privati invadevano i beni altrui, non ec- 
cettuando i posseduti dalle chiese. Vero è che fin d'allora 
si resero frequenti le processioni di penitenza, la costruzione 
di sacri edifizii, le moltiplicazioni del clero; ma le costu- 
manze erano feroci, violenti le passioni, insaziabile la smania 
delle vendette, cui frenare non bastavano né leggi, né re- 
ligione, né sentimento naturale di umanità. Il secolo detto 
comunemente di Carlo Magno, checché ne dicano gli storici 
passionati, fu il vero secolo di ferro, il secolo della mag- 
giore barbarie ed ignoranza degli Italiani : divennero quindi 
frequenti i così detti Giudizii di Dio, più spesso gli atroci 
delitti e la violazione della pubblica fede : in quel periodo 
funestissimo si svolsero licenziose insieme cogli orrori della 
feudalità le oppressioni^, le violenze, le ingistizie e gli atten- 
tati contro la libertà politica e civile. Senza esaminare par- 



304 
titamente i successivi periodi di dominio degli imperatori 
Alemanni può conchiudersi, che in generale i costumi erano 
in Roma e per tutta Italia quali potevano trovarsi in una 
regione lungamente dominata da barbari, i cui successori 
non erano molto più inciviliti. Nei due secoli insomma che 
succedettero dopo che Carlo Magno ebbe arricchita la Chiesa 
Romana di sovranità temporale, è doloroso il vedere come 
dallo smodato lusso dei prelati, dalla esuberante dovizia dei 
monasteri procedettero le dissolutezze del clero, il rilascia- 
mento della disciplina ecclesiastica, il peggioramento della 
morale, e la maggior parte delle calamità che gravitarono 
suir Italia. I due secoli XII e XIII educarono i Romani alle 
armi, alle sedizioni, alle discordie, e ad un lusso il più ef- 
frenato ; quindi nel secolo XIV le tendenze sfarzose, e i con- 
secutivi morali disordini di usure, frodi, spogli, gravezze in- 
debite, ed oppressioni. 

Rammentar dovendo per ultimo quali fossero i costumi 
roniani nel secolo XVIII, presentasi spontaneo il riflesso che 
rimasta essendo V Italia divisa in varj principati e soggetta 
a diversi governi ed anche a stranieri dominatori succedu- 
tisi talvolta Tun V altro con molta rapidità, s' ingenerò nelle 
diverse provincie tale difformità di costumi da non rica- 
varsene tratti che possano dirsi caratteristici di quel secolo. 
Basterà quindi osservare che, malgrado la lunga durata delle 
guerre, malgrado il diuturno andirivieni di armate straniere, 
favorevole piuttosto alla corruzione dei popoli anziché al 
buon costume ; malgrado la rapidissima successione di do- 
minio francese, tedesco e spagnolo; malgrado la diversità 
delle massime politiche e amministrative di quei diversi 
governi, i costumi dell'Italia generalmente considerati, e 
perciò quelli ancora di Roma, piegarono sempre per tutto 
il secolo XVIII a graduale incivilimento, per cui spogliatisi 
della ferocia inerente ai secoli anteriori, altro non fecero 



.302 
che ingentilirsi, e forse non anderebbe errato chi affermasse 
avere gli Italiani tutti tratto un profitto dalle guerre, dai 
rivolgimenti, e dalle incursioni straniere, contraendo quelle 
abitudini che potevano rammorbidire maggiormente i loro 
già non più rozzi costumi, ed amalgamando in se stessi la 
dignità spagnola, il coraggio marziale alemanno, e la leg- 
giadria delle maniere francesi. Che se all'uopo diedero 
saggio non dubbio d' intrepidezza, di valore e di senno, è 
anche da sperarsi che il moderno popolo Romano, quando 
giungerà il momento della sua emancipazione, non si mo- 
strerà degenere dalla stirpe italica, cui appartiene. 

Dialetto. — Singolarissimo è il caso avvenutomi in Roma 
quando richiesi la traduzione del consueto Dialogo. Io mi 
era rivolto a rispettabili personaggi di quella capitale, ma 
tutti procurarono di esimersi dal compiacermi, dichiarando 
che in Roma non si usa se non il puro linguaggio italiano! 
Nella Coraarca trovai chi si offerse a tradurre la parte del 
Servitore, ma non già quella del Padrone^ in forza della con- 
sueta protesta che i proprietarj ivi non conoscono che V idio- 
ma italico! Vinsi finalmente la ripugnanza di un eruditissimo 
illustre soggetto, Preside di un cospicuo Istituto, il quale con- 
formandosi alla perfine ai miei desiderj, volse in romano vol- 
gare il Dialogo, adoperando bensì una parafrasi anziché una 
letterale versione, e ciò, giovò grandemente allo scopo. 



303 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

BD un SUO SERVITORE. 



Padrone. Ebbene, Balista, 
hai tu eseguile tulle le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città , ma 
poi è piovuto tanto! 



Padr. Che al solito sei sta* 
lo a fare il poltrone in un'oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 



Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; epoi jeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
ROMANO. 



Majorengo. Embè Titta- 
rello ? Hai spicciato ? Te sei 
scordato de gnente? N'hai fatto 
delle tua? 

Sette PANELLE.*(7e da dine 
cene? A memoria so l'asso 
commanna òhi deve, obbedisce 
chi pone, alle sdte meno lo 
squarto le cianche mie stavano 
in moto, a sette e mezza m'ero 
fatto la mila della strada, a 
otto e tre quarti m*Hntrufolavo 
rientrenno in cittane, ma fio 
de Dio ! Se ropriveno le ca- 
taratte ! 

Major. Ce semo: ce scom- 
rifletterebbe, che te sei inchiodato 
a n osteria a aspettane che 
spioviccica^se. E che omo sei? 
Te fai paura de quattro gocce ! 
Aù. E mannaggia li mortacd 
tua mannaggia, non te potevi 
pijà no strac-ciaccio d'ombrello. 

Sette pan. Sete caro voi! 
me fate ride me fate. Piutto- 
sto che portane quelV impiccio 



1 Selle panelle, nome che si dà ai servitori, non mai sazii per il solito dì 
mangiare. 



304 



più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 
ha durato mezz' ora, e poi 
acqua a ciel rotto. 



Padr. Cos\ vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che Ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 



me contento de pijamme un 
reruma; e poi la volete sen- 
tilla? fen a sera quanno da 
bene e mejo me corcai a fané 
la ninna, o nun pioveva o 
sgocciolava fino fino: ali arba 
al riup'ì delti vetri, nà sere- 
niià de paradiso: al levane 
der sole poi, ecchete un cappello 
nero nero: più tardi se scatena 
un certo vento che me faceva 
sbatte lebrocchette,^epoiguarda 
che vento ! Invece da spazzola 
le nuvilehà portato, bonagrazia 
sua, na grannina che pareva- 
no confetti, e ha durato una 
gnagnera * de mezz' ora, e poi 
bona notte eh' è notte: acqua 
a secchi, e la pianara curreva 
come er fiume: ve piace? 

Major. Cosi chene ce sema 
annati lisci, e dell' ordini mia 
nun hai fatto nientaccio, 

Settepan. Ma che ve 
dite ? v' insognate voi: antro 
che io so quello eh' ho fatto in 
du ora de giro: la sanno ste 
povere stajole.^ 

Major. Sentimo ste ma- 
ravije. 



* Sbattere le brocchetfe, tremar dei denti con rumore. 

* Gnagnera f una bagatella. — ' Slajole, intendono gamba. 



305 



Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; la sua 
giubba nuova, e i pantaloni 
colle staffe erano finiti, e la 
sottoveste stava tagliandola. 



Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo, e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 

Serv. S\ signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il cal- 
zolajo poi aveva terminati gli 
stivali, le scarpe grosse da 
caccia, e gli scarpini da ballo. 



Padr. Ma in casa di mio 



Sette pan. Stentateme a 
sentì staleme. Mica so tanto! 
In ner tempo che pisciavano 
r angiuktd me so fermato in 
bottega del sartore, è co ste 
lenteme lio visto, che v' ari- 
comodava le [arde del copri- 
miserio, cor bavero novo, e 
puro le scorze del dereto. Er 
giubbone turchino, e colli pan- 
teloni colle staffe javeva datò 
la benedizione javeva, e stava 
sforbicenno er giustacore. Me 
pare, che poro garantomo se 
porti bene se porti. 

Major. Meno male ! Ma 
se te rompevi le cianche a fa 
d' uantri passi appizzavidar 
cappellaro, e dar carzolaro; ma 
tu tosto dar sartore a vedene. 

Sette pan. Dite voi. Titta 
mica e Pasquino; er cappellaro 
strufina, che t* aristrufina fa- 
ceva aridiventà novo quer cap- 
pello vostro che fu fatto quanno 
se frabicone er culiseo, e a 
quello novo ce mancava l' in- 
fitucdatura. Er zugna * aveva 
finitoli tromboni, e li favoni* per 
annane a caccia, e li scarpini 
per er minu^etto. 

Major. Ma a casa de tata 



i Zugna, vuol dir calzolajo. 



> Favoni, scarpo grosse a lingua di bue. 

20 



306 



padre quando sei andato, 
che questo era T essenziale? 
Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua noadre, né suo zio, per- 
ché jeri l' altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 



PiDR. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa ? 

Sèrv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e la bambina. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza. 



* Ciucheltt, ragazze. 



mia guanno ce sei annato eh? 
Questo me doleva de piti. 

Sette pan. E mica er 
m4)nno fu fatto de botto ! quanno 
spioverle io bello pulito annai 
dove avevo d' annà ma feci 
bucia. Né tata né mamma, né 
zio . . . spanzione de Vienna. 
Jeri se n crono annali alla 
villa, ce hanno fatto la ninna, 
e chi vò li turchi se l'ammazzi. 

Major. Ma mi fratello e 
mi cugnata ereno morti? 

Sette pan. Ereno iti a 
trottane verso papa Giulia e 
s* ereno portati er maschietto 
che zinna, e quelle du ciu- 
chette^ tanto carine. 

Major. Ma li servitori puro 
ereno iti a trottane. 

Sette Pan. Mamma mia ! 
Me parete un sorfarolo ! E 
nun variscardate ! Er coco 
era ito in campagna con tata 
vostro, la cameriera e li du 
settepanelle ereno annali con 
vostra cugnata; e Sartapic- 
chio er cucchiere, quer mentre 
f aveveno ordinato de smovene 
li cavalli, aveva attaccato lo 
sterco e se nera annato verso 



307 



Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed a 
lui ho consegnato tutte le let- 
tere, perchè le portasse a chi 
doveva averle. 



Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 

Serv. L' ho fatta : per 
minestra ho preso della pa- 
$ta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 



Grotta Pallotta se nera. 

Majer. Dunque a casa ce 
se poteva giucane de spadone? 
Cera Peste hcanna? 

Sette pan. Fateve conto 
fateve. Non ho aritrovato, che 
ergarzene della stalla .... con 
rispetto parlenno, e je ho affib- 
biate tutte lettere, eje ho ditto: 
fatte ajutà da chi sa legge, e 
dalle a chi vanno. Fa pulito. 

Najor. Te arimetto un pò 
d' onore, ma domani s ha da 
magna; ce hai pensato. 

Sette pan. Ma guarda che 
dimanne? Pe minestra ho preso 
li maccabei, poi er cacio cor 
butirro .... sarenella ! come 
cresce ! a 46 dohii ! V alesso 
de vitella m' è parso magretto 
e V ho ajutato con un tocco de 
castrato, che è da dipigne, e 
a vedello t' arifiata. Er fritto 
lo farone de cervello^ fedico, 
e carciofeti. Peir umido un bel 

pezzo de porco sarvo 

dove me tocco, e n anetra, che 
con quattro lenticchie ar sugo 
ha da favve lecane le labre; 
la ritmna era pulita: tordi, 
staile, becoaccie, manco per 
sogno. Embè pe* V arrosto a- 
rimedierò co na tocchina, che 



1 



308 



Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo.Ho compralosogliole, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 



Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non lavrai 
potuto vedere? 



Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr. E che nuove ti ha 
date? 

Serv. Mi ha detto che 
r opera in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è stato 
fischialo; che quel giovine 
signore suo amico perde V al- 



la mannerone ar forno con 
quattro patatacce pe contorno. 
Me pare eh? 

Major. Ar pesce hai fatto 



Sette pan. Me fate ride 
me fate. Anzi me ne so ac- 
chiappata una sporta perchè 
ce n era le sette peste, e a 
sette chiodi la libra : ho avuto 
linguattole, gammarelle, porpi, 
merluzzi, trijacce, e cefoli der 
Trajano. 

Major. Me fai venine r ac- 
qua in bocca me fai! Che 
pozzi esse benedetto pozzi esse: 
Edimme na cosa:erperucchiere 
nun averai potuto vedello eh? 

Sette pan. E nun sta 
appiccicato de bottega ar dru- 
ghiere? Ebbe quanno ho crom- 
pato, er zucchero, er pepe, la 
cannella, garofeli e cioccolata, 
ho ditto du parolette puro a lui. 

Major. Si eh? E dì un pò: 
che t^ ha ditto ? 

Sette pan. Ma ditto che 
l'opera è annata alle stelle, 
ma che der ballo nun ve cu- 
rate de sapello : li fischi se 
sentivano alla sepoltura* de 



* Far passo, non fare una cosa, frase che si desume dal giuoco del terziglio. 

* La detta sepoltura esiste 5 miglia distante da Roma. 



r" 



309 



tra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 



Padr. Gelosie.... questa si 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 



Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 



Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 



Nerone; che quer gioviìiotlo 
amico vostro j quer signore... 
me capite ? V antra sera ar 
gioco arimanene quasi in ca- 
micia, e che mo ne ha fatto 
fagotto, e vorrebbe arzane er 
tacco, e sbignassela in diligen- 
za verso le Marche.... E.... 
sine adesso che m* aricordo, 
la sora Luciola ha dato er- 
ben servito ar promesso spo- 
sino, e ha giurato e arigiurato 
de nun volello vedene piune. 
Ve piace ? 

.Major. Begazzacci! gelu- 
sic! uh! se rappattumeno, 
Titta, se rappattumeno : me 
vie da ride me vie, ma pen- 
sarne alti casacci nostii pen- 
sarne ! 

Sette pan. Ve vorrebbia 
dì, SOI' padrone mio, che me 
batte la bainetta, * che me 
vorria sgrana na panella e 
asciuttamme na lampena, e in 
du zompi so quine a ricevene 
li commanni vostri .. si ve 
pare, si no... 

Major. Te dirò : ho presda, 
e ho d' uscine da casa : senti 
prima quer che hai da fané. 



Battere la bajonetla, iutendono quando hanno appetito. 



L 



310 



e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Conoandi pure. 



Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara lutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 



Serv. E quali posate met- 
terò in tavola? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 



e poi strozzete * e ariposete 
quanto te pare. 

Sette pan. Bona grazia 
vostra. Questa è vostra scor^ 
za,* commannate. 

Major. Per er magnimini 
che avemo da fané, apparec- 
chia tutto ner salone più mejo, 
pija le tovaje, le sarviette... 
me capischi ? le più fine. Pe 
li piatti da de piccia a quelli 
de porcellana, e bada che nun 
manchino le scudelle per la 
zuppa, e li gabarè. Fatte ono- 
re per la credenza : lì se vede 
r omo, ce vò simitria ; pera, 
mela, uà, caco, mannole, con- 
fetti, mostaccioli de Subiaco, 
nocata è poi bottije a casca 
senio intesi semo! 

Sette pan. Punto è vir- 
gola; e le posate quale ce 
metto ? 

Major. Pe li cacchiari, 
quelli d' argento , le forchette 
puro accosì. Pe li curtelli poi 
caccia quelli cor manico bianco: 
ohi, Titta, me scordavo er 
mejo : bocce, bicchieri, bic- 
chierini nun te venisse in 
capo de mettene quelli de ve- 



* strozzete, usano questa parola, per dira mangia. 
' Scorza, intendono livrea, o fodera di vestito. 



341 



Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia non mancherà. 



Serv. Per verità ella mi 
ba ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



tro, sai ? Pija quelli de cri- 
stallo arrotato. Nun te dico 
niente delle sedie, tigna capa 
le mejo delle mejo. 

Sette pan. Una parola 
è poco, e dua so troppe. 

Major. Sai che sta sera 
vie nonna. Sai che quella be- 
nedetta vecchia è scontenta la 
parte sua e quella der com- 
pagno; metti in ordine la cam- 
mera buona; fa ribattene li 
cuscini e ermatarazzo ; fa 
scopa e spazzola, leva le 
tele de ragno dal letto, met- 
tece le lenzuola pulite, le co- 
perte belle, e accommodece lo 
scuffino de crivellotto per le 
zampane, si nò quella vecchia 
strilla come na sarapica, E 
•bella e bona nonna, ma è un 
gran vissigante. Empi la broc- 
ca, e in su la cunculina spie- 
ghece er su bravo sciugatore.., 
anzi dua, uno aarosì e un an- 
tro fino : sai come so io. La- 
vora in regola, e ér priffete 
nun ce mancherà. 

Sette Pan. Per esse 

in capo ce ho na babilonia; 
me avete commannate un muc- 
chionede cosc.basta vederemo: 
Santa Pupa m'ajuterane. 



312 



ABITANTI DI PESARO E LORO DIALETTO. 

La soppressa legazione di Pesaro è Y antico Ducato 
d'Urbino; nel quale erano comprese le Contee di Monte- 
feltro e di Gubbio, la Massa Trabaria. la Signoria di Pesaro, 
la Prefettura di Senigallia e il Vicariato di Mondavio. Alle 
prische popolazioni dell' Umbria aveano tolto quel territorio 
i Galli Senoni, tra le galliche orde i più arditi e i più in- 
trepidi. È noto il valore con cui quei barbari oltramontani 
resisterono alle romane Legioni: nel 474 di Roma restò 
fiaccata la loro possanza alla battaglia del Sentino, sebbene 
colla morte di P. Decio : pochi anni dopo M. Curio gli 
sbaragliò completamente, forzandoli a riparare nelle limi- 
trofe terre occupate dai compatriotti Boii ; i quali come è 
noto, pretesero vendicare gli espulsi, ma dovettero invece 
piegare anch'essi il collo al giogo romano. Nelle guerre 
Puniche strepitosa fu la vittoria riportata presso le foci del 
Metauro sull'esercito Cartaginese comandato da Asdrubale. 
Ai tempi dell'invasione Gotica, sofferse Totila sanguinosa 
disfatta alle falde del Furio, •ove il Cantiano confluisce col 
Metauro. Nelle guerre fra gli Esarchi e i Longobardi anche 
le popolazioni di questa contrada aveano proclamata la loro 
libertà; se non che ai tempi di Federico di Svevia inco- 
minciano le Signorie dei tirannelli feudali. È noto come venne 
a formarsi il Ducato Urbinate dei Della Rovere, e come 
gli ingranditi Pontefici ambirono, indi ottennero di incorpo- 
rare nel loro Stato ancor questo Ducato. Fu Papa Urbano 
Vili che ne prese il possesso. 

Qui debbesi aggiungere che la fecondissima pianura in- 
terposta tra i colli Ardizii e l'Adriatico, in altri tempi ingom- 
bra di stagni e di marazzi, venne ridotta dalla mano industre 
dell' uomo, in ridenti campagne in mezzo alle quali siede la 



313 
bella città di Pesaro presso la destra riva della Foglia, non lungi 
alla sua foce. Ai tempi della Romana Repubblica esisteva 
Pisaurum traversato anche allora dalla via Flaminia. Vuoisi 
che nel 566 di Roma fosse ivi dedotta la prima colonia : 
certo è che venuto questo luogo in potere di Cesare, dopo 
il passaggio del Rubicone, godè il nome di Colonia Giulia 
Felice. Mantenne infatti durante l'impero la sua floridezza, 
ma nelle successive incursioni dei Goti fu dato a Pesaro più 
volte il guasto, e Re Vitige distrusse una gran parte dei 
suoi edifizj. Sotto gli auspicj del vittorioso Belisario fu 
provveduto al riparo di così grave disastro : successivamente 
se ne contrastarono il dominio gli Esarchi e i Longobardi 
come città della Pentapoli; ma nelle guerre contro gli Im- 
peratori iconoclasti si die il popolo in accomandigìa ai Pon- 
tefici ; i quali riguardarono Pesaro qual propugnacolo della 
Chiesa. Se non che Papa Clemente IV andava più oltre, in- 
feudandone Giovanni Lo Zoppo figlio di Malatesta da Ver- 
rucchio : si suscitarono allora faziose discordie cittadinesche ; 
le pareti del signorile palazzo servirono di sanguinoso teatro 
alla morte della sventurata Francesca da Rimini. Galeotto 
Malatesta cedeva i suoi diritti alla nipote Costanza Varano, 
che gli portò in dote negli Sforza. Essi sostennero per qual- 
ghe tempo gli ereditarj diritti ; ma nel 4512 il fuocoso Pon- 
tefice Giulio II ne volle la cessione, incorporando bensì indi 
a non molto il Pesarese nel Ducato di Urbino a favore dei 
Della Rovere, dei quali doverono i Pesaresi seguire la 
sorte. Questi sono ricordi storico-topografici di una pro- 
vincia deir Italia centrale, dai quali rilevar potremo per 
induzioni, quali esser potessero i costumi, Y indole, il carat- 
tere delle sue popolazioni: del loro vernacolo formi saggio 
il consueto Dialogo. 



3U 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

BD UN SUO SERVITORE . 



Padrone. Ebbene, Batista, 
bai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città j ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta* 
to a fare il poltrone in un oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non bai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; epoijeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più. tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
PESARESE. 



Patron. Di un pò su 
Butiista, t'ha fat Mi gl'in- 
cumbenz ch'a t'ho dal? 

Servitor. a j assicur, 
strissm, eh' a so stet più 'pun- 
tai eh* a fho potut. Sta mat- 
tina a sei or e un quart ai 
era già p la strada ; a seti' or 
e mezza ai era a mezza 
strada, e a sett or e tre qudrt 
ai entrava in città ; ma pò 
r ha piovut tànt ! 

Patr. Ch'ai tu solit t'se 
stet a fé 7 poltron in t'un 
ostaria pr'asptè eh' lasciàss' 
andè d' piova. E per co n t'ha 
pres l'umbrell? 

Serv. Pr en porta qui' tm- 
picc; e pò jer sera quand 
a f andò a leti en pioveva 
più, s el pioveva el dava 7 
gocc; sta mattina quand am 
so alzàd V era pulit, e quand 
l'è alzàd el sol solament l'è 
tornad arnuvlà. Più tàrd pò 
s' è alzàd un vent quànd mài, 
ma in hc^d' arpulì 7 temp, 
r ha fat' nà grandin eh' la ja 



J 



315 



ha durato mezz' ora, e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che Ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue prò* 
dezze. 

Serv .Nel tempo che pioveva 
mi sono fermato in bottega del 
sarto, ed ho visto con questi 
miei occhi raccomodato il suo 
soprabito con bavero e fodere 
nuove; la sua giubba nuova e i 
pantaloni collestaffe erano finiti 
eia sottoveste stava tagliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio , e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali/ 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in. casa di mio 

]re quando sei andato , 



duràd mezzora, e pò dopo 
un acqua eh' el dversàva. 

Patr. In sta maniei^a 
t'm'vo dà d'intenda cKen fha 
fai squasi gnent d' quel eh' a 
f avev' ordinàt, l* è vera ? 

Serv. Anzi a speraria 
eh' la fossa eontent quand la 
javrà intes tutt' el gir eKai 
ho fat in eittà in du oi\ 

Patr. Sentim V tu bravur, 

Serv. Finintant eh' el pio- 
veva a m so fermàd f la bot- 
tega del sartor, e ai ho visi 
sa st'ioeh el su soprabit ac- 
cotnodàt sai bavre e la fodra 
nova; la su giubba turchina 
e i pantalon sa l' staf i era 
fomit, e Vpanzin e 7 stava 
tajand. 

Patr. Va ben; mo li da 
v' cin i sta el caplàr e 7 cai- 
zolàr, e tu già a scmet ch'en 
ni si andàt. 

Serv. Onora si; el ca- 
plàr l' arpuliva el su cappel 
vecchi e n 'i mancava eh' a 
tomai a orlai El calzolar pò 
r aveva fnit i stivai e i scar- 
poncel gross da caccia e i sca- 
pin da balla. 

Patr. Mo quand t'si sted 
a casa d'mi pedr, eh' t era 



316 



che questo era l'essenziale? 
Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, né sua madre, né suo 
zio, perchéjeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso Runcaja. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perché le portasse a 
chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 



quelch'mamportàvapiù d*iutff 

Serv. Subii ch'Ica lasciàd 
andà d' piova ; ma en n ho 
trovàd né su pedr, né su medr, 
né su zi, perca jer l'àltr j 
andò in campagna e f è ar- 
masi malasù la noU. 

Patr. Mi [radei prò o 
almanc su mx)j la sarà stad' 
in casa, 

Serv. Gìiora no, percò 
aveva fai na scampagnàda vers 
S. Venza, e i aveva portai sa 
lori 7 su fiol e 7 su fioli. 

Patr. Mo anca f àltr % 
era tuli fora ? 

Serv. 'L eoe V er andad 
in campagna sa su pedr; la 
camberiera e i du servitor i 
era sa su cognàda ; e 7 eoe- 
chier chi f aveva dei d*mov'i 
cavai, r era andad vers Run- 
caja, 

Padr. Dune en e era in- 
sciun in casa? 

Serv. £' n ho trovàd eh 7 
moz d stalla, e % ho dai ma 
In tutt le letlr per ciò cK eli 
le porta ma chi gli ha d'ave. 

Patr. E n è poc. E la 
provista per dman ? 



'ò\7 



Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
maggio e del burro. Per ac- 
crescere il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedieròcon un 
tacchino da cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole e triglie, razza, nasello 
e ali uste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuta vederlo ? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr. Echenuoveti badate? 

Serv. Mi ha detto che 



Serv. A l'ai ho fatta: 
per la minestra ai ho pris 
la pasta e pò ai ho compràd 
el formagg e 7 buttir. Per 
via eh' ariesca più V alless ai 
ho pres un pez d' castred. A 
farò 7 fritt sai cervel e i scar- 
dofn. Per l' umid ai ho com- 
pràd un pò d'porc e un ani- 
tra, eh' a la farò sa i cauL 
E già eh' en n'ho trovàd né 
i tord né gnanca le slam o 
na bcaccia, a vdrò d' armedià 
sa un gallinacc, cK alman- 
darem a coda in tei forn. 

Padr. En t' ha pres gnànt 
d'pesc ? 

Serv. Uu, a n ho pres un 
mond, percò eh costava squasi 
gnent. Ai ho compràd Isfpj, 
i roscioj, la raggia, del pesce 
lup e di astic. 

Padr. Va bnon. Ma en 
f avrà potutd veda mal pir- 
rucchier ? 

Serv. Siccome l'ha la bot- 
tega davant a quella delpzicarol 
do ch'ai ho pres el succhr, 
el pep i garofn, la canella e 
la cioculàda; in sta maniera 
ai ho parlàd anca ma lo. 

Vaj>k. E ch'novel t'ha dàt? 

Serv. E l m'ha det eh' l'opra 



318 



r opera in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è 
stato fischiato; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire con la diligenza 
per Firenze. Mi ha detto pure 
che la signora Lucietta ha con- 
gedato il promesso sposo, e ha 
fatto giuramento di non voler- 
lo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli miglio- 
ri; tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, nò vas- 



chi canta ha fati un gran fu- 
ror, ma eh* i a fischiàd el hai, 
che quel sgnor, quel giovin, 
quel eh' e amig su, l* altra sera 
Vha perdut al giog tutte le 
schmess, e cK adess V aspetta 
la diligenza prandà a Sni- 
gaja. El mha raccontàd ancora 
chela sora Lucetta Va ia lasciad 
andà quel che V a j aveva da 
prenda e cKVa la latiràd ungiu- 
rament eh' la nel vo veda piti. 

Padr. 'Lsolit gelosi,,, que- 
sto prò' la i è bella e da rida; 
ma è mej a pensò per noi altr, 

Serv. S'ia seontenta^ama- 
gnarò un mors d' pan, a bovrò 
un V chier d' vin e pò a tom 
subit ma che a sentì cosa eh' la 
vo. 

Padr. Già ch'ai ho presda 
e i ho da scapa, sta prima a 
sentì cosa eh' a voj, e pò t'ma- 
gnarà e t'arposarà quant' t'vo. 

SerV. Ch' el dica pur su 
quel eh' el vo, 

Padr. Pel pranz eh' a i 
ho da fa, t' ha da mani gni 
cosa ma là ( la cambra piti 
bona. Chiappa la tovaja e 
l' salviett più finte ; pr' i piatt 
t' a da sceja quei de pordo- 
luna, e sta attentcKenn amanca 



319 



soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Srry. e quali posate met- 
terò in tavola? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d'avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Sery. Ella sarà servita 
puntualmente. ' 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vecchia! Metti in ordine la ca- 
mera buona, fa'riempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
e federe le più fini, e cuoprilo col 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa'tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



né /' scodell né % schifeit. T'ha 
(T aggiustè la credenza sa * 
frutt, luva, l* noce, V mandai, 
% cmfett e V bocc, 

Serv. Ch' posàd a i ho da 
metta a tavola? 

Padr. T'ha da to i cuc- 
chiàr d' argent e V fardn e i 
cortei sci manig d'avori, en 
t' scorda, de fa eh V bocc e % 
6' chier e i b'chierin % sia quei 
d' cristal arotad, D'intornalla 
taola f ha d'aggiusta le sedj 
le più bon. 

Serv. El sarà servii com'la 
dice. 

Padr. e en te scordassi 
cKsta sera vien mi nonna ve. 
Tel sa quant la i è seccanta 
qulla vecchia! Tha d'agguistà 
la cambra bmia; fa metta 
l foj tei pajacc e fa arbatla 
7 mataraz. Accomodaci kit sai 
lenzoj e le fodrett più finte, e 
f i ha da metta qu Ila cosa 
per le zampan. T ha da empi 
el brocchett e sei cattin t* ha 
da mette un sciugaman gross 
e un fin. Fa tutt com va, ve', 
eh' i avrà la mancia, 

Serv. A di la verità, l ha 
m' ha dei d' fa un mònd d' cos, 
ma a vdrò de fa ogni cosa. 



320 



DIALETTO DELLA REPUBBLICA DI SAN HABINO 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

La Repubblica di S. Marino, quasi impercettibile nella 
bilancia politica, in cui formano peso Y estensione e la forza, 
sottraevasi in ogni tempo, per la sua piccolezza appunto 
alle violenze della usurpazione. Nata con umili ma santi 
auspicii, addiveniva il palladio della libertà nazionale, cuo- 
prendolo coli' egida di uno statuto democratico ; e ciò non- 
dimeno era rispettata per quattordici secoli, mentre Roma 
conquistatrice del mondo, periva dopo il corso di soli sei. Il tor- 
rente devastatore delle rivoluzioni sociali risparmiò sempre le 
rupi del Titano: caddero gli imperi e i reami; la Repubblica di 
S. Marino restò intatta, entro gli angustissimi confini che 
ora verranno additati. 

Nella pendice orientale di quei gioghi del toscano ap- 
pennino, che portano il nome di Alpe della Lunay scaturisce 
la Marecchia che mette foce neirAdriatico al disotto df Ri- 
mini ; e nei monti di Carpegna che fronteggiano il confine 
toscano del Sasso di Simone, nasce la Conca fluente an- 
ch'essa nel mare per un alveo quasi allaltro parallelo. Di mezzo 
a quei due fiumi, e distaccato al tutto dai poggi che lo ricingono 
in emiciclo, elevasi il Titaiw, quasi superbo del nome suo, 
conservatore di un vetustissimo mito, nel quale si ascondono 
preziose tracce del primitivo italico incivilimento. 

Quel vertice montuoso, ed altri tre circonvicini meno 
però elevati, formano colle loro pendici tutta la Repubblica 
di S^ Marino; la quale resta in certa guisa racchiusa fra 
le due Provincie di Forlì e di Pesaro, con una superficie 
di 16 miglia geografiche. In un così piccolo Stato nasce la 
curiosità di conoscere il numero dei suoi abitanti ; ma quel 
Governo non volle mai istituire una regolare anagrafi, per 



324 
CUI quei parrochi tengono avvolti nel mistero i registri dei 
nati e dei morti, sebbene il popolo sappia benissimo che la 
cifra della -popolazione è tra i settemila e i seimila, e più 
vicina al secondo che al primo termine. Si avverta di più 
che in forza di quella necessità che costringe periodicamente 
qualche centinaio di campagnoli a procacciarsi la sussistenza 
nelle circonvicine campagne durante il verno, la popolazione 
si mantiene stazionaria, sebbene sia notabilmente maggiore 
il numero delle morti di quello delle nascite. 

Più lieto e più utile argomento offre il carattere mo- 
rale di questa avventurosa famiglia repubblicana Dai limi- 
trofi non è giustamente apprezzata la sua pubblica felicità, 
gli stranieri poi conoscono appena di nome S. Marino: certo 
è però che se i suoi abitanti non godono i grandi piaceri 
cittadineschi, nemmeno sono tormentati dalle tristissime con- 
seguenze del fasto vanitoso, dell'ambizione e del lusso, e 
godono di una quiete invidiabile. La moralità dei costumi 
è perciò in questa Repubblica più che altrove rispettata: 
rarissimi sono ivi i delitti ; quelle pacifiche famiglie non sono 
disturbale dal sospetto di latrocinìi e di furti. Il gentil sesso 
della classe agiata mostrasi all'uopo in addobbo elegante, 
ma per tornare ben tosto ad usar vesti di somma semplicità. 
La saggezza degli ordinamenti governativi rese i Sanma- 
rinesi generalmente inclinevoli al bene oprare, ne addolcì 
l'indole, gli rese cortesi, leali, sobrii, religiosi senza su- 
perstizione, passionatamente ospitali. In mezzo a sì nobili 
virtù trasparisce qualche volta la fierezza di animo repub- 
blicano, nel risentimento provocato da un qualche forestiero 
rifugiato, che conculchi i doveri dell'ospitalità facilmente 
ottenuta ; tanto più che tra le passioni- ad ogni uomo co- 
muni predomina la collera, la quale però quasi mai arma 
la mano del Sanmarinese che voglia disfogare il suo sdegno: 
quell'ira suol esser brevissima, rapidamente succedendole 

21 



322 
la consueta calma. Vorrei coronare quest' articolo colla di- 
mostrazione del prodigio che in questa Repubblica non al- 
lignò giammai il mal germe della demagogia, ma questo 
delicatissimo punto storico converrebbe dilucidarlo con lunghe 
investigazioni estranee allo scopo. Del DialettOj molto con- 
forme al Romagnolo, ma con preferenza più gutturale, darà 
saggio il consueto seguente Dialogo. 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SUO SERVITORE. 



Padrone. Ebbene, Batista, 
bai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città j ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta* 
to a fare il poltrone in uci oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; epoi jeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo : stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



TRADUZIONE 

NEL. DIALETTO 
DI SAN MARINO. 

Padrone. E csé Batesla et 
fatt iutt quel e a tho delt. 

Servidore. Sgnor, lus ac- 
certa pu ca no lascied njent 
indrì per quant a jo podud. 
Sta matteria a sei or e un 
quért a jera già per strada, 
al seti e mezz a n aveva fatt 
la mila, e agitoti e tre quért 
aj entréva atla città, mapù e 
piuveva tant fort ! 

Padr. Che sgond e solita 
{ saré stéd a birbaccion a 
tlostaria per sté d^ asptand 
cun piuvess più. E perchè 
Vnè tolt lumbréla? 

Serv. Per no porte crin- 
trigh; e più irsera quand 
andid a lett un piuveva più, 
se piuveva V era una cosa 
d' gnint ; e sta maténa quand 
am so alzed su l* era un beli 
temp, ma a si' alzé de sol u 
se arnuvléd. Dop Va did su 
un gran vent, ma invec d'man- 
de vi % nuvl, r è vnud una 
gran tempesta e la ja duréd 



324 



ha durato mezz' ora, e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che Ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto peir città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

SERv.Neltempoche pioveva 
mi sono fermato in bottega del 
sarto, ed -ho visto con questi 
miei occhi raccomodato il suo 
soprabito con bavero e fodere 
nuove; la sua giubba nuova e i 
pantalonicoUestaffe erano finiti 
eia sottovestesta va tagliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da eaccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 
padre quando sei andato, 



mezz ora, epu Va fati d'iac- 
qua e' la vniva giù a sisecch\ 

Padr. In st' mod lem vò 
de ad intenda eh' tnè fattgnint 
d' quell ca t'aveva cmandéd; 
une vera? 

Serv. Enzi a jo fede da 
sarà cuntent ; quand la co- 
noscrà ch'in do or a jo giréd 
tutt la città. 

Padr. Sentimma /' tu hra- 
vuri. 

Serv. Quand' e' piuveva 
am so tratnud da e sartor, e 
ajò vdud acomdéd e su pachess 
con la fodra e e bavr nov ; 
la su giubba turchina, e i 
calzon a sii staffi j era finid, 
e e curpett ul tajéva alora. 

Padr. Questa la va ben 
Ma poc d' limién u jera ènea 
e caplér, e e calzulér, e da 
lor /' uni se andéd ? 

Serv. Sì signoi* : E ca- 
plér r arpuliva e su capcll 
vecchj, e uni restava che d'fé 
r urei a me capell nov, E 
calzulér l' aveva fnid i stivil 
i scarpon- da caccia, e i scar- 
più da balle. 

Padr. Ma at chésa de mi 
bah, quand i set stéd, che 



325 



che qqesto era l'essenziale? 
Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, né sua Quadre, né suo 
zio, perchèjeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua nìoglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv.. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso Setravalle. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perché le portasse a 
chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 



guest l'era e più ? 

Serv. Qiiand l'a fnid 
d* pkva Ma u njera né e su 
bah, né la su marna, né e su 
zìi, perchè pass jir f andò in 
campagna, e i stid ènea a 
dormì, 

Padr. E' mi fradel pevò, 
e la su dona i sarà stéd ai 
chésa. 

Serv. Non signor, perchè 
f aveva fati una corrida a 
cavali a Mongiardén ej aveva 
mnéd dri e burdel sai burdeli. 

Padr. Ma i servitùr fera 
luti fora d' chésa ? 

Serv. E cogh l'era andéd 
fora in campagna a te su bab, 
la serva e i du servitùr fera 
a sia sii cognéda, e e cochiér 
eh' r aveva avud ordin d'ta- 
che i cavali per mnéj a spass, 
V andéva a se legn vers Ser- 
ravall. 

Padr. Donca at chésa un 
jera più nissun ? 

Serv. An jo truved che 
e stallir e am lu a jo con- 
sgnéd iutt lì lettr perchè ul 
dass am chi gì' aveva d'ave, 

Padr. A csè un jé mèi 
Ma la spesa per dmén ? 



326 



Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
màggio e del burro. Per ac- 
crescere il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedierò con un 
tacchino da cuocersi in forno. 

Pa0R. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole e triglie, razza,. nasello 
e ali uste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr. Echenuoveti badate? 
Serv. Mi ha detto che 



Serv. A la jò fata. Per 
la minestra a jò pres el pasti, 
e intént a jò compréd de fur- 
majy e de butir. "Per fé la 
giunta am l'aless dia vitela 
am so fatt de un pezz d' ca- 
stréd. E frit al farò d^cei^el, 
d* curadela, e d scarciofl. Per 
e stuféd a jò compred de ba- 
ghìn, e un endra da fas a si 
chévl. E n avend potud truvé 
né tord, né slérni, e né bec- 
caci aj armidierò sa v.na ga- 
linaccia, e ala cusgrò a te forn. 

Padr. E e' pese te n tè 
cumpréd? 

Serv. Enzi a nho cum- 
préd un bel póc, perché l' era 
a bon merchéd : a j ho toh 
l' sfoji r trij, la ragia, de 
merluz, e di barbun. 

Padr. A csé la va buon. 
Ma e barbir ten Vavré vdud? 

Serv. Enzi siccom V ha 
la buttega tachéda am quella 
dov US vend el spezj e dov 
aj Ito cumpréd e zucre, e pe- 
vre, la canela, e i garofne, e 
la ciuvlada, e csé aj ho di- 
scors anch sa lu. 

PADR.CAe novi t' hai modéd? 

Serv. U m'ha ditt,cK l'opra 



327 



Y Opera in musica ha fatto 
furore , ma che il ballo è 
stato fischiato; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire con la diligenza 
per Firenze. Mi ha detto pure 
che la signora Lucietta ha con- 
gedato il promesso sposo, e ha 
fatto giuramento di non voler- 
lo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino^ 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli miglio- 
ri; tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né «codelle, né vas- 



in musica la ja piasgiud molt 
ben, ma che e bai i l* ha fi- 
schiéd : che che giovnott su 
amigh V ha perdud a e giogh 
tuli* el scomessi, e che adess 
V aspetéva la posta per un- 
désne a Rimne, Urna diti 
ancora eh' la sgnora Lucia la 
ja ded licenza a mVinnamu- 
red cu l aveva da spùsè, e 
eh' la a giuréd d* no vlel più 
a m li schérpi. 

Padr. La sarà gelosa. . . 
Ve una una cosa da rida ! 
ma discoremma de fati nost. 

Serv. S*Ja s' cùnienia a 
magn un pezz d* pén, e a 
begh un bicchjìr d' vén e pu 
a sarò subt da li. 

Padr. Siccom a j ho.pre- 
scia d' scapé da chésa, seni 
prima quel eh' a voj, e dop 
( magnare, e (dumiirè guani 
t' vo. 

Serv. La cmandapu. 

Padr. Per e pranz ca em 
da fé manissi gni cosa a tla 
séla piii bela Tè da io la 
Ivaja, e % fvajol più bon ; di 
piati cappa quei drnajolga, e 
fa cui sia l' soudeli, e i schi- 
feti. Prepara a slq, credenza 



328 



soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Skrv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vecchia! Metti in ordine la ca- 
mera buona, faViempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
efedere le più fini, e cuoprilpcol 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa'tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



i fruii f V uva, el nusgi, già- 
mandaliy i cunfett, e i boci de 
ven. 

Serv. Che posadi oj da 
filetta a sia tévla? 

. Padr. To i cucchjer dar- 
geni, e V furcèni^ e % eurtell a 
se mandgh d' avarie, e ar- 
coì*dt, che V boci, i bicchijry e 
i bicchijren i sia d'cristall ar- 
rodéd. Metfpu intond a la 
tévla el sedi] più boni. 

Serv. A farai tuli com l'ha 
ma ditt. 

Padr. Arcordt che stasera 
e ven la mi mona. T sé qrnni 
la jè nujosa da vechia, Ac- 
comda ben la sténza bona. 
Fa rimpì e'pajacc, e fa ar- 
batta i matarasz, Mett a se 
leti % lenzol, e V fudretti più 
féni, e covrell a sii tendi. Mei- 
t' l'acqua atlurdóla, e sovra 
e cadèn stendie un sciugamén 
ordinarie, e un di fèn. Fa 
ben ben gnì cosa, e t' avrò la 
méncia. 

Serv. Per dila com, la sta, 
la m'ha cmandéd dli gran 
cosi. Ma al farò tutti. 



III. 

PRINCIPALI DIALETTI 

DELL' ITALIA MERIDIONALE 

CON 

ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 



Col perlustrare le contrade dell' alta Italia e della cen- 
trale, giunsi finalmente sulle rive del Garigliano ; di quel 
fiume povero di acque, ma non di celebrità, •che nei tra- 
scorai tèmpi col nome di Livi formò confine tra i popoli 
del Lazip e i voluttuosi abitatori della Campania felice. Nella 
quale non senza grande emozione io posi il piede ; riscosso 
dapprima dai famigerati ricordi storici che si affollavano 
alla mente ; compreso poi di meraviglia per la moltiplicità 
dei maestosi avanzi della romana grandezza ; e dopo quelle 
prime sorprese inebriato dalle delizie che natura prodigar 
volle a quel suolo beato. 

Nelle Provincie infatti che imprendo ad illustrare, la 
natura dispiega tutta la potenza delle sue seduzioni e dei 
suoi terrori; si che prodigioso- è da riguardarsi l'ardimento 
degli abitanti di restare impavidi iti mezzo alle rume, per 
mantenersi il possesso d' un suolo che sembra incantato. Ivi 
intanto fu collocato W mitico palagio di Circe dalla fantasia 



330 
degli antichi poeti ; poscia gli Ausodii ed i Siculi, erranti 
su quelle ripe, vennero a costituire con gli Esperidi r£notro- 
Italico consorzio, che gli adescò a fermare il don)icilio in 
mezzo a campi, resi ridenti dalla umana industria di messi 
sative e di vigne. A quei remoti ietùpì sembra che risalga 
la portentosa alternativa delle eruzioni vulcaniche e delle* 
invasioni : gli Etruschi, i Sanniti, gli Elioni e i prepotenti 
Romsrni ; indi barbari sciami di conquistatori Longobardi, 
Normanni. Svevi, Provenzali, Spagnoli : tutte quelle orde 
straniere scortate fino alle falde del Vesuvio dal solo diritto 
del più forte, vennero a familiarizzarsi con le razze primi- 
mitive, addivenute ormai nazionali, e per la benignità del 
clima ospitaliere e pacifiche. 

Ma quell'energica rotazione del mondo materiale e del 
civile quanti germi non contiene di fisiche dottrine e di po- 
litici assiomi ? A tutti non è dato di poter calcare con franco 
pie la classica terra, che resero sacra gli albori dell* Italico 
incivilimento; che dal genio di Pittagora ricevè i primi 
dogmi filosofici ; che addivenuta più tardi la privilegiata 
contrada delle grandi inspirazioni, presentò con singolare 
fenonoeno la coesistenza degli assiomi numerici e della sot< 
tigliezza scolastica, dello spiritualismo filosofico e della 
Scuola di Salerno, del Diritto Romano e delle antiche leggi 
feudali. Tuttociò avveniva per opra dei fervidi ingegni, i quali 
neir Italia meridionale in ogni età ebbero la cuna ; prova 
ne sia che nel decorso secolo ivi apparve il fondatore della 
metafisica della storia Giovan Battista Vico, cui tenne dietro 
l'eruditissimo Minervino ; i quali per aver tentato spezzare 
i ceppi della servilità scolastica e levare il velo in che 
tenevasi adombrata la verità storica, per. mostrare irradiata 
di sì bella luce la loro Scienza Nuova, si suscitarono contro 
la rabbia ferina del pedantismo ; tanto che fino ai dì nostri 
i biografi meno avversi alla sana critica gli accusarono di 



334 

intemperanza nello abusare dell' ingegno, anziché .far plauso 
ai loip sublimi concetti. 

Abitanti. — ì pochi cenni storici di sopra registrati 
dimostrano Y importanza delle seguenti investigazioni sul 
carattere fìsico-moralQ degli abitanti di questi paesi nie- 
ridionali di Italia. È noto per la storia, che questa estrema 
parte della bella Penisola andò di buon ora soggetta a fre- 
quenti invasioni, più volte rinnuovate da popolazioni di razze 
diverse, di alcune delle quali restano tuttora, impronte ca- 
ratteristiche. A ciò si aggiunga, che se il cielo delle napo- 
litano Provincie è da per tutto ridente, variabilissimo però 
ne è il clima, per influsso di fisiche specialità locali. E ove 
è chi ignori la valida possanza delle condizioni atmosferiche 
sul temperaménto fisico-morale dell* uomo? Certo è, che in 
forza di naturali cagioni si incontrano fisionomie, inclinazioni, 
abitudini svariatissime negli abitanti delle principali vallate, 
poste a levante ed a ponente della catena dell'Appenino. 

E incominciando dagli Abruzzi giovi il ricordare, che 
neir Ulteriore o di Teramo abitarono nei prischi tempi Siculi 
ed Osci, cacciati poi dagli Umbri; che Y Ulteriore o Chietino 
fu occupato da' Sabini e-^Peligni, e che il Citerioi^e appar- 
tenne a' Marrucini e Frentani di stirpe sannitica. É noto 
che quelle popolazioni furono animate da spirito marziale, 
chele rese formidabili, perchè le loro soldatesche erano formate 
di uomini robustissimi , laboriósi, frugali, e non avversi ad 
ordinata disciplina. Quel carattere originario non restò al 
tutto estinto, comecché l'Abruzzo abbia dovuto subire in 
diversi tempi i più gravi sconvolgimenti politici. Il clima e 
le altre ragioni fisiche, non soggette al predominio della forza 
umana, conservarono ai moderni Abruzzesi robustezza di 
membra, statura elevata più che in ogni altra parte deHe 
Provincie, venusta regolarità nei tratti del volto. Oltredichè 
si perpetuò tra essi Y amore alla fatica, perseveranza nel 



332 

sopportarla, ingegno pronto e sagace. I montanari degli 
Abruzzi, non diffidenti né dissimulati, accolgono lo straniero 
con lieta cortesia. Se taluno lordasi di qualche misfatto, ciò 
accade quasi costantemente in vicinanza delle provincie dello 
stato pontifìcio, ed in passato per cause funestissime della 
linea doganale, provocatrice in tutta Italia di continui delitti: 
ora poi che formarono iniquissima lega l'usurpazione e la 
tirannide, armando il brigantaggio, per tenere travagliate 
dal disordine le abruzzesi provincie, è molto facile che re- 
stino talvolta confusi con quei facinorosi i buoni e pacifici abi- 
tanti di quei paesi. Aggiungerò intanto che le donne delle cam- 
pagne abruzzesi, indurite alle fatiche come le antiche Sabine 
dalle quali derivano,conservano pur nondimeno venuste forme, 
e quel che è più, le abitudini di luoghi alpestri; sostengono 
infatti con virile assennatezza le cure domestiche' nei mesi di 
autunno e di inverno, duranti i quali i robusti mariti ed i 
giovani scendono colle mandre nelle pianure della Puglia. ^ 
Nel territorio di Molise abitarono Frenlani e Sanniti, 
eccellenti agricoltori e perciò molto ricchi ; audaci in guerra 
più che coraggiosi; difenseri acerrimi della loro libertà, per 
conservar la quale addivennero talvolta fraudolenti e furi- 
bondi sino alla crudeltà nelle vendette contro i loro ne- 
mici. La moderna popolazione di questa contrada è di 
ordinario di media statura, ma non senza robustezza di corpo. 
Le montanine e le campagnole alternano coi loro congiunti 
le cure della pastorizia e le lavorazioni del terreno : se non 
che merita speciale avvertenza una costumanza di vene- 
randa giustizia conservata in quel Con(a(io, specialmente 
lungo le pendici del Matese, ove le femmine partecipano 
alle divisioni patrimoniali come i masòhi, sostenendo al 
paro di essi il peso delle fatiche; e ciò in forza di 
vetustissimo statuto manifestamente fondato sopra legge di 
natura. La classe agiata è affabile e non incolta: il popolo 



333 
minutò delle terre primarie ama il vino soverchiamente, ma 
prova vergogna se si trovi costretto a mendicare: gli arti- 
giani delle campagne sono rozzi, ma di buona fede e di non 
comune cordialità. L'immondezza rimproverata agli antichi 
Sanniti più non trovasi che nella valle di Bojano, e nelle 
sue adiacenze, tra Sepino ed Isernio: ivi è molta rozzezza 
degli abitanti, condannati a cattivo nutrimento, resi luridi 
da cenciose e sordide vesti ; basti il dire che i loro calzari 
consistono in sacchetti di pelle di asino non concia, legati 
sopra i malleoli con cordicelle. 

La Puglia, già occupata da Dauni e Peucezii dalle adia- 
cenze del Gargano fin presso Brindisi ; la Basilicata, che 
diede ricovero ai Lucani derivanti dai Sanniti ; del pari che 
la moderna Valabria bagnata dal Tirreno e che fu invasa 
dai Bruzii pertinenti anch' essi a colonie Sannitiche, ebbero 
in quegli invasori uomini prodi nell'armi, operosi in tempo 
di pace, e arricchiti dall' industria, ma spesso travagliati 
dalle corse ostili di avidi invasori. Quelle popolazioni poi 
che si distesero lungo le spiagge del mare Ionio, come pro- 
venienti dalla Grecia, seco apportarono i pregi di quella ce- 
lebre nazione, ma ben anche i suoi vizj ; nei quali immer- 
gendosi sozzamente alcune di quelle razze Elleniche, e in 
special modo la Sibaritica, offersero materia al proverbiare 
umiliante della tarda posterità! L'attuale popolazione della 
Puglia, di Basilicata, delle Calabrie conserva più o meno il 
carattere fisico-morale dei vetusti suoi progenitori. Hanno 
i maschi media statura, robusta complessione, colorito oli- 
vastro : il campagnolo è laborioso e temperante, non manca 
d'ingegno e non si rifiuta all'ospitalità, ma è irascibile e 
molto geloso : la bassa gente è rustica assai e sozza di 
vesti come di costumi. Quella classe sventurata se resti op- 
pressa soverchiamente dalla, miseria, oppure 'si abbandoni 
ai trasporti della- rissa e della gelosia o agli abusi del vino, 



334 

cade facilmente nelle vie del delitto, mostrandosi poi ben 
poco propensa ad abbandonarle. Nelle famiglie dei possidenti, 
ancorché discretamente agiati sarebbero comuni i nobili in- 
gegni, siccome ancora nrel popolo minuto ; ma la mancanza 
d' istruzione rende spesso inutile quel prezioso dono di na- 
tura : se sotto il benigno cielo di quelle fertili e ridenti con- 
trade più non si trovano Sibariti rotti nelle libidini, molti 
padri di famiglia però vegetano in oziosa ignavia senza 
darsi la menoma cura delV educazione dei figli e nemmeno 
del miglioramento di loro fortuna. In qualche parte si con- 
servò l'odioso germe della a\ala fede greca apportatavi da- 
gli invasori : altrove produce tuttora funesti frutti V altra non 
meno pestifera semenza sparsavi dai conquistatori oltramon- 
tani, di odii cioè mantenuti eterni tra le famiglie; perchè 
trasfusi nei figli e nei nipoti. 

Risalendo verso le due provincie del Principato, si ri- 
trovano i successori degli antichi Sanniti, degli Irpini, dei Pi- 
centini e dei Lucani, razze valorose, forti, rese irrequiete da 
vigoria di temperamento. Gli abitatori della Valle del Sele 
e di tutte quelle adiacenze componenti il Principato Citeriore, 
hanno svelta statura e membra robuste. I tnodi di vivere 
dei possidenti e delle persone civilmente educate sono assai 
decenti e ingentiliti dair affabilità. Il contadino in qualche 
sito è industrioso, e vince col lavoro la sterilità stessa del 
terreno : altrove mostrasi avverso ali* agricoltura, solamente 
intento a maneggiare la ronca ed a guidare gli armenti, 
specialmente nelle pianure di Campagna e di Eboli ; ivi 
perciò la classe dei campagnoli è rozza e meschina. In ge- 
nerale gli abitanti di questa provincia sono sagaci di mente, 
ospitali, sensibili alle^ cfffese di onore, soverchiamente pronti 
air ira ; e ciò nel popolo minuto rende frei^uenti le risse, 
le vendette, i misfatti. La salubrità del clima contribuisce 
energicamente a mantenere robusta e vivace la razza degli 



335 
abitanti del Principato Ulteriore : ivi nella classe colta è inòlto 
brio, aCTabìIità, propensione all' amicizia e sincera ospitalità. 
II popolo si lascia trasportare dall' ira e dalle vendette, 
specialmente ove l' ozio, 'il giuoco ed il vino lo distolgono 
dal menare vita operosa. In generale questa popolazione è 
assai più attiva, pia disposta a sostener, le fatiche ed al- 
l' esercizio delle arti, che quelle della limitrofa Campania 
.0 Terra di Lavoro. 

Sulle pendici dalle quali discendono nel Tirreno il Ga- 
rigliano e il Volturno, e nelle coste marittime chiuse Ira il 
Lago di Fondi ed il Capo della Campanella, abitarono nei 
prischi tempi quegli Ausònii ed Osci che produssero le più 
valorose tra le tante razze italiche della Penisola. Ma in un 
paese ove le beate delizie dei Campi Elisi facevano ardi* 
tamente disprezzare le concitazioni devastatrici dei Campi 
Flegrei, fermarono avidamente il domicilio varie orde d' in- 
vasori, i quali promiscuando poi le razze una ne vennero 
a produrre di caratteristiche ben distinte. L' aere purissimo 
che respirasi* ovunque non insta^nano marazzi ; la dolce be- 
nignità di un cielo oltremodo ridente, l'energica potenza 
della natura nel ricuoprire di preziosi frutti un terreno ca» 
lido e feracissimo ; la vista perpetua di poggi, pianure e 
colline di breve tratto e tutte ridentissime ; gli stessi fuo- 
chi vulcanici, sono altrettante cause di potentissima influenza 
sull'indole fisico-morale degli abitatori àeW^ Campania Fe- 
lice. Animati da briosa vivacità, forniti di ingegno svegliato 
e fervidissimo, costituirebbero tal nobile e gloriosa fairiiglia, 
da primeggiare sopra ogn' altra d' Italia, se l' istruzione resa 
- .veramente pubblica e popolare, togliesse la minuta parte 
degli abitanti delle città e delle terre più popolose dal- 
l' oziare nelìa ignavia, se adescasse il contadino a maggiore 
attività col frutto di metodi migliorati, se stimolasse l'ar- 
tigiano ad utili raffinamenti con ben dirette applicazioni 



336 

seientifiche, se svegliasse insomma dal sonno* gli agiati pos- 
sìden,ti di così ricca e deliziosa provincia ! 

Di speciale importanza riusciranno al certo le notizie 
che ora darò sul carattere fisico-morale degli abitanti di 
Nnpolii proponendomi di esporre la verità con tutto il can- 
dore e senza occultarla sotto il velame di un soverchio 
amor patrio. Molto si è scritto (Jagli storiografi, o a .dir 
meglio dai viaggiatori stranieri, sull'indole del popolo napo- 
litano; pochissimi si son mostrati disappassionati nel giudi- 
carne, perchè con indiscreta leggerezza quasi tutti hanno ri- 
petuto ciò che ne scrissero nel decorso secolo il Montesquieu, 
Lalande e il Dupaty, senza tener conto dei cambiamenti 
notabilissimi accaduti in forza delle concitazioni politiche di 
questi ultimi tempi. È innegabile che la molta dolcezza del 
clima, la prodigiosa feracità del suolo, i copiosi prodotti 
trasportati su^le navi, quelli che il mare depone sulla stessa 
spiaggia urbana, rendono il popolo della vasta capitale ne- 
ghittosOj proclive all'ozio, indi poco costumato: L'aere più 
caldo che tepido facea si che la plebaglia andasse in pas- 
sato seminuda; e contenta di dormire all'aria aperta, si cer- 
casse al più un asilo sotto logge o in qualche vestibolo nelle 
notti. invernali : ed è altresì vero, che pon pensando mai al- 
l' indomane, Idvorava il plebeo quanto bastar potesse a non 
morire per fame, ma col volger degli anni le costumanze 
cambiarono ; lo proveremo. 

Gli umani' disordini hanno tutti una causa, e per legge 
eterna della natura ognuno di essi ha un appropriato ri- 
medio: lo apprestarlo opportunamente è sacr-o e principal 
dovere dei dominanti. 1 vizj popolari sono piaghe sociali 
prodotte da cattive leggi, da pravi ordinamenti governativi, 
da superbia e perfidia di dispotismo : se chi si succede nel- 
l'esercizio del supremo potere lascia quelle piaghe' senza 
cura, si espone a obbrobriosa condanna umana e divina. 



J 



337 

Ciò premesso, additeremo a qual classe di popolo diasi in 
Napoli il nome di Lazzari o Laszarotii. 

Fra le tante sciagure che oppressero 'il reame di Na- 
poli nel dominio Spagnolo, primeggiò quella dei Viceré: nei 
successivi cenni storici dimostrerò quanto danno arrecassero 
alla civiltà Italiana di questa meridionale contrada, introdu* 
CQndo quei Grandi, boria, alterezza, fasto rovinoso, prodiga- 
lità sostenuta con ruberie fiscali, ed ignoranza profonda. In 
quel regime funestissimo che oppresse il regno napolitano 
dai tempi del fatale Carlo V fino alla prima metà del de- 
corso secolo, la capitale si riempì di servitù domestica, di 
oziosi venturieri, di gentaglia che vivea" con mezzi delit- 
tuosi. Ben presto quella pessima lega^di basso popolo 
cadde nell'estrema miseria ; e perchè vennero a mancare 
anche i mezzi a quei meschini di ben cuoprire la nudità, 
i fastosi dominatori stranieri ebbero la inverecondia di di- 
leggiarli coi nomi di Lazzari o seminudi, detti poi anche 
Lazzaróni per l'obesità non rara in chi cibasi quasi del 
continuo di sola pasta bollita. Prendeva quindi il nome di 
Lazzaro, chi per brama d'oziare davasi. a vita quasi di 
bruto ; perdeva quel nome umiliante, toslochè si fosse de- 
dicato all'esercizio di un qualche mestiere. In tal guisa venne 
a formarsi una classe plebea tanto numerosa, che il Mon- 
tesquieu fece ascenderla ai 60,000, ed il Lalande ai 40,000, 
stando probabilmente alle relazioni ricevute, ma che non 
fu al certo meno numerosa di 30,000 ; comecché il censo 
non pervenisse mai a sommarla pel suo modo vagante di 
vivere. Quei miserabili erano audaci, del continuo intenti 
al rubacchiare, proclivi ai tumulti. I Viceré, per aumen- 
tare le vergogne degli Italiani, davano ai Lazzari il deco- 
roso nome di popolo, tolleravano che annualmente si eleg- 
gessero un capo ad alte grida, davano accesso nella reggia 
ai Deputati loro se apportavano lagnanze. Frattanto vale- 



i. 



338 
vansi air uopo astutamente di quella plebaglia, per sostenere 
r autorità del comando nei frequentissimi malcontenti della 
classe superiore/ non senza esporsi a pagare aspramente il 
fio di quella loro imprudenza, siccome accadde nella ribel- 
lione del Capo-Lazzaro Aniello. Cessato il viceregno, non 
ebbero i Borboni né il tempo, né la ferma volontà di pur- 
gar Napoli da quella feccia, ricuperandone i componenti cpn 
impiegarli in arti e in mestieri. Furono i due Re di fran- 
cese dinastia che diedero V impulso a così utile riforma : il 
Governo del Sovrano ora regnante coronerà in breve sì 
bell'opra, continuando ad agire con validi mezzi per dimi- 
nuire sempre più la turba dei Lazzari; sì che ne resti di- 
menticato anche il nome. Nel 1828, quando il Valéry visitò 
Napoli, ebbe a confessare che i Lazzaroni avean cambiato 
sostanzialmente di costumanze : trovò attivi e affaccendati 
quelli del Porto principalmente ; non più seminudi, ma con 
camicia e calzoni di tela, e nell' inverno con giacchetta a 
cappuccio; non più viventi all'aria aperta, ma locatarii e 
parrocchiani. 

Lady Morgan ad onta del suo eterno cinismo fu costretta 
a prestar fede a chi si die il pensiero ài avvertirla : essere 
assai malfondato il rimprovero di insuperabile pigrizia della 
napolitana plebaglia ; avere essa invece la miglior disposi- 
zione al lavoro, eseguendolo con pazienza ed industria ; 
doversi riguardare più presto come calamità pubblica la 
soverchia sproporzione tra la numerosissima plebe e i la- 
vori in cui impiegarla. Nel 1844, anno in cui io raccoglieva 
questi cenni, raramente incontrai per Napoli un qualche 
Lazzaro, né più mi comparve esagerato 1' asserto del Ba- 
rone Mengin-Fondragon, che sino dal 1830 considerò quella 
classe come al tutto estinta. Ne occorse tìi tratto in tratto 
di imbattermi nei meno frequentati luoghi urbani in cen- 
ciosi questuanti, perchè in tutte le città popolose giammai 



339 
scarseggia il numero dei miserabili, ma restai altresì col 
pilo dal modo dignitoso e non Insistente, con cui viene da 
quei tapini sollecitata Taltrui carità, e della pronta e quasi 
vergognosa rassegnazirfne ai rifiuti del passeggiero. Ciò mi 
stimolava al confronto dei pezzenti per ozio nell'Italia cen- 
trale, che con pretensione audacemente sostenuta eccitano 
allo sdegno anziché alla commiserazione, e forniscono. giusto 
argomento allo straniero di proverbiare sulle male costu- 
manze del popolo Italiano. Di una delle quali mi spìace di 
non poter purgare 1a plebaglia di Napoli per la sua scaltrezza 
nei furti, ogniqualvolta le ne si porge l'occasione: spiace 
ancor di più che il popolo artigianesco si soffermi ad os- 
servare quei delittuosi colpi di mano e ne rida, quasi traen- 
done diletto ; indizio non equivoco di poca costumatezza. 
Ma se i Lazzari disparvero cesseranno ancora le male arti 
dei ladroncelli, sempre che la vigilante fermezza governa- 
tiva sia sollecita nel sorprenderli e punirli, tanto più che 
in Napoli, in passato almeno, i furti violenti erano rari, ra- 
rissimi gli assassinii. E questo derivava manifestamente dal 
rispetto del popolo per le autorità : serva d' esempio la fa- 
cilità con cui tenevasi in freno la stirpe da per tutto per- 
versa dei vetturini, resa altrove intollerabile, mentre che 
in Napoli ove affluiscono i forestieri, potevano questi farsi 
render conto facilmente di qualunque frode, per la prontezza 
della Polizia nel punire quella razza malnata, ai di cui cla- 
mori non veniva quasi mai dato ascolto. Ma già raro era 
il ca^, nel tempo da me di sopra indicato, di dover ricor- 
rere a mezzi di riprensione legale, poiché se un vetturino 
si fosse attentato ad ingannare nelle tariffe, e se nel dargli 
la giusta ricompensa il forestiere lo avesse minacciato, ei 
tosto ricorreva alle scuse umilianti, e lo disarmava colla 
graziosa dichiarazione : perdono Accellenza, aggio pazzeato. 
Ma dei Lazzari e della plebaglia fu detto abbastanza; 



340 
ne gode ora sommamente l'animo di poter sostenere con 
validi fondamenti, che in tutte le classi agiate di Napoli 
scorgesi una distanza immensa tra esse e il basso popolo 
di cui parlammo. Vivacità e finezza di spirito, rapidità nelle 
percezioni, pronta intelligenza, elevazione d'animo; sono ca- 
ratteristiche quasi comuni delle persone colte d'ogni ceto, 
non escluso quello degli ecclesiastici. Se in ogni angolo 
d'Italia si trova un qualche bello ingegno, in Napoli sono 
comunissimi. Si è proverbiato assai dagli stranieri sulla gran 
turba dei Principi, Duchi, Marchesi, Conti, delle Eccellenze 
insomma disseminate in tutta Napoli, ma si è occultato che 
col fuco di quei vanitosi titoli, si tentò nel male augurato 
e perfido periodo del Viceregno di offuscare la classe nobile 
per meglio dispogliarla ; e si tacque che ad onta dei tanti 
sconvolgimenti politici, dai quali fu travagliata queir antica 
capitale dal principio del secolo corrente fino a pochi anni 
addietro, l'educazione istruttiva della gioventù di classe no- 
bile giammai fu trascurata, e che dai Grandi del pari che 
dal comune delle famiglie agiate amasi passionata mente il 
decoro nazionale Italiano. 

Gli stranieri che nelle loro rapide corse per la Peni- 
sola, vollero pubblicare gli appunti di taccuino dettati loro 
dai così detti ciceroni e dai camerieri, ripeterono parole di 
meraviglia sull* alto schiamazzare dei Napolitani e sulle loro 
superstizioni religiose. È innegabile la costumanza quasi co- 
mune di elevare la voce nel discorso, debbesi però attri- 
buirla allo strepito prodotto in ogni via dal movimenta quasi 
continuo delle innumerevoli vetture, poiché per superarlo 
contrasse il popolo V abitudine di dialogizzare a voce alta 
assai. Quanto alla superstizione religiosa rammenterò , che 
da Carlo V fino al Pontefice Benedetto XIV, -giammai per- 
mise il popolo lo stabilimento in Napoli della Inquisizione 
o Santo Uffizio; che mentre i napolitani consiglieri ^di Go* 



341 

verno degli stessi Viceré si guardarono dal contrariare la 
plebe in certe sue divote credenze, sostennero però e con 
fermezza lunghe contese, perchè non restasse confusa la 
Giurisdizione regia coir ecclesiastica ; che nelle chiese infine 
è più da meravigliarsi delle distrazioni e delle maniere 
agiate con cui si -assiste in Napoli ai sacri riti, che di 
un raccoglimento indicante esaltazione in tante altre contrade 
non rara. 

Così potessi io purgare la Napolitana popolazione dalla 
taccia, pur troppo meritata, del ridevole pregiudizio delle 
jettaiure: quel solenne errore vestito di voce napolitana pro- 
dusse r infausto frutto di stolte credenze sì nella capitale 
come nelle próvincie. Le condizioni naturali e tutte poetiche 
di un suolo incantato, siccome suggerirono agli antichi i 
miti delle Sirene e di Circe, e come fecero ragionare di fa- 
scino i pastori di Virgilio, riscaldarono più tardi le fantasie 
popolari per dar corpo ad un'ombra, e quel che è peggio 
aberrarono dietro quel fantasma anco alcuni uomini colti ed 
istruiti. Si fantasticò sopra un'atmosfera di vapori vegeto- 
animali di ogni macchina umana, che rinnuovasi del continuo 
dal fervore della vita e che influisce sull'esistenza altrui; 
se ne fecero varie applicazioni alle simpatie ed antipatie 
morali ; si meditò sulla possibilità di impressioni fisiche 
provenienti da una riunione di lieta gioventù, nella guisa, 
stessa che da una infermeria di ammalati infetti da conta- 
gio ; si finì per sostenere che in società si incontrano in- 
dividui di tal costituzione fisica, da jetiare in tutti i corpi 
viventi ai quali si avvicinano uno spirito sottilissimo, ve- 
nefico, distruttore, capace di attaccare nelle piante la ve- 
getazione, e nell'uomo i principii intellettuali e. vitali. Im- 
bevuto il popolo di Napoli di queste e consimili idee fanta- 
stiche, credè cosa vera la jettaiura, e per non confonderla 
colle arti arcane del fascino e della magia, la suppose na- 



342 

turalissirao effetto di mala costituzione fisica. Alla quale 
• principalmente debbesi attribuire, giusta quell' errore popo- 
lare, Tessere taluno al tutto inetto a qualche azione che ri- 
chieda forza d' animo o di mano ; e guai se coloro ti daranno 
segni non voluti o non attesi di officiosa reverenza, ose 
"fuor di tempo e fuor di luogo verranno a interrogarli sullo 
stato della salute o della fortuna ; pèggio poi se per lievi 
cause ti solleciteranno ad averti cura, e se con sorriso 
uniforme e certi alti sforzati ti daranno consigli puerili, o 
ti prodigheranno lodi sulT ingegno e sulle cose tue, o sivverò 
ostenteranno pazienza indomita nel corteggiarti^ . . . guar- 
dali, poiché quei mainali non fanno che esercitare involon- 
tarie iettature ! Frattanto contro di esse le femmine e i più 
idioti si muniscono di amuleti; i più accorti con gesti nuovi 
e clamorosi e con repentino volger di spalle; i più rozzi 
e ignoranti con atroci vendette : basti il ricordare che 
nel 1803 in Barile di Basilicata, un tal Guadagno credutosi 
infermo per iettatura dell' innocenljssimo Ruta suo vicino, 
credè di non potere in altro modo ricuperare la perduta 
salute/ che pugnalando il supposto «e^/a/ore mentre era im- 
merso nel sonno. Di questa umiliante stoltezza dovei far 
parola, per rispetto a quella verità disappassionala che mi 
pregio di professare. Passarono però i tempi, dei quali un 
celebre magistrato straniero ebbe a dire, che in Napoli il 
Governo non era che un disordine di più. Cessò il maligno 
influsso della borbonica napolitana dinastia : il governo del- 
l'amatissimo Re nostro provvederà energicamente all'istru- 
zione popolare, e il pregiudizio delle iettature, insieme con 
varii altri, cesseranno dal far vaneggiare lo spiritoso e vi- 
vacissimo popolo napolitano. 

Ma la brama di porre in chiaro i caratteri morali fece 
dimenticare le qualità fisiche ; non sarà malagevole il disbri- 
garsene brevemente. È opinione universale, giusta in gran 



343 
parte, che il sesso maschile di Napoli abbia forme più av- 
venenti e più regolai-i del femminile : difatti gli uomini 
sono piuttosto grandi, svelti della persona, generalmente 
con bei tratti nella fisononaia, a cui suol dare piacevole 
aspetto civile la nera capellatura ; le donne invece, quelle 
del popolo però, sono piccole, di colore olivastro perchè 
camminando sempre a testa nuda, sono colpite da un sole 
cocente, e presto infiacchiscono per disagi o per abusi. 

Se nonché mi riconduce a parlare della plebe napolitàna 
una singolarità popolare, che suol colpire fortemente ogni 
forestiero di animo gentile. È vecchia costumanza che nelle 
ore pomeridiane dei giorni sereni, e in special- modo dei 
festivi, il basso popolo si raccolga in cerchio attorno ai 
Cantastorie : chi brama assidersi sopra un pezzo di pietra 
o di legno, dà in ricompensa una piccolissima moneta, 
mentre l'osservatore attirato dalla sola curiosità resta in 
piedi dietro i diversi crocchi di quei cenciosi plebei. La 
mobilità delle loro fisonomie rendesi ancora più rimarchevole 
neir attenzione passionata , che essi prestano ai declamati 
racconti del Cantastorie; il quale tenendo alla mano un vo- 
luminoso scartafaccio lurido e consunto, riproduce con libero 
commentario le azioni eroiche celebrate dal Tasso, o altri 
rinomati avvenimenti. Reca sorpresa l'ammirazione non 
mai saziata di quei plebei sulle avventure di Goffredo e di 
Rinaldo; i loro volti ovali a Zigomi prominenti, le labbra 
semiaperte, lo scintillare degli occhi, l'alzarsi per emozione 
senza accorgersene, i bravo sommessamente proferiti, sono 
altrettanti segni dell'entusiasmo in essi eccitato, e che in- 
sensibilmente comunicasi in chi gli osserva. Quelle acca- 
demie declamatorie hanno la durata di un' ora circa : il 
Cantastorie cede il luogo ad un altro ; altrettanto fanno gli 
ascoltanti. Ora chi non ravviserà in un popolo di sì vivace fan- 
tasia la più propizia attitudine all'incivilimento? Se questo 



344 

riflesso sarà tenuto in mira dal nuovo attuale Governo, nel 
volgere di pochi anni cesserà ogni pretesto di proverbiare 
sul modo di vivere del basso popolo napolitano, sentenziato 
per brutale da quasi tutti gli stranieri. 

DIALETTO NAPOLITANO. 

Gli Osci, gli Appuli, i Calabri parlarono il latino, dopo 
essere caduti sotto il giogo romano, ma non con i modi usati 
a Roma : anche l' idioma del Lazio ebbe al certo i suoi dia- 
letti. Posteriormente gli invasori barbari,, alterando notiii, 
frasi e proferenze, diedero origine per quanto sembra a una 
lingua franca, cx)me appunto molti secoli dopo accadde in 
levante,' per opra dei Turchi. Ora se lo studio dei dia- 
letti devesi riguardare come importantissimo, per far 
meglio conoscere le origini dell' italica favella, è facile il 
convincersi della speciale utilità di porre a confronto col 
consueto adottato Dialogo i vernacoli principali delle napo- 
litano Provincie, perchè abitate in origine da invasori di 
tante razze diverse. 

• Generalmente parlando il Dialetto Napolitano ha la 
speciale proprietà di prestarsi alle lepidezze, alle satiriche 
facezie, alla giocónda festività. Se vero è che la Greca co- 
lonia partenopea usasse linguaggio e preferenza Dorica, non 
sarà malagevole di ravvisarne una certa conservazione, spe- 
cialmente nel modo di pronunziare molto aperte le vocali, 
e di battere . assai le consonanti. Quelle caratteristiche di 
pronunzia debbono riguardarsi come molto antiche, aven- 
done dato cenno lo stesso Dante, che nell'opera del Vol- 
gare Eloquio trattò anche del linguaggio j»Mflf /tese, molto con- 
simile a quello usato entro Napoli. È da osservarsi che nei 
Diurnali dello Spinelli, di Giovinazzo, vissuto nel XIII secolo, 
e primo scrittore in quel volgare che parlavasi nella patria 



345 
sua, trovasi anologia sorprendente con quello che anche mo- 
dernamente si parla nella capitale, sì che reca maraviglia 
come nel corso di quasi ser secoli non abbia subUe Che 
leggerissime modificazioni. Ciò fu conseguenza della unani- 
mità dei Napolitani nel conservarlo ; ed a ciò prestarono 
favore i principi stessi, singolarmente Alfonso di Aragona, 
che ordinò la sostituzione del volgare pugliese all' idioma 
latino già reso corrottissimo. Ferdinando il cattolico fu il primo 
a bandire il mpoWidino aulico o cortigianesco dalla Cancelleria 
regia, perchè pretese di fare adottare lo spagnolo; rilasciando 
bensì la facoltà alle assemblee comunitative 'di esprimere 
nel proprio dialetto le così dette grazie che dai sudditi si 
domandavano al sovrano. Cessò poi anche un tale uso per 
opera del Cardinale Seripando, ma la patria favella fu so- 
stenuta da scrittori valentissimi, che ingegnosamente l' ado- 
perarono in componimenti poetici e prosaici ; che anzi quei 
laudevoli sforzi di amore patrio andarono tant' oltre, da far 
sorpassare i limiti del buon senso, poiché, uno scrittore, 
adombratosi sotto il nome di Partenio Tosco, pretese di di- 
mostrare in buona fede l'eccellenza della lingua Napolitana 
con la maggioranza alla Toscana, concludendo infelicemente 
essere V idioma della patria sua il più degno, paragonato 
colla favella nobile e generale d'Italia. 

Senza prendere sul serio tali stranezze, debbesi render 
giustizia a quei valentissimi ingegni, che oggidì coltivando 
il patrio dialetto, ne fanno risaltare le grazie e certi modi 
energicamente espressivi. Tra siffatti componimenti, quasi 
tutti di lepido stile, primeggiano quei del Piccinni, del Duca 
Morbillo, del Cav. Carfora, del March. Villarosa, del Capasse 
e del Mormile, del Barone Zezza che travestì alla napoli- 
tana alcuni drammi del Metastasjo, del Rucco, e dei due 
distinlissim letterati De-Ritis ed ab. Genoino. All' ultimo 
di essi mi dichiaro debitore dell' accuratissima tradazione 



346 
del consueto Dialogo nel dialetto di Napoli, come pure di 
utilissime notizie che volle comunicarmi. Debbo bensì far 
notare che sulle prime trovai in esso, come nei letterati di 
Roma, pertinace ripugnanza a tradurre in volgare napolitano 
uno scritto italiano : ma poiché per tradurre, il semplice 
titolo Dialogo tra un padrone ed un suo servitoì^e dovette 
scrivere Trascurzo ntre no Padroìie, e lo servetore, quel solo 
saggio bastò per convincerlo della convenienza dì compia- 
cermi; quindi ei fece ancor di più, compilando utili osser- 
vazioni ed avvertenze che si trovano alla fine del Dialogo 



347 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SUO SERVITORE. 



Padrone. Ebbene, Bati- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 

Sebvitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città, ma 1 
poi è piovuto tanto ! 

Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un osteria, per aspettare che 
spiovesse ! E perchè non hai 
preso V ombrello? 

Serv. Per non porta r quel- 
l'impiccio; e poi jeri sera 
quando andai a letto non pio- 
veva più, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stamani 
quando mi sono alzato era lut- 
to sereno, e solamente a leva- 
ta di sole si è rannuvolato. 
Più tardi si è alzato un gran 



. TRADIZIONE 

NEL DIALETTO 
NAPOLITANO. 

Padrone. Embè, Vaiti, (a) 
aje fatte (ulte li servizie che 
l'aggio ordenate? 

Servitore. Signò, ve poz- 
zo assicura d'esse (b) stato 
pontmle chiù che aggio potuto. 
Stammatina a le (e) sseié e no 
quarto me songo pvosto incam- 
mino (d) ; a le ssette e mmeza 
m aveva agliotluta la mmilà 
de la straia, a II' otto e tire 
quarte (e) traseva dinio a la 
cita; ma aveva chiuppeto tanto! 
Padr. Secunno lo ssoleto 
sarraje stato a ffà la maula 
dinto a qua ttaverna, co la 
scusa d' aspetta che schiovesse. 
E ppecchè non t' aje pigliato 
la mbrelb? . * 

Serv. Pe no pportà chillo 
'mpiccio; e ppo jersera quanno 
me corcaje non chioveva chiù, 
a mmalappena schizzichejava; 
stammutina quanno me so 
ssosuto 'melo mn cera na 
macola, e a U asciuia de lo 
sole sé quagliato de nuvole. 
Chiù ttardo ha sciosciato no 



348 



vento, ma invece di spazzare 
le nuvole, ha portato utia gran- 
dine che ha durato nnezz' ora, 
e poi acqua a ciel rotto. 

Padr. Cosi vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or-* 
dinato ; non è vero? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho .visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; la sua 
giubba nuova, e i pantaloni 
colle staffe erano finiti, e la 
sottoveste stava tagliandola. 



Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo, e il calzolajo, e 
di questi noff ne hai cercato? 

Serv. Sì signore :_ il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 



ventarielh f riddo, che *ncagno 
de Ile dà lo scaccióne, ha 
(fatto grannolejà. na bbona 
mez'ora; e ppo II' acqua è 
ccaduta a llangelle. 

Padr. Accossi mme vuó 
dà a rrentennere de n ave 
fallo quase nient de chelh che 
t'aveva ordenalo, né lo ve? 

Serv. Gnernò ; spero che 
sarnte contento, quanno v a- 
vraggio ditto lo ggiro che ag- 
gio fatto *ndqje ore pe la cita. 

Padr. Sentimmo sse pro- 
dezze, (f) 

Serv. Mente chioveva me 
songo fermato dinto a la potè- 
ca de lo (g) cosetore ; e ag- 
gio visto co cchiste cocchie ac- 
conciato già lo soprabbeto 
viiosto co lo bhavaro e Ila fo- 
dera nova; la sciammeria 
torchina, e lì (h) cauzabbra- 
che co Ile staffe erano finite, e 
sse steva taglianno la - cam- 
mescla. 

Padr. Chesso va bbuono: 
ma distante poche passe nee- 
rano purzì lo coppellare e lo 
scarparo . . . spero che sì 
gghiuto a ccercarle? 

Serv. Gnoi^st; lo cappeU 
laro polizzava lo cappielk 



349 



vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il cal- 
zolajo poi aveva terminati gli 
stivali, le scarpe grosse da 
caccia, e gli scarpini dà ballo. 
Padr. Ma in casa di mio 
padre quando sei andato, 
che questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
chè jeri r altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 



Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata , 
verso Posillipo ed avevano 
condotto il bambino e la bam- 
bina. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto lor- 
dine di attaccare i cavalli per 



viecchio, e aveva schitto da 
revetìà lo nuovo. Lo scarparo 
pò aveva fatte li stivale, le 
scarpe grosse pe ccaccia, e li 
scarpine peli' abballo. 

Padr. Ma 'ncasa de lo 
gnore mio quanno pò noe si 
gghiuto? chesto era l assen- 
ziale ! 

Serv. Nce so stato nnin- 
eh* è fenuto de chiovere ; ma 
non ce aggio trovato né b 
pale vmsto, né la gnora, né 
lo zio, pecche W antro jere 
jettero a lo casino, e nce so 
rrestate la notte. 

Padr, Fraterno mperrò, o 
la mogliera ommanco sarrà 
stata 'ncasa? 

Serv. Gnernò ; erano a- 
sciute a ffà (\) na trottata 
mmiero (k) la rotta de Po- 
silleco (*) nziime co lo nen- 
nillo el e ppeccerelle. 

Padr. E tutta la ggente 
deservizio era asciuta purzt? 

Serv. Lo cuo o era juto 
ncampagna co lo Gnore vuosto; 
la cammarera co dduje criate 
stevano co la caino ta vosta, e 
lo coicchiero, avenno avuto 
W ordene de attacca li cavalle 



* La Grotta di PosilHpo, luogo dei contorni di Napoli. 



350 



muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso Pascone. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Sery. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed a 
lui ho consegnato tutte le let- 
tere, perchè le portasse a chi 
doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 

Serv. L' ho fatta : per 
minestra ho preso della pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un* anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr. E del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo. Ho comprato sogliole, 

(♦} Il Pascane, luogo dei contorni di 



pe (farle spassqa no poca, era 
julo co Ila carrozza a lo Pa- 
scone. (*) 

Padr. Addonca la casa 
era scena vacante ? 

Serv. Ne era scMtto h 
famiglio, e ad isso aggio con- 
segnate le llettere, pecche Ile 
portasse a echi jevano. 

Padr. Manco male! E la 
provisia pe ddimane ? 

Serv. LI aggio folta: pe 
mmenesta aggio pigliato pasta 
bianca^ e purzt caso e bbu- 
tirro, Pe ffà meglio brodó^ a 
lo bbollito de vitella aggio 
puosto pe ggfiionta no piezzo 
de crastato. Lo fritto se fa- 
ciarrà de cerevella, fecato e 
ccarcioffok. Pe. lo stufato ag- 
gio presa carne de puorco, e 
n anatrella da farse co li ca- 
vote. E ccomme n aggio tro- 
vato né mmarvize, né prennice, 
né arcere,arremmediar7*aggioco 
no gallinaccio nfornato. 

Padr E dde pesce non 
n aje accattato no poco ? 

Serv. Pe lo pesce ntanto, • 
pecche jeva pe nniente, nn ag- 
gio accattato assale; ireglie 

Napoli. 



351 



triglie, razza, nasello è aliaste. 

Padr. Cosi va benissimo. 
Ma il parrucchiere non l'avrai 
potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
cosi ho parlato anche a lui. 

Padr. E ch^ nuove ti ha 
date ? 

Skrv. Mi ha detto che 
l'opera in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è stato 
fischiato ; che quel giovine 
signore suo amico perde l'al- 
tra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza. 
Mi ha detto pure che la si- 
gnora Lucietta ha congedato 
il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 



Padr. Gelosie.... questa s\ 
che mi fa ridere; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 



palaie, raja petrosa, fnerluzzo 
e rragostelle. 

Padr. Ebbiva! da sguaz- 
*sone!.. E lo perucchiero na- 
vraje potuto vederlo ? 

Serv: Tanto bello l Gomme 
isso sta de poteca rente a lo 
speziale, addò mme so provi- 
sto de zucchero, pepe, can- 
nella, carofano, cioccolata, oc- 
cossi aggio descurzo purzt co 
isso. 

Padr. Oh bbravo! e che 
nnotizie f ha ddate? 

Serv. Mha dditto che llO- 
pera n museca ave fatto fu- 
rove, ma cche W abballo era 
stato siscato ; che cchillo si- 
gnorino amico svjo IV aulasera 
perdette tutte le scommesse a 
lo juoco, e cche aspettava la 
diligenza pe se la fuma. M'ha 
pur zi con f edato, che la sig, 
Luciella ha posta la cartella 
sotto lo piatto a lo sposo ap- 
paroleiato, e ha fatto jura- 
miento de non guarlarlo cchiù 
'nfaccia. 

Padr. Gelosie, schizze a- 
moruse ... che ffanno ridere . . ; 
ma vattimmo addò tene, pen- 
zammo a nnuje. 

Serv. Signò, se non ve 



352 



mangio ìin poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
conaandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa^, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv, Comandi pure. 

Padr. Per il pranzò che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliqri'; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 



Serv. e quali posate met- 
terò in tavola? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d'avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 



despiace^ me soppmto primma 
lo slommdco co no poco de 
pane e no bfncchierotto, e ppo 
foimo subbeto pe rreccevere 
W ordene vuoste. 

Padr. Comih' aggio pressa, 
e aggio da f fora de - casa, 
siente primmo W ordene che te 
dongo, e ppo potarraje man- 
gia, e rreposarte quanto te 
piace. 

Serv. Gomme comman- 
nate. 

Padr. Pe b pranzo cKa- 
vimmo da fa, prepara ogne 
ncosa dinto a la meglio cam- 
mara. Piglia lo mesate e li 
sarviette chili ffine ,\ ntra li 
piatte sciglie chille de porcel- 
lamma, e abbade che non ce 
mancheno né piatte de zuppa 
ne gguantiere. Guarnisce pò 
la credenza co ffrutte, uva, 
nuce, ammende, confietté d' o- 
gne sciorta e bbott^glie, 

Serv. E qua posate aggio 
da mete n tavola? 

Padr. Piglia li cucchiare 
d* argiento, e le fforchette e li 
cortielle co lo maneco d* avo- 
lio, e allicordete che le bboc- 
ce, li bicchiere e li bicchie- 
rielle hanno da esse chille de 



353 



comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole n^igliori. 

Skrv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati chre que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprito col, zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella, distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia non mancherà. 



Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



cmtallo airolaio. Miette pò 
le mmeglio seggie atluorno a 
la (avola. 

Serv. Sarrite seì^vuto a 
bbarda e ssella. . 

Padr. T aggio ditto che 
sta sera vene Vavema, arri- 
cordatello : tu saie quanto è 
pittemosa chella vecchia. Ar- 
resedia bona bbona lacammàra; 
fall* agni lo saccone, e sbattere 
li materazze ; acconciale lo 
lietto cole llenzola, e le eoo- 
scenere cchiù fpne, e còmmo- 
glidlo co la tavamra. Igne lo 
vocale d* acqua, e ncoppa lo 
vacilo stiennece na tovaglia 
fina, e nauta ordenaria. Fara- 
me tutte sse ccose a rregola, 
e non te mancarrà lo pez- 
zetto. 

Serv. Pe bberetà so ttante 
le ccose che mm'avite ordenate 
che nce perdo la capo, ma far- 
raggio de tutto pe mme porta 
la poglia. 



23 



354 



OSSERVAZIONI ED AVVERTENZE 

SULLA PROKUKZU ED IKDOLB DEL DIALETTO KAPOLITAKO. 

(a) Al vocativo de* nomi si toglie l'ultima sillaba; si dice, e si 
scrive Miche, Nicó, lìosi, Farmele in vece di Michele, Niccola; Ro- 
sina, Parmetella; quindi Vaiti, per Batlista. 

(b) Z)' esse. Nel dialetto Napoletano agi' infiniti de- verbi di ogni 
conjugazione si suol togliere per vezzo l'ultima sillaba, p.' e. Voglio 
mahgià (per mangiare); Jammo a bbedé (per vedere); Pozzo esse 
(per essere); stammo a sscnti (per sentire). 

(e) A le sspje. Dopo un monosillabo, accentato o no, suol rad- 
doppiarsi la prima consonante della parola che segue; p. e. A le sseje 
a //' otto^ no cchiù, nò cchesto ec. ec. e la consonante v suol can- 
giarsi in 6. Abbini' ore, (per venti ore); stammo a bbedé (per ve- 
dere), ma non è regola certa ; in certi casi deve supplire T orecchio. 

(d) *iV camino.^ La vocale i suole sopprimersi -nel principio delle 
^ferole, e contrassegnarsi con un apostrofo. In vece d'innocente, im- 
prudente, impiccio, intenzione, va detto 'nnocente^ 'mprudente, impic- 
cio *ntenzione ec. ec. 

(e) Quarte, e non quarti, poiché il dialetto napoletano non ha 
terminazione di nomi, e di verbi in t ma in e. Gli articoli servono 

. a distinguere il mascolino dal femminino. Non si dice p. e. li ma- 
scoli, le fftmmene, Vaddotte, le bbelle, ma lì mascole, li ffcmmene^ 
IC addotte, li bbeìle. E in quanto ai verbi, non mai tu mangi, tu 
duorme ec. ec. Pare che il dialetto, che al dir del Capasso ha tanta 
dorgezza dinto a li connutte, abbia dichiarata guerra alla vocale t 
coùie di suono esile, e poco armonioso. 

^f) Tue prodezze. Tutti gli aggettivi possessivi nel dialetto vanno 
posti dopo il sostantivo — Tatamio, Mammà mia, sango mio, robba 
mia ec. ec. E convien perdonare al Sitillo, se talvolta ha tradita la 
regola, nella sua versione in ottave dell'Eneide, costretto dalla rima. 
(g.) De lo cosetore. Tanto l'articolo determinalo /o, che l'inde- 
terminato un si pronunzia diversamente da quello che va scritto. I 
Napoletani dicono lu paté, lu zio, lu destino, nu poco, nu surzo, nu 



355 

tiempoy ma deve scriversi lo paté, lo sto, lo destinOy no poco ec. 
Tanto meno u pate^ a mamma, u diavolo, che sebbene così tal- 
volta pronunziato, sarebbe gravissimo errore di ammetterlo nella or- 
tografia. 

(h) Causa bbrache. La consonante / unita ad altra consonante, 
facendo quasi intoppo alla facilità e prontezza della pronunzia, nei 
dialetto suol cambiarsi in vocale: p. e. alto auto, scalzo scauzo, 
celsa ceuza, calza cauza, ec. ec. Cadde il sospetto nelf animo del 
eh. Genoino, che la musica in Napoli debba la sua primitiva bellezza 
alla sonorità dì un dialetto mezzo greco e mezzo latino, e che la 
musica buffa abbia per tal ragione fatta un giorno la sua delizia: 
queir opinione è probabilissima). 

(i) A ffa. Quando vien tolta dair infinito fare la sillaba, come 
è detto nella nota (a), ci va posto sopra T accento, per distin- 
guerlo dal presente fa- fa eeunte (presente) s* appreca a ffà ccwaie 
(infinito). 

(k) iftero vai verso. 



356 



DIALETTO ADRtlZZESE. 



Il cortese signor De-Virgilii versalissimo in letteratura 
patria, facendo plauso al mio divisamento di sottoporre 
r idioma italiano al confronto dei principali dialetti, si die 
cura non solo di tradurre il mio dialogo, ma volle di più 
pubblicarlo in un giornale di Chieti. per invitare i concit- 
tadini a dar giudizio della sua traduzione in Abruzzese, Gno 
allora non mai scritto. Preferì a tal uopo il dialetto Chietino, 
innestato a qualche frase usata nei dintorni e nelle Provin- 
cie, riguardando il linguaggio degli abitanti di Chieti come 
tipo, perchè non fu alterato da modi stranieri, siccome av- 
venne nelle due contrade di Aquila e di Teramo, limitrofe 
alle Provincie romane. 

Ciò premesso giovi il rammentare, che l'alta Valle 
della Pescara fu in antico abitata da Sabini, Vestini e Pe- 
Ugni, e che nei dintorni del Lago Fucino tennero il domi- 
cilio gli Equi ed i Marsù Nei bassi tempi quella contrada 
era stata repartita dai Longobardi tra i due Ducati di Be- 
nevento e di Spoleto, ma ignorasi la vera epoca in cui le 
fu dato il nome di Api'uiium. Federigo II che divise il suo 
regno per provincie, destinò a ciascuna di esse un Giusti- 
ziere; e poiché Teramo chiamavasi in allora Abrulium, es- 
sendo stato destinato a capo-luogo, die il suo nome a tutta 
la nuova giurisdizione ; la quale sembrò troppo vasta a 
Carlo I d'Angiò, il quale la divise in due provincie , Ci^ 
teriore a destra della Pescara, e Ulteriore a sinistra di quel 
fiume: più lardi il Viceré March, del Carpio decretò nel 1684 
r attuale repartizione nelle tre provincie di Chieti, di Aquila 
e di Teramo. 

Fu di sopra avvertito, che il dotto traduttore del dia- 
logo preferì il vernacolo usato in Chicli, capoluogo del- 



357 
r Abruzzo Citeriore : qui si aggiunge che il paese di Chieti 
già Teale, fu abitato dai Marrucini, limitrofi ai Frentani, e 
che popolose e floride erano le loro città : e senza favo- 
leggiare con chi volle attribuire la fondazione di Chieti ad 
Achille e a Teti, mi limiterò col P. Allegranza a ricono- 
scere come vetustissima la sua origine. 



358 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SUO SERVITORE. 

Padrone. Ebbene, Batista, 
hai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città; ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta- 
to a fare il poltrone in un'oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
rimpiccio;epoi jeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente ^levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 
ha durato mezz* ora, e poi 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
ABRUZZESE. 

Padrone. Mbè, Batiì, sci 
fati tui( quelV che te so dett ? 

Servidore. Segnò, te poz- 
z assecurà che so fati tutt\ 
Maduemane so scite a sì ore 
e nu quart\ a seti' ore e mez- 
z Steve a mezza vie ; a et- 
t' ore e tre quarte so *ntrate a 
la cetà: dapù, è venute l' ac- 
qu a zeffunn ! 

Padr. Gnà sci solete, ti 
sci mess a fa lu cane morte 
a la tavem p aspetta eh' spiu- 
vesse! E eh' si seti' affa senza 
'mbreW ? 

' Serv. Pe ne mburtà cium- 
bicce , e pù sere, quann me 
so ite a culecà, ave spiòvete^ 
ammal' appóne pluviccecheve : 
maddemane, quann' me so ar- 
rezzate, jeve tutf serene ; e a 
la scite de lu sole s' è scurite 
de nuvameni'. Dapìi à cumen- 
zate nu ventelare, eh' 'mmece 
d' allarga, à purtate na ràn- 
nele e à durate mezz ore, e 
pu à menate V acque neh 



359 



acqua a ciel rotto. 

Papr. Cosi vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che Ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

SERv.Neltempoche pioveva 
mi sono fermato in bottega del 
sarto, ed ho visto con questi 
miei occhi raccomodato il suo 
soprabito con bavero e fodere 
nuove; la sua giubba nuova e i 
pantalonicoUe'staffe erano finiti 
eia sottovestesta va tagliandola 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Si signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma' in casa di mio 

padre quando sei andato , 

che questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto. 



(ine. 

Padr. Vi ca f ajf capite, 
ca ììin ci fate nxen( de tut- 
t' quelt eh' f ave dell' ; nn è 
lu vere? 

Serv. Eppure te navis- 
sda Iruvà cuntent', Segnò, de 
lu camine eh' so fall' dreni d 
du ore pe liuti' la cela. 

Padr. Mòè, senlème sse 
prudezz'ch' sci fall'. 

Serv. 'Nlr ameni' ch'piuvè, 
me so fermato a lu sartore, e 
neh' si' ucchie so visi' accunciate 
lu soprahbele nelu cullare e 
ncle fodere nove : ave ' pure 
prnile la giacchetta turchine, e 
le càveze ncle staff, e sleve a 
tajja lu sciambrichine. 

Padr. Tanl' cchiù. Ma 
pecche nin ci ite a lu cappel- 
lare, e a lu scarpare eh' Steve 
a. èli vicine ? 

Serv. Scine ca cce so ile; 
lu cappellare sleve a repuìi lu 
càppèlt vècchie, e sleve a m^^l- 
t' la fetlucc' a lu nove. Lu 
scarpare ave fall' le slu/vak, 
li scarpune e li papuzz più 
ball'. 

Padr. Ma queW eh' cchiù 
me preme, a la case de pà- 
trenie quann ci si stale ? 

S^m.'Mbri càsplòvele; ma 



360 



ma non vi ho trovato né suo 
padre, nò sua madre, né suo 
zio, perchè jeril'altroandarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa ? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed- 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma h servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso S Andrea. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perché le portasse a 
chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 

Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 

(*) Località dei dintorni di Chieti. 



noe so truvate né lu gnore né la 
gnor e, né lu zie de ssignirt, ca 
V autru jere se ne so partite 
più cosine, e ce ànn dvìmite. 

Padr. Ma come! ncè re- 
state a la case né fraterne né 
la mojje?, 

Serv. Gnarnò, pecche sa- 
vève^ie fatf na scite a cavallpc 
Vecchiàneche (*) nclu citele e 
le bardasce, 

Padr. Ma nen ce ave rema- 
si' nisciune pe guarda la case? 

Serv. Lu coche se n ave 
ile 'ncampagne 'nzimbr chi 
gnore : la cambrère e ddu ser- 
veture se l' ave purtale la cti- 
nate ; e lu cucchiere, secoìi- 
n r òrdene, ave wjess* sott* e se 
n ave ite ncla carrozz ver- 
z S. Andreje. (*) 

Padr. DuncK la case Steve 
chius a chiave ? 

Serv. / nen ce so truvate 
cK lu mozz de stall\ e jje so 
lassate le lettre pie purtà a 
chi se duvè. 

Padr. MancK male — E 
pia spese de dumane? 

Serv. Soli' fat^ : ajf pejjate 
la pasC pe prime piati', e so 
cumprate casce e butire. Come 



361 



maggio e del burro. Per ac- 
crescere il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
lo. 11 fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho compralo del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedierò con un 
tacchino da cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai compralo? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole e .triglie, razza, nasello 
e aliuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

PADR.Echenuovetihadate? 

Serv. Mi ha detto che 
1' Òpera in musica ha fatto 
aurore , ma che il ballo e 
stato fischiato; che quel gio- 



lu bultite de jenghjeve poche, 
ce somess'nu ccune de crastate. 
Vojf fa nu friif de cerveir, de 
fèkche e carciofele. Pe rravù 
me $0 fatt' dà da lu macellare 
un bcll'toccde purcell\ e uà 
mellard' p accunciarce li tur- 
ziW, Nu gallenaccett' nfurnate 
me par a me eli è bme pe 
quinta piatanz, quann lu dia- 
schece ne mm' à fati* fruvà né 
turdj né slam, né arcere. 

Padr. E pecche nin ci 
accattate nu ccune de pesce ? 

Serv. Ca anz ne so pejjate 
nu monn, pecche sle nome 
deve più muss\ So scèvete lu 
mèjf eh' sape ; sfojj, rusciule , 
ragg',merluzz, e cèri' bèllrao- 
st'cKve fa pròpete lecca logne. 

Padr. Tu sci nu deja- 
vele. Ma nin si vist' lu bar- 
bxere ? 

Serv. Mo ve diche : come 
lu barbiere sta vicine a lu 
speziale manuvale, addò so 
accattate zuccliere, pepe, caro- 
fene e na pojf de ciucculate, 
accuscì so parlate pure neh' ess. 

Padr. E ch'ta dell' de bone? 

Serv. M'àdett'ca l'opere 
'mmuseche à fatlfracass\ma 
ca lu ball' V à nome pejjate a 
feschiate — M'à dett'pure ca 



36SI 



vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire con la diligenza 
per Napoli. Mi ha detto pure 
che la signora Lucielta ha con- 
gedato il promesso sposo, e ha 
fatto giuramento di non voler- 
lo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli miglio- 
ri; tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 



clu segnurine amiche so, à pèrz 
r a vlru jere tutf la 'nguajf, 
e ca mo stev a spetta la de- 
legenz pe sseneta Naple. — 
E. prime eh' me ne scord\m'à 
dett* pure ca gnor a Lucieile 
à date la cacce a lu *nnammu- 
rate, e à fatt' le cruce de ne 
lu vede cchiù, 

Padr. Fi eh' te fa la gia- 
lusie !.. oh queste sci eh' me 
fa scumpescià più rise !. . ma 
penzème a nu. 

Serv. Qìmnne me magne 
nu tozz de pane, e facce nu 
becchèrCy e dapù vedéme gfwe/- 
l cK s à da fa. 

Padr. Sinteme prime, e 
pu magne e durme quanne te 
piace a te. Tengnu monn daf- 
fare, e ajf da sci senza mene. 

Serv. Sentami. 

Padr. Pia tavele chiave- 
me da rfà, accunce tutt'a la 
cambra cchiù beli'. Vide de 
pejjà lu montile e le salvietl' 
cchiù suttile : li piati' ànn da 
èss quieti', de purcellane, e bade 
eh' nen f aviss da scorda dli 
piati' cuppule e die zuppiate — 
Fa nu bone repost'de frult; 
duracciappl'duva bone, quat- 



363 



Skbv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Acòomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vecchia ! Metti in ordine la ca- 
mera buona, faViempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
e federe le più fini, e cuopr ilo col 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa'tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà. 



Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



ire nuce, du mannele, du cose 
doce, e pe vvève. 

Serv. E che pusate ajf da 
mett ? 

Padr. Li cucchiarine dar- 
gènt, le furcine e li curHll'ncla 
màneche d' avelie, e nte sair- 
dà ca le bocce li bicchiri e li 
bicchirine ànn da èss quiW de 
eresiali* arrutate. A la iavele 
mittece le segg cchiù nove. 

Serv. Gnarsci. 

Padr. Vide ca massere 
nònneme ve ajech. Tu si qtian- 
t' è fastediose da vecchie! An- 
nurdene bone la stanz, fa 
remeit' la pulì a lu saccone, 
e vide de fa refà eli mata- 
razz — Miti a lu leti' le 
lenzole e le facce de cuscine 
cchiù suttHe, e accunce lu pa- 
dejjone pie ciambane, Miiila 
broccK ncK V acqu, e sopr a 
lu la : amane appinnece du iu- 
vajf pulite, une urdenarie e 
n'aveire fine Fa luti' mia 
rèvele, ca i penz pe ite. 

Serv. Ncusceiìz* ca è irop- 
p segno ; ma nen dubetà, ca 
te vojf servì come le chem- 
mann' DD\, 



^ 



364 

OSSERVAZIONI SUL DIALETTO ABRUZZESE. 

Essendo troppo angusti i limiti del Giornale io cui fu pubbli- 
cato il nostro Dialogo, il sig. De Virgilii pose tutta ~V opera sua 
per fare almeno gustare l'indole del Dialetto Abruzzese; quindi ap< 
pose alla sua traduzione alcune osservazioni concernenti le lettere, le 
sillabe e le parole, rimettendo al criterio del lettore il meditare sul 
carattere della sintassi. 

Lettere, 

i. A — Ora è larga come nella voce pietà, ora è stretta sino 
a poter ritrarre 1' ae dei latini — Ama, vardà, sana (amare, guar- 
dare, sanare) — Chese, vese (casa, vaso). 

2. B — Nel principio di molte, per non dire di tutte le parole, 
ove dovrebbe stare questa lettera, si pone il v; come invece del v 
spesso vede porsi il 6." 

Bacio — Vascio. Bove — Vove. Che vuole? Che hhò? 

Bacca — Vaco. Bava — Vava, Che va facendo? Che bba fa- 
ccnne? 

Bocca — Vocca. Baslagio — Vastascio, 

Qualche volta si cangia in j nel mezzo delle parole, e in p sol 
principio in mezzo di esse. 

Rabbia — Rajja. Bozzima — Posma. 

Robbia — Ruojja. 

Gabbiola — Cajola. 

3. C. — Si scambia per ordinario col ^f, coir se, coli* s, colla a. 
Barca — Varg. Varce, Braciere. — Vr ascerà. Pan- 
cia Panz. 

Cacio — Casce. Cucire — Cuscì. Bilancia — Velane , 
Bracia — Vrascia. Oncia — Onz . Francese — Frames*. 

4. D. — Nelle prime sillabe delle parole si tace, seguita dall* r 
si muta in t; prende il suono d'unaltr'n in tutti i gerundi e in 
ciaschedon vocabolo che termini in nd. 

Diritto — rxtt\ Padre — Patr. Amando — Amann. 
Mandorle — Munnele. 



j 



365 

Dirizzato — Riszat\ Ladro — Latr. Vedendo — Ve- 
dcnn. Spende — Spenn. 

5. E. — Or si fa larga conae V e di cento, or si stringe come 
1' e di mezZ'O^ or si fa tale da fìngere V i: per la quale ultima ra- 
gione facilmente accoglie innanzi a sé questa vocale. 

Uccello — dello. Aceto — Acit\ 
Vetro — Vitro. Vettura — Vittura. 

6. F. — Come in italiano — Qualche volta si scambia col p — 
confondere — cumponn. 

7. G. — Si trasforma pur esso in e, j^ s, se, z. 

Ago — Ach\ Ragia — Rascia, Giubbone — Jeppoiie. 
Bugia — Buscia. 

Lago — Lach\ Fagiucli — FasciuU.. Giusto — Just'. 
Giustino — Jtistin. 

8. H. — Come nell' italiano. 

9. L — EJa vocale prediletta degli Abruzzesi, signoreggia in 
quasi tutte quelle parole che sono destinale a significare piacere, riso, 
bellezza, amore. 

Bello biello — c«^t7o -^ cardili — picciril — (cittolo, cardel- 
lino, piccolo). 

Anello — NielU. 

iO. L. — Sta sovente come nel latino in vece di t: 
Piatto — Platt. Fiocco — F/occh. Fiamma. — Flamm\ 
i\. M. — È amicissima del b: laonde si veggono sovente spo- 
sati in quelle voci ove or T uno or l'altra d'esse avrebbe un posto 
legittimo ed esclusivo. 
Insieme — *nsimbr. 
Camera — Cambra, 

Ciò però non toglie che l'uno sovente rappresenti T altra: 
Strobilo — Strommelo. Palomba — Palomm*. Piombo 
— Plomm\ 

1 §. N. — Confondesi coli* m quando precede /. 

Confondere — Cumponn. 
Infondere — *mponn. 

13. 0. — Or si stringe, or s'allarga ; talvolta si accosta alf u, 
con cui però non s' unisce troppo volentieri. 



366 

Uovo — (h). Cuoco — Coc/i*. Poverello — Puvirell. 

Buono — Bon\ Suono — Son\ Pioviggina — Più- 

viccicK, 

4 4. P. — Come in italiano : nel mezzo delle parole qualche fiata 
si scambia col 6, e coir f preceduto dairn. 

15. R. — È vigorosissima lettera cotesla nella bocca dei bravi 
montanari Abruzzesi, i quali chiamano ciavajf colui che non può 
pronunziarla, per non aver ben mozzo lo scilinguagnolo o per essere 
di lingua troppo grossa. 

Si scambia spesse fiate coll't. 

Pieno — Pren. Fianco — FrancU, Coppia — Coppi'. 

Fiacco — Frarch, Fiadone — Fradone. Aja — Ar\ 

16. S. Numerose metamorfosi ha pure questa lettera nel verna- 
celo abruzzese, giacché la vedi scambiata in se ; talvolta in z ; ora 
fìnge il e, poco di poi viene mascherata in s. 

Cassa — Cascia, Rosso — Rosee. Orsola — Or sii' 
Biagio — Blasce, 

Frisa — Friseia. Frissora — Firzora, Orso — Urs. 

17. T., — Qualche volta si cambia col d: del rimanente è conno 
in italiano. 

18. U. — È la vocale quasi esclusiva de' vocaboli destinati a 
significare mali augurii, tristezze, privazioni, dolori, tenebre ec. 

19. V. — Scambia sue veci col 6. — Avvocato — Abbucat\ 

20. Z. — Il e, il g, r se si scambiano con questa lettera, il 
cui suono or si assomiglia all'aspro di vezzo e seorza^ ora al dol- 
cissimo di caha^ calzino. 

Zoccolanti — Ciucculant'. Zoppo — Ciopp*. Orzala — 
Urgiet. 

Zana — Scianna. Buzzicare — Vuseieà. 

Sillabe, 

11 sig. De Virgili! trattò delle sillaee in brevissime parole, fa- 
cendo osservare che le leggi colle quali sono esse regolate, nacquero 
da quel tacito consenso che die origine all' indole delle lettere diffe- 
renti dall'italiano nobile. 

Regola. Allorché la lettera { si trova con una di queste lettere, 



367 
ò, e, rf, m, r, 5, /, «, chiama in suo soccorso la vocale e muta or 
rimanendosene sola .con essa, or raddoppiandosi, ora trasforman- 
dosi in t7. 

Alb. — Alebe (Alba) — Palebalà (falbalà). 

Ale. — Cavecione (cacione) — Sdvece (salcio). 

Alm. — Calerne (calma) — Meme (alma) — Pàkme (palmo). 

Als. — Savicìcce (salsiccia) — Savéze (salsa). 

Alz. — A*vezé (alza) — Caveze (calze). 

Eie. Fèvece (felce) — Sèvéce (selce). 

Olt. — Tóvete (tolto) — Coveté (colto). 

Oltr. — Pelleirone (poltrone) — CoUetre (coltre). 

Parole. 

1. Tutti gl'infiniti lasciano il re. Questa sillaba è aborrita anche 
ne' verbi scrivere, leggere, ec. i quali fauno $criv\ legg\ 

2. Tutti i nomi e gli aggettivi passano dal singolare al plurale, 
mutando in t Ta e Te su cui cade l'accento nelle parole piane; 
io ti, la vocale o. — Le eccezioni sono pochissime. 

L agnelV branch — /' agnill brine, 

Lu can* furzent' (robusto) li chin' furzint*. 

La jereva verd — li jireve vird, 

Lu celi malizios* — li cilli malizius'.., 

3. Tutte le parole finiscono come le tronche italiane, e senza 
eccezione lasciano la vocale finale muta. 

4. Tutte le licenze notate ne' trattati di versificazione, si trovano 
nel Dialetto Abruzzese. 



. 368 



DIALETTO CALABRESE. 



Non meno cortese del traduttore del Dialogo in Abruz- 
zese, il signor Luigi Gallucei annuiva alla mia domanda 
di una traduzione in Calabrese ; dichiarando che niuno 
fin' allora erasi dedicato a un tale lavoro letterario: ma- 
nifestava oltre di ciò il dispiacere di non poter corredare 
il Dialogo di quelle moltiplici osservazioni, di cui avrebbe ab- 
bisognato, limitandosi a dare un saggio colle seguenti perchè 
di maggiore importanza. 

Varii sono i dialetti usati nelle tre Calabrie, e cosi di- 
versi tra loro, da non esser quasi possibile di ravvisarvi 
una rassomiglianza. Di tutti il più puro sembrò al Gallucei 
quello parlalo nei Casali di Cosenza ; egli ha regole gram- 
maticali e maniere molto espressive, e sebbene goffa, na- 
sale e stretta sia la sua pronunzia, non manca però di 
qualche grazia ed armonia. Hanno buona copia di pa- 
role anche altri vernacoli, acconci a significare i vari aspetti 
che una cosa stessa può dimostrare, e valga per tutti il se- 
guente esempio : a denotare il differente grado di maturità 
nei fichi bisogna usare nel linguaggio italiano gli aggettivi 
fico acerbo, fico maturo, nel dialetto Calabrese una sola 
delle seguenti voci è bastante, schiaUillu (fico appena sbuc- 
ciato), tuozza (fico alquanto cresciuto), ngrmffu (fico pros- 
simo a RKiturazione), passtilune (fico maturissimo che sta 
per seccarsi). 

Ciò bastar poteva per dare un qualche saggio filologico 
del volgare parlato in Calabria, ma sul cadere del decorso 
anno 1863, nella Rivisla Coìitemporanea che si pubblica in 
Torino, venne inserito un discorso utilissimo del Dott. Cesare 
Lombroso col titolo Tre mesi in Calabria, che contiene re- 
condite notizie degli usi, dei costumi, del linguaggio di quella 



369 
parte d' Italia, che con lieto animo aggiungo in compendio 
alle superiori illustrazioni del signor Gallucci. E prima di 
tutto giovi il ricordo, che quando conservar si voglia alla 
fìgura geografica dell'Italia il paragone ad uno stivale, quasi 
tutto il piede, al tempo dei Romani, chiamavasi Magna Grecia, 
per le molte greche famiglie che vi avevano trasportato il 
domicilio e perchè vi possedevano grandiose città. Seneca 
scrisse Totum Italiae latus, quod infero mari [Ionio) alluitur, 
major Graecia fuit. Quell'esteso e bel paese fu retto con una 
specie di teocrazia esercitata dal consorzio sacerdotale dei 
Pittagorici, e con esso vide fiorire non solamente le scienze 
e le lettere, ma ben anche quella celebre scuola italica 
composta in gran parte di uomini che governarono saggia- 
mente, collegando la politica alla filosofia : ciò basti per ora; 
si torni ai ricordi presi dell' egregio Dott. Lombroso. 

La Calabria divisa nelle tre provinole, che hanno per 
capiluoghi Cosenza, Reggio e Catanzaro, è un territorio in 
cui la natura dispiega immense ricchezze, quasi a compenso 
deir umana trascuraggine ; e questa fu cagionata e perfida* 
mente fomentata dalla iniquità del governo Spagnolo, poi 
del Borbonico ! Il modo di vivere al tutto anti-igienico e la 
tendenza all' ozio, per cui le migliori e più produttive in- 
dustrie sono lasciate ai Genovesi ed agli Inglesi, è un frutto 
del mal seme sparso in Calabria dagli Spagnoli, ed è ben 
anche spagnolo il ridicolo vezzo dei titoli, per cui il mer- 
ciajolo abbandona la lucrosa sua industria per poter carpire 
il Don ; basti il dire che nella proverbiale città di Tropea 
vi si contano tanti cavalieri quanti abitanti I Ma il danno 
peggiore fu apportato dai Borboni. Non contenti di isolare 
i Calabresi coi passaporti e colle pessime pubbliche vie, 
aizzavano il loro odio contro i vicini Siciliani ; spedivano in 
mezzo ad essi nei tempi di rivoluzione i galeotti, ed in tempo 
di pace i peggiori impiegati : nei quali promossero la ve- 

24 



370 
nalità e fecero smarrire il senso della giustizia, sicché i 
ricchi negavano la mercede ai cortigiani ed ai coloni, e 
questi alla loro volta reputavano diritto il derubarli. Po- 
chissime scuole e mal dirette, ed invece molte pompe e 
pratiche religiose: queste e molte altre indegnità costitui- 
vano il retaggio Borbonico. 

Ma gli studi speciali del Doti. Lombroso lo sollecita- 
vano a rivolgere le sue investigazioni sullo stato igienico di 
quelle contrade, e gli si offersero scene le più dolorose. 
Una decima parte dei terreni è paludosa ed incolta: nella 
ricchissima Gioia Taria è così infetta, che tutti i ricchi emi- 
grano per sei mesi dell'anno, e nel giorno non ci dimorano 
che poche ore, rifugiandosi nella sera in Palme, mentre l'a- 
sciugamento delle vicine paludi costerebbe ben poco, e pro- 
durrebbe utili grandissimi. Le abitazioni dei ricchi sono ab- 
bastanza comode, ma in molti paesi le case agglomerate in 
piccolo spazio mancano d' aria e di luce. Da per tutto sono 
luride quelle dei poveri e dei coloni ancora: il piano ter- 
reno è la terra umida e nuda ; le scale a pinoli ; gli altri 
piani sono impalcature di assi e di paglia dove a strati so- 
prapposti stanno ammassate intiere famiglie ; e si noti di 
più che le bestie di casa, il majale ed il pollo, vi occupano 
sempre il posto migliore : spesso mancano anche quelle di- 
visioni, ed un solo tetto raccoglie fanciulli, giovani, e sposi 
dei due sessi, unitamente ai vecchi : ora si sappia che per 
le leggi del paese le donne debbono restar rinchiuse in 
quei tugurj come in sepolcri, quindi le prime ad esser col- 
pite dalle malattie scrofolari, dall'oftalmie, dalle epidemie 
e dai contagi. Né poco aumentata è la mortalità dal bar- 
baro costume di dar marito alle fanciullette dai 9 ai 12 anni 
senza riguardo all' imperfetto sviluppo di quelle sventurate, 
che danno poi origine ad una prole atrofica, intristita, in- 
capace di vigorosa e lunga esistenza : immoralissimo poi è 



37< 
r uso di prometterle fino dalle fasce in matrimonio, soffo- 
cando per vedute di interessi domestici le voci della natura 
e del cuore : ma ciò poco importa ove l' ozio viene eretto a 
merito, l'odio a sistema, l'accattonaggio a mestiere. 

Si trovano in Calabria colonie antiche di grande im- 
portanza per r etnografo, perchè conservano le vestigia di 
due popoli che ripeterono forse per uguali vicende le stesse 
emigrazioni dei loro antenati, Greci ed Albanesi. I Greci mal 
confusi coi secondi occupano 1' estremo punto , che direbbesi 
ultima Tuie dell'Italia continentale : sono in numero di 9000 
circa sparsi a Bovi, a Roccaforte, Roccudi, Cardetu, Pondofuri, 
Caligo, Korio, Amenda. E se ne trovano pure nel distretto di 
Cotrone ed in quello di Lecce, Gallatina, Purrano e Maje 
frammischiati e vicini agli Albanesi. Questi Greci, spe- 
cialmente i ricchi, conservano l'antico tipo dell'Attica; 
sono fini, astutissimi, lascivi ; hanno grande mobilità d' idee, 
somma facilità al canto ed all' armonia. Conservandosi se- 
mibarbari nei loro poveri tugurj sebbene in ogni lato cinti 
dal mare, rifuggono dalla pesca, e ciò sarebbe indizio che 
non vennero dalle coste, ma dall' interno della Grecia : ed 
infatti come gli antichi Elleni preferiscono T agricoltura, la 
pastura delle capre, la caccia delle volpi ; oppure emigrano 
e coir antica loro finezza, eccitata da povertà, addivengono 
ricchi ed avarissimi. Essi hanno quattro chiesette ed un 
meschino ospedale : osservano, benché molti abbiano asse- 
rito il contrario, tutti i riti e la liturgia della religione cat- 
tolica, mescendovi bensì alcuni avanzi di pratiche pagane, 
come pure fàcevasi in passalo dai Calabresi. 

Gli Albanesi tutti emigrati in un'epoca medesima, 
quando i Turchi cioè occuparono 1' Epiro, conservarono più 
gelosamente le avite tradizioni. Oltrepassano essi il numero 
di 50,000 e popolano Spezzano, Celso, Piataci, Bocca, 
San Niccola, Calpizzato, Longobuco, Frassineto, Porcile, 



372 
San Mauro, Civita, San Giorgio, Maida, Garafifa, San Martino, 
Macchi, Fermo, Lungro, Santa Sofia, San Benedetto e 
San Dimitri, ove trovasi la sede del collegio Italo-Greco, 
la di cui grande e giusta fama contribuì non poco alla 
confusione che molti fanno delle popolazioni greche colle 
albanesi. La fisionomia di quelli stranieri arieggia molto la 
Slava , anzi la Serba : statura elevata ; contorno della 
testa più alto che largo ; temperamento linfatico-muscolare. 
Abilissimi nella corsa ed alla caccia, hanno animo fiero, 
anzi feroce ; tengono la vendetta dovere, non illecito Tomi- 
cidio ed il furto domestico delle capre : poi per efifetto 
di strana contradizione sentono con somma delicatezza le 
offese dell' onore e sono incorruttibili per denaro : taciturni, 
pazienti, ostinati, sono nell' istesso tempo fantastici ed 
immaginosi, soprattutto insofferenti di ogni dominio domesti- 
co e di ogni politica tirannide. Il Borbone, che bene ciò 
sapeva, teneva sotto speciale sorveglianza e sequestro interi 
villaggi albanesi , come San Benedetto paese natale di Agesi- 
lao Milano. Conservando affetto all'antica terra patria, i po- 
veri e le donne vestono tuttora alla foggia dell'Epiro, ed i 
loro villaggi guardano tutti verso il mare Ionio. Ma le loro 
donne non escono dalla schiavitù paterna che per raddop- 
piare i loro duri ceppi sotto il marito, per cui debbono 
lavorare e sudare nei campi, non ricevendone spesso in 
compenso che battiture ed oltraggi. La loro religione è in 
apparenza ortodossa, per la paura non ancora estinta, della 
Borbonica intolleranza ; in fondo però è greca, e lo dicono 
in segreto i loro capi, come greca è la loro liturgia : frat- 
tanto i loro sacerdoti, che si maritano, sono onestissimi e 
molto dotti. 

Ma per indagare le origini di queste colonie greche e 
albanesi è pur necessario un qualche esame del loro dia- 
letto. Quasi tutte le forme grammaticali sono greche antiche 



373 

ed alcuni vocaboli di conio greco-arcaico , come dm- 
dron per quercia; come i nomi dei giorni curiaci, deuteri, 
triti, per domenica, ecc., come xilo per barca; rema per 
mare ; opsia per monte ; calidi pagliai ; muscari {moscos) 
vitello ; dure {cirios) per padre ; vrastà per febbre ; ma essi 
ne hanno anche di pura fonte latina, come curatora per 
massaio; e ru<:anica per la salciccia, T antica gloria della 
Lucania ; pulii per uccello; spiti per casa [hospitium); signali 
per isternuto; magna per bella; prandia per nozze; butulia 
per vacca ; tessera per canzone, quasi a dire un memmiale 
a voce; e si noti che nessuno di questi latinismi è usato 
dagli altri Calabresi che pure ne hanno tanti nel loro ver- 
nacolo. Usano altresì alcune parole provenienti dal turco, o 
arabo e greco moderno, come crasi, vino; curcudia grano tur- 
co; gidi capretto ;f>arà denaro; nero acqua; turchi fico d'India. 
Sono altresì da rimarcarsi alcune singolari differenze tra 
Tuno e l'altro di quei vicini paesetti greci: per esempio il 
porco è detto etri a Roccaforte e cunì a Bovi; il burro là 
è detto hisca, qua gadetu; il padre dure a Roccaforte, al- 
trove patre e messere; il pane si chiama ora psomi ora spomi; 
la caldaja vrastaia, in qualche luogo stannata ; il presciutto 
perscutto, in qualche luogo affeddu; la salciccia o sattizza 
dei Calabresi è detta da alcuni morguni, da altri rucanica. 
Passando a parlare più specialmente dei Calabresi è da 
notarsi che il maggior sollazzo così dei ricchi come dei po- 
veri è quello di raccogliersi per ascoltare le tragude o can- 
zoni, accompagnate dalla zampogna o dal tamburello. Al- 
cuni di questi trovatori si succedono di padre in figlio, ere- 
ditando le raccolte dei canti, da cui traggono un piccolo 
lucro : quei versi sono in calabrese, o in italiano corrotto, 
quasi mai in greco : ecco un saggio di quei canti : 

» Itala naho dodeca tumana sitari, 
9 itala naho mia 



374 

» Kapseda magna fiogari 

)) Naho mithoy spera, ce vradia. 

Traduzione» 

Vorrei avere dodici tumoli di grano, 
Vorrei avere una 
Ragazza beila come la luna. 
Per dormire seco giorno e notte. 



» Oli mi legai : tragada, traguda ; 
); E me nu mi veni a se cardia; 
» Na tragudia ta cala garzuna : 
)) Cina peogapemena me cardia, 
» 1 hambando abaro fortuna 
Cina psimno genimeni sti fascia. 

Traduzione 

Molti mi dicono: canta, canta; 
Ma a me non viene ispirazione al core; 
Perchè cantano le belle zitelle: 
Quelli che sono amati con cuore 
Hanno sempre mala fortuna 
Fino da quando nacquero, sotto le fasce. 

Ma per meglio far conoscere il carattere poetico del 

dialetto calabrese, trascriverò una canzone che riassume 
la storia ed i pregi del vernacolo. 

È la lingua calabrese che parla all'italiana nel 1830. 



Mali di tia non dissi 

À mia dassami stari; 

Non mi stari a frusciari 

Ch'jja accuntu. 
Eu sempre T accettai 

Ca sii megghi di mia; 

Non tanta prolaria 

Nu mi sbrigogni. 



Male non dissi di te ; 

A me lasciami stare ; 

Non starami a noiare 

Che io stia in sussiego- 
Io sempre Y ammisi 

Che tu sei migliore di me; 

Non tanta albagia 

Che non mi umilii. 



375 



Di tia n' du fazza stima 

Manda li mia cotrari 

D'Itcìlia p' impararì 

Lu linguaggiu. 
Non mi negai pe goffa 

Lingua zza scancarata 

Squajata, scafozzata 

E puru ppja. 
Dissi ch*eu su la razzn 

£ tu SI Io sotizza 

Ca tu si io pastizzu 

Ed eo cipuia. 
Dissi ca cui s' arra mbula 

Sempre intra grassezza 

Disia pe* vurdizza 

Erbe scunduti. 
Tu sai di cui parrava ; 

La grassa ero di tia 

E sulu era di mia 

Lu scundimentu. 
Sai picchi piaccia a tutti ? 
/ Si siccano di tia 

E cui si vota a mia 

Pigghia rispiru. 
Tu scardi l' eleganza ; 

Ti voi raettiri 1' ali ; 

Eu parru naturali 

E da nu gustu ecc. 
Tutti questi palori 

Gh'avimo nu su novi 

La radica si trovi 

À tanti liogui. 
Nu simu ntra T Italia 

E fummo Greci puru : 

E quanti ncindi furu 

Di genti strani ! 
E quanti antri naziuni 

Nu vinnaru d' intornu 

Di oriente a mezzojornu 

E tramuntana. 
Nei fura Saracini, 

Nei furu li Normanni, 

E pi tanti e tant' anni 

Li Spagnoli. 



Di te io faccio stima 

E mando i miei ragazzi 

Per imparare d' Italia 

Il linguaggio. 
Non mi negai per goffa 

Lingua sgangherata, 

Sguaiata, acciabattata 

E pure per peggio. 
Dissi che io sono il ra fanello, 

E tu la salciccia, 

Che tu sei il pasticcio, 

Io la cipolla. 
Dissi che chi s' indraga 

Sempre fra la grascia 

Desidera per leccornia 

Erbe salvatiche. 
E tu sai di chi io parlava ; 

La grascia era per te 

E solo era mia 

La selvatichezza. 
Sai perchè piaccio a tutti? 

Si annoiano di te; 

E chi a me si afiida 

Prende respiro. 
Tu aspiri all' eleganza ; 

Tu vuoi mettere V ali ; 

Io parlo naturale 

E do piacere ecc. 
Tutte queste parole 

Che abbiamo non son nuove 

La radice la trovi 

In tante lingue. 
Noi siamo in Italia, 

E fummo paese greco : 

E quante ce ne furono 

Genti straniere I 
E quante altre nazioni 

Ci vennero d* attorno 

Da oriente a mezzo à\ 

E da tramontana. 
Ci furono i Saracini, 

Ci furono i Normanni, 

E per tanti e tant' anni 

Gli Spagnuoli. 



376 



Nei foru li Tedeschi 

Nei funi li Romani 

Che Doa Gcioru pani 

A chistu cielu. 
À r urti mata, poi 

Vinuaru li Francisi; 

Nei vinnaru l'Ingrisi, 

E tanti truppi. 
Prussiani e Musco vi ti, 

Vittimu li Polacehi ; 

£ puru li Gosaechi 

Nei indi furu. 
Di tutti ehisti lingui 

Mundi piechiau na picea; 

Viti quantu su ricca 

Di palori. 
Ma tantu ti dispiaci 

Lu pemmu o pocu e mw, 

Ma dimmi, puru i tu 

Nu fai iu stessu ecc. 



Ci furono i Tedeschi, 

Ci furono i Romani 

Che non fecero pane 

A questo cielo. 
Air ultimo poi 

Vennero i Francesi, 

Vennero gì' Inglesi, 

E tante truppe. 
Prussiani e Moscoviti, 

Vidimo Polacchi ; 

E persino i Cosacchi 

Qui ci furono. 
Di tutte queste lingue 

Ce ne pigliammo un poco , 

Vedi quanto son ricca 

Di parole. 
Ma tanto ti dispiace 

II mio pemmuy pocu e mu, 

Ma dimmi, eppure tu 

Non fai lo stesso, ecc. 



Dopo questo saggio importante delle poesie Calabresi, 
cui potevansi aggiungere alcune ottave del Tasso tradotto 
in Cosentino, offrirò il consueto Dialogo volto anch'esso 
dal Gallucci nel vernacolo di Cosenza. 



377 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UK Sto SERVITORE. 

Padrone. Ebbene, Bali- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città, ma 
poi è piovuto tanto ! 



Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un' osteria, per aspettare che 
spiovesse 1 E perchè non hai 
preso l'ombrello? 

Serv. Per non portarquel- 
r impiccio; e poi jeri sera 
quando andai a letto non pio- 
veva più, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stamani 
quando mi sono alzato era tut- 
to sereno, e solamente a leva- 
ta di sole si è rannuvolato. 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
CALABRE SE. 



Patrune. Va diciennu, 
Batti, facisti tutte chille cose 
chi te dissi? 

Serviture. Signuorsì, e te 
puozzu assicurare ca signu 
statu puntuale ppe quantu aju 
puttUu. Stamatina a dudici 
ure e nu quartu me misi nca- 
minu; a tridici ure e mensa 
eradi alla metate de la via; 
ed a quinnid ure menu nu 
quartu pigliava Cusenze (a) : 
ma echi ne sacdu si pue nne 
jettavadi acqua ! 

Patr. Basta chi allu so- 
litu tue nun (b) te fosse misu 
a fare lu fingunaru a quarchi 
taverna, aspettannu chi scam- 
passi. E pperchì un te pi- 
gliasti lumbrella? 

Serv. (c) Ppe nun ragare 
stu mpacciu. E pue jeri sira 
quannu me jivi a curcare era 
scampalu, o si chiuviadi quantu 
appena squicduliavodi. Stama- 
tina, quannu me signu levatu, 
all' ariu nun c&era na rosea, 
e se ntruvulaudi sulamente ad 



378 



Più tardi si è alzato un gran 
vento, ma invece di spazzare 
le nuvole, ha portato una gran- 
dine che ha durato mezz' ora, 
e poi acqua a ciel rotto. 

Padr. Cosi vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero ? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; la sua 
giubba nuova, e i pantaloni 
colle staffe erano finiti, e la 
sottoveste stava tagliandola. 

Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo, e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 



esciuta de sale. Cchiù tardu 
se smosse nu vientulizzu, e 
nvece de spannizzare le nuvi, 
le sciozedi a na forte granni- 
niata, chi durau menz ura, e 
pue ad acqua a tieni ca-tiegnu. 

Patr. Deccussx me vue 
fare capire ca nun ne facisti 
nente de chillu chi ( aviadi 
ditiu Ud é lu vieru? 

Serv. Ansica me Ittsingu 
de restare cuntientu quannu le 
dicu e sienti lu giru chi fici, 
tra due ure, ppe Cusenze. 

Patr. Sentimu ste (d) gap- 
parie tue. 

Serv. Altramente chiù- 
viadi, m' appuntai alla putiga 
de lu custulieri, e vidietti ccu 
st' nocchi lu suprabitu vuostru 
cunsatu ccu lu cullaru, e la 
fodera nova : la velata tur- 
china, e li cauzunì luongU 
ccu le staffe eranu frunuti, e 
lu giammerghinu chi vi lu 
stava tagliannu. 

Patr. Tantu miegliu. Ma 
te truvave vicinu allu cap- 
pellaru e allu scarparu ; ndu- 
vina si cce jisti ? 

Serv. Ma cuomu! Lucap- 
pellaru ve stava pulizzannu 
lu cappiellu viecchiu, ed allu 



379 



che orlare il nuovo. Il cai- 
zolajo poi aveva terminati gli 
stivali, le scarpe grosse da 
caccia, e gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 
padre quando sei andato, 
che questo era T essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
chè jeri r altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa ? 

Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata , 
verso il Carmine ed avevano 
condotto il bambino e la bam- 
bina. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso Portachiana. 



nuovu ce avia de uruliare la 
zagarella, Lu scarparu pue 
V aviadi spicciatu li stivali, 
li scarpuni de caccia e lu 
scarpinu d' addanza. 

Patr. Ma ncasa de pa- 
tremma cce jisti, ca chistu è 
l* esseziale ! 

Serv. Ajypena scampaudi; 
ma nun ce eradi nne patr et ta, 
nne mammata, nne ziuta, ca 
nìAStierzi (e) jiei^ neampagna, 
e cce durmierudi. 

Patr. Fratemma, arme- 
nu (f) ecu la mugliere era nu 
alla casa? 

Serv. Signarnò^ pperchì 
eranu juti a se fare na ca- 
minata viersu lu Carminu, * 
e s avianu pvrtatu lu qua- 
trariellu e le quatrarelle. 

Patr E li servituri puru 
eranu esciuti tutti? 

Serv. Lu cuocu ero juto 
ccu patretta : la camnwrera, 
e dui servituri ccu chenatata, 
e lu cu^chieri, chi aviadi avutu 
r ordine de miniere sulla la 
carrozza, era jutu a sfugare 
li cavalli viersu Portachia- 
na. * 



t Località prossime a Cosenza. 



380 



Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla» ed a 
lui ho consegnato tutte le let- 
tere, perchè le portasse a chi 
doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 

Serv. L' ho fatta : per 
minestra ho preso della pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un' anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr. E del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissimo Ho comprato sogliole, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non lavrai 



Patr. Addunca la casa 
la putie sacchiare ? 

Serv. Cee truvai surtantu 
lu muzzu de stalla, e ad illu 
cunsignai tutte le littere ppe 
le purtare a chine jianu. 

Patr. Mancu male. E la 
pruvvista ppe demane ? 

Serv. L aju fatta. Aju 
pigliata pasta ppe na minestra 
janca, ed aju tratantu accat^ 
tatù lu casu e lu grassu. 
Pped' accriscere lu bullitu de 
vitella, ccajujuntu nu muorsu 
degrastatu. Lu frittu lu fazzu 
de medulla, de ficatu, e de 
cardwffuli. Aju cumpratu car- 
ne de puorcu ppe la stufare, 
e na paparella d'acqua ppe 
la fare cunnuta ccu lu cavulu. 
E cuomu nun cceranu nne 
marvizzi. nne stame, nne ar- 
cere, ammazzu na gallotta e 
la mannu a cocete allu fumu, 

Patr. E pisci un accat- 
tasti ? 

Serv. Ansi assai, pperehì 
jianu vili. Aju accattatu pa- 
laje, triglie, raje, merluzzu, e 
na (g) ragosla. 

Patr. Ccussì jamu buoni. 
Ma lu pirucchieri un lu pu- 



/^ 



384 



potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr. e che nuove ti ha 
date? 

Serv. Mi ha detto che 
r opera in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è stato 
fischiato ; che quel giovine 
signore suo amico perde Y al- 
tra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza 
per Napoli. Mi ha detto pure 
che la signora Lucietta ha 
congedato il promesso sposo, 
e ha fatto giuramento di non 
volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa si 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 



listi vtdere? 

Serv. Ansica cuonm la 
putifja sua ^ eradi muru-a- 
mtiru ccu chilla de lu dm- 
ghieri, duve me fici la pu- 
vista de zuccani, pipe, garo- 
faluy cannella e cicculaiayccusst 
parrai punì ad illu. 

Patr. e echi nove te de- 
zedi ? 

Serv. Me 'disse ca lu 
spartitu evia fattu nu furure, 
e ca lu ballu l'avianu fischiatu: 
ca chillu signurinu, amicu vuo- 
stru, avia perduto allu juocu^ 
V autra sira, tutte le scum- 
misse, e ca muoni sta aspetta- 
nu la diligenza ppe sinne jire 
a Napoli. Me disse puru, ca 
donna Lucietta ha licenziato 
lu zitu (h), ed ha fattu lu 
juriamentu de nun lu vulire 
videre cchiù. 

Patr. Gelusia... e va te- 
nete a nun ridere... ; ma pen- 
samu a nue. 

Serv. Si ve cuntentaH me 
manciù pìima na zichina de 
pane, e me vivu nu becchieri 
de vinu, e pue tuornu subitu 
all' uordini vuostri. 

Patr Ma vica (i) vaju 
mpressa, ppercht divu jire 



383 



ascolta prima cosa li ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara lutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. E quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 



/bre de casa : sente prìmu 
chillu chi te uordinu, e pue 
mancia e vive quantu te piace. 
Serv. Poca Vussurìa me 
cummanna. 

Patr. Ppe lu pranzu chi 
se dive fare, pripara tuttu 
allu cammerinu migliure. Pi- 
glia lu misale e li servietfic- 
chiù fini. De li piatti assil- 
lije chilli de pur*Mana, e [ani 
chi un cce manchinu piatti 
cupputi. Aggiustate lu ripuostu 
ccu frutti, uva, nud, mien- 
nule, cunfietti e buttiglie. 

Serv. E quali pusate cce 
cacciu alla tavula? 

Patr. Mintecce le cucchiara 
d' argientu, e le furcine e le 
curtella ccu lu manicu d' avo- 
liu ; e ricordate chi le bottiglie 
d' acqua, e li becchieri gratmi 
e picciuli sianu de chilli am- 
mulati. Accomoda ntuornu- 
ntuornu alla tavula le miegliu 
segge. 

Serv. Circu a te servere 
ccu pruntualità. 

Patr. Ricordate ca sta- 
sira vene Nannama. Tu sai 
quantu è stridusa chilla vec- 
chia! Arrigistra la cammera 
bona : accomoda lu lieitu ccu 



383 



pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ba ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



lenzula e le cere de cuscina 
li cchiù fini, e coprelu ccu la 
lavanera. Inchie lu cucumiellu 
d'acqua, ed apparicchia lu 
vacile ccu due tuvaglie })pe 
se lavare, una ordinaria e 
n autra fina. Fa lutiu a rie- 
gula, ca te rigalu. 

Serv. Minne aviti dittu 
assai, ma spieru de seguire 

tuttU' 



384 

NOTE SUL DIALETTO CALABRESE 

DEL SIONOR OALLUGCI. 

(a) Nella Calabria Cosentina il modo di contare le ore alla 
francese conoscesi da pochi, e tutti gli orologi de' Comuni suonano 
air italiana. 

(6) Nun equivalente a non scrivevi talvolta un, ed altre volte 
ud secondo T eufonia. 

(e) Ppe vale per^ e scrivesi con doppia ^consonante per 
l'asprezza della pronunzia, la qual cosa vedesi accadere in moltis^ 
si me voci. 

(d) Stu e Sta vale questo e questa, 

(e) Nustierziy quasi nudius tertius^ T altro giorno. 

(f) Armenu vale almeno: notisi che ordinariamente in questo 
dialetto alla lettera / si sostituisce la r. 

(g) Nu na, uno una. 
[h] Vica, vedi che. 

(t) Zxtu^ promesso sposo. 



385 



DIALETTO DI FOGGIA. 



Ai tempi del Romano impero i dominii napolitani di 
qua dal Faro vennero divisi in quattro compartimenti: uno 
di essi comprendeva la Calabria e la Puglia, la seconda 
delle quali contrade estendevasi dal Gargano fino al Capo 
di Leuce. Conseguentemente le tre attuali provincie di Ca- 
pitanata, Terra di Bari e Terra d' Otranto allora riunite, for- 
mavano la Puglia, ossia quasi tutta la parte orientale del 
Reame: quindi avvenne che gli invasori normanni, che com- 
parvero nel secolo XI si contentarono del titolo di Conti di 
Puglia, e poi anche il fondatore della monarchia Ruggero 
amò chiamarsi Re di Sicilia e di Puglia. Nella istituzione dei 
Giustizieri, promossa dal secondo Federigo, incominciasi a 
trovare la triplice divisione della Puglia tuttora conservata. 

Ma quando V Imperatore Greco portò in Bari la sede 
principale del suo governo, mantenne colà le sue conquiste 
che di tratto in tratto andava facendo con infrenare gli 
abitanti della Puglia, pensò di sostituire al suo Delegato detto 
Stratico Capitano di armi un Catapano o Governatore in- 
vestito di supremo potere; uno di questi Basilio Bugiano 
nel 1018 distaccò questa parte di Puglia, vi fondò terre e 
castella, e ne formò una separata Provincia che incominciò a 
chiamarsi Catapanata poi Capitanata, 

La vetusta città della Daunia Arpi e con greca voce 
Argirippa, cui dai fastosi storiografi greci volle darsi per 
fondatore Diomede, sorgeva un tempo ove trovasi la mo- 
derna Foggia, ora capoluogo di Capitanata come in età remota 
fu capitale dei Danni. Strabene aggiunse che fu Arpi tra le 
primarie città italiche : Virgilio, Orazio, Ovidio ne tesserono 
poetici elogi : Polibio, Tolomeo, Stefano Bizantino ne fecero 
onorevole menzione. Dei travagli sostenuti dai suoi abitanti 

26 



386 
nelle guerre Sannitiche e nella Punica prese ricordo Livio : 
Plinio poi ne avvertì che i Romani vi dedussero una colo- 
nia. Nella barbarie del VI secolo incominciò lo spopolamento 
di Arpi; verso il 1000 quella vetusta città divenne un muc- 
chio di rovine. Se non che gli abitanti avevano già inco- 
minciato a ricostruirsi una borgata alla distanza di poche 
miglia in luogo basso però e paludoso: e poiché nel bar- 
baro linguaggio di quei tempi Fcyya e Fogice erano chiamati 
i marazzi, fu perciò detta Fogia la novella città. Dopo Ro- 
berto Guiscardo , ai tempi di Ruggiero Duca di Puglia , 
Foggia aveva prosperato in modo da esser considerata la 
soconda città del regno : anzi Federigo vi fermò la residènza, 
decretando nel 1223 che fosse considerata inclita sede im- 
periale e reale. Al tempo degl'Angioini molto soffersero gli 
abitanti; ma il primo dei sovrani Arragonesi Alfonso lar- 
gheggiò in privilegi per Foggia, e la dotò di una regia do- 
gana per la celebre istituzione del Tavoliere di Puglia. Nei 
primi anni del secolo XVI Ferdinando il Cattolico venne 
accolto in Foggia splendidamente, e in ricompensa le fu 
generoso di molti favori. Foggia insomma può tuttora con- 
siderarsi come una delle primarie tra le città provinciali, 
e per tal cagione appunto volli procacciarmi un saggio del 
vernacolo in quella città usato e potei ottenerlo dalla cor- 
tesia di valentissimo giovine artista, il quale confessò bensì 
essergli costato molto imbarazzo il trasportare Tidioma ita- 
liano nel gergo del suo paese. 



387 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SEAVITORB. 

Padrone. Ebbene, Balista, 
hai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città ; ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta- 
to a fare il poltrone in un oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; epoijeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolalo. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



TRADUZIONE 

NEL. DIALETTO 
DI FOGGIA. 

Padrone. Ei Battisi euje 
fat tut la commens che tacghio 
deut? 

Servitore. Signore ti poz 
assicura ca so steut puntueul 
chiù caggh pututo. Sta matina 
a tridici ora e nu quarto già 
cammineur, e mezzora prima 
der l'ufficio Steve a mezza slreu- 
de; e tre quart d' oreu dopo 
r ufficio era in miezza allia 
chiazz : ma dop à fai tantacqua ! 

Padr. A lu solito si steut a 
fa lu pultron dint a na taverna 
paspettà ca schiuves! E pecche 
nni hai piglieut l' umbrel ? 

Serv. Pi nimpurtà quii- 
r umpic ; e poi jier sera jéi a 
lu liet nin chiuveva chiù, o se 
chiuveva, chiuveva assai poco ; 
stamatina quan mi sont avizato 
era tutto sireno, e solamente a 
sciufo di sole si è nuvuleut. 
Chiù iard si avizeuf nu grus 
vieni, ma mece di aliai gà leu 
nuvole ha purteul na granila 
cheu aveu dureut mezzor, e 



388 



ha durato mezz' ora, e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
ordinalo; non è vero? 

Serv. Anzi spero che Ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv.NcI tempo che pioveva 
mi sono fermato in bottega del 
sarto, ed ho visto con questi 
miei occhi raccomodato il suo 
soprabito con bavero e fodere 
nuove; la sua giubba nuova e i 
pantaloni colie staffe erano fi- 
niti e la sottoveste stava ta- 
gliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Skrv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr. Uà in casa di mio 



apprie acqua a rot di del. 

Padr. Accossi mi vuoi fa 
capi va né eui fai quesi nient 
di quant t* avcvu eurdineuf ; e 
lu vero ? 

Serv. Anz aggheu speranz 
cheù signiria steuce contenf, 
quan saprà lu gir che agghieu 
fat peu lu pajese inta doje ore. 

Vadu. Sintimi li tvjeupru- 
dezze. 

Serv. Menir chiuveva mi 
so firmeut alla putega de lu 
cusitore, e agghio vist cheu 
luocchi mii aggiustet lu supra- 
bito de signiria cu lu bavaro e 
fodera nova: la giacchetta de si- 
gniria nova e li cauzuni chi li 
staff erineu finuti, e lasottave- 
ste la'steuveu faglian. 

Padr. Tant megleu. Ma ti- 
niv pure pocheu lunteun lu 
cappeulleur e lu scarpeur, e 
quiest né V heui cercheut? 

Serv. Sissignoreu: lu cap- 
peulleur polizzauve lu cappiel 
de signiria vecchioy e non man- 
ceuv che de triniftà lu suo 
nuov. Lu scarpeur avev finii 
li stiveul, le scarp gros deu 
cacc, e li scarpin deu ball 

Padr. In cheus di tata' mij 



a89 



padre quando sei andato , 
che questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, né sua madre, né suo 
zio, perchèjerilaltro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con 3ua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto lor- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza fuori di città. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perché le portasse a 
chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 



quan a si sfeut, ca quiest er 
kussenzieul ? 

Serv. Appen schiuvut : ma 
ne acghio truveut né lu tata 
de signirìa ne la mam, né lu 
ziano suo, pecche lautrieri jire- 
no alla vign e là son steu la net. 

Padr. Lu freut mij però o 
la mugliera a lumano sarrann 
steut alla cheus? 

Serv. Nonzignore pecche 
aveveurieu fat na truttata, e 
avevano porteuteu lu creature 
e le creature. 

Padr. Ma la servitura era 
tutta fori de la cheuseu? 

Serv. Lu cuocheu erajuto 
incam pagna cheu lu padre suo ; 
la camarera e dvje strviteur 
stavano che la cvgneut, e lu 
cucchier aven avuto lordine 
d'attacca li cavalli pé poiiarli, 
se ne era juto colla carrozza 
fori de la città. 

Padr. Dunch la cheuseu 
steveu vacant? 

Serv. Ne agghiu truveut 
che lu garzon de la stalla, e a 
isso agghio cunsegneut tutte le 
lettere, perchè li purtasse, a 
chi eraneu dirette, 

Padr. Mane male. Eja la 
pruvista pe dumeune ? 



390 



Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
maggio e del burro. Per ac- 
crescere il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce^ rimedierò con un 
tacchino da cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissimo. Ho comprato sogliole 
etriglie, razza, naselloealiuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

PADR.Echenuovetihadate? 

Serv. Mi ha detto che 



Serv. L agghi fat : pe mi- 
nestr agghiu pigghieut de la 
past, intani agghiu accatteut 
lu cheuseu e de lu butir. Pec- 
cresce lu bullito de vitel agghiu 
pigghieut nupiezzedecastreu- 
(cu. Lu frit lu farragghio de 
cirvel, de fegato e de cardoff. 
Pe lu ragù agghiu accatteut lu 
puorcheu e na natrella pé fars 
cu lu cavulo, E siccome ne 
agghiu truveut ne tara^gnokj 
ne mane starn, ne biccacc, 
arrimedio cu nu gallinaccio 
da fars a lu furn, 

Padr. E de lu pesce né 
V heju accatteut ? 

Serv. Anz nagghio peglieut 
asseuje, pecche custeuv pochis- 
simo. Agghio accatteut sugliole, 
treglie, razza, nasello e aliuste. 

Padr. Accussl veuce bumeu 
asseujeu. Ma lu pirrucchiere 
ne r avreieu pututo vede? 

Serv. Anz pecche tene la 
putea vicin a lu drughier addò 
agghiu accatteut e fat la pru- 
vista de zucchereu, pepe, caro- 
fali, cannell e citwcheuleut, ac- 
cussi agghiu parkut pure a iss. 

Padr. E che nutizia te 
aveu deut? 
Serv. itfaveu diti cheVOpreu 



391 



r opera ìq musica ha fatto 
furore , ma che il ballo è 
stato fischiato; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire con la diligenza 
per Livorno. Mi ha detto pure 
che la signora Lùcietta ha con- 
gedato il promesso sposo, e ha 
fatto giuramento di non. voler- 
lo più. 

Padr. Gelosie,... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli miglio- 
ri; tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 



in musicheu aveu fat furore, ma 
che lu bai è steut fischieut, che 
quel signor amiche suo pirdije 
a V aia sera a lu juoco tutt le 
scommesse, e che mo aspetteuv 
di partì colla dilicenz pi Li- 
vorn. Maveu dit pureu cheu la 
signora Luciet aveu licenzieut 
lu sposo promes e aveu giù- 
reui di nu lu vulè chiù,. 



Padr. Gilusie, . . . qu^st 
meu feucé rire; ma penseum 
mo a nuji. 

Serv. Se signiria se cun- 
tenta magno nu poco de peun 
e vevo nu bicchier de vin, e 
ritorn subito a piglia li cu- 
mand' 

Padr. Siccom teng fret e 
agghio da ji foreu deu la cheu- 
seu, sient prim cheu ti ordino 
e dop magnarrai e ti ripusar- 
rai quant ti piccieurà. 

SEhY.Cummannateme pure. 

PADR.Pé lupranz ca avimm 
da fa, prepeur tutt dint a lu 
salot buoneu. Piggh la tuva- 
glia e li salviet miglior che 
stani tra li piai cheup quill 
de puree lleum, e prucur che 
né mancheneu, li scudell, né 



392 



soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Skrv. e quali posate met- 
terò in tavola? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argentò, le forchette ei 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vecchia! Metti in ordine la ca- 
mera buona, fa'rìempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
e federe le più fini, e cuopr ilo col 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa'tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà. 



Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



li veus. Agginst la credenz cu 
li frutty uva, nmi, amennele, 
dolceu, cunfiett e buUiglieu. 

Serv. E quale puseut ag- 
ghia da mei in tavola? 

Padr. Pigh li cucchieur 
d* argini e li vrocche e li cur- 
iiell cu lu manicheu di bussolo, 
e ricuordeuteu cheu le buitig- 
ghie, e bicchieri e li bicchirini 
ànn da essere di vrito arruteui. 
Accunc pò attuorn la tavola le 
megl che teng, 

Serv. Fazzeu tutto pun- 
teeulmente. 

Padr. Arricmyrdete cha sta 
sera vene mammarossa. Tu 
seujeu guani eja stucchevole 
quella vecchia ! Miti in ardi- 
neu la camera bona, fa anchj 
lu saccone e sbatt leu matarazs. 
Accuncia lu lieti cheu, le Un- 
Zola e li facciou deu cuscineu 
li chiù fine e cummuglieleu 
cu la zampaneureu. Ingh la 
quarteur de acqua, e sopa la 
catinel stin n'asciutta meun 
ordinarieu e un fino. Fa tutto 
a la regola, e la regalia non 
ti mancharà, 

Serv. Pe la virila signi- 
ria meuveu^urdineut trop co- 
seu, ma faracchio tutto. 



IV. 

DIALETTI DELL' ISOLE ITALIANE 

CON 

ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 



Attorno, alla deliziosa e classica Italiana Penisola, ove 
essa è bagnata dal Tirreno e dall'Adriatico, sorgono non 
poche Isole, di più o meno vasta estensione. Dovendo ora 
perlustrarle, non potei attenermi al semplice ordine naturale» 
dividendole cioè in grandi e minori, poiché non i soli po- 
tentati italiani se le erano repartite, ma quegli stranieri al- 
tresì che di poderose forze navali sono al possesso (gli In- 
glesi cioè ed i Francesi) vollero alcune dominarne, invadendo 
quésti la Corsica, e facendosi gli altri padroni del gruppo 
di Malta. 

Vero è che cessò ormai il bisogno di repartire le Isole 
di stati Italiani in tre gruppi, secondochè al Granducato di 
Toscana, al Regno Sardo, o a quello delle due Sicilie ap- 
partenevano, poiché grazie al prodigio della ricuperata nazio- 
nale indipendenza, che io riguardai sempre come un atto 
di giustizia divina, quelle Isole tutte ora fanno parte del 
Regno d' Italia ; qumdi esse si possono repartire sem- 
plicemente in grandi e minori, ma sarà sempre necessaria 
distaccare da esse la Corsica divenuta francese, ed in ultimo 
il gruppo delle Isole di Malta, dagli Inglesi signoreggiato 



394 
DIALETTI DI SICILIA 

COM ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

La Sicilia è la più grande di tutte le isole del Medi- 
terraneo. Se il Faro o Stretto di Messina non la disgiungesse 
dalle coste della Calabria, essa verrebbe a formare la 
vera estremità dell' italica Penisola. La sua circonferenza o 
il perimetro ha la forma di un triangolo scaleno, ossÌY,vero 
della greca lettera del delta. La piccolissima larghezza 
dello stretto di Messina e V analogia rimarchevole tra le 
rocce dell' Appennino calabrese e dqlla Sicilia presso le rive 
di quel Faro, sembrarono più che sufficienti a dimostrare, 
che in forza di un cataclisma la Sicilia fu distaccata dal 
continente, addivenendo così un' Isola : non mancò chi si 
oppose a queir opinione, ma ciò poco importa. Vuoisi bensì 
ricordare che in un punto quasi centrale sorge il tanto co- 
nosciuto vulcano dell' Etna, di cui si contarono 75 eruzioni 
fino al 18i2, dalla prima, che è tradizionale, perchè risale 
ai tempi degli antichi Sicani. 

Ma l'origine di quei popoli rimonta ad epoche favolose, 
inaccessibili alle umane investigazioni; sulla storia poi dei Sicu- 
li, i poeti e gli storici dei secoli vetusti sembra che abbiano 
gareggiato nella speciosità delle menzogne onde l'hanno cosper- 
sa. Alcuni portati al maraviglioso diedero vita ai giganti; altri gli 
confusero coi ciclopi. Tucidide, Giustino e Plinio fecero men- 
zione della classe ciclopica; Omero, Virgilio, Ovidio caldi di 
poesia ne divinizzarono i progenitori, facendoli servire nelle 
cavernose fucine del Mongibello alle vendette dei numi sdegna- 
ti. Altri scrittori sceverando il mito dalla storica severità, uni- 
rono ai Ciclopi i Lestrigoni, i Fèaci, i Lotofagi. Gli storici meno 
remoti posero per primi a popolare la Sicilia gli Iberi asia- 
tici, venuti dal Ponto. E perchè in tanta farraggine di ppi- 



395 

nioDÌ una non ne mancasse di tipo biblico, vuoisi ricordare 
che il P. Aprile nel primo libro della sua Cronologia fece 
discéndere da Javan, quarto genito d' lafet figlio di Noè, un 
greco di nome Eliso primo a fermare il domicilio in Sicilia! 
Si consulti ora il regio storiografo Evangelista di Blasi e 
troveremo che per conciliare le tanto disparate opinioni ei 
suppose, che i primitivi abitanti menassero nelle boscaglie 
vita errante e da cacciatori, e fossero per ciò detti Ciclopi; 
i quali scendendo più tardi al piano e dandosi air agricoltura 
fossero poi chiamati ora Lestrigoni ora Feaci; ma queste 
opinioni ancora sono puramente ipotetiche. 

Le prime tracce isteriche risalgono al 736 prima del- 
l'era volgare, quando comparvero cioè in Sicilia le prime 
colonie greche, ed erano di Calcidesi, che ivi approdarono 
dairEubea, seguiti indi a non molto da quei di Megara e 
di Corinto. Col volger degli anni trovasi che mentre 
Cerone era inteso alla prosperità di Siracusa, e allorquando 
rendevasi immortale Archimede, i Romani ridussero l'isola 
a loro provincia e vi mandarono a governarla un Pretore. 

Seguì la Sicilia la sorte di Roma ; quindi all' infranto 
colosso imperiale sottentrarono i Vandali nell'isola, quando 
appunto veniva in essa introdotto il cristianesimo. Soprav- 
vennero poi i Goti, ai quali successero gli udìziali degli 
imperatori di Costantinopoli, ivi condotti da Belisario, e che 
presto dovettero cedere alla tirannide saracena. Frattanto i 
Normanni stabilitisi nelle Puglie ed in Calabria, delle quali 
Provincie Roberto Guiscardo intitolavasi Duca, poco dopo la 
metà del secolo XI, sedendo in Roma Papa Alessandro II, 
col di lui arbitrario consenso intrapresero la conquista 
della Sicilia, e incominciando col saccheggio di Messina, 
ne lasciarono la terza parte a prò- delle chiese, perchè auto- 
rizzati dal Papa a queir impresa. Estinta la dinastia Nor- 
manna succedevale la Sveva, ed è abbastanza nota V estin- 



396 
zione anche di questa coir assassinio di Gorradino, ultimo 
principe Svevo. 

Carlo I d'Angiò, che bruttava i primordi del suo 
regno colle stragi nelle provinole Napolitano , invadendo la 
Sicilia non fece che affrettare la distruzione della aborrita 
famiglia Angioina, fieramente punita col Vespro Siciliano^ 
Se non che si succederono poi neir isola le tre dinastie Ar- 
ragonese, Austriaco-Spagnola e la Borbonica, ed i bravi Si- 
ciliani non ebbero motivo di esser contenti della loro sorte, 
perchè sempre fin qui signoreggiati da principi stranieri, pro- 
clivi alla tirannide e ben poco solleciti della prosperità pubblica. 

Abitanti. — Questa popolazione di isolani distingucsi 
per molta perspicacia: la vivacità della loro fantasia non va 
disgiunta da un genio innato che gli conduce a discoprire 
recondite bellezze e novità in ogni ramo di letteratura. La 
dolcezza dì un clima benigno gli rende ilari e gaj ; amano 
perciò passionatamente la musica, la poesia e i teatrali spet- 
tacoli. Sebbene privi dei necessari soccorsi, suppliscono col- 
r ingegno nell' esecuzione e compimento d' ardui lavori nelle 
arti meccaniche. Il dispotismo feudale avea reso i vassalli 
siciliani aspri e fieri in quelle contrade ove i Signorotti 
esercitavano il loro potere arbitrario ; abolite che furono 
quelle vergognose istituzioni, convertirono T ereditaria fie- 
rezza in cortesia verso gli ospiti e mostrarono di non essere 
neppure essi estranei ai doveri dell' urbanità. Il Siciliano in 
generale ha mente elevata e gran cuore : le classi agiate ed 
il popolo ricco amano del pari la magnificenza, così nei pa- 
lazzi come nei sacri edifizì e nelle opere pubbliche. Se siano 
caldi di amor patrio ne faccian fede i loro Vespri. Pietosi 
ed umani, eressero in ogni località discretamente popolosa 
Orfanotrofi, Ospizi e Ospedali: e non trascurano nei loro 
consigli municipali la istituzione di scuole pubbliche e pri- 
vate e. di opifici per dar lavoro agli indigenti. 



J 



897 

Dialetto. ^— Sono ormai troppo conte le erudite gare 
e le dispute letterarie sopra Y anteriorità di questi vivacissimi 
isolani nello scrivere in volgare poesia. Attenendomi su tale 
argomento air opinione del Tiraboschi, aggiungerò un*avver* 
tenza del Landi suo commentatore sull'avere i Siciliani dato 
r esempio di terminare le parole colle vocali. Lasciando poi 
a parte la diversità delle opinioni letterarie, certo è che Dante 
confessò aver fatto i Siciliani le prime poesie in lingua vol- 
gare, ed aggiunge il Petrarca che furono anche i primi a 
cantare sulla piva argomenti erotici. 

Dopo una tal premessa a me non restava che dare un 
saggio, col Dialogo consueto del volgare moderno, ossia oggi 
usato neir isola : ma un modernissimo opuscolo pubblicato 
nel corrente anno dall' i4 6. Gioacchino Di Marzo sulle Ori- 
gini e vicende di Palermo di Pietro Ramano, mi obbliga a 
trattenermi sulle opinioni emesse da quelleruditissimo scritto- 
re. Dichiara il Di Marzo che le italiche. lettere ebbero in Sicilia 
grande incitamento ed onore nella corte di Federigo, ma 
seguirono poi tempi che non valsero a secondare il progres- 
sivo sviluppo della nobile lingua, la quale invece rinvenne 
il suo perfezionamento nella Toscana. Trattenendosi poi lo 
storico a misurare 1' eccellenza cui pervenne in Toscana l'ita- 
liano idioma, non più si curò di voler sapere qual rimanesse 
in Sicilia, e se indi alcuna importanza l'Isola meritasse nelle 
sue lettere. Vero è, dice il Di Marzo, che l'aulica favella 
di Palermo perde ogni incitamento e cultura ; ma il processo 
filologico italiano era già attivato fino dai tempi della con- 
quista Normanna, per cui nulla valse a corrompere l'indole 
della lingua. Fino dai tempi di Giulio formavasi in Sicilia 
col volgare il linguaggio letterario, perciò fin d' allora si 
ebbero due modi distinti di linguaggio; V uno era il mede- 
simo che fin oggi sì parla, e l'altro che si scrive. Che se 
mutati i tempi più non si usò il linguaggio nobile, nulla 



398 
€bbe a risentirne il volgare naturale parlato dal popolo: bene 
è vero che i dotti e il governo schivarono in principio 
d' usarlo siccome ignobile e plebeo, e però adoperarono co- 
munemente il latino. Ma nulla il popolo di quella lingua 
sapea; quindi dopo gli Svevi, in mancanza di un volgare 
illustre, fu mestieri che in Sicilia si scrivesse la favella 
medesima del popolo per tutto ciò che si dovesse esporre 
ad intelligenza delle moltitudini. Il qual bisogno, sentito già 
nei primi tempi della Normanna conquista, fu vera ed es- 
senziale cagione dello sviluppo letterario che venne acqui- 
stando la favella del popolo. I Comuni presentavano al Go- 
verno i Capitoli dei quali domandavno conferma, e le regie 
Cancellerie rispondevano in latino. Ma il volgare sempre più 
si estese fino a divenire presso che comune nelle scritture 
siciliane; imperocché l'ostentazione d'uria lingua morta, 
comunque classica e favorita dai dotti, recava piccolo osta- 
colo all'uso della lingua vivente nel popolo, e corrispon- 
dente alle idee ed ai bisogni universali. Frattanto ài tempi 
di Martino uscivano nel puro volgare privilegi, sanzioni e 
statuti; e per tutto il quattrocento, anzi fino alla metà del 
secolo appresso, la favella popolare comunemente prevalse 
in ogni maniera di scritture. 

Questi cenni storico-filologici del Ch. Ab. Di Marzo 
meritano pienissima approvazione: ma egli procede poi a 
dare un saggio del Dialetto Siculo quale era in uso dopo 
la metà del secolo XV, pubblicando un opuscolo del Ran- 
sano; al quale aggiungendo poi una cronichetta dell'entrata 
del Re Alfonso di Aragona in Napoli verso la metà del se- 
colo XV, ne estrae un centinaio di voci e meravigliato in 
certa guisa di non trovarle registrate nel vocabolario, della 
Crusca corretto ed accresciuto dal Manuzzi, manifesta senza 
mistero il suo intendimento di farle adottare. 

Ciò mi pone nella necessità di dare un saggio delle 



399 

scritture del Bansano, e della preindicaia crmichetta. Ram- 
menterò poi che Dante scriveva nel volgare fiorentino nel 
secolo XIII, e il Boccaccio nel XIV, mentre i due seguenti 
saggi siciliani sono del secolo XV : ognuno potrà farne op- 
portune deduzioni. 

Origini e vicende di Palermo di Pietro Ransano : si 
copiano i soli argomenti dei capitoli nei quali è repartita 
la relazione. « 1. Li Panhorraitani per questo demoslrano 
» una eximia leticia cum festi, luminarii et altre spettaculi 
» bellissimi a vidirili, imperoche Ysabella soro di Henrico 
» re de la Hispania è stata maritata cum Ferdinando re 
» de Sicilia figlio de re Joani di li Aragoni. Appresso si 
s) descrivi la crudili tempesta de lo mari, per la quali multi 
» navìgii si foro annegati ne lo porto panhormitano ; et, cum 
» quista causa data, da poi multu profundamenti si descri- 
» vino li primi principi! de la felice cita de Palermo. 

» 2 Di la grandi tempestati et di Io neufragio lu quali 
» fu sei jorni poi di la festa predicta in lu porto di Pa- 
» lermo. 

» 3. Di za innanti si fa mencioni di lo sito di Pa- 
» lermo, et di quilli chi primo la fundaro et in ipsa habi- 
» taro, ampliare et conservare. 

» 4. Di za innanti si fa menzioni comò Palermo ej chilali 
» antìquissima ; et quisto si prova per fortissimi raxuni. 

» 5. Di cza innanti si fa mencioni di quilli chi varia- 
» menti parlaro, innanti quisto tempo, di li primi edificaturi 
» di Palermo. 

» 6. La terza opinioni falsa ; et è di quilli chi dissiro 
» ehi fu fatta da li Grechi ; et fassi menzioni di li populi 
» chi primo habitaro Sichilia. 

» 7. Di cza innanti si narra di lo auturi la ventali di 
» zo chi si divi per vero et per certo teniri di quilli chi 
» primo fichiro la chitati di Patlermo. 



400 

» 8. Como Palermo sempri fu chìtati lìbera da quando 
» fu babitata, et sempre fu cbitati pacbìfica fina a Io tempo 
» obi li Cartagìnisi cum grandi 8tolu passaru et suttamìsiro 
» a loro imperio Sicbilia. Et corno Palermo in quilli tempi 
s> era numerata intro li grandi et clarissimi cbitati obi erano 
>> in Sicbilia. 

» 9. Como Palermo, vinuto cbi fu a li mano et signoria di 
» li Romani, cbi foroliPanbormitani sempri fidilissimì sicomo 
» innanti baviano stato a li Cartaginisi; et comu per li Romani 
» patere multi dapni et ajutaroli ad baviri una clarissima 
» Victoria, in la quali foro pigiati cbento quaranta elefanti 
» di li Cartaginisi : per la quali cosa la cbitati di Palermo 
» multo fu per lo mundo celebrata et nominata. 

» 10. Como Palermo tanto piassi et tanto fu cara a li Ro- 
» mani, cbi poi dilo tempo di la prima guerra punica la ficbiro 
» romana colonia; czoej cbi multi Romani babits^ro in ipsa cum 
» li cbitatini, Panbormitani declarandoli; cbi veni a diri quisto 
» nomo colonia. 

» 11. Como, poi cbi Palermo fu facta colonia di Ro- 
» mani, foro li Panbormitani misi in libertati intro li altri 
» cbitati di Sicbilia, e li Panbormitani bappiro repubblica 
» corno li cbitatini cbi vinniro in libertati; et fu per quislo 
t> cbiamata et decorata di quisto nobilissimo titulo. Urbs 
» foelix Panhormus, 

12. » Ex quo facta fui romana colonia, summo 

» Pretorum imperio sum semper recta Panhormos. 
» Nomine me genilrix donavit maxima Roma : 

» Urbs; et hoc titulo voluit clarere superbo. 
» Nominor urbs foBJix: quia libertate Quirites 

» Me voluere frui; prae cuoctis urbibus unsm 
» Scìrer; et, ut populi romani fìlia, patres 

» Hoc aquile insigni me donavere decoro. 

» 13. Como Palermo fu antiquamenti grandi et ricca 



401 
» et abuiidata chitati : et quisto si prova impoco palori per^ 
» uno bono et manifesto argumento. 

D 14. Como, poichì lo stato di la republica romana 
» vinni in mano di li imperaturi, li Panhormitani li foro longo 
» tempo fidili, per fin chi fu Sichilia occupata da li Sara- 
» chini. Et poi liberata da li Normandi, foro li Panhormitani 
» et la chitati loro multo dignificati da re Rogeri et dalli 
» altri re soi successuri. 

» 15. Li operi oy vero edificii facti di novo, reparati 
» et ornati fora li mura di la terra. » 

Ai precitati argomenti delle notizie storiche del Ran- 
sano venne apposto il termine seguente : 

« AuRELiu Mediolanensis vieti quista opera et maravi- ^ 
» glausi. Accussì dissi : Innanti una tanta anachina di lo 
» mundo si destrudirà, chi tanta opera deperirà ! » 

Darò ora un saggio della Cronica dell' entrala del Re 
Alfonso di Aragona in Napoli, dettata nel 1442, o 43. 
« Tornandu de le terre de Abruzzu et de Puglia, merci a 
» Deu odie su' ttuti a sua manu, venni a Beneventu, et in 
» locu applicati ttuti li baroni di lo regno di Napoli, illocu 
» proposse suo parlamento. Et fatta la propositione, parteru 
» de la dieta cita, et vinero ad Aversa .... e poi venesene 
» apresso Napuli .... ove havianoli preparatu un carù 
» trionphalle di 4 rotte, tutto deoratu ; supra lo qualle caru 
» ci venne un vestimentu afforatu et un cathafalcu cum 
» 4 catregi; et a ciescaduna ci era una thore deorata ; et 
» allo mezu di lo cathafalcu era una bella seggia coperta 
» de un solenne pannu brocatu di oro, et alli pedi era slesso 
» lo drappu brocatu di oro. lo qualle tenia lo duca Raineri 
y> per sopra cellu quando lo recippero. Et da nanti lo dictu 
» signore, era la sua divisa, appelata lo seggio periculosu. 
» Et in locu lo dictu Re scavalcau .... et dapoi montao 
)) sopra lo caru, et assetaosi sópra la ditta seggia ; et, 

SI6 



402 
^ » avanti chi il dictu caro si movessi, li venne dinanti una 
» bella tramessa et festa fatta per li mercanti fiorentini in 
» la forma sequente : . 

y> In primis xu homini a cavallu vestutti di giupponi car- 
» mexini cum sollecti di violato inbrudati de perni curo 
» grandi punti ben tratti senza altra roba ; la qualli cha- 
» squiduno tinia una verga in la manu manca, di uno dardu 
>) di colori violatu. Et apreséu era un altro calhafalcu, sopra 
» lo qualli era uno bastimentu factu, in Io qualli era unu 
» infanti chi stava sopra lo capu di un altro ; et lu supranu 
» stava in forma de una dongela scapilata cum una corona, 
» la qualli tink a la manu : a la qualli dongela dichianu 
» Fortuna. Appressu era un altro cathafalcu, sopra la porta 
» de lo qualle era un' altra dongela solo forma di lusticia, 
» et de la parte da rieri era una segia mollo bene arnesata 
» di brocato di oro; sopra lo qualli erano 3 angeli con- 
» slitutti in molta bona manera, la qualle mostravano che 
)) teniano una corona imperiale ; et, in la manera che sta- 
» vano, tulhomo giudichava che quelli tenessero la dieta 
» corona ; e, si così fussi stallo che V havessero tenuta, non 
» forono stati infanti carnali cosi comò erano, che non l'ha- 
» veriano potutto tenire, chi la vertù de 1i brazza non lo 
» haveriano potuto comportare il carigo ; però chi tulhomo 
» chi li guardava si maravigliava de la dieta manera de 
» tenera li dicti infanti la dieta corona et non mostrare ha- 
» verne passione, né fatiga ; anzi stavano a tutto loro di- 
» lecto. Apresso de lo dicto cathafalco erano 7 dongele solo 
» forma et significanza di 7 virtuti cardinali. Et apresso era 
» uno altro cathafalco, sopra lo qualli era un perno; et sopra 
» lo dicto perno era un pomo in significancia de lo mondu; 
» et sopra lo dictu pomu ci era un altro perno, sopra lo 
» qualli ci era piccola seggia. Solamente ci stava un homo 
» inpedi, quassi che scassamente se potia refermare. Et lu 



403 
y> dictu homo, chi stava di sopra, era tutto armato et tenia 
» un sceptro in manu, et havia una girlanda di lauru supra 
» la testa per arme, et stava soto forma di Cesaro ; et corno 
» fu dinanti lu di tu Signore, li disse le pareli seguente : 

Eccelsi! re e Cesare novellu, 

lusticia; Cam forteza et temperantia, 

Prudeotia, charitdte, fede e spiraoza 

Vi favoraDO triunpharì supra altu bella, 

Si histi donni tirrai ìb consello. 

Questa sedia hanno fattu per tua stancia; 

Coli coroni poterasti far dìssensa, 

Si la justicia torci al sigillo; 

£ la ventura, si ti possa al ci ino, 

Non ti dà rota; Tey quelle fallaci. 

Me, que triunfay, mes* a declino. 

Ecce mundd vidi que mutacion fassi ; 

Que non sta firmo; et questo predestino, 

Et questo volle Dio, perch'i li piaci 

Alfonso re di pace, 

Cristo te salve in gran prosperitate et grandiza ; 

La bella Florenzia in sua libertate. 

Sono questi i saggi del volgare illustre palermitano del XV 
secolo. A me non spetta pronunziar giudizii: starò aspet- 
tando, se piaccia all' infatigabile Sig. Manuzzi, ed ai valen- 
tissimi Deputali del Vocabolario della Crusca di adottare le 
nuove voci che si trovano sparse nella citata Cronica, 
Frattanto farò conoscere il moderno vernacolo dei Paler- 
mitani, col mezzo del consueto Dialogò. 



\u 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SERVITORE. 



Padrone. Ebbene, Bali- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città, ma 
poi è piovuto tanto ! 

Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un' osteria, per aspettare che 
spiovesse I E perchè non hai 
preso r ombrello? 

Serv. Per non portarquel- 
r impiccio; e poi jeri sera 
quando andai a letto non pio- 
veva più, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stamani 
quando mi sono alzato era lut- 
to sereno, e solamente a leva- 
ta di sole si è rannuvolato. 
Più tardi si è aliato un gran 
vento, ma invece di spazzare 
le nuvole, ha portato una gran- 



TRADllZIONE 

NEL. DIALETTO 
PALERMITANO. 



Patruni. Oh Battista ; hai 
fattu li ciimmissioni eh' tu ti 
detti ? 

Servù. Sissignuìi, lassi- 
curu, chi sugnu sta tu puntuali 
cchiù di chiddu eh' hai pututu. 
Stamatina a unniei vri e un 
quartu m erti già avviatu; a 
durici uri e mezza avia fattu 
cchiù di metà di strata, e a 
tririci uri e tri quarti arrivai 
nta cita ; ma poi nun ha cis- 
satu un momento di chiuovirii 

Patr. Già si sa; si è stalu, 
o to solitu, nta gualchi taverna 
a fari u pulruni, pri aspittari 
chi avissi scampatu. E pircln 
nun ti purtasli u paracqua ? 
' Se R V . Pri nun aviri s'aulru 
mpicciu; e poi jeri sira quannu 
mi ivi a curcari nun chiuveva 
cchiù, puru chiuveva tanlu 
picca chi un si poteva sintiri ; 
stamatina qnannu mi susivi, 
hi cielu era sirenu; ma quannu 
spuntau u suli s accuminzau a 
nuvulari, poi accuminzau un 
venia furiissimu, ma inveci di 
fari spariti li nuvuli, ha pur- 



405 



dine che ha durato mezz' ora, 
e poi acqua a ciel rollo. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; la sua 
giubba nuova, e i pantaloni 
colle staffe erano finiti, e la 
sottoveste stava tagliandola. 

Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo. e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 

Serv, Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. 11 cai-' 
zolajo poi aveva terminati gli 
stivali, le scarpe grosse da 
caccia, e gli scarpini da ballo. 

Pabr. Ma in casa di mio 



talu na nivi chi ha duratu men- 
zurayepoi accuminzau uno- 
equa chi si cugghieva cu li cali. 

Patr. Già mi vurristi davi 
a ntendirichi nun hai fatiu qua- 
si nenii di tuitu chiddu cK iu 
ti aveva dittu; un è veru? 

Serv. Anzi speru chi sarà 
cunientu quannu ci dirò lu giru 
chi ficiy nira cita, in dui un, 

Patr. Sintemu li tuoi vap- 
parii ! 

Serv. Mentri chi chiuveva 
io era vicinu a la putta du cu- 
sturieriy e pri ripararimi vitti 
cu miei occhi chi a la sua fac- 
chino ci avevanu già misu u 
cuddaru e la fedirà nova : la 
sua giammerga turchina ed i 
causi cui staffi eranu finuti, e 
ahchistava taghiannulucileccu, 

Patr. Tantu megghiu. Ma 
eri puru vicinu o cappiddieri, e 
a u scarparu; ma nun ci isti 
sicuramenti ? 

Serv. Sissignuri. U cappi- 
ddieripuHzziava u so cappeddu 
vecchiu, e un duveva fari autru 
chi mettiri r orlu a u nuovu. 
U scarpuru avia finitu li sti- 
vali, li scarpi grossi di caccia, 
e li scarpini di ballu: 

Patr. Ma ti scurdasti lu 



406 



padre quando sei andato» 
che questo era l'essenziale? 
. Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
chè jeri r altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata al 
Molo vicino l'Acquasanta ed 
avevano condotto il bambino 
e la bambina. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Sert. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso la Favorita. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed a 
lui hp consegnato tutte le let- 
tere, perché le portasse a chi 
doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 



cchiu essenziali, di m ncasa 
di me patri? 

Serv. Oh ci ivi appena chi 
scampau, ma^ un ci iruvai né 
so patri, né so mairi, e un c'era 
nemmenu su ziu,pirch% avanteri 
sinni jeru n campagna e ci ri- 
starunu tutlànnotti, 

Patr. Ma me frati, e sua 
muogghi eranu 'ncasa ? 

Serv. Nonsignuri; pircK% 
avevanu fatlu una truttata o 
Muolu vicinu /'Acquasanta, e 
s avevanu purtatu upicdriddu 
e i figghi fimmini. 

Patr . E tutt a servitù un 
e era 'ncasa? 

Serv. U cuocu era 'ncam- 
pagna cu suo signur patri, a 
caramarera e i criati eranu n- 
semmuta a sua cugnata, e u cuc- 
chieri chi aveva avutu V ordini 
di attaccari i cavaddi pri miio- 
virli, si n era jutu cu a car- 
rozza ver su a Favurita. 

Patr. Dunca a casa era 
vacanti? 

Serv. Un ed truvai autru 
cu siìnplici garzuni di stadda, 
e ci cunsignai tutt' i littri pri 
purtarli a cui li duveva aviri. 

PAmMenumali,E lapru- 



407 



provvista per domani? 

Serv. L' ho fatta : per 
minestra ho preso della pa* 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo. Ho compra losogliole, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 
. Padr. Cosi va benissimo. 
Ma il parrucchiere non l'avrai 
potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
cosi ho parlato anche a lui. 

Padr. E che nuove ti ha 
date? 



vista pri dumani ? 

Serv L'aju faitu, Primi- 
mesira pigghiavi pasta : e caciu 
primusali, e butiru. Pri fari 
cuociri u gugghiu di vitedda 
pighiai un pezzu di castratu; 
farò 'na frittura di ficatu, e di 
cacuocciuli; pri umidu accatta- 
vi carni di puorcu] e un ani- 
tra pri farisi cu cavuli ; ma 
nun mi rinisciu di iruvari né 
turdiy ile starniy né biccacci ; 
ci arrimiirò e un gaddu d'in- 
nia nfurnatu. 



Patr. e pisci nun ni pi- 
ghiasti ? 

Serv. Ansi uni pigghiai 
tanti, pircKx custavanu puchis- 
simu; accattai swgghiuli, trig- 
ghi, e alausti. 

Patr Benissimu: ma u 
varveri un Ihai potutu vidiri? 

Serv. Sissigìiuri; u sapi 
eh' iddu avi a putta vicinu a 
chidda du drughieri unni io oc* 
cattavi u zuccaruy i spezzii, i 
garofaìi, a cannedda, e u de- 
culatti ; dunca io u vitti mentri 
iddu niscieva, e cci parrai, 

Patr. E chi f hadittii? 



408 



Sehv. Mi ha detto che 
r opera in musica ha fatto 
furore, ma che il. ballo è stato 
fischialo ; che quel giovine 
signore suo amico perde l' al- 
tra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza 
per Calta nissetta. Mi ha detto 
pure che la signora Lucietta 
ha congedato il promesso spo- 
so, e ha fatto giuramento di 
non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 



Serv. Ma diltu chi finirà 
'nmmica fici furiiri, ma chi u 
ballu fu fischiaiu ; chi ddu si- 
gnuri suo amicu V aulru sira 
pirdìu ajucari tutti scummissi 
e chi ora aspittava di partiri 
cu a diligenza pri Caltanisset- 
ta : mi dissi puru, chi a signura 
Lucietta detti cuncedu o suo 
prumissu spusu, e giurau di 
nun vidirlu cchiù. 



Patr. Gilusti I Oh sta cuo- 
sa mi faridiriy mapinsamu a 
nui. 

Serv. Si vossìa è cunten- 
tu, vaju a manciari un mw^cuni 
di pani e mi vivu un bicchieri 
di vinu, e poi tuornu a pig- 
ghiari i so cum^nni. 

Patr. Ora aspetta ; io divu 
nesciri, pirchè hojuprimura di 
iri a fari gualchi cuosa; senti 
dunca i me ordini^ e poi man- 
cirai e ti ripusirai quantu ti 
pari e piaci, 

Serv. E so cumnunni. 

Patr. Pru pranzu pripara 
tuttu nto megghiu salottu. Pig- 
ghia a tuvagghia, e i salvietti 
li chiù fini, e tra piatti scegghi 
chiddi di purdllana, e procara 
di nun fari mancari ne piatti 



409 



maachino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. e quali posate met- 
terò in tavola? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà ^servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



cupputi, riè spilluonghi. Pripa- 
ra a evidenza, cum frutti, ra- 
dna, nm, mennuli cunfitturi 
e buttigghi. 

Serv. E quali pusati divu 
mettiri a tavula ? 

Patr Pigghia i (yucchiari 
d' argentu, e i furchetti e t cu- 
tedda d*avoriu; e ricordati 
cK i buttigghi e i bicchieri e i 
bicchirini fussiru chiddi ammu- 
lati. Metti poi i megghiu seggi 
ntornu a tavula, 

Serv. Nun dubiti chi sarà 
servitù, 

Patr. Ricoì^dati chistasira 
veni me nunna ; sai quaniu è 
siccanti sia vecchia ! Prepa- 
ra a cammara buona, fa in- 
chiri u pagghiuni, e battiri i 
inatarazza. Cv^onza u lettu 
culinzVfOla, e mesti di cliiu- 
tnazsu i cchiù fini, e mettici 
anchi a zappagghiimiera. In- 
chi a bruocca d'acqua e nto 
vacili metti una iuvaghia ur- 
dinqria, e una fina. Hai 'ntisu? 
chi poi pinsirò a tia. 

Serv. Pri diri, u veru m'ha 
urdinatu tanti cuosi!,.. basta.., 
stia sicuru chi farò tuttu. 



410 



DIALETTO DEL CRt^PPO DI MALTA 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

È nota r opinione di quei geologi che considerarono le 
Isole del Mediterraneo come riunite nei primitivi secoli al 
continente. Fra quei che scrissero sul Gruppo di Malta, pen- 
sarono alcuni che restassero fra loro divise le isole che Io 
compongono dai terremoti ; opinarono altri che venissero di- 
staccale dalla Sicilia (supponendo che ne facessero parie) in 
forza di una comunicazione sotterranea dell' Etna ; taluni fu- 
rono di parere che il distacco succedesse non dalla Sicilia 
ma dall' Affrica! Nessuno però seppe additare V epoca di quel 
cataclisma; ora poiché deducesi dalle, storie che quindici 
secoli prima di G. C. era questo gruppo com'è al dì d'oggi, 
sarebbe quindi vanissima pretesa di voler determinare la 
sua origine. 

Tré sono le isole che formano il Gruppo; Malta di oltre 
370 chil., Gazo di 117 circa; Cornino di 2 circa: piccola 
superficedi 490 chil. circa. Ma la posizione del Gruppo eccitò 
sempre negli stranieri il desiderio di possederlo. Difatti non 
meno di quindici furono i popoli che successivamente, in 
un modo piij o meno pesante, esercitarono in Malta il loro 
dominio: non dispiaccia che se ne faccia un rapido ricordo. 

Nei più vetusti tempi dominarono Malta i Fenicii pel 
corso di circa 8 secoli. Nella terza Olimpiade succederono 
ad essi i Greci, che chiamarono l' Isola maggiore Melita, per 
r ottimo miele che vi si raccoglie. Cinque secoli av. G. C. se 
ne impadronirono i Cartaginesi; ma i Romani ad essi la tolsero, 
restandone padroni per 670 anni; e prestando favore all' in- 
dustria di quegli isolani, ottennero che i loro tessuti fossero 
tenuti in Roma come oggetti di lusso. Nei bassi tempi prima 



411 
i Vandali» poi i Goti approdarono a Malta; discacciati indi a 
non molto dagli Arabi neir 870, lasciandone il comando a 
un Emiro. Ma dopo V invasione di Sicilia fatta dai Normanni, 
doverono i Maltesi subire il giogo di quegli stranieri, poi degli 
Svevi e degli Angioini, e finalmente pel corso di due secoli 
e mezzo restarono sotto la dominazione degli Spagnuoli, fino 
cioè al fatale Carlo V. 

Quel famigerato despota, che considerò sempre l'Italia 
come uno dei suoi dominii, volendo indennizzare i Cavalieri 
Gerosolimitani spossessati di Rodi, die loro le Isole di Malta 
a titolo di feudo dipendente dalla Corona di Sicilia ; e i 
Maltesi avvisati di quelle trattative imperiali col Gran Mae- 
stro dell'Ordine, tentati invano i mezzi di sventarle, nel Giugno 
del 1538 firmarono r atto sinallagmatico della coatta sommis- 
sione. 

Nel corso di 268 anni furono governati i Maltesi da 28 
Gran Maestri; dei quali 12 di nazione francese, 8 spagnuoli, 
4 italiani, 3 portoghesi e un tedesco. Primo di essi fu il 
francese Villiers, ultimo l'alemanno Hompesch, che senza 
darsi il menomo pensiero di vegliare alla difesa delle isole, 
ne firmò invece la cessione nel 1798, e sene partì vilmente 
in lejìipo di notte, dopo essersi assicurata una forte pensione. 

Dispogliati gli isolani dai nuovi padroni francesi, si tro- 
vano sotto i! comando militare del generale Vaubois, ed 
eccitano un incendio insurrezionale che- si diffonde per la 
campagna : e poiché V invasore si chiude e si fortifica nella 
città Valletta, cedono i malcauti Maltesi al consiglio del Re 
borbonico di Napoli, rivolgendosi all'ammiraglio inglese 
Nelson con domanda di soccorso, e questi invia il commo- 
doro Ball; iKquale fu ben sollecito di inalberare nella città 
la bandiera britannica, ove essa sventola tuttora senza tema 
che alcuno Y abbassi, non essendo punto sperabile una re- 
stituzione come quella delle Isole Jonicbe. 



^7 



412 

Abitanti. — L' isolamento e la piccola estensione di un 
gruppo di sole tre isole, tenne esposti gli abitanti di Malta 
ad esser preda di tutte le invasioni che successivamente pre- 
dominarono sul mediterraneo ; ciò non dimeno conservarono 
il loro tipo caratteristico, per congenita ripugnanza di amal- 
gamarsi con i loro oppressori. Opina il Miege che i Maltesi 
provengano da razza africana: se egli intende risalire al- 
l' epoca vetustissima dei primitivi abitanti delP Italia, mi 
uniformerò al suo parere, poiché seguendo la orme dell' imm. 
Romagnosi può darsi libica origine al primitivo italico 
incivilimento: ma se quello scrittore francese vuol trovare 
i Maltesi di razza berberica, perchè piccoli, muscolosi e di 
colore olivastro, avvertirò esser quelle le naturali caratteri- 
stiche della massima parte degli isolani del Mediterraneo. 

I Maltesi sono attivi ed agili; congiungono la forza al 
coraggio, e il coraggio alla sobrietà: sono poi indubitabilmente 
i più abili marinari del Mediterraneo. Singolarissimo è in 
essi r amore di patria : sobrio e frugale vive il Maltese con- 
tento di mediocrissima fortuna nelle sue isole, che chiama 
fiore del mondo; e allorché se ne allontana, giammai non 
rinunzia alla speranza di ritornare a finirvi i suoi giorni. Il 
Maltese è religioso per intimo convincimento, quindi compie 
a quei suoi doveri senza ostentazione : se nonché nei tra- 
scorsi tempi sarebbe stato capace di trascendere in eccessi, 
a difesa dei riti della sua chiesa e dei ministri del culto. 
È altresi pacifico e tranquillo ; perciò con estrema facilità si 
calma, provocato che sia alle risse; gelosissimo della sua 
riputazione, riguarda come un'onta incomportabile Tessere 
citato alla Corte Criminale. Ardente nei desiderj e sensibile 
negli oltraggi è per natura sospettoso e geloso : mal fondata 
però é l'accusa degli stranieri, che lo dissero inclinato ai 
furti: il Console Miege che tenne a Malta il domicilio per 
un dodicennio, dichiarò che in rapporto alla popolazione i 



/ 



o 



413 
delitti di furto erano stati in numero molto minore che nei 
paesi del na^ssimo incivilimento. Potrebbero piuttosto rim- 
proverarsi a questa italiana. famiglia altri difetti sociali, non 
invincìbili però perchè provenienti da mancanza d' istruzione, 
alla quale provveder dovrebbe il Governo: mercè un tale 
soccorso potentissimo cesserebbe altresì il Maltese di limi- 
tare la sua industria nell' agricoltura e nelle arti alla servilità 
di una imitazione ereditaria, dando prova dello italico in- 
gegno che in esso non ebbe ancora opportunità di svolgersi. 

Molti autori opinarono che il dialetto Maltese fosse un 
arabo corrotto; ed altri andarono a ricercarne i radicali 
nientemeno che nell' antico Fenicio. I ragionamenti di quei 
filologi furono più speciosi che solidi: col volger degli anni 
dovè naturalmente sparire affatto il primitivo linguaggio, e 
cambiarsi sostanzialmente col variare dei dominatori. L'idioma 
usato attualmente in Malta ed al Gozo è un mescuglio di 
voci e frasi provenienti da diverse lingue; ed è da notarsi 
che ben lo intendono gli abitanti delle più vicine coste 
della Berberia : giovi il ricordare a tal proposito, che nel 
naufragio sofferto nel 1830 dai marinari dei legni francesi 
Silene e Aventure, un pescatore maltese potè liberare dalla 
morte quegli infelici, facendo credere ai Beduini col suo 
linguaggio nativo che quei navigli erano inglesi. In conse- 
guenza di non piccole difTjcoltà nella pronunzia si rese 
necessario di determinare un alfabeto con regole gramma- 
ticali, onde scrivere correttamente il maltese: quella gram- 
matica fu pubblicata nel 1791 da un erudito filologo; e Sir 
Freve antico ambasciatore d'Inghilterra in Spagna fece 
tradurla in italiano nel 1827: quel libro non andava esente 
da errori, modernamente però furono corretti dall' Ab. Bol- 
lanti, già Direttore della Biblotcca R. di Malta. 

Nella pubblicazione della mia Corografia non mancai 
di fare le più vive premure, per aver tradotto in maltese 



"<> 



ù 



414 
il consueto Dialogo, ma non potei ottenere il mio intento. 
Ora poi, mercè la somma cortesia del Console italiano re* 
sidente in Malta, ebbi non solo la bramata versione, ma 
volle darsene special cura il Dott. G A. Vassallo Professore 
di Letteratura italiana in quella R. Università. E poiché gli 
piacque aggiungere erudite avvertenze storico-critiche sul 
linguaggio Maltese, ne darò qui di buon grado un transunto. 
Considerava il Dott. Vassallo, che Malta per lunghissimo 
tempo subite avendo le medesime sorti politiche e civili 
dell'Italia Meridionale e della Sicilia, la lingua italiana 
balbetlavasi in queir isola fino dai suoi primordi : ed i primi 
versi popolari che uscirono dalla corte del secondo Federigo, 
e la Fresca Uosa aulentissima del siciliano Giulia di Alcamo, 
in grazia della vicinanza, della dipendenza politica, delle 
molte relazioni commerciali, ripetevansi e cantavansi anche 
in Malta. Se non che ducento e venti anni di dominazione 
araba dovettero per necessità influire sul popolare linguaggio; 
tanto più che considerabile era il numero degli invasori in 
quel gruppo d'isole stabiliti. A ciò si aggiunga che il com- 
mercio dei pochi indigeni facevasi colla vicina Berberia e 
colle Spagne, paesi essi pure di quel tempo dominati dagli 
Arabi. Si conclude che V elemento arabo restò nel vernacolo 
maltese; che se la signoria degli Arabi non recò notabile 
alterazione nelle parti essenziali della civiltà, fu quello un 
frutto manifesto del cristianesimo, perchè precede di qual- 
che secolo r araba invasione. 



415 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

KD UN SERVITORE. 



Padrone. Ebbene, Balista, 
hai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti-ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di- strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città i ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta- 
to a fare il poltrone in un'oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
l'ombrello? 

Serv. Per non portar quel- 
rimpiccio;epoi jeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo : stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran. vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
DI MALTA. 



SiGNUR. U hecch, Paiist, 
aghmilt il huejjeg collha li 
ghettlech taghmel? 

Seftur. Signur , natich 
chelma, li fittixt naghmelcol- 
lox mill ahiar li staiL Da 7 
ghodu fissitia u quart coni 
ucollox fittriek ; fis-sebgha u 
nofs chelli nofsa, u fid-disgha 
niekes quart coni diehel il beli. 
Imma mbaghd dich xita ! 

Sion. Tridx tara V ititi 
dhalt geuua xi hanut, chi/ 
ihobb taghmel, biex iistennà 
ix-xita tisha! Ghaliexma hadx 
r umbrella ? 

Seft. Biex ma nokghodx 
nitghabba biha : il bierah fil 
ghaxia, meta mort norkod, 
ma chieniix izied xita, jeu, 
jechchienelyirkieka. Da 'l gho- 
du, meta komt, chien collox safi, 
biss fi tlv>gh ix-'ocemx ragia 
bada isahhab. Flit uara kàm 
rih kauui, li min floc mu fa- 
nes is-shab, kankal hafna 
silg li diem nieìfel nofs sigha, 



416 



ha durato mezz' ora, e poi 
acqua a ciel rotto. 

Vadr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

SERv.Nel tempoche pioveva 
mi sono fermato in bottega del 
sarto, ed ho visto con questi 
miei occhi raccomodato il suo 
soprabito con bavero e fodere 
nuove; la sua giubba nuova e i 
pantaloni colle staffe erano fi- 
niti e la sottoveste stava ta- 
gliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. SI signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 



u mbaghd odia bil kliel. 

SiGN. B* dana collu trid, 
tgheidli illi inti ma aghmili, 
tista theid, xein milli jen 
ghetilech, ux tas-seu? 

Seft. Le, nitma ueoll li 
inti iibka biex ma tgheid xein, 
meta tcun iafid-daura li dori 
il beh f saghtein. 

SiGN. Nisimghu il bravuri 
tighoc, 

Seft. Uakt ix-xiia dhalt 
ghand il hajjai, u rati bghai- 
nejja is^surtun tighac imscum 
bil ghonk u V inforor giodod, 
il gistacor il gdid u 7 kalziet 
bli staffi chienu lesti, u issi- 
dna chien ifassalha. 



SiGN. Tajjeb uisk. Dich 
in-naha emm ucoll tal cpiepel 
u li scarpar : fitiixlom xei IH 
danna ? 

Seft. Mela, signur : dac 
tal cpiepel chien kighed iseuui- 
lech il cappell il kadnn, u ma 
chienx fadallu hlief iberfel il 
gdid. Li scarpar chien ttcol- 
lox lesta li stuali, iz-zarbun 
ohxon tal caccia^ u izzarbun 
tal ballu. 



417 



Padr. Ha ìd casa di mio 
padre quando sei andato , 
che questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, ne sua madre, né suo 
zio, perché jeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa ? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza fuori di città. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perché le portasse a 
chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 



SiGiN. Imma id-dar ta mis- 
sieri meta mori ? ghaliex da 
chien V akua. 

Seft. Malli shat ix-xita, 
imma la sibt il missierech, 
la r ommoc, la 7 ziiichy gliax 
il hierahtlula marru ir-rahal 
u rakdu hemm. 

SiGN. Imma hia u martu 
chienu ghallinkas id-^dar? 

Seft. Le, Signur, ghax 
chienu marru iduru daura, 
u hadu mahhom iz-zghar. 

SiGN. Imma issefturi chie- 
nu colla barra mid^-dar? 

Seft. Il eòe chien mar ir- 
rahal ma missierech; il cam- 
riera u zeug sefturi chienu 
marru mal mara ta hùch; 
u 7 cuccier billi chienu kalulu 
jarma il carrozza chien hareg 
biha. 

SiGN. Mela ma chien emm 
hadd id-dar? 

Seft. Ma sibtx emm hlief 
il giuoni ta li stalla, u lilu 
tait il nitri crolla biex joho- 
dom fein ghandu johodom. 

SiGN. Ghallinkas. UUpro- 

«7 



418 



provvista per domani ? 

Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
maggio del burro. Per ac- 
crescere il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedieròcon un 
tacchino da cuocersi in forno. 

Padr. E*del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissimo.Hocomprato sogliole, 
triglie, razza, nasello ealiuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr. Echenuoveti badate? 

Serv. Mi ha detto che 
r Opera in musica ha fatto 



vision ta ghada ? 

Seft. Aghmiltha : ghat-ti 
sjir xlrait il ghagin, u xlraii 
ucoll il giobon u 7 butir, Biex 
inzìd mal buHuf tal vitella 
xlrait biccia castrat. Il leali 
nahmdu ta muhh, fuuied u 
kakocc. Ghal istvff'att xlrait 
biccia majjal u uizza li nagh- 
milom bil cabocci, U billi ma 
sibtx imlievetz la stcyrni, la 
beccacci, impattu b' dundian 
il forn. 



SiGN. U hitt ma xlrait xein? 

Seft. fsbah din, xtrait ha-: 
fna, ghax chien b' xein : xtrait 
linguali, triti rojj, naselli u 
auisti. 

Sion. Tajjeb uisk. Imma il 
parrucchier ma stailx jeuilla 
tarah? 

Seft. lìaitu iva^ billi hu 
ghandu 7 hanut hdein il mar- 
cier mnein xlrait iz-zoccor, 
il bzary l' imsicmer tal kronfol, 
il cannella, u iccicculata, hecc 
ucoll kellimt lilu. 

SiGN. U X ahbariet tàc? 

Seft. Kalli li l'apraghag- 
boc uisky imma il ballu chellu 



419 



furore , ma che il ballò è 
stato fischiato; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire con la diligenza 
per Livorno. Mi ha detto pure 
che la signora Lucietta ha con- 
gedato il promesso sposo, e ha 
fatto giuramento di non voler- 
lo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio uà poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli miglio- 
ri; tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 



it'tisfir, li dac il giuoni signur, 
habib tighac, il-leil li ghadda 
tilef ftl^-loghob V imhatri li 
ghamel collha, u li issajistenna 
l' isiefer malli isib. Kalli ucoll 
UH is-signura Lucietta ba- 
ghfitu 7 gharus li chellha, u 
halfet li ma tridux izied. 



SiGN. Ghira... V dan tas- 
seuua nidhac. Immu nahsbu 
issa ghal affariet taghna. 

Seft. Jech joghgboCy jen se 
V immur niecol buccun u 
nixrob tazza mbity u nigi 
dkmc biex inservich, 

Sion. Billi jen imgha^ggel u 
irrid nohrog malair, isma 
r euuel dàc li ngheidlech^ im- 
baghd lista tiecol u iistrich 
chemm joghgboc, 

Seft. Gheidli, gheidli. 

SiGN. Ghal pranzu li ghan 
dna naglmlu lesti collox fìs- 
sala iz-zghira. Ghandech ti- 
chu tvagli u srievet mill ahiar; 
piatti tal fajenza u kis li ma 
jonksux scutelli u gabarreiet. 
Lesti il credenza bil frottiet; 
ghenebf gens, leus, huejjeg tal 



420 



frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Srrv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vecchia! Metti in ordine la ca- 
mera buona, fa'riempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
efedere le piùfini,ecuoprilocol 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa'tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



helu, cunfetiuri, xi mbejjet fil 
flieocchen. 

Seft X pusaii ghandi «a- 
ghmel fuk il meida ? 

SiGN. Li mgharef tal fidda; 
schiechen u fricchety dauc tal 
màncu tal avoriu ; u làs li 
7 fliexc'hen tal Urna, il-tazzi, 
cbar u zghar, icunu min dauc 
tal cristal mulal. Dauuar il 
meida U siggieì mill ahiar. 

Seft. Naghmel coUox seuua 
chf ghetlli. 

SiGN. Ftacar li illeilaghauda 
tigi innanna. Taf chemm hi 
siccanti dich ix-xiha! /fran- 
giala r ahiar camra ; imliela 
is-sakku u farfar li mìierak 
Ifrex is-sodda b' hzor u nve- 
sii mill ifien, u kighed il mw- 
schettiera. Imla il bukal bl%U 
ma u fuk il friscatur ifrex 
xngaman la coljum u ihor 
fin. Aghmel collox seuua, u 
hecch ma tankos xi hagia 
ghalich. 

Seft. Uisk huejjeg ghetili 
naghmelf m' ux ciait imma 
collox naghmel. 



LJkJ 



421 



NOTA. 



Il eh. Prof. Vassallo, che con tanta cortesia corrispose alla do- 
manda della traduzione del Dialogo nel vernacolo Maltese, facendo 
plauso a un tal pensiero, ne avvertiva della necessità assoluta, che 
le prove di torchio fossero rivedute e corrette in Malta. Dna tale 
avvertenza imbarazzava assai, perchè trovata ben giusta; e difalti 
recherà non lieve sorpresa la stranezza delle voci e la loro grande 
differenza da quelle usate in tutti gli altri dialetti italiani. 

Fortunatamente fui avvertito trovarsi in Firenze la concittadina 
Sig. Elena Pierotti, la quale essendosi trattenuta in Malta pel corso di 
alcuni anni, imparò praticamente e per principj grammaticali non il 
solo idioma inglese ma il vernacolo ^falt€se ancora. Con somma gen- 
tilezza essa si prestò alla correzione delle bozze stampate, e ripetè 
quella revisione per ben quattro volle. Ciò indica la perdita di tempo 
che avrebbe cagionata la ripetuta spedizione delle stampe a Malta; e 
siano dunque rese le dovute grazie a quella cortese istruitissima gio- 
vinetta. 



422 



DIALETTI DELLA SARDEGNA. 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

In forza di un politico avvenimento, di cui non può 
rendersi altra ragione se non quella di un supremo co- 
mando, i dominii goduti in Italia fino a questi ultimi anni 
dalla R. Casa di Savoia costituirono \ì Regno Sardo, facen- 
dogli prendere il nome da un' isola del Mediterraneo a 
quello stato aggregata da poco più di un secolo ! Vittorio- 
Amedeo II cambiò è vero il titolo di Duca in quello di Be 
per siffatto acquisto, dovendo bensì fare tristo cambio della 
Sardegna colla Sicilia per cagione degli intrighi dell' audacis- 
simo cardinale Alberoni; ma siccome quell'avveniniento ricor- 
dava la sua rassegnazione alle vicissitudini della sorte, potevasi 
presumere che nel ricomporsi alla calma l' ordine politico 
dell'Europa sconvolto dalle ultime rivoluzioni, i successori 
del primo Re che in Torino risedevano, godendo una vasta 
e ricca e bella parte dell'Italia superiore, cessassero d'in- 
titolarsi regnanti dal minore possesso della Sardegna, ma 
così loro piacque, ecL è ben giusto rispettarne i motivi; 
tanto più che quella loro ereditaria modestia, accompagnala 
da sublimi virtù molto rare nei Sovrani assoluti, vennero 
finalmente premiate col titolo grandiosissimo e ben meritato 
di Re d' Italia. 

Ora dunque perlustrar dovendo la Sardegna, seconda 
in grandezza tra le Isole dell'Italia, premetterò i consueti 
brevi cenni etnografici, per render più chiare le ricerche 
sulle condizioni fisico-morali di questi isolani. Sorge la 
Sardegna in punto quasi centrale tra Y Italia, la Berberia, 
la Spagna e la Francia, distante da esse per uno spazio poco 
differente. Nei suoi monti, e in special modo in quelli della 



423 
parte settentrionale, sono frequentissime, le sorgenti d' acqua 
dolce, rare invece nella parte opposta di mezzodì e delle 
pianure, essendo ivi quasi tutte salmastrose. Al che si ag- 
giunga che numerosi sono gli stagni, dei quali Solino ed altri' 
antichi scrittori fecero spesso menzione; tra questi Silio Italico 
che die un cenno dei numerosi marazzi. Restano questi es- 
siccati nei mesi estivi ed autunnali, pur nondimeno rendono 
insalubre Taere dei luoghi circonvicini. Un altro naturale 
nemico dei Sardi è un vento chiamalo dagli antichi Volturno 
molto temuto specialmente nei calori estivi e indicato per- 
ciò col nome di maledetto. Ma della insalubrità di Sardegna 
scrissero ben anche gli antichi, tra i quali Cicerone, Tacito, 
Pomponio Mela, Cornelio Nipote e Silio Italico ; ed infatti 
le basse valli e le uliginose pianure sono infette da quella 
malaria, cotanto fatale nelle maremme toscane e romane. 

Chiamarono i Greci Ichnusa quest'isola, e secondo Pau- 
sania furono i primi a colonizzarla i Pelasgi discesivi dalle 
coste d'Etruria: potrebbero qui citarsi moltiplici altre opi- 
nioni, in mezzo alle quali la più probabile è quella del- 
l' invasione di Etruschi e di Fenicii, i più antichi navigatori 
cioè del Mediterraneo ; difatti vengono spesso dissotterrate 
iscrizioni fenicie. Nella prima metà del secolo VI di Roma 
approdarono alla Sardegna i Cartaginesi, che presto furono 
scacciati dai Romani. Questi conquistatori ridussero l' isola a 
fiorente cultura, che sotto l' impero d' Augusto crebbe ancor 
di più; e nel progresso di quell'incivilimento i montanari 
stèssi si assuefecero al giogo imperiale e presero il lin- 
guaggio e i costumi dei vincitori ; non sarà inutile l'avver- 
tire che nel XIX dell'era volg. vennero confinati in que- 
st' isola non meno di quattromila fra Giudei ed Egiziani, e 
pare che questi vi portassero un primo albore di luce evangelica. 

Al tempo delle invasioni dei barbari trovasi che Gen- 
serico nel 471 si rese padrone della Sardegna, introducen- 



424 
dovi un governo depredatore e tirannico. Succedeva poi 
Telila Re dei Goti, ma fu scacciato da Narsete. Se non che 
nel 70^ i Saraceni fecero in quest'Isola la prinaa incursione 
e tornandovi dopo due anni, tutto devastarono e saccheg-, 
giarono, spogliando chiese e sepolcri ; e dopo aver passato 
a fil di spada la guarnigione greca si stabilirono in varii 
punti deir Isola. Dopo la caduta del regno Lombardo vi 
approdò nel 1000 Musetto Re de' Mauri, il quale si sarebbe 
impadronito anche di Pisa senza il coraggio della famosa 
Chinzica. Frattanto Papa Giovanni XVIII bandi una crociata 
contro i Mori di Sardegna, e i Pisani poterono impadronirsene. 
Essi divisero V isola in quattro Giudicali, di Cagliari cioè, 
di Logudoro, d'Arborea e di Gallura ; ma quei Giudici feu- 
datari della Pisana repubblica si arrogarono poi titoli di Re, 
ed ebbero frequenti mischie fra di loro : certo è intanto 
che i Pisani incoraggirono l'agricoltura, attivarono miniere 
e fortificarono diverse città. 

Se non che presumevano i Papi che i Pisani ricono- 
scessero come loro dono la signoria di Sardegna, ma non 
l'ottennero né colle minaccio né colle scomuniche; ed i Papi ne 
investirono arbitrariamente i Re di Arragona, ai quali succede- 
rono quei di Castiglia che si costituirono neirisola colla forza, e 
vi si mantennero colla violenza e colle estorsioni. La lunga do- 
minazione spagouola portò in Sardegna il dialetto Catalano, 
ma nessun miglioramento né istruttivo né amministrativo. 
Frattanto in uno di quei congressi nei quali le grandi Po- 
tenze bene si aggiustano con i possessi altrui, in forza del 
trattato di Londra del 1720 Vittorio Amedeo di Savoia dovè 
contentarsi della Sardegna invece della Sicilia, ma procurò con 
ottime disposizioni di migliorarne le condizioni, in ciò imi- 
tato costantemente dai suoi successori. 

Abitanti. — Gli abitatori della Sardegna andarono sog- 
getti come quelli di tante altre Isole al rimpiccolimento 



425 
del corpo; ma quel difetto, se tale può dirsi, vien compen- 
sato da belle forme, e da una vigoria muscolare notabilis- 
sima. 11 Sardo è di mediocre statura, ma svelto e sottile 
della persona, di colorito bronzino, capello nero, fisionomia 
animata e vivace. Hanno le donne grandi occhi neri e sot- 
tigliezza di taglio : possono assai presto contrarre matrimonio 
e sono fecondissime. Raro è che nei due sessi si trovino im- 
perfezioni fisiche, salvochè in qualche abitante delle città e 
per un genere di vita difettoso. 

Amano i Sardi passionata mente la patria loro, ma tal- 
volta sono assai ingiusti verso gli stranieri, spregiando ben 
anche i servigi che questi potrebbero loro rendere. Sono 
dotati di vivace fantasia e grande mobilità di spirito ; quindi 
più inclinati alla poesia che alle scienze esatte. Si è voluto 
rimproverare loro una certa abituale scaltrezza, conseguenza 
naturale di una nazione ingegnosa ma molto povera : certo 
è intanto che per natura sono ospitali, e laboriosi per ca- 
priccio. Amano la caccia, la danza e i piaceri della mensa, 
siccome pure il lusso del vestire, senza darsi briga alcuna 
di tesaurizzare. Nella religione sono alquanto esaltati ma 
sinceri : sono costanti assai nelle affezioni come nell' odio, 
ma la gelosia raramente disturba la pace domestica. 

Malauguratamente esistono anche in quest'Isola divi- 
sioni cittadinesche siccome in Corsica, ma la destra del 
Sardo non impugna quasi mai le armi contro il fratello e 
lo stretto congiunto, bensì contro il vicino che gli recò of- 
fesa; e quando lo sdegno lo acciechi in guisa da toglier, 
la vita al nemico, ciò è sempre effetto di animosità indivi- 
duale. Il mancar di parola alle promesse matrimoniali, il 
furto di qualche capo di bestiame, e cose consimili, produ- 
cono d' ordinario il tristo effetto della vendetta, che il Sardo 
si crede in diritto di disfogare senza ricorrere alla giustizia 
governativa. Si è esagerato però sul carattere feroce dei 



426 
montagnoli ; basti il dire che I' ospitalità esercitata anche 
col nemico è per essi una virtù naturale; hanno altresì la 
generosa delicatezza di non abusare della forza, se sia mag- 
giore di quella dell'avversario con vistosa sproporzione. 
L' alta nobiltà, pei suoi rapporti con quella del Piemonte, di- 
messe in gran parte il fasto vanitoso ereditato dagli Spa- 
gnoli : altrettanto dicasi delle dame ; se non che quelle per- 
tinenti alla classe meno agiata abbisognerebbero d' una mi- 
gliore educazione. Le donne del popolo, cosi dei villaggi 
come delle campagne, sono abbandonate ad una totale igno- 
ranza : è loro occupazione principale il far pane, tessere e 
filare, ma quasi mai si prestano ai lavori dell' agricoltura. 
Tutto il sesso femminile ama del pari la danza, e special- 
mente la nazionale. 

Linguaggio dei Sardi. — La lingua dei Sardi è com- 
posta di dialetti differenti, che secondo alcuni letterati del- 
l'Isola possono ridursi a due. Vuoisi che l'idioma di questi 
Isolani sia più armonioso di tutti quelli usati nelle contrade 
settentrionali della Penisola; del Genovese e del Piemonte- 
se è più grato sicuramente, alle orecchie almeno dei Tosca- 
ni. Tutte le voci della lingua sarda finiscono per vocali, o 
nelle due consonanti set, carattere derivato manifestamen- 
te dal latino. È anzi da osservarsi che fu conservata gran 
quantità di voci di quella classica lingua, e perfino alcune 
frasi usate tuttora senza alterazione veruna: da mihi duos 
panes: columba mea est in domo tua: cras, deus. Alcune pa- 
role non hanno perduta che la finale m nel singolare, pren- 
dendo però la s nel plurale; tali sono domu, centu, pagu, tan- 
tu, loru: altre infine hanno subita la variazione delle lettere 
t) in 6 e della / in d; villa, in bidda; venire in beniri: di- 
modoché può applicarsi ai Sardi il noto motto dello Scali- 
gero 

Felices quibus vivere est bibere. 



427 

I cantoni di Bitti e di Budusò, pertinenti alle montagne 
sulle quali il fmme Tirso ha la sua origine, sono quelli 
ne'quali il dialetto nazionale sembra aver conservato non 
solamente una maggior quantità di voci latine, ma alcune 
tracce altresì dell'antica lingua che usarono i Romani. Al- 
cuni scrittori ravvisarono nell'idioma dei Sardi anche gran 
quantità di parole derivate dal greco: per sostenere il loro 
asserto ricorsero alle etimologie forzate e talvolta assurde, 
ma certe voci sono al certo di ellenica radice, for^e in se- 
guito dei traffici commerciali avuti per lungo tempo da que- 
sti Isolani coi Greci. 

Ritornando ai dialetti debbo confessare che nella prima 
produzione dei medesimi, ad onta di ripetute richieste, non 
mi fu dato ottenere la versione del consueto Dialogo: per 
supplire a tal mancanza ricorsi ai dotti scritti del P. Ma- 
dao, limitandomi bensì a trascrivere ÌOrazione Domenicak 
nei due seguenti vernacoli. 



ORAZIONE DOMENICALE 



In Dialetto di Cagliari. 

Babbu nosta, qui ses in celu: 
siat saoctificadu su nomini tuu: 
bengiat a nos su regnu luu; siat 
facta sa voluntadi tua, conienti 
in celu, et aici in terra: su pani 
nostu de ogni dì dainos-iddu boi, 
et perdonanos is peccadus nostus, 
conienti nos aterus perdonaus a 
is depidoris nostus: Et né nos las- 
sis arruiri in sa tentationi; sino li- 
beranos de mali. Amen. 



In Dialetto di Logudoro. 

Babbu nostru, qui stas in sos 
chelos; sancii Head u siat su nomen 
tou: benzat a nois su regnu tou: 
fìacta siat sa voluntade tua, co- 
mente in su chelu asi in sa terra: 
su pane nostru de ogni die dona- 
nostu he, et perdònanus sos pec- 
cados nostros, comente nos ateros 
perdonamus sos inimigs nostros. Et 
né nos lasses ruere in sa tentatione; 
sino liberanos de male. Amen. 



4?8 

In questa mia riproduzione dei Dialetti Italiani mi tro- 
vai favorito di versioni in vernacoli sardi da due distinti 
soggetti, meritevoli entrambi di alta stima, e soprattutto poi 
della mia speciale gratitudine. Se non che mi imbarazzava 
la scelta; mi atterrò quindi al partito migliore. 

Mi si avverte prima di tutto che^i dialetti della Sar- 
degna a tre principalmente si riducono; il meridionale il cen- 
trale ed il settentrionale. Si aggiunge poi, che siccome il me- 
ridionalos comprende il dialetto di Cagliari e quel d'Oristano, 
così a quest'ultimo mi si consiglia di sostituire quello di Usini^ 
che fa parte del vernacolo Logudorese, 

Per conciliare le diverse opinioni mi attenni al partito 
di produrre la traduzione nei Dialetti di Usini, o Logudo- 
rese, e di Sassari, In tal modo a me sembra che possa pren- 
dersi un'idea molto esatta dei diversi linguaggi in Sardegna 
adoperali. 



459 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SBRVITCRB. 



Padrone. Ebbene, Balista, 
hai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città , ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta* 
to a fare il poltrone in un'oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; epoijeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 



TRADIZIONE 

NEL. DIALETTO 
DI USIMI. * 



Padronu. Ebbene, Batista, 
ha$ fattu totlu sas commis- 
siones qui thapo dadu? 

Servidore. Mtssignore, li 
poto assigurare d' esser istadu 
puntuale cantu hapo potidu, 
Custu manzanu a sas ses e unu 
quartu fia già in viaggiu; a 
sas sette e mesa aia fattu 
meidade de caminu, e a sas 
otto e tres quartos intraia in 
zittade ^ ma poi hai piopidu 
tantu! 

Padr. Qui, a su solitu, ses 
istadu a fagher su mandrone 
in s osteria, prò ispettare qui 
zesseret de piòtre : e proile no 
has leadu su paracqua? 

Serv. Pro no giùgher cussu 
impicdu ; e poi erisera cando 
so andadu a lettu non pioiat 
pius, si pioiat, pioiat paghis- 
simu. Custu manzanu, cando 
mi so pesadu faghiat unu 
tempus bellissimu, e solamente 
a s alzada de su sole, s est 
isconzadu. Pius tardu sest 
pesadu unu grand entu, ma 



1 



430 



ha portato una grandine che 
ha duralo mezz' ora, e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

SERv.Nel tempoche pioveva 
mi sono fermato in bottega del 
sarto, ed ho visto con questi 
miei occhi raccomodato il suo 
soprabito con bavero e fodere 
nuove; la sua giubba nuova e i 
pantaloni colle staffe erano fi- 
niti e la sottoveste stava ta- 
gliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolaio, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che of lare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 



invece de dissipare sas nues, 
hai battidu unu colpu de ran- 
dine qui hat duradu mes ora, 
e poi abba a dilluvixi. 

Padr. Gai mi cheres fagher 
intender de no haer fattu qiuisi 
niente de su qui f hapo nadu, 
no est beru? 

Serv. Anzis ispero qui Vis- 
signoìia dei esser cuntenta, 
cando hat a ischire su giru 
qui hapo fattu prò sa zittade 
in duas oi^as. 

Padr. Intendimus custasva- 
lentias tuas. 

Serv. Cando pioiat, mi so 
firmadu in sa buttega de su 
drapperia e hapo idu cun custos 
ojos mios acconzadu su sopra- 
bitu de F. 5. cun su collu e 
sa forra noa: su estire a eoa 
de rundine e sos pantalones 
a tirante fint finidos, e fit se- 
stende su sottabitu. 

Padr. Tantu mezus. Ma 
tenisti puru a pagos passos su 
sumbreraju e su calzolaju, e 
custos non hs has chilcados? 

Serv. Sissignore. Su sum- 
breraju puliat su sumb^eri 
ezzu de V. S. e non li re- 
staiat che a orizare su nou. 
Su calzolaju aiat finidu sos 



lì 



431 



le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 
padre quando sei andato, 
che questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato nèsuo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
ché jeri r altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 



Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata 
fuori di città , ed avevano 
condotto il bambino e la 
bambina. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso la Favorita. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovalo 



botfes, sas iscarpas de cazza, 
e SOS bottinos de ballu. 

Padr. Ma a domo de babbu 
cando ses andadu, qui custu 
fit s essenziale ? 

Serv. Appena hat finidu de 
pioer ; ma non bi hapo incon- 
iradu né su babbu, né sa ma- 
ma, né su fiu, proite innanti 
eris sunt andados in campa- 
gna e bi sunt istados tolta 
notte. 

Padr. Frade meu però, o, 
a su mancu sa muzere det 
esser islada in domo ? 

Serv. Nossignore , proite 
aiant fattu una trottada foras 
de zittade, e s aianl giutu cum 
ipsos su pizzinnu e sapizzinna. 

Padr. Ma sa servitudine fit 
tolta foras de domo? 

Serv. Su coghineri fit an- 
dadu in campagna cun su 
babbu de V. S. , sa camerera 
e duos servidores fint cun sa 
connada, e su carrozzeria aende 
apidu s' ordine de attaccare sos 
caddos prò los movere, si nd'est 
andarlu a trottare. 

Padr. Duncas sa domo fit 
boida ? 

Serv. Non bi hapo^ incon- 



432 



che il garzone di stalla, ed a 
lui ho consegnato tutte le let- 
tere, perchè le portasse a chi 
doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 

Serv. L* ho fatta : per 
minestra ho preso della pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un* anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr E del pesce non ne 
hai compralo? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo.Hocompratosogliole, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non l'avrai 
potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 



tradu que su muzzu de istalla, 
e a ispe hapo consignadu toltu 
SOS Hileras prò las giùghere 
a chic las deviai haere, 

Padr Mancu male. E sa 
provista prò cras ? 

Serv. L' hapo fatta : pi^o 
minestra hapo leadu pastas, 
e intantu hapo comporadu su 
casu e su butiru. Pro crescher 
su budidu de vitella hapo 
leadu unu biculu de crastadu 
Sa frittura l' hapo a fagher 
de carveddos, de fidigu e de 
iscarzoffa. Pro umidu hapo 
comporadu peta de majale e 
un anade qui s'hat a cogher 
cum cauta. E si comente no 
hapo incontradu né turdos, né 
perdias né beccaccias, bì hapo 
a rimediare cum unu dindu 
cottu in furru. 

Padr. E pische no n has 
comporadu ? 

Serv. Anzis n hapo leadu 
in quantidade, proite costaiat 
paghissimu. Hapo compoì^adu 
sogliola, triglia, razza, nasellu 
e aliusfa. 

Padr. Gai andai benissimu. 
Ma su piluccheri non r has 
potidu Hdere? 

Serv. Anzis, si comente hai 



133 



bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr. e che nuove ti ha 
date? 

Serv. Mi ha detto che 
l'opera in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è stato 
fischiato ; che quel giovine 
signore suo amico perde Y al- 
tra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire alla prima oc- 
casione. Mi ha detto pure che 
la signora Lucietla ha conge- 
dato il promesso sposo, e ha 
fatto giuramento di non vo- 
lerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Pad^. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 



sa buttega cuceanixi a su dro- 
gheri, in ne hapo fattu sa pro- 
vista de su tuccaru, pibere, 
colovuru, cannella e ciocohUe, 
gai hapo faeddadu ancora a 
ipse, 

Padr. E ite notizias that 
dadu? 

Serv. M* hai nadu que 
r Obera in musica hat fattu 
fwvrCy ma que su ballu est 
istadu frusciadu; que cuddu 
giovanUy amigu de V, S. per- 
desit s' ateru sero, a su giogu 
tottu sas iscummissas, e que 
conio ispettaiat de partire a 
sa pìima occasione. Af hai 
nadu puì^ que sa Signora 
Lucietta hat cungedadu suptv- 
missu isposuy e hat fattu giù- 
ramentu de non lu ider pius. 

Padr. Belosias!.. custa si 
qui mi fagh&t a rier ; ma pen- 
semus corno a nois, 

Serv. Si Vissignoria si cun- 
tentat, mandigo unu biculu de 
pane e bio una tazza de inu, 
poi so subitu a su cumandu 
sou. 

Padr. 5i cernente hapo pres- 
se e devo andare foras de 
domo, isculta pìima su qui ti 
naro, e poi mandiga e bie 



431 



quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 



Serv. E quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu sai quanto é stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 



cantu cheres. 

Serv. Cumandel pMu. 

Padr. Pi^o su pranzu qui 
devimus fagher, prepara toUu 
in sa sa li Ha noa Lea sa mezus 
tiaza e sos frebbeuccos pius 
bonos : de sos piaitos sebera 
caddos de porcellana, e pro- 
cura qui non bi manchent né 
sos piatfos copudos né sas 
soffattas. Pro sa fruita, pre- 
para, uà, nughe, mendula, 
dulches, confitiura e binu tm- 
both'gliadu. 

Serv E qualesposadashapo 
a pòvere in iaula? 

Padr. Lea sos cucciaris de 
prata, e sas furchellas e sos 
burteddos cun sa maniga de 
avorio; e ammentadi qui sas 
carroffìnas, sas tazzas e sos 
calighes sient de cristallu ar- 
rodadu. Pone poi in giru a 
sa iaula sas mezus cadreas. 

Serv. Del esser scrvida pun- 
tualmente. 

Padr. Ammentadi qui cnsiu 
f^ero benit gìdj'i mia: tue ischis 
cantu est mimulusa cussa ezza! 
Pone in ordine sa mezus ca- 
mera; faghe pienare su sac- 
cone e iscuzulare sa tremata. 
Prepara su letiu cun sos lon- 



435 



con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



folos e $as cobertas pius fines, 
poi coberilu cum unu velu prò 
sa zinzula. Piena sa brocca 
de abbtty e in su lavamanu 
pone un abbamanu ordinariu 
e unu fine. Faghe tottu in 
regula, e sas istrinas non fhant 
a mancare. 

Serv. In veridade Vissi- 
gnoria m hai coniandadu me- 
das cosas, ma hapo a fogher 
tottu. 



ANNOTAZiONI E OSSERVAZIONI ( JUAMMATIGALI. 



* Il dialetto d'Usini fa parie del dialetto centrale o logufhrese, 
^ Il dialetto logudorese e meridionale non ha veramente futuro 
semplice. Quindi non si dirà: avrò, farò, verrò, saprà. . . ma convien 
volgere la frase a questo modo: ho ad avere, ho a fare^ ha a ve- 
nire^ ho a sapere. 



436 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SERVITORE. 

Padrone. Ebbene, Bali- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città, ma 
poi è piòvuto tanto I 

Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un'osteria, per aspettare che 
spiovesse 1 E perchè non hai 
preso r ombrello? 

Serv. Per non porta r quel- 
l'impiccio; e poi jeri sera 
quando andai a letto non pio- 
veva più, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stamani 
quando mi sono alzato era lut- 
to sereno, e solamente a leva- 
ta di sole si è rannuvolato. 
Più tardi si è alzalo un gran 
vento, ma invece di spazzare 
le nuvole, ha portato una gran- 



TR.4DUZI0NE 

NEL DIALETTO 
DI SASSARI, i 



Padronu. Ebbe, Battista, 
hai fattu tutti li commissioni 
chi f aggiu datu? 

Servidori. Missignori. Li 
possu assigurà d'esse istadu 
puntuali^ quantu aggiu pò- 
dudu. Stamani alli sei e un 
quariu era già in vinggiu; 
alli setti e mezzu era a midai 
di lu camminu, e alli ottu e 
tre quarti entraba in zittai; 
ma poi ha piobidu tantu. . . 

Padr. Chi a lu solilu sei 
istadu a fa lu mandroni a 
r osteria, pa ispittà chi finissi 
di piuìÀ ! E palchi no hai 
pigliadu lu paracqua? 

Serv. Pa' non puìta ' chissu 
imbarazzu : e poi arimani a 
sera, quandu sogu andadu a 
lettu, non piobia piti, o si 
piobia,piobiapoghissimu. Sta- 
mani, quandu mi sogu pisadu 
era tuitu sirenu, e solamente, 
air escida di lu soli, s'è an- 
neuladu Poi sé pisadu un 
gran/ ventu, ma inveci di dis- 
sipa li nui, ha arrigadu un 



437 



dine che ha durato mezz' ora, 
e poi acqua a ciel rotto. 

Padb. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero ? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; la sua 
giubba nuova, e i pantaloni 
colle staffe erano finiti, e la 
sottoveste stava tagliandola. 

Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo, e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il cal- 
zolajo poi aveva terminati gli 
stivali, le scarpe grosse da 
caccia, e gli scarpini da ballo. 



colpu di grandim chi ha du- 
radu mezz ora, e poi eba a 
dilluviu. - 

Padr. Cosi vuoi fammi in- 
tendi chi no hai faltu qxjbasi 
nienti di lu chi f aggiu oidi- 
nadUj no è veru? 

Serv. Anzi isperu chi Vis- 
signoria sarà cuntenta, quandu 
cunnoscirà lu giru chi aggiu 
fatta pa la zittai in dui ori, 

Padr. Intendimu li to' va- 
lenta. 

Serv. Quandu piohia, mi 
sogu filmadu in la butrèa di 
lu droppèri, e aggiu vistu cun 
V occi mei accomodadu lu so- 
prabidu di Vissignoria cun lu 
cullettu e la fodretta noba: lu 
so' vestiri nobu e li pantaloni 
cun li tiranti crani finidi, e lu 
sottabidu Vera sistendi. 

Padr. Taniu megliu. Ma 
v' erani puru a poghi passi, 
lu sumbreragiu e lucalzolagiu, 
e quisti non V hai cilcadi ? 

Serv. Sissignori: lu sum- 
breragiu pulia lu sumbreri 
vecciu di V. S e non li mancaba 
che orizà lu nobi$. Lu calzo- 
lagiu poi abia finidu li botti, 
li scarpi grossi di cazza e li 
scarpini di òaddu. 



438 



^ADR. Ma in casa di mio 
padre quando sei andato , 
che questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, né sua madre, né suo 
zio, perchéjeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 



Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto lor- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza fuori di città. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perché le portasse a 



Padr. Ma in casa di babbu 
meju, quandu vi sei andadu, 
chi quistu era ressenziaii? 

Serv. Appena ha zissadu 
di piolÀ; ma non v aggiu in- 
contradu né lu babbu, né la 
mamma, né lu ziu, palchi 
innanzi d* arimani so andadi 
in campagna, e vi so istadi 
tutta la notti. 

Padr. Mefradeddu^ però, 
a lu mancu la mugleri sarà 
istada in casa? 

Serv. Nossignori , palchi 
abiani fattu una trottala fora 
di zittai, e s abiani pultadu lu 
pizinnu e la pizinna. 

Padr. Ma la selviiù era 
tutta fora di casa? 

Serv. Lu cuzineri era an- 
dadu a campagna cun lu 
babbu di V. S. e la camerera 
e dui servidori crani cun la 
cugnada, e lu carrozzeri, 
abendi andu V oldini di attacca 
li cabaddi, tantu di falli mobt 
si nera andadu a trotta. 

Padr. Dunca la casa era 
bioda ? 

Serv. Non v* aggiu incon- 
tradu che lu galzofii di stalla, 
e a eddu aggiu cunsignadu tutti 
liJettari, palchi li pultessi a 



439 



chi doveva averle. 

Padr. Merio male. E la 
provvista per domani? 

Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
maggio e del burro. Per ac- 
crescere, il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E sicicome non 
ho trovato né tordi, né stame, 
né beccacce, rimedieròeon un 
tacchino da cuocersi in forno. 



Padr. E del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissirao.Hocomprato sogliole, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 

Padr. Cosi va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 



chi erani indirizzati. 

Padr. Mancu mali. E la 
provista pai dimani ? 

Serv. Laggiù fatta : pai 
minestra aggiu pigliadu pasti, 
e intantu aggiu cumparadu lu 
caxu^ e lu butiru. Par au- 
menta lu buddidu di viteddu 
aggiu pigliadu un pezzu di 
castradu. La frittura /' aggiu 
a fa di zalbeddi di. figadu e 
di iscalzossa. Par umidu aggiu 
cumparadu carri di majali, e 
una anada da cuzissicun cauta. 
E si cumenti no aggiu in- 
contradu né ismurtidiy né 
branizi, né beccacce v' aggiu 
a rimedia cun un dindu vottu 
in forru. 

Padr. E pesdu non n' hai 
cumparadu ? 

Serv. Anzi n aggiu pigliadu 
assai, palchi custaba poghis-* 
simu. Aggiu cumparadu so* 
gliele, triglia, razza, nasello 
e aliusta. 

Padr. Cosi anda benissimu. 
Ma lu balberi non V haivistu? 

Serv. Anzi, si cumenti la 
so' butrèa è vizina alla butrèa 
di ìu droghèri, in ui aggiu 
fattu la provista di lu zuc- 



440 



rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

PADR.Echenuovetihadate? 

Serv. Mi ha detto che 
r Opera in musica ha fatto 
furore , ma che il ballo è 
stato fischiato; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire alla prima oc- 
casione. Mi ha detto pure che 
la signora Lucietta ha con- 
gedato il promesso sposo, e ha 
fatto giuramento di non voler- 
lo più. 

Padr. Gelosie.... questa si 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, è 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Papr. Per il pranzo che 



caru, pèbaru, garofanu, cicu- 
latti, COSI aggiu fabeddadu 
ancora a eddu. 

Padr. E chi notizi t'ha da- 
du? 

Serv. Mlia ditu chi l'Oba- 
ra in musica ha failu furori, 
ma chi In baddu Ihani fm- 
sciadu; chi chiddu giobanu, 
amigu di V.S ha pessu l'al- 
tra sera, a lugiogu, tutti l'i- 
scummissi, e chi abà ispitlaba 
di paia alla prima occasioni. 
M'ha ditu ancora chi la Si- 
gnora Lucietta ha cungedadu 
lu promissu isposu, e ha fattu 
giuramentu di non vulellu piti. 

Padr. Gelosia. . quistasi 
chi mi fazi a ridi. Ma pinse- 
mu abà a noi. 

Serv. Si V S. si cwfitenia, 
unagnu un pezzu di pani e bi- 
gu una tazza di binu; e poi 
torrn subitu a piglia li socu- 
mandi. 

Padr. Si cumenii aggiu 
pressa e debu andà fora di 
casa, da attenzioni prima a 
lu chi ti digu, e poi magna e 
riposa quantu ti piazi. 

Serv. Cumandia puru. 

Padr Pà lu pranzu chi 






441 



dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli miglio- 
ri; tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Skrv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d' argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliòri. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vecchia! Metti in ordine la ca- 
mera buona, fa'riem pire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
e federe le più fini,ecuoprilo col 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 



debimu fa, prepara tuitu in 
la più bedda sala. Piglia la 
megliu tubaglia e li megliu 
telzibucchi. Li piatii siani di 
porcellana, e procura chi nm 
manchiani né li piatti tondi 
né li safatti. A la fruitxi non 
vi manchia lua, nozi, menda- 
la, dolzi, conditura e vini im- 
bottigliadi. 

Serv. E quali pusadi aggiu 
a poni in taula? 

Padr Piglia li cucciari di 
praia e li fulchetti e li cui- 
teddi cun lu manigu d' avorio ; 
€ ammentadi chi li carr affini, 
li lazzi e U calizini siani di 
crisiallu arrodadu. Prepara 
poi, in giru alla taula, li megliu 
cadrei. 

Serv. Sarà selvida puntuaU 
mente. 

Padr. Ammentadi chi ista- 
sera veni gioja meia : tu sai 
quantu è nojosa chissà veccia! 
Poni in oldini la megliu ca- 
mera ; fa piena lu saccoìii e 
iscuzulà la tramnzza ; pre- 
para lu lettu cun li linzoli e 
li cubelti li più fini, poi cobrilu 
cun un velu pa la zinzula. 

Piena la brocca d' eba , e in lu 
lavamanu lassavi un asciuga- 



442 



ed uno fine. Fa'tutto in rego- 
la, e la mancia non niancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



manu ordinariu e unu fini. 
Fa tuUu in regula, e la mancia 
non t' ha a manca. 

Servì In veridai V. S. 
m*ha cumandadu assai cosi, 
ma aggiu a fa tutiu. 



AVVERTENZE SUL DIALETTO DI SASSARI. 

' Il dialelto di Sassari, a somiglianza del genovese e di altri 
ancora, lascia l'ultima sillaba deiriniìnito, dicendo e$se', /a, amò, an- 
dò^ veni, per essere fare, amare, andare, venire. 

'L'è Goale italiana cambia generalmente in i: p. es. puntuale, 
signore, amore, furore, fame, core, dice puntuali signori, amori, 
furori, fami, cori. 

' Molti osano, come in alcuni paesi del Pisano, di cambiare la 
r \n l e viceversa ; p. es. pultà, filmi, sdvì, pall^ per portare, fir- 
mare, servire, partire, 

^ Le consonanti generalmente hanno suono dolc e: la t poi e la 
Il doppia cambiano quasi sempre injl; p. es. fratello, amato, dato, 
usato, andato, bello, sorella, dicono fradeddu, àmadu, dadu, usadu 
andadu, beddu, suredda. 

^ h'x nella parola caxu si pronunzia come j francese faime. 



. j 



443 
DIALETTI DELL'ISOLA DI CORSICA 

(ITALIA FRA^CESE) 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 



La Corsica risveglia col suo nome il ricordo dei due 
prodigii ai di nostri avvenuti ; Napoleone il più grande dei 
contemporanei viventi , postosi alla testa dei Francesi, 
costituenti la Nazione la più grande del mondo cono- 
sciuto! 

Chi ardisse accusare l'asserto di falsità o di esagera- 
zione, resterebbe solennemente smentito dalla storia. 

Ne spiace di additare l'antica Cyrnos distaccata dalla 
patria naturale: è questo però il solo caso, nel quale un po- 
polo vada immune dall'accusa xii ingrato, se si gloria di fra- 
ternizzare con una nazione straniera, dimenticando quella 
cui per natura appartiene ; e ciò anco in forza della tiranni- 
de esercitata sull'Isola dai Genovesi. 

Sorge la Corsica tra la Sardegna e le coste deiritalia- 
na penisola, in vista della Francia e non lontanissima dall'Af- 
frica; quindi bagnata dalle acque per le quali debbono ve- 
leggiare molti dei navigli diretti a Levante o reduci da quei 
paraggi: si può dunque far eco a ciò che ne scrisse lerudito 
Jacobi, che in grazia delle preindicale condizioni la dichia- 
rava colmata a dovizia dei doni della natura. 

Senza ripetere le consuete vanissimo congetture sulla 
provenienza dei primitivi abitanti, certo è che nel 494 
di Roma, quando Cornelio Scipione prese d'assalto Alena 
una delle più antiche città, godeva la Corsica assoluta indi- 
pendenza, grazie al valore degli abitanti. Dai quali infatti fu 
discacciato Scipione, e 23 anni dopo M. Claudio tornò all'im- 



444 
presa: che se C. Papirio li vinse, trovò in essi cosi vigoro- 
sa resistenza, che Roma li accettò tra i confederati: poi li 
assoggettò, perchè tre volte si ribellarono, e C. Mario ricorse 
al consueto oppressivo compenso di dedurvi una Colonia che 
fondò Mariana, e Siila ne pose un'altra in Aleria. 

Fino air ultima crisi del vacillante Romano impero, 
cui la Corsica apparteneva, essa dovè subirne le sorli: fu poi 
invasa da Genserico al quale la ritolsero gli imperatori d'O- 
riente. Sopravvennero più tardi i Longobardi costretti dai 
Greci a ritirarsi: ma sorgeva intanto il maomettismo che dava 
vita e grande audacia alla razza piratica dei Saraceni che 
sparsi pel Mediterraneo commettevano ovunque trovavano 
da approdare ogni genere di rapine. I discendenti di Carlo 
Magno, ai quali nulla costava il donare terre usurpate, ten- 
tarono di mettere la Corsica sotto la temporale autorità del- 
la Chiesa; ma nò i Papi, né i Marchesi di Toscana potero- 
no salvarla dalli sbarchi frequenti di quei ladroni, finché la 
dominazione dei tre Ottoni non procacciò un poco di pace 
all'Italia. 

Nei primi anni del secolo XI i Baroni della Corsica, 
seguendo l'esempio di alcune città Lombarde, si dichiararo- 
no indipendenti; e i Comuni si emanciparono; quindi fazioni e 
sangue finché nel 1347 si tenne una Dieta, nella quale i 
Corsi si sottomisero volontari alla Repubblica Genovese. Ben 
presto i nuovi padroni, distratti da gravi cure governative, 
formarono dell'Isola un Feudo e ne investirono la Sodetà della 
¥ao«a formata di 5 individui, tra di loro discordi in modo che la 
Repubblica ritornò ai suoi diritti, collo spedirvi un Governa- 
tore. Nella serie di questi Magistrati fu del Continuo distur- 
bata la quiete pubblica da sommosse, e violenze, e torbidi 
intestini. Fu forza dunque di ricorrere nel 1453alla riunione di 
una dieta nazionale che fu tenuta in Morosaglia, la quale 
credè provvido il partito il deferire la sovranità dell'Isola al- 



445 
la ben nota Compagnia di S.Giorgio, corpo politico genove- 
se ricco e potente, non molto dissimile dalla Compagnia del- 
le Indie orientali della Gran Brettagna. 

La Compagnia discacciò prima di tutto gli Arragonesi, 
che ritornarono nella Spagna; ma scorso appena un anno 
spedi Batistino Doria a far man bassa su tutti i baroni e 
i tirannelli dell'Isola; alcuni dei quali, come Raffaello Leca 
opposero pertinace resistenza ma doverono poi tutti cedere, 
e così la Compagnia dominò senza rivali. Senonchè venne 
Genova in potere di Francesco Sforza Duca di Milano, che man- 
dò nell'Isola un suo Luogotenente, cui i Corsi si sottoposero. 

Succeduto Galeazzo a Francesco Sforza, presto cadde 
sotto il pugnale di assassini, lasciando erede un fanciullo 
sotto la tutela della Duchessa: dalla di cui debolezza traendo 
partito il Campofregoso, uomo altiero, rapace, tirannico, 
riesci a farsi cedere la Corsica dalla Reggente e fu solle- 
cito di collegarsi col Leca, ma dovè presto rifugiarsi in Ge- 
nova. Allora Rinuccio Leca pensò di rivolgersi al Signore 
di Piombino Appiano IV, discendente dai Malaspina già Conti 
di Corsica, il quale accettò e spedì nelllsola il fratello Ghe- 
rardo, che ricevè il titolo di Conte di Corsica, prestando 
giuramento di governare con giustizia. 

Brevissimo fu il dominio dell' Appiani di Piombino, pre- 
sto discacciato dalla Compagnia di S. Giorgio, e questo sol- 
levò un governo insulare arbitrario e dispotico, che produsse 
una rivoluzione non più politica ma morale. La vendetta 
privata, considerata fino ai dì nostri come carattere speciale 
dei Corsi, fino d'allora si naturalizzò dall'Isola, ma come 
compenso alla mala amministrata o negata giustizia. Incomin- 
ciò a spopolarsi in modo spaventoso il paese, per volonta- 
ria espatriazione; e i reclami fatti ai Direttori della Com- 
pagnia restarono sempre senza effetto, e non fruttarono che 
vane promesse. 



446 

Quest ultimo riflesso storico mi conduce al risultato fina- 
le delle mie etnologiche investigazioni sul carattere dei Corsi, 
di cui in seguito terrò proposito. Tralascio dunque i ricordi, 
ora inopportuni, e delle guerre di Sampiero, e del ridevole 
episodio del Re Teodoro, Barone tedesco di Newkoff, e di 
Pasquale Paoli, limitandomi a prender nota del possesso del- 
la Corsica, presa dai Francesi colle armi nel maggio 
del 1768. Corse ormai circa un secolo dacché quest'Isola 
fu distaccata dall'Italia: la luminosa comparsa fatta poi da 
non pochi personaggi corsi nel vasto campo della storia eu- 
ropea, farà meglio comprendere qual grave perdita abbia 
fatta l'Italia nel dover rinunziare al naturale possesso di 
quesf Isola ! 

Abitanti. — È questo un «articolo di somma impor- 
tanza, per la necessità di dover purgare dalla esagerata ac- 
cusa dello straniero il carattere morale di questa famiglia di 
orìgine italica. La quale vuoisi a ogni costo specificare, col 
darle la trista divisa di una passionata proclività alle ven- 
dette, senza aggiungere l'inseparabile riflesso sulle cause 
politiche che dolosamente svolsero tra i Corsi quel germe. 
Solo ne spiace, che per giustificare questi isolani, debbansi 
accusare altri connazionali, i Genovesi cioè: senonchè la di • 
fesa è consacrata a un popolo intiero, mentre la colpa ricade 
non più sulla nazione ligure, ma sul Governo che la do- 
minò nei trascorsi tempi; e i cattivi governi si trovarono 
in ogni età, per flagello delle popolazioni. 

Fino alla metà del secolo XIV erano celebrati i Corsi 
per la loro attività, industria e prodezza nell'armi. Mala- 
guratamente nel 1347 si diedero in accomandigia alla Re- 
pubblica di Genova; avvenimento che venne accompagnato 
dalla peste portatavi da un naviglio di bandiera Ligure: e 
fu quello il primo dono funesto fatto ai bravi isolani da un 
governo di forma repubblicana, e di massime più che ti- 



447 
Tanniche. Si svolse infatti indi a non molto il germe mici- 
diale delle fazioni : il popolo si divise tra i Cagionacci ed 
i Risfagnacci ; poi il francescano Giovanni die vita alla sella 
dei Giovannali : ne conseguirono quelle frequenti rivolte, che 
mai più si calmarono. 

Frattanto non contenti i Governatori genovesi di oltrag- 
giare la popolazione con insultante dispotismo, riescirono 
nel dare effetto al più iniquo disegno che un tiranno im- 
maginar possa, quello cioè di concedere impunità ai delitti 
con arbitrario asilo dei rei, colla iniqua mira di eccitare 
gli offesi alla vendetta ! È dunque un fruito pestifero della 
genovese Oligarchia il maleagurato naturalizza mento della 
vendetta in Corsica. L'impunità e T ingiustizia diedero ori- 
gine alla costumanza, tuttora in qualche località mantenuta, 
di conservare le armi e le spoglie sanguinose dei parenti o 
amici assassinati, per mettere quegli oggetti sotto gli occhi 
di altri congiunti o di allri amici ed eccitarli alla vendetta. 
In ogni azione generosa continuarono i Corsi a dispiegare 
fermezza, valore, amore patrio : ma l' iniquità di negar la 
giustizia nei due secoli XIV e XV fece riguardare la ven- 
detta come un diritto, un punto d' onore, un dovere sacro 
di non lasciare impunite le aggressioni ! Quel falso principio 
restò talmente radicato nell'animo dei Corsi, che fino a 
questi ultimi tempi, e forse tuttora si solennizzano in al- 
cune località le riconciliazioni, se ne stipula latto per mano 
di notaro, indi si apre il sacro tempio per cantarvi il 
Te Deum, È da sperarsi che il regime francese, cui l'isola 
è soggetta, pervenga a spengere quei germi funesti : al- 
lora il popolo Corso comparirà ovunque qual seppe con- 
servarsi nel distretto di Bonifazio, ove le vendette sono de- 
litto ignoto: quegli abitanti pacifici, tranquilli, laboriosi ed 
onesti, offrono le conservate qualità del tipo italiano. Vuoisi 
anzi notare che tra questi isolani si mantennero, ad onta di 



UH 
tante pubbliche sventure, nobilissimi principii di disprezzo 
pel danaro e di amore all'indipendenza. Ne facciano fede 
gl'ospiti stranieri, maravigliati che niuno abbia steso la 
mano per domandar ricompensa dei servigi prestali, e che 
non di rado sia ben anche stata rifiutata. Fino dai tempi 
di Strabene erasi osservato, che i Romani non si curavano 
di aver Corsi per loro schiavi ; ciò formando il loro elogio 
per la nobile alterezza di mostrar repugnanza alla schiavitù, 
siccome accade anche al dì d'oggi. Sulle pendici delle più 
aspre montagne il paesano mena rozza vita ed è alquanto 
superstizioso per ignoranza, ma fiero della libertà che vi 
gode. In conclusione potrà tenere il Corso un posto distinto 
fra i popoli inciviliti, tostochè avrà deposto al tutto il bar- 
baro spirito della vendetta; poiché alla vigoria della persona 
e alla prodezza nelle armi unisce disposizioni felicissime al- 
l' opere dell' ingegno. 

Altrettanto dicasi delle donne di Corsica : il loro tem- 
peramento carattere non degenera dalle lodevoli qualità 
del sesso maschile. Nei tempi antichi esse non erano sola- 
mente pudiche, laboriose, prudenti, ma avevano anche il 
pregio dell' intrepidezza. Pietro di Corsica ce le dipinge, 
dame e paesane, disputanti di virtù sociali, sollecite negli 
affari domestici. Nel celebre assedio con cui nel 1420 Al- 
fonso V d'Arragona strinse Bonifazio, furono vedute le donne 
armate di forche ferrate, combattere corpo a corpo col ne- 
mico, al fianco dei loro mariti. Margherita Bobia postasi 
alla difesa del baluardo dominante la porta, fece cadere in 
pezzi le, prime scale a colpi di pietra. Le storie moderne 
ci additano le Corse sempre valorose: nella guerra del 1768 
il coraggio dell' armata fu vigorosamente secondato da por- 
tentosi patriottici sforzi femminili Una madre che in quelle 
guerre avea perduto il maggior figlio, ebbe 1' ardimento di 
fare venti leghe a piedi per consegnare al Paoli V altro che 



449 

le restava, dichiarando di voler consacrare^ esso pure alla 
difesa della patria. Chi viaggia per la Corsica spesso in- 
contra vecchie e fanciulle a cavallo che viaggiano da un 
paese all'altro con sorprendente franchezza: il Valéry, che 
perlustrava l'isola nel 1833, narra che in una gita nella 
quale aveva a compagno il Maire del Comune, incontrò la 
di lui bella e giovine figlia a cavallo, seguita da donne di 
servizio cavalcanti anch'esse, e con un figlio lattante in 
braccio che mai gettò un grido : quel tenore di vita fino 
dai più teneri anni deve per necessità contribuire alla vi- 
goria delle fibre ed alla forza d'animo anche delle isolane: 
solamente è da dolersi che esse pure partecipino con bar- 
bara gioia allo spirito di vendetta. 

Dialetti. — Il Sig. Valéry, che dedicò vari annj alia 
erudita perlustrazione delle Italiane contrade, mentre cita 
nella Corsica Guagno e Vico per la bontà dell' idioma che 
vi si parla, e mentre loda il non corrotto francese che ado- 
prano i Corsi, dichiara che il dialetto di queir isola è il 
meno alterato ed il più intelligibile fra gli altri vernacoli 
italici. Di questa asserzione giudichino pure a lor talento 
quelli che abitano le diverse italiane contrade : avverto in- 
tanto, che siccome il dialetto anche di una sola provincia 
non è mai rigorósamente lo stesso in tutti i paesi che la 
compongono, così riguardo alla Corsica mi procacciai pri- 
mieramente la traduzione del consueto Dialogo nel verna- 
colo degli abitanti di Corte, perchè luogo centrale in cui 
meglio che altrove si è conservata l'antica e originaria 
favella di quell' isolani : si vedrà in esso comunemente so- 
stituita Xu alla 0, proprietà che si osserva nei primitivi 
linguaggi italici : e il filologo vi potrà rimarcare eziandio 
qualche forma di vetusto latino ; p. e. la preposizione indù 
invece di in, come leggesi nei vetusti frammenti dì Lu- 
cilio e di Ennio. 

29 



450 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SERVITORE. 



Padrone. Ebbene, Batista, 
hai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città; ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta- 
to a fare il poltrone in un'oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; epoi jeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



TRADUZIONE 

NE L DIALETTO 
CORSO DI CORTE. 

Padrone. Dimi o Batti, ai 
fattu e commissioni che f àciu 
datu ? 

Servitore. Ignor sì e b' as- 
sicuru eh' io so sfaiu puntuale 
più che ò possutu : stamane a 
sei ore e un quartu caminau ; 
e a seti' ore e mezza eru a 
mità di strada, e alle ottu e 
tre quarti entrau in città ; 
ma è pioutu tantu ! 

Padr. Che si statu a fa u 
poltrone indù n osteria per 
aspettare che slanciasse; e 
perchè u n ai pigliatu u pa- 
racqua ? 

Serv. Per un portare quellu 
imhrogliu ; e poi en sera quan- 
du mi n andedi a lettu un 
piuiva più, se piuiva, piuiva 
appena; stamane quandu mi 
sonu alzatu era serenu ; al- 
l' alzata di u sole sé annuulàtu; 
più terdi $' è levatu un gran 
ventu, ma in bece di portare 
via % nuuli, a portatu una 
grandine che è durata una 



451 



ha durato raezz' or?i, e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
, ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv.NcI tempo che pioveva 
mi sono fermato in bottega del 
sarto, ed ho visto con questi 
miei occhi raccomodato il suo 
soprabito con bavero e fodere 
nuove; la sua giubba nuova e i 
pantaloni colle staffe erano fi- 
niti e la sottoveste stava ta- 
gliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellaio e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr. Ma in casa di mio 



mezz' ora eppoi acqua a [un- 
tane. 

Padr. E cusi boli fammi 
capire di un n ave fatiu nulla 
di quellu che t' aciu dettu : 
né veru? 

Serv. Speru anzi che sarete 
cuntenlu quandu saperde u 
giru eh' aciu fatto per a città 
in due ore. 

Padr. Sentimmu e tu pro- 
dezze. 

Serv. Per iuttu u tempu 
che piuiva mi so fermatu in 
bottea del seriore, aciu vistu 
cui mie cechi arangiaia a 
vostra flacchina cu u collettu 
e frodere nove ; u vostru ve- 
stitu turchino, e i calzoni coi 
tiranti eranu finiti, e ujleccu 
u tagliava. 

Vadvì. Tantumegliu.Perchèun 
si statu da u cappellaiu edau 
scherparu che eranu a cantu; 
e di queslu un n ai cercatu ? 

Serv. Ignor si, anzi u 
cappellaiu nettava u vostru 
cappellu vecchiu e li mancava 
di orlare u novu ; e u scher- 
paru avea. finite e vostre botte 
e i scherpi grossi pe a caccia 
e e scherpine per u ballu. 

Padr. Mo in casa di u mio 



452 



padre quando sei andato, 
che questo era l'essenziale? 
Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
ché jeri r altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 



Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa ? 

Serv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata fuori 
di città, ed avevano condotto 
il bambino e la bambina. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso Bastia. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed#a 
lui ho consegnato tutte le let- 
tere, perché le portasse a chi 
doveva averle. 



babbu quandu si statu che era 
ciò che m'importava? 

Serv. Appena stando di 
piove, ma un ci trovai né u 
vostra babbu né a vostra 
mamma, né ancu u vostru ziu, 
perchè V altr' eri andederu in 
campagna e si fermornu là a 
durmire. 

Padr. U mio fratellu però 
a ro maglia almancu ci sera 
stata in casa ? 

Serv . Igniornòperchè aveano 
fattu una (ruttata e aveanu 
portatu u cirùcuh e e cirù- 
cule. 

Padr. Ma a servitù era tutta 
fora di casa ? 

Serv. U cucinaju era an- 
datu in campagna in cu u 
vostru babbu ; a cameriera cun 
due servi erano in cu a vostra 
cugnata, e u cucchiere avendu 
avutu l'ordine di attaccare i ca- 
valli per moverli se nera andatu 
colla cherozza versu Bastia. 

Padr. Dunque in casa un 
e era nissumu? 

Serv. Un ci aciu trovatu 
che u gherzone di stalla, e a 
ellu r aciu consegnatu tutte e 
lettere perché e portasse a chi 
e dovea avere. 



453 



Padr. Meno male. E la 
provvista . per domani? 

Serv. L' ho fatta : per 
minestra ho preso della pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un anatra 
da farsi col cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
né starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr. E del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo. Hocomprato sogliole, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non l'avrai 
potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 



Padr. Mancu male. E a 
prmsta per dumane ? 

Serv. L' aciu fatta : pe a 
minestra aciu pigliatu paste, 
e intantu aciu compratu u 
casdu e u butiru. Per cresce 
u bullitu di vitella aciu cum- 
pratu un pocu di castratu. U 
frittu u feraciu di cervellu, di 
featu e di artichiocchi. Per 
V umidu aciu presu di u porcu 
e un anatra che farò cu u 
caulu; e siccome un n aciu 
trovatu né torduli, né starne, 
né beccacce, rimedieraciu cu 
un gallinacciu che u cocerò in 
di u fornu. 

Pabr. Di i pesci ne ai cum- 
pratu ? 

Serv. Ignior à, ne aciu pi- 
gliatu molta perchè costava 
pochinu. Aciu cumpratu so- 
gliole, triglie, razza, nasellu e 
aliguste. 

Padr. Bene via. Ma u pi- 
luccheru un V ai pututu vdè? 

Serv. Anzi, siccome ha a 
bottea accantu a quella di u 
droghieru, indue aciu cumpratu 
zucchera, peveru, garofani , 
cannella e cioccolata, e cum 
aciu parlatu ancu a ellu. 

29* 



454 



Padr. e che nuove ti ha 
date? 

Serv. Mi ha detto che 
r opera in musica ha -fatto 
furore, ma che il ballo è stato 
fischiato; che quel giovine si- 
gnore suo amico perde l'altra 
sera al giuoco tutte le scom- 
messe, e che ora aspettava 
di partire colla diligenza per 
Ajaccio. Mi ha detto pure che 
la signora Lucietta ha congeda- 
to il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli miglio- 
ri; tra i piatti scegli quelli di 



Padr. E che nutizie t'ha 
datu? 

Serv. M' ha dettu che a cu- 
media in musica Jia fattu fu- 
rorBf m^a u ballu è statu fi- 
schiatu; che quel giovinottu 
vostru amicu a sera l altra 
perse tutte e scommesse a u 
jocu, e che appettava per per- 
tire cu a diligenza per Ajacciu. 
M ha dettu ancoraché a signora 
Lucietta ha datu u congedu a 
u promessu sposu, e ha fatiu 
juramentu di un lu vedere più. 

Padr. Gelusie. . . questa sì 
che mi fa ride, ma pensiamo 
a noi. 

Sevr. Si bo vi cuntentate, 
mangiu un pocu di pane e 
beju un vicchieru di vinu e 
vengu subitu a pigliare i vostri 
cumandi. 

Padr. Sai che aeiu furia e 
deu andare fora di casa ; senti 
primxi cosa t' ordinu, e dopu 
mangierai e ti riposerai quantu 
ti piacerà. 

Serv. Dite puru. 

Padr. Per u pranzu che 
avemmu da fare, acconcia tuttu 
indù solottu più bellu, piglia a 
tuaglia e i tuaglioli più fini; 
tra i piatti scegli quelli di 



455 



porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomodala credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. e quali posate mat- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto è stucchevole quella 
vecchia! Metti in ordinala ca- 
mera buona, fa'riempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
e federe lepiùfini,ecuoprilocol 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa'tutto in rego- 
la, e la mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



porcellana e precura che non 
manchi né scodelle né bantiere. 
Arangia a credenza in cu e 
frutte, uva, noci, amandule, 
confetti e buttiglie. 

Serv. E e posate, quali aciu 
da mette in taula ? 

Padr. Piglia i cucchiari 
d' argentu e i cultelli in cuu 
manicu d' aoriu, e ricordati e 
caroffe e i vicchieri e i vie- 
chierini sianu di cristallu arro- 
tata. Arangiq poi intorno a a 
taula e cheree e più bone. 

Serv. Sarete servitù cun 
tutta a puntualità. 

Padr. Ricordati che stasera 
bene Caccara. Tu u sai quantu 
ella stucca ! metti all' ordine 
a camera megliUj fa empie u 
saccone e ribatte e strapunte. 
Fa u lettu cu e lemsolaeascionie 
più fini e coprilu in cu u zin- 
zaliere. Empi a dar cita d ac- 
qua y e sopra u bacile stendi un 
asciugamanu ordinarìu e unu 
fine : fa tutte e cose in regula, 
e a mancia un ti sarà per 
mancare. 

Serv. A dire u veru m'avete 
ordinatu tante cose, ma fero 
tutta. 



456 



DIALETTO D« AJACCIO. 



Feci già l'avvertenza, che in Vico e Guagno si parla Vita- 
liano meglio che altrove. Vico è una piccola e antica città 
dedita all'industria per quanto lo 4)ermette la condizione del 
paese: noterò anzi per incidenza che in quel convento di 
S.Francesco, ora cadente in rovina, fece i suoi studi elemen- 
tari il celebre Conte Pozzo di Borgo. Sulla strada da Vico a 
Guagno trovansi le rovine del castello di Zurlina, luogo storico; 
e nel fiume di Amone gli avanzi di altra rocca già appartenente 
all'illustre Gio. Paolo di Leca. Ed anche in Sari restano in 
piedi due castelli già posseduti dal ricco e potente Rinuc- 
ciò di Leca: anzi a breve distanza giacciono le rovine di 
Rocca Tagliata, cagione un tempo di aspre guerre tra i Le- 
ca e i Genovesi. Da tutto ciò sembra di poter dedurre, che 
in quel distretto siasi conservato meglio che altrove il pri- 
mitivo linguaggio italiano, perchè i predetti Leca, acerrimi 
difensori della indipendenza patria, non vollero promiscuan- 
ze con famiglie straniere. Ma Vico è luogo principale di uno dei 
cantoni costituenti il circondario d'Ajaccio; e questa città, 
capoluogo della Corsica, fu pure il paese nativo di Napoleo- 
ne il Grande ; quindi ragion voleva che si scegliesse il ver- 
nacolo di Ajaccio nella traduzione del seguente Dialogo. 



457 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

BD UIC SERVITORE. 

Padrone. Ebbene, Bati- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città, ma 
poi è piovuto tanto ! 

Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un' osteria, per aspettare che 
spiovesse ! E perchè non hai 
preso r ombrello? 

Serv. Per non portarquel- 
r impiccio; e poi jeri sera 
quando andai a letto non pio- 
veva più, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stamani 
quando mi sono alzato era tut- 
to sereno, e solamente a leva- 
ta di sole si è rannuvolato. 
Più tardi si è alzato un gran 
vento, ma invece di spazzare 
le nuvole, ha portato una gran- 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
D'AJACCIO. 

Patroni. Ebbeni, o Batti, 
hai fatlu tutti i commissioni 
chi t'achiu dati? 

Servu. Urne Signori vipossu 
accirtà di esse statu puntuali 
quantu achiu pututu. Stamani 
a sei Ole e un quartu erujà 
in caminu ; a i setti e mezzu 
eru a mità strada, ed a ottu 
e tre quarti intrava in cita ; 
ma poi è piuvutu tantu ! 

Patr. e chi auto soìitu si 
statu afau pultroni in un usta- 
ria per aspiltà chi stanciassi 
di piova ? E perchè nun hai 
pigliatu Vumbrelu? 

Serv. Per nun purtà quel- 
limpicdu; e poi eri sera qundu 
andai in lettu nun piuvia piti, 
si piuvia, piuvia puchissimu. 
Stamani quandu mi sogn al- 
zatu era tuttu sirenu, e sula- 
menti a livatadi soli s'è tur- 
natu a annuvulà. Più tardi 
s'è livatu un gran ventu, ma 
inveci di scaccia li nuvuli, ha 
purtatu una grandini ch'è du- 



458 



dine che ha durato mezz' ora, 
e poi acqua a ciel rotto. 

PÀDR. Così vuoi farmi ìq- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero ? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. SentianQo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; la sua 
giubba nuova, e i pantaloni 
colle stafiFe erano finiti, e la 
sottoveste stava tagliandola. 

Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo, e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 

Serv. S\ signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il cal- 
zolajo poi aveva terminati gli 
stivali, le scarpe grosse da 
caccia, e gli scarpini da ballo. 



rata mezzora, e poi è piuvu- 
lu ad acqui fraghi. 

Patr. Cusi voi dammi a 
capì di nun ave fa tlu quasi 
nienti di quantu t'avio ordina- 
tu; un né veru? 

Serv. Anzi speru chi sare- 
ii cuntentu, quandu sapareti 
u jiru ch'aghiu fatta per cita 
in dufore. 
\ Patr. Sentimi i toprudezzi. 

Serv. In lu tempu chi più- 
via mi so firmatu in buttega 
di lu sartori, ed achiu vistu 
cun quist occhi accunciata la 
vostra flacchina cun cullettu e 
fodari novi : la vostra jàcchetta 
nova e li calzoni cu li staffi 
eranu finiti, « lu jilecco lu 
tagliava. 

Patr. Tantu megliu. Ma 
avii ancu a pochi passi u cap- 
pillaru e n scarparu e di quisti 
nun ìli hai circatu? 

Serv. Signorsì : u cappillaru 
ripassava u vostru cappellu 
vecchiu, e nun li ristava piti 
chi a orla u novu. U scarpaio 
avia finiti i botti, % scarpi 
grossi da caccia, e i scarpini 
da ballu. 



459 



Padr. Ma in casa di mio 
ire quando sei andato , 
che questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, né sua madre, né suo 
zio, perché jeri l'altro andarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, ed 
avevano condotto il bambino 
e le bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso Bocognano. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota? 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perché le portasse a 



Patr. Ma in casa di bapu 
quandu si andatu chi quistu 
era l'issinziali? 

Serv. Appena è slanciata 
r acqua, ma un ci aghiu tru- 
vatu ni vostru bapu, ni vostra 
Mammay ni vostru ziu, percKi 
l altro jornu son andati in 
campagna, e ci hannu durmitu. 

Patr. Me fratellu però e a 
so mogli almenu sarà sfata in 
casa? 

Serv. Signornò parchi avia- 
no fattu una (ruttata, e avianu 
purtatu lu zitellu e la zitella. 

Patr. Ma li servi eranu 
tutti fora di casa? 

Serv. U cucinaru era an- 
datu in campagna cun vostru 
bapu, la cammariera e dui 
sei'vi eranu cun vostra cugna- 
ta, e lu cucchieri avendu avu- 
tu l'ordini di attacca li caval- 
li per falli passià si nera 
andatu cu a carrozza ver su 
Bucugnanu- 

Patr. Dunqui a casa era 
biota? 

Serv. Nun ci aghiu truva- 
tu chi hi garzoni di stalla, 
ed aghiu cunsignatu tutti li 
lettari ad ellu parchi ellu i 



460 



chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani? 

Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
maggio e del burro. Per ac- 
crescere il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedierò con un 
tacchino da cuocersi in forno. 

Padr. E del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissirao.Hocomprato sogliole, 
triglie, razza, nasello e aliuste. 

Padr. Cosi va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo ? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 



purtassi a chi li duvia ave. 

Patr. Menu mali. E lapru- 
vista per dumani ? 

Serv. L' aghiu fatta : per a 
minestra aghiu pigliatu pasta, 
e intantu aghiu cumpratu fur- 
magliu e butiru. Per cresce lu 
btdlitu di vitella^ aghiupigliatu 
unpezzu di castratu. Lufrittu 
lu farachiu di cirvelliy di fegatu 
e d'artichiocchi. Per Vavcomudu 
aghiu cumpratu machiali e un 
anitra per falla cu lu carbusciu, 
e siccumi nun aghiu truvatu ni 
tordudi, ni stami, ni biccaz- 
zi rimidiarachiu cun un gal- 
linacciu da cocesi in lu fornu. 

Patr. E pesciu nun ni hai 
cumpratu? 

Serv. i4 nzi ni aghiupigliatuin 
quantità,perchi cvstava puchis- 
simu. Aghiu cumpratu sogliule, 
irigliy razza, nasellu e ligusti. 

Patr. Cusx va binissimu. 
Ma lu pirucchieri nun l'avarai 
pututn vedi? 

Serv. Anzi siccumi ha la 
buttega accantu a quilla di lu 
marcanti di cumistibili du- 
v' aghiu fattu pruvista di zuc- 
caru,pevaru,garofani, cannella 
e cicculata, cusi aghiu parlai u 
ancu ad ellu. 



461 



Padr . e che n uo ve ti ha date? 

Serv. Mi ha detto che 
r Opera in musica ha fatto 
furore , ma ch'é il ballo è 
stato fischiato; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla diligenza 
per Bastia. Mi ha detto pure che 
lasignoraLucietta ha congeda- 
to il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai é ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara jtutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 



Patr. e chi nutizie t'ha dati? 

Serv. M'ha dittu chi l'ope- 
ra in musica ha fattu furori, 
ma chi lu ballu è statu fischia- 
tu ; chi quillu giovanu signo- 
ri vostru amicu ha persu l'al- 
tra sera a ujocu tutti li scum- 
messif e chi ora aspittàva di 
partì cu la diligenzaper Bastia. 
M' ha dettu dinò chi la signora 
Luciuccia ha licenziatu lu so 
prumessu sposu ed ha ghiu- 
ratu di nun vulellu più. 

Patr. Gilusie. . . quista sì 
chi mi face ridi Mapinsemu 
or à noi. 

Serv. Se séti cuntentu, man- 
ghiu un pocu di pani e biu 
un bicchieri di vinu, e poi so 
subitu a li vostri cumandi. 

Patr. Siccumi aghiu furia 
e devu andà fora di casa, 
senti prima cosa /' ordinu e 
poi manghiarai e ti ripusarai 
quantu ti piaciarà. 

Serv. Cummandati puru. 

Patr. Per lu pranzu eh' a- 
vemu da fa, pripara iuttu in 
lu salottu bonu. Piglia la tu- 
vaglia e i tuvaglioli più boni : 
tra i piatti scegli quilli di 
purzillana e guarda chi nun 



462 



manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
.puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta seì"à viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



manchinu ni piatti a suppa ni 
guanteri. Acconcia la evidenza 
cun frutti, uva, noci, amanduli, 
dolci, cunfitturi, e buttigli. 

Serv. E chi pusati mitto- 
rachiu in tavula? 

Patr. Piglia icucchiaridar- 
gentu e i cuUelli cu lu manicu 
d'avoriu; e ricordati chi li ca- 
ra/fi, i bicchieri e % bicchirini 
sianu quilli di vetru arrutatu. 
Acconcia poi intornu a la ta- 
vula i migliò seda. 

Serv. Sareti servitù a pun- 
tinu. 

Patr. Ricordati chi stasera 
veni minnonna. Tu sai quantu 
quista vecchia èspizzicaghiola! 
Metti alVoì^dini a camara bo- 
na, fa empie u sacconi e batti 
i strapunti. Fa lu letta cu i 
linzoli e li ascùmii più fini e 
coprilu cu a zinzalera. Empi 
u misciarolu d'acqua, e stendi 
sopra u bazzi un asciuvamanu 
ordinariu ed unu fini. Fa tuttu 
in regula e a mancia un ti 
pò manca. 

Serv. M'ai^eti urdinatu da 
veni molti cosi, ma farachiu 
tuttu. 



46à 



ANNOTAZIONI SULL'ORTOGRAFIA E LA PRONUNZIA 
DEL DIALETTO DI AJACCIO.^ 



Nel dialetto ajaccino si impiega l'i invece dell' e anche ai sin- 
golare ; r u, invece deli' o, il t invece del d, e negli articoli si sop- 
prime quasi sempre Y e : si dice per esempio u pani per il pane. 

Nel verbo essere si dice soghu per sono, nei verbi andare 
amare ec. si dice amu, vane^ amarachiu, andarachiu, per amo, vado, 
amerò, andrò ec. 



464 



DIALETTO DI BASTIA. 



Bastia è così prossima al littorale toscano, da merita- 
re una speciale indagine sul vernacolo in essa usato. Frequen- 
tissima e quasi continuata è la comunicazione dei Livorne- 
si con quei di Bastia, principalmente per ragioni com- 
merciali. A ciò si aggiunga che Bastia è città ragguar- 
devole, situata in forma di anfiteatro sul pendìo d'una mon- 
tagna in mezzo a giardini di olivi, di aranci e di cedri; e 
dalla parte del mare specialmente presenta un pittorico col- 
po d'occhio. Questa città possiede un Teatro, nel quale in 
alcune stagioni dell'anno vengono rappresentate Opere in 
musica da cantanti che provengono ordinariamente dalla Tos- 
cana, e questa pure è una delle occasioni di comunanza fra 
il popolo di Bastia ed i Toscani. 

È da notarsi intanto che il dialetto di Bastia è un- mi- 
scuglio di voci toscane, francesi, genovesi e di Corte. Elide 
il popolo le ultime sillabe, e non usa quasi mai la o sosti- 
tuendole la u; come assai spesso la i tien luogo della e. 
Il suono delle vocali è sempre molto stretto. La lettera che 
ha un suono tutto particolare è il g, il quale viene pronun- 
ziato con un' emissione di voce che tiene il mezzo tra il 
suono naturale ordinario di quella lettera e la j: così Giu- 
seppe, Giulebbe, si pronunzierebbero tra Ghiseppe e Juseppe, 
Giuleppu e Juleppu. Anche il e si prnunzia con un suono 
bastardo tra quello del eh e del ci; così orecchia si pronun- 
zia con una voce che tiene il mezzo tra orecchia e oreecia. 
L'ultima sillaba degli infiniti non si pronunzia mai: p. e. can- 
tare, andare, suonare, si pronunziano canta, andà, suona. 
Finalmente il v poco si usa essendo surrogato dal b; bento 
per vento. 



465 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

ED UN SERVITORE. 



Padrone. Ebbene, Batista, 
hai tu eseguite tutte le com- 
missioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in città ; ma 
poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei sta- 
to a fare il poltrone in un'oste- 
ria, per aspettare che spioves- 
se! E perchè non hai preso 
r ombrello ? 

Serv. Per non portar'quel- 
rimpiccio; epoi jeri sera quan- 
do andai a letto non pioveva 
più, se pioveva, pioveva po- 
chissimo: stamani quando mi 
sono alzato era tutto sereno, 
e solamente a levata di sole 
si è rannuvolato. Più tardi si 
è alzato un gran vento, ma 
invece di spazzare le nuvole, 
ha portato una grandine che 



TRADUZIONE 

NEL DIALETTO 
DI BASTIA. 



Padr. Ebbe, Batti, hai fatta 
è cummissioni chi t'aghiu datu? 

Serv. Sciò po' sta sicuru 
eh* 60 so statu puntuale più 
eh' aghiu pututu. Sta matina 
a le sci e un quertu, era già 
in motu; a le sette e mezzu, 
era a rnezza strada, e a ott'ore 
e tre querti, entrava in città. 
Ma dopu è piuvitu tantu! 

Padr. Né ? chi saresti statu 
a lu solitu a fa u pultrone in 
quakhosteriaper aspetta chel- 
lu slanciassi ? Perchè un n'hai 
pigliatu lu paracqua ? 

Serv. Un l a^hiu pigliatu, 
per un n ave quell impicciu 
e pò eri sera quandu andai a 
lettu un piuvia più o si pur 
piuvia, era poca cosa: sta mane 
quandu mi so rizzatu era tuttu 
serenu, e solamente a levata 
di sole, s'è annuvulatu. Più 
terdi s' e mossu un gran bentu, 
ma a loghu di spazza i nuvu- 
liy ha purtatu una grandine 

30 



466 



ha durato mezz' ora, e poi 
acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto qua- 
si niente di ciò che ti avevo 
ordinato; non è vero? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per città 
in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv .Nel tempoche pioveva 
mi sono fermato in bottega del 
sarto, ed ho visto con questi 
miei occhi raccomodato il suo 
soprabito con bavero e fodere 
nuove; la sua giubba nuova e i 
pantaloni colle staffe erano fi- 
niti e la sottoveste stava ta- 
gliandola. 

Padr. Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo e il calzolajo, e di 
questi non ne hai cercato? 

Serv. S\ signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il calzolajo 
poi aveva terminati gli stivali, 
le scarpe grosse da caccia, e 
gli scarpini da ballo. 

Padr: Ma in casa di mio 



ch!è durata mezzora, e pò 
acqua a fiumi. 

Padr. E cus% tu boli dammi 
a intende d'un nave fattu quasi 
niente di quellu ch'io travia 
cummandatu? 

Serv. Eo anzi spera chi 
sciò sera cuntentu quandu sciò 
sapere u giru cKojghiu fattu 
pela città in dufore, 

Padr. Sentimu le to' bravure. 

Serv. In lu tempuchipiuvia, 
mi si fermatu in buttèa di lu 
seriore e aghiu bistu cui mio 
proprj occhi arrangiatu a so 
flacchina cu lu cullettu e le fro- 
dere nove: il so bestitu novu 
e u pantalone cui suppié erano 
finiti, e lu gilè stava taglien- 
dulu. 

Padr. Tantu megliu. Ma 
aviépuru a pochi passi u cap- 
pellaru e lu scherparu : da 
questi un ci si statu? 

Serv. Signor s%. Ucappel- 
laru ripulia ù $ò cappellu bec- 
chiù, e un li mancava che d'&i'là 
u novu. U scherparu poi avia 
finitu le botte, i scherpi grossi 
pè la caccia, e le scherpine da 
ballu. 

Padr. Ma in casa di papà 



467 



padre quando sei andato, 
che questo era l'essenziale? 
Serv. Appena spiovuto, ma 
non vi ho trovato né suo padre, 
né sua madre, né suo zio, per- 
chè jeri r altro andarono in 
villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa ? 

Sbrv. No signore, perchè 
avevano fatta una trottata fuori 
di città, ed avevano condotto 
il bambino e la bambina. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor pa- 
dre, la cameriera e due servi- 
tori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andato col- 
la carrozza verso Bastia. 

Padr. DunquQ la casa era 
vuota ?' 

Serv. Non vi ho trovato 
che il garzone di stalla, ed a 
lui ho consegnato tutte le let- 
tere, perché le portasse a chi 
doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 



quandu ci si andatu^ che era 
V essenziale ? 

Serv. Appena stanciatu, ma 
nun ci aghiu truvatu né lu so 
papà né la so mammà né lu 
so ziu, perché l'altr eri andanu 
in campagna e ci hanu dur- 
mitu. 

Padr. U mio fratellu però 
la so moglia alnfienu sera 
stata in casa? 

Serv. Signor nò, perchè 
avianu fattu una (ruttata, e 
avianu purtatu cun elli u zi- 
tellu e la zitella. 

Padr. Ma la sermtù era 
tutta fuori di casa ? 

Serv. U cucinaru era an- 
datu in campagna cu lu so pa- 
pà; a camerera e i dui servi 
eranu cu la sa cugnata, e u coc- 
chiere avendu avutu l'ordine 
d'attacca li cavalli per falli fa 
un pò di motu, si nera anda- 
tu a trutta. 

Padr. Dunque la casa era 
hiota? 

Serv. Un ci aghiu truvatu 
che lu glierzone di stalla e é 
ad ellu ch'aghiu cunsegnate tut- 
te le lettere per cK ellu le par- 
lassi a chi le duvea ave. 

Padr. Menu male. E le prò- 



m 



provvista per domani? 

Serv. L' ho fatta : per 
minestra ho preso della pa- 
sta, e intanto ho comprato 
del formaggio e del burro. 
Per accrescere il lesso di vi- 
tella, ho preso un pezzo di 
castrato. Il fritto lo farò di 
cervello, di fegato e di car- 
ciofi. Per umido ho compra- 
to del majale, ed un anatra 
da farsi coi cavolo. E sicco- 
me non ho trovato né tordi, 
oè starne, né beccacce, ri- 
medierò con un tacchino da 
cuocersi in forno. 

Padr. e del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perchè costava po- 
chissimo. Ho comprato so- 
gliole, triglie, razza, nasello e 
aliuste. 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non l'avrai 
potuto vedere? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 
vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

PADR.Echenuove ti badate? 



viste p&i' dumane? 

Serv. So fatte: per mine- 
stra aghiik pigliatu pasta, ein- 
tantu aghiu cumpratu furmo- 
gito e butiru. Per cresce lu 
lessu di bitella aghiu pigliaiu 
un pezzu di castratu. CI frit- 
tu u feraghiu di cerbellu, di 
fegatu e di artichiocxihi : per 
umidu aghiu cmnpratu majale 
e un anatra da fassi cu lu 
cavulu : e siccome un n aghiu 
truvatu né tordi, né starne, né 
beccacce, rimsdieraghiu oun un 
gallinacciu da cocesi in lu 
fornu. 

Padr. E pesce un n hai 
cumpratu ? 

Serv. Anzi n aghiu pigliata 
in quantità perchè costava po- 
chissimu. Aghiu cumpratu so- 
gliole, triglie, razza, nasellu e 
aliguste. 

Padr. Cusì va benissimu. 
Ma lu piluccheru, nun V hai 
pudutu bede? 

Serv. Anzi siccunie la so 
buttèa è accantu a quella di 
lu drughere duve aghiu fattu 
pruvista di zucchera, peveru, 
garofani, cannella e doccukUa, 
COSI aghiu par latu a/nch'adellu. 

Padr, E chi nuove t'hadatu? 



469 



Serv. Mi ha detto che 
r Opera ia musica ha fatto 
furore , ma che il ballo è 
stato fischiato; che quel gio- 
vine signore suo amico perde 
r altra sera al giuoco tutte le 
scommesse, e che ora aspet- 
tava di partire colla prima 
occasione. Mi ha detto pure che 
la signora Lucietta ha congeda- 
to il promesso sposo, e ha fatto 
giuramento di non volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa sì 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Padr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 
dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli migliori ; 
tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 



Serv. M'ha detiu che l'Ope- 
ra in musica, ha fattu furorey 
ma chi lu balìu è statu fi- 
schiatu; chi quelh giovonu 
signoru amicu di signoria, per- 
dì l'altra sera a lujocu tutte le 
scùmesse, e cK ora ^tia di 
perte cu la prima occasione. 
M'ha pura dettu chi la signora 
Lucietta ha licenziatu lu so 
innamuratu e ha juratu di un 
bedelu mai più. 

Padr Jelusie, . . questa si 
chi mi face ride : ma pensemu 
a noi. 

Serv. Si sciò si ountenta, 
mangiù un morsu di pane, e 
bqu un sorsu di binu, e tor- 
nu subitu ù, piglia li so or- 
dini. 

Padr. Siccome aghiu furia 
e devu andà fuori di casa, sen- 
ti prima cosa ti ordinu, e poi 
manjerai e ti riposerai quantu 
ti piacerà. 

Sfrv. Sciò dica. 

Padr. Pe lu pranzu di'ave- 
mu da fa, prepara tuttu in 
lu salottu bonu. PiffHa la tu- 
vaglia e i tuvaglioli più belli : 
tra li piatti, sdegli qtteUi di 
purzellana: e prucura eh un 
manchinu né seudelle né bas- 
so* 



470 



soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Serv. e quali posate met- 
terò in tavola? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d'argento, le forchette e i 
coltelli col manico d'avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini siano 
quelli di cristallo arrotato. Ac- 
comoda poi intorno alla tavola 
le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. 
Tu sai quanto è stucchevole 
quella vecchia! Metti in ordi- 
ne la camera buona, fa' riem- 
pire il saccone e ribattere le 
materasse. Accomoda il letto 
con lenzuola e federe le più 
fini, e cuoprilo col zanzariere. 
Empi la brocca di acqua, e 
sulla catinella distendi un 
asciugamano ordinario ed uno 
fine. Fa' tutto in regola, e la 
mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinato molte cose, ma 
farò tutto. 



so». Arrangia la credenza cu le 
frutte, uva, nod, amandule dol- 
ci, confetture e bini in bottiglie. 

Serv. Chi posate metterà- 
ghia in tavula? 

Padr. Piglia li cucchiari 
d'arigentu, le furcine e i cultelU 
cu lu manicu d*avoriu, e ri- 
cordati chi le buttiglie e i bic- 
chieri siano quelli di ctHstallu 
arrotatu. Arrangia poi intornu 
la tavula e seggiule più belle. 

Serv. Sciò sarà servitù 
puntualmente. 

Padr. Ricordati chi sta sera 
bene mamma-^ara. Tu sai 
quantu ella è fastidiosa l Pre- 
parali la più bella camera, 
fa riempie lu saccone e batte 
li materassi. Fa lu lettu cu 
le lenzole e asdonie le più 
fini e coprilo cu la $ò zanzie- 
rera. Empi la poi à eau e 
sopra la curette distenti un 
asciugamano ordinariu e unu 
fine. Fa tuttu in regula, e 
nunti mancherà lu io bellu 
rigalu. 

Serv. Per di lu beru, sciò 
mha ordinatu molte cose, ma 
sera fattu tuttu. 



474 
DIALETTO DELL^ELBA. 

CON ILLUSTRAZIONI ETNOLOGICHE. 

Se per convenzione stabilita tra i più illustri Geografi, 
diverse isole di varia estensione, così vicine da potersi tra 
di loro vedere e talvolta ancora più distanti, formano un 
Arcipelago f anche la Toscana ha dunque il suo. Le Isole 
infatti ad essa pertinenti non sono in sì piccol numero da 
formare semplice gruppo, stantechè se ne contano fino a 
sedici compresi i minori isolotti, ed ora può aggiungersi di 
nuovo anche la Capraja, sebbene nella formazione del nuovo 
Regno d' Italia siasi lasciata politicamente unita alla provincia 
di Genova. 

Ma sole sei sono le Isole abitate dell' Arcipelago Toscano, 
e tra queste primeggia notabilmente quella dell'Elba; era 
quindi ben naturale che a questa io rivolgessi le mie etno- 
logiche investigazioni e che ivi mi procacciassi la versione 
del consueto Dialogo. Noterò primieramente che la popo- 
lazione dell'Elba è formata di uomini generalmente robusti 
e di buona costruzione : giusta è la loro statura e raramente 
eccede in altezza : la carnagione è olivastra, scuro il pelame. 
L' Elbano è assai dolce di carattere, ma proclive alla fierezza 
tostochè vogliasi urtarlo. La divisione in piccolissime fra- 
zioni della proprietà territoriale è la causa primaria che 
rende quelli Isolani facili a muover hsse : ma le divisioni 
e i partiti cessano suU' istante, se loro si richieda di far 
mostra di forza e di unione nazionale. 

Il linguaggio usato nell Elba è il toscanOy variandone 
la preferenza con accento un poco serrato. A Marciana, e 
in modo più speciale a Capoliveri, la pronunzia viene ac- 
compagnata da sgradevole cantilena. A Lungone si fram- 



472 
mischiano voci napolitano e spagnuole al toscano idioma, 
perchè restò il suo territorio lungamente soletto a quei due 
reami. Vuoisi avvertire che nel vernacolo di questi isolani 
i nomi propri vengono abbreviati nel vocativo e proferiti 
quasi per metà ; Anto, Francò, Giambatì invece di Antonio, 
Francesco, Giambattista. Si noti altresì che la preposizione 
a è spesso usata ove non avrebbe luogo, per esempio chiama 
a Cecco in luogo dì chiama Cecco ; che la doppia rr viene 
proferita come una sola consonante ; tera, fero, per terra e 
ferro. Finalmente gli articoli e segnacasi il, gli, ai i 
vengono sempre mutati in fo e li; p. e. fatti dare lo resto, 
rispetta li santi, guarda alli piedi ; invece di fatti dare il 
resto, rispetta i santi, guarda i piedi. Più esatta idea potrà 
prendersi del popolare linguaggio degli Elbani dalla tradu- 
zione del seguente Dialogo : esso è in vernacolo Capolivere, 
prescelto come tipo più pronunziato di tutti gli altri usati 
neir Isola. 



473 



DIALOGO ITALIANO 

TRA UN PADRONE 

BD UN SERVITORE. 

Padrone. Ebbene, Bali- 
sta, hai tu eseguite tutte le 
commissioni che ti ho date? 

Servitore. Signore, io pos- 
so assicurarla di essere stato 
puntuale più che ho potuto. 
Questa mattina alle sei e un 
quarto ero già in cammino ; 
alle sette e mezzo ero a metà 
di strada, ed alle otto e tre 
quarti entravo in Portofer- 
raio; ma poi è piovuto tanto! 

Padr. Che al solito sei 
stato a fare il poltrone in 
un' osteria, per aspettare che 
spiovesse 1 E perchè non hai 
preso l'ombrello? 

Serv. Per non portar quel- 
l'impiccio; e poi jeri sera 
quando andai a letto non pio- 
veva più, se pioveva, pio- 
veva pochissimo : stamani 
quando mi sono alzato era tut- 
to sereno, e solamente a leva- 
ta di sole si è rannuvolato. 
Più tardi si è alzato un gran 

^ Le vocali segnate col " si pronurzìano molto strette; le altre come si usa 
dai Toscani. 



TRADIZIONE 

NEL DIALETTO 
DI CAPOLIVERI. ^ 

Padrone. Obbene, lista, 
faceste tutte le commisioni che 
fi diedi? 

Servidore. Gnossi; ioposso 
accertallo di essere stato più 
preciso che ho potuto. Stamane 
alle seje e un quarto ero per 
la via, alle sette e mezzo ero 
a mezza via, e alle otto e tre 
quarti entravo in Feraja ; ma. 
pòi è puovuto tanto ! 

Padr. Che al solito sini 
staio a fa il poltrone allostù- 
ria, per aspetta che spiovesse! 
O perchè un pigliasti l'om- 
brello? 

Serv. Per non porta quel- 
lo mpicdo; eppòijersera quando 
me ne andai a letto un pio- 
veva, pioveva pògo pòchis- 
simo; stamane quando mi so 
levato era tutto sereno, e sólo 
a levata di sóle si è mugolato; 
sul tardi si è levato un gran 
vento, ma invece di leva U 



474 



vento y ma invece di spazzare 
le nuvole, ha portato una gran- 
dine che ha durato mezz' ora, 
e poi acqua a ciel rotto. 

Padr. Così vuoi farmi in- 
tendere di non aver fatto quasi 
niente di ciò che ti avevo or- 
dinato ; non è vero ? 

Serv. Anzi spero che ella 
sarà contento, quando saprà 
il giro che ho fatto per Por- 
toferraio in due ore. 

Padr. Sentiamo le tue pro- 
dezze. 

Serv. Nel tempo che pio- 
veva mi sono fermato in bot- 
tega del sarto, ed ho visto 
con questi miei occhi racco- 
modato il suo soprabito con 
bavero e fodere nuove ; la sua 
giubba nuova, e i pantaloni 
colle staffe erano finiti, e la 
sottoveste stava tagliandola. 

Padr, Tanto meglio. Ma 
avevi pure a pochi passi il 
cappellajo, e il calzolajo, e 
di questi non ne hai cercato? 

Serv. Sì signore: il cap- 
pellajo ripuliva il suo cappello 
vecchio, e non gli mancava 
che orlare il nuovo. Il cal- 
zolajo poi aveva terminati gli 



nugoli, è cascata una grandi- 
ne che è durata una mez- 
zora, e p(H un acqua a sub- 
bisso. 

Padr. Coà voi fammi in- 
teere di un ave fatto nulla di 
quanto favo ditto, né vero? 

Serv. Nanzi spero che lui 
sarà contento, quando saperà 
il giro che ho fatto pè Feraja 
in dù ore. 

Padr. Sentimo un p6 le 
tue prodezze. 

Serv. In tempo che pio- 
veva mi so fermato nella bot- 
tega del sarto, e ho visto colli 
mi occhi ojccondato il suo so- 
prabito col collo e le rovesce 
nòve ; la sii giubba turchina 
e li calzoni colle staffe erano 
finiti, e il giulecco lo stava ta- 
gliando. 

Padr. Tanto meglio; ma 
a poghi passi e era 7 cappel- 
lajo e 7 calzolajo, e di quessi 
n'ha cercato? 

Serv. Gnossi: il cappel- 
lajo puliva il su cappello vec- 
chio, e un ci mancava che 
orla il novo. Il calzolaro pòi 
aveva terminati li stivali, li 



I 



475 



stivali, le scarpe grosse da 
caccia, e gli scarpini da ballo. 

Pàdr. Ma ìd casa di mio 
padre quando sei andato , 
che questo era l'essenziale? 

Serv. Appena spiovuto, 
ma non vi ho trovato né suo 
padre, né sua madre, né suo 
zio, perché jeril'altroandarono 
in villa, e vi hanno pernottato. 

Padr. Mio fratello però, o 
sua moglie almeno sarà stata 
in casa? 

Serv. No Signore, perchè 
avevano fatta una trottata, 
verso S. Martino, ed avevano 
condotto il bambino e le 
bambine. 

Padr. Ma la servitù era 
tutta fuori di casa? 

Serv. Il cuoco era andato 
in campagna col suo signor 
padre, la cameriera e due ser- 
vitori erano con sua cognata, e 
il cocchiere avendo avuto l'or- 
dine di attaccare i cavalli per 
muoverli, se ne era andatocol- 
la carrozza verso Lungone. 

Padr. Dunque la casa era 
vuota ? 

Serv. Non vi ho trovato 



scarpóni da caccia e li scar^ 
pini da balh, 

Padr. Oh n casa di mi pà 
quando ci sini andato, che 
quesso era l'essenziale? 

Serv. Appena eh' è spio- 
vuto, ma un ci ho trovo a 
niuno; né 7 su babbo, né la 
su mamma, né 7 sii zio, per- 
chè jer laltro andenno n villa, 
e ci so restati. 

Padr. 'L mi fratello però, 
la sii moglie almanco sarà 
staia n casa? 

Serv. Gnornò, perchè ave- 
va fatta una camminata verso 
S. Martino, ed aveveno por- 
tato ti bimbo, e le bimbe con 
eli, 

Padr. Ma la servitii era 
tutta fora di casa ? 

Serv. // coco era andato 
n campagna col su sigfior pa- 
dre ; la camberiera e li dù 
servidori ereno colla su cu- 
gnata, e il cucchiere avendo 
auto l'ordine di attacca li ca- 
valli per movelli, se'n era 
andato colla carezza verso 
Lungone. 

Padr. Dunque la casa era 
bella vuota? 

Serv. Un e ho trovato 



476 



che il garzone di stalla, ed 
a lui ho consegnate tutte le 
lettere, perchè le portasse a 
chi doveva averle. 

Padr. Meno male. E la 
provvista per domani ? 

Serv. L'ho fatta : per mi- 
nestra ho preso della pasta, e 
intanto ho comprato del for- 
maggio e del burro. Per ac- 
crescere il lesso di vitella, 
ho preso un pezzo di castra- 
to. Il fritto lo farò di cer- 
vello, di fegato e di carciofi. 
Per umido ho comprato del 
majale, ed un' anatra da farsi 
col cavolo. E siccome non 
ho trovato né tordi, né starne, 
né beccacce, rimedierò con un 
tacchino da cuocersi in forno. 

Padr. E del pesce non ne 
hai comprato? 

Serv. Anzi ne ho preso in 
quantità, perché costava po- 
chissimo.Hocompratosogliole, 
triglie, razza, nasello e aliaste.- 

Padr. Così va benissimo. 
Ma il parrucchiere non avrai 
potuto vederlo? 

Serv. Anzi siccome ha la 
bottega accanto a quella del 
droghiere, dove ho fatto prov- 



atiro che 7 garzone di stalla, 
e a elio ho dato tutte le let- 
tere, perche le portasse a ihi 
andeveno. 

Padr. Manco male ; o la 
povvista per dimane ? 

Serv. L'ho fatta: pella 
minestra ho pigliato pasta, e 
'ntOMto ho crompato del cacio 
e del baro. Per cresce il lesso 
di vitella ho pigliato un pezzo 
di castrato. La fritlv/ra la fa- 
ro di cervelle, di fegheto e di 
carciófini. Per umido ho erom- 
palo di majale ed un'anatra 
da farsi col cavolo. Un avendo 
trovato, né tordi,, né pernicie, 
né beccaccie arrimediarò con 
un gallinaccio da cócessi in 
forno. 

Padr. O pesdo n hai 
croinpato ? 

Serv. Mene ngiaro! n'ho 
pigliato un budelljo, perche 
era a bòn marcato. Ho crom- 
pato sogliole, triglie, razza, 
merluzzo e rigoste. 

Padr. Cosk va benissimo : 
'/ perrucchiere un l'averaipo^ 
tuto vede? 

Serv. Anzi siccome la su 
bottega é accanto a quella del 
droghiere, 'nduve ho provvisto 



477 



vista di zucchero, pepe, ga- 
rofani, cannella e cioccolata, 
così ho parlato anche a lui. 

Padr. e che nuove ti ha 
date? 

Serv. Mi ha detto che 
l'opera in musica ha fatto 
furore, ma che il ballo è stato 
fischiato; che quel giovine si- 
gnore suo amico perde laltra 
sera al giuoco tutte le scom- 
messe, e che ora aspettava 
di partire colla diligenza per 
Marciana. Mi ha detto pure 
che la signora Lucietta ha 
congedato il promesso sposo, 
e ha fatto giuramento di non 
volerlo più. 

Padr. Gelosie.... questa si 
che mi fa ridere ; ma pen- 
siamo ora a noi. 

Serv. Se ella si contenta 
mangio un poco di pane e 
bevo un bicchier di vino, e 
torno subito a ricevere i suoi 
comandi. 

Pàdr. Siccome ho fretta 
e devo andare fuori di casa, 
ascolta prima cosa ti ordino, 
e poi mangerai e ti riposerai 
quanto ti piacerà. 

Serv. Comandi pure. 

Padr. Per il pranzo che 



lo zucchero, 'Ipepe, li garofani, 
la cannella, e la cioccolata, 
cosi parlai anco con elio. 

Padr. O che nòve t'ha 
dato? 

Serv M'ha ditto che la 
commedia in musica ha fatto 
bene, ma 7 balb l hanno fi- 
stiato; che quel giovanotto si- 
gnore su amigo ha perso jer- 
laltra sera al giòco tutte le 
scommesse, e che aora aspet- 
tava di parti colla carrozza 
pè Marciana, M'ha ditto an- 
co che la sora Luciola ha la- 
sciato il su promisso spòso, e 
ha fatto giuramento d'un ve- 
dello più. 

Padr. Gelosie . . . questa 
sì che me fa ride : ma pen- 
samo a noi aora. 

Serv. Se lui si contenta 
mangio un pò di pam, bejo 
un bicchier di vino, e vengo 
subbilo a piglia li sìa comandi. 

Padr. Siccome ho furia, e 
devo usci' di casa, senti prima 
quella che t'ordino, e dopo 
mangerai e ti riposerai quanto 
ti parerà. 

Serv. Dica pure. 

Padr. Pel pranzo che do- 



478 



dobbiamo fare, prepara tutto 
nel salotto buono. Prendi la 
tovaglia e i tovaglioli miglio- 
ri; tra i piatti scegli quelli di 
porcellana, e procura che non 
manchino né scodelle, né vas- 
soj. Accomoda la credenza con 
frutta, uva, noci, mandorle, 
dolci, confetture e bottiglie. 

Skrv. e quali posate met- 
terò in tavola ? 

Padr. Prendi i cucchiai 
d' argento, le forchette e i 
coltelli col manico d' avorio, 
e ricordati che le bocce, i 
bicchieri ed i bicchierini sia- 
no quelli di cristallo arrotato. 
Accomoda poi intorno alla ta- 
vola le seggiole migliori. 

Serv. Ella sarà servita 
puntualmente. 

Padr. Ricordati che que- 
sta sera viene mia nonna. Tu 
sai quanto é stucchevole quella 
vecchia! Metti in ordine la ca- 
mera buona, fa'riempire il sac- 
cone e ribattere le materasse. 
Accomoda il letto con lenzuola 
e federe lepiùfini,ecuoprilocol 
zanzariere. Empi la brocca di 
acqua, e sulla catinella disten- 
di un asciugamano ordinario 
ed uno fine. Fa'tutto in rego- 



vem ofà, prepara tutto nel sa- 
lotto meglio. Piglia la tovaglia 
e li tovaglioli più fini : tra li 
piatti scegli quelli di porcel- 
lana, e sta attento che nun 
manchino né scudelle, né vas- 
soi. Acconcia la credenza con 
delle frutte, uva, noci, aman- 
dole, confetti, e bottiglie. 

Serv. Le posate quali met- 
terò n tavola? 

Padr. Piglia li cucchiaj 
d'argento, e le forchette colli 
coltelli ch'hanno 7 manico 
d'aborto, e ricordeti che le 
bocce, li bicchieri e li bicchie- 
rini siino quelli di cristallo 
arotato. Metti poi giro giro 
alla tavola le sedie migliori. 

Serv. Lui sarà servito 
precisamente, 

Padr. Rammentati che sta- 
sera vene la mi nonna. Sai 
quanto é scontrosa quella vec- 
chia! Prepara e accomoda la 
camberà bòna, fa riempiti sac- 
cone e ribatte le materazze, 
acconcia 7 letto colli lenzolie 
federe le più fine, e coprilo 
col zanzaliere. Empie la brocca 
delTacqua, e sulla catinella 
spiegaci uno sciugamano or- 
dinario e uno fino. Fa ógni 



479 



la, e la mancia non mancherà. 

Serv. Per verità ella mi 
ha ordinalo molte cose, ma 
farò tutto. 



cosa 'n regola, e la mancia un 
ti mancherà 

Serv. Per crxmola un è 
pogoy ma farò tutto- 



La Raccolta che pubblicai potevasi notabilmente aumen- 
tare, ma non tutte le fattemi promesse furono attenute ; per 
cui avrei dovuto trattenere soverchiamente la stampa delle 
traduzioni che mi pervennero, e queste sembra a me che 
bastar possano a giustificare la conclusione colla quale darò 
termine a questo lavoro Etnologico. 

È noto che tra i nostri moderni filosofi di nota celebrità 
primeggiò il Romagnosi, cui doveva necessariamente stare a 
cuore la patria, e passionata mente ei l'amava ! Nei suoi 
colloqui con soggetti di distinto merito frequente era il caso 
di lamentare le sorti d'Italia, e reciproche le esecrazioni 
dei pesanti ceppi che V opprimevano ; quindi comuni ardenti 
voti di emancipazione dalla schiavitù straniera. 

Accadde un giorno che quel sommo Economista venne 
favorito di visita da -illustre Magistrato toscano, e presto 
nacque tra essi nobile gara di manifestazioni patriottiche 
sulla possibilità di riunione dei varj Stati italiani... Ma qual 
sarebbe (sfuggiva al Magistrato) la capitale della risorta na- 
zione ? E il Romagnosi con vivo entusiasmo esclamava : E 
mei domanda un toscano ? Ma in Firenze, ove ebbero la cuna 
Dante, il Boccaccio, il Macchiavelli, Galileoy il Buonarroti, non 
è usato l' idioma gentile e suonante nella sua purezza ? 

Ebbene quei voti di generoso patriottismo, che non po- 
tevano allora emettersi se non sommessamente e nel ricinto di 
rispettate mura domestiche, in forza di avvenimenti prodi- 



480 
gosì, vennero ora appunto compiutamente appagati. Firenze 
addivenne la Capitale del regno : i Senatori, i Deputati, i 
connazionali, gli stranieri che aCQuiranno nella Città del Fiore 
non resteranno solameote sorprèsi dei moltiplici monumenti 
di belle arti copiosamente in essa sparsi, ma riescirà loro 
in special modo gradita la purezza del linguaggio popolar- 
mente usato sulle ridentissime rive dell' Arno, fatta discreta 
eccezione a pochi idiotismi e a qualche difetto di pronunzia. 
Che se in taluno nascerà la brama di porre a confronto 
la lingua della nuova Capitale coi dialetti adoperati così nell'al- 
ta come nella bassa Penisola e nelle sue Isole, non isdegni 
di ricorrere al contenuto in questa Operetta, e senza bisogno 
alcuno di vane dispute potrà con facilità convincersi, che il 
Conte Ugolino giustamente diceva all'autore della Divina 
Commedia. 

, Fiorentino 

Mi sembri veramente quando io ^ odo. 



INDICE. 



Proemio Pi 

Tradazione d' un Dialogo 

RepartizioDe dei Dialetti Italiani modellata sulla diviaipne topografica 
delle Provincie 

Illustrazioni Etnologiche « - 

I. — Dialetti dell' Alta Italia preceduti da lUtutrazioni Etnologiche . . 

Dialetti Piemontesi . . . .' 

Dialetto Torinese 

Avvertenze speciali sul Dialetto Piemontese 

Dialetti di Aosta, ^i Ga^l Monferrato e di Novara 

Dialetto di Aosta. . . , . , 

Dialetto di Gasale e di Novara . 

Dialetti dell' antioo Regno Lomttardo-Yeneto 

Dialetto Milanese 

Dialetto Mantovano e di Sondrio 

Illustrazioni Etnologiche e Dialetti delle Provincie Italiane tuttora sog'^ 

gatte a dominj stranieri 

Abitanti della Svizzera Italiana e loro Dialetti 

Dialetto Ticinese 

Dialetto di Lugano 

Osservazioni sul detto Dialetto . , 

Dialetto Romencio e lUustrazlcmi Etnologiche 

Dialetto Romencio , 

Dialetto del Trentino co;i Illustrazioni Etnologiche 

Dialetto di Trento f . , . , 

Dialetto delle Provincie Venete con IHofitrasioni Etnologiche .... 

Dialetto di Venezia 

Dialetti di Valsugana, di Belluno e di Verona con Illustrazioni Etno^ 

logiche . , , , 

Dialetto di Valsugana . . , . . ^ 

Dialetto di Belluno e di Verona 

Dialetti dell' Emilia con Illustrazioni Etnologiche 

Dialetto di Piacenza 

Dialetto di Parma e di Borgotaro ... 

Osservazioni ed avvertenze sulla pronunzia dei dialetti Piacentino, 

Parmigiano e Borgotarese . 

Dialetti dell' antico Ducato di Modena «on UlustraaiODi Etnologiche . 

91 



a 

7 

9 
1t 
45 
47 
«) 
26 
9» 
381 
38 



64 

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70 

71 

ivi 

9Ì 

94 

400 

408 

414 

423 

429 
492 
438 
444 

m 
m 

464 



482 



Dialetto Modenese Pag- 

Dialetti di Reggio e di Fiumalbo > 

Osservazioni ed avvertenze sulla pronunzia del tre Dialetti, Modenese, 

di Reggio e del Frignano 

Dialetto Bolognese con Illustrazioni Etnologiche 

Dialetto Bolognese 

Dialetti della Liguria con Illustrazioni Etnologiche 

Dialetti della Liguria . . ' 

Dialetto Nizzardo 

Osservazioni e avvertenze sul Dialetto Nizzardo 

Abitanti e Dialetto del Principato di Monaco 

Dialetto di Monaco 

Dialetto Genovese 

IL — Principali Dialetti dell'Italia Media, o Centrale con Illustrazioni 

Etnologiche 

Dialetto Sarzanese * 

Dialetto Lucchese 

Avvertenze sul vernacolo Lucchese : 

Dialetto Cortonese ; . . 

Dialetto Fiorentino con Illustrazioni Etnolog iche 

Dialetto Fiorentino 

Dialetti Pisano e Senese 

Avvertenze sul Dialetto Fiorentino 

Avvertenze sul vernacolo Pisano e sopra quello della plebe Livornese. 
Avvertenze sul vernacolo Senese 

Dialetti dell'antico Stato Pontifllcio e di San Marino con Illustrazioni 
Etnologiche 

Dialetto Romano 

Abitanti di Pesaro e loro Dialetto * 

Dialetto Pesarese 

Dialetto della Repubblica di San Marino con Illustrazioni Etnologiche . 

Dialetto di San Marino 

III. — Principali Dialetti delV Italia Meridionale con Illustrazioni Etno- 
logiche » 

Dialetto Napolitano 

Traduzione del Dialogo 

Osservazioni e avvertenze sulla pronunzia ed indole del Dialetto Na- 
politano 

Dialetto Abruzzese 

Traduzione del Dialogo 

Osservazioni sul Dialetto Abruzzese 

Dialetto Calabrese ' 

Traduzione del Dialogo « 

Note sul Dialetto Calabrese 

Dialetto di Foggia 

Traduzione del Dialogo 

IV. — Dialetti delle Isole Italiane con lUustrasioni E tnologiche .... 

Dialetti di Sicilia con Illustrazioni Etnologiche • . 



1721 
173 

184 
186 
190 
196 
200 
205 
Sili 
215 
219 



234 

242 

251 

255 

267 

276' 

2f77 

288 

290 

291 

293 
303 
312 
314 
320 



3n 

344 
347 

354 
356 
358 
364 
368 
377 
384 
385 
387 
393 
394 






483 

Dialogo nel Dialetto Palermitano: .... , Pag. 40^ 

Dialetto del Gruppo di Malta con illustrazioni Etnologiche » 410 

Dialogo nel Dialetto di Malta » 415 

Nota al Dialetto di Malta , . » 421 

Dialetti della Sardegna con Illustrazioni Etnologiche . » 4%2 | 

Dialogo in Dialetto di Usini p 429 

Annotazioni grammaticali » 435 

Dialogo in Dialetto di Sassari » 436 

Avvertenze sul Dialetto di Sassari » 442 

Dialetti dell' Isola di Corsica (Italia-Francese) con Illustrazioni Etno- 
logiche » 443 

Dialogo nel Dialetto di Corte » 450 

Dialetto d' Ajaccio » 456 

Dialogo nel Dialetto d' Ajaccio » 457 

Annotazioni sull' ortografia e la pronunzia del Dialetto d' Ajaccio . . . » 463 

Dialetto di Bastia » 464 

Dialoga nel Dialetto di Bastia » 465 

Dialetto dell' Elba con Illustrazioni Etnologiche . » 471 

Dialogo nel Dialetto di Gapoliveri » 473 

Conclusione » 479 



-r